Cristo risorto mangia pesce arrosto con gli apostoli

Nella III Domenica di Pasqua, il Vangelo secondo Luca racconta che Gesù risorto appare in mezzo agli apostoli, mostra loro le mani e i piedi segnati dalla crocifissione e, per confermare che non è un fantasma, mangia davanti a loro una porzione di pesce arrostito. Il gesto manifesta la concretezza della risurrezione: Cristo è veramente vivo, con carne e ossa, e non è soltanto un ricordo, un sentimento o una presenza spirituale.

Il pesce arrostito diventa così il segno di una vita nuova che non cancella la passione, ma la trasfigura. Il Crocifisso è il Risorto; colui che ha sofferto e attraversato la morte ora sta a tavola con i discepoli, ristabilisce la comunione, apre loro la mente alla comprensione delle Scritture e li costituisce testimoni della conversione e del perdono dei peccati.

Il racconto evangelico: Luca 24,35-48

Nelle domeniche seguenti la Pasqua del Signore, le letture vertono attorno alle apparizioni del Risorto ed oggi il brano proposto dalla Chiesa cattolica è tratto dal vangelo secondo Luca.

In quel tempo i due discepoli tornati da Emmaus narravano ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma.

Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.

Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

Gesù appare in mezzo alla comunità

Il vangelo di questa domenica racconta un altro evento, dopo la visita all’alba delle donne alla tomba vuota (cf. Lc 24,1-11), la corsa di Pietro al sepolcro (cf. Lc 24,12), la manifestazione del Risorto “come un forestiero” (Lc 24,18) ai due discepoli in cammino verso Emmaus (cf. Lc 24,13-35).

Sempre nel medesimo giorno, “il primo della settimana” (Lc 24,1), il giorno unico della resurrezione, ma alla sera, i due discepoli tornati a Gerusalemme sono nella camera alta (cf. Lc 22,12; Mc 14,15), a raccontare agli Undici e agli altri “come hanno riconosciuto Gesù nello spezzare il pane” (cf. Lc 24,25).

Ed ecco che, improvvisamente, si accorgono che Gesù è in mezzo a loro e fa udire la sua parola: “Pace a voi!”. Stanno ancora parlando, dopo la gioiosa corsa notturna di ritorno a Gerusalemme, quando Gesù di persona apparve in mezzo a loro.

In mezzo: non sopra di loro; non davanti, affinché nessuno sia più vicino di altri. Ma in mezzo: tutti importanti allo stesso modo e lui collante delle vite.

Non consegna loro parole di rimprovero per la loro fuga al momento del suo arresto, non redarguisce Pietro per il rinnegamento, non dice nulla sul fatto che essi non sono più Dodici, come li aveva chiamati e costituiti in comunità (cf. Lc 6,13; 9,1), ma solo Undici, perché il traditore se n’è andato.

No, dice loro: “Shalom ‘aleikhem! Pace a voi!”, saluto abituale per i giudei, ma che quella sera risuona con una forza particolare. Questo saluto, rivolto ai discepoli profondamente scossi e turbati dagli eventi della passione e morte di Gesù, significa innanzitutto: “Non abbiate paura!”.

«Pace a voi!»

Pace è la prima parola. La pace è qui: pace alle vostre paure, alle vostre ombre, ai pensieri che vi torturano, ai rimorsi, ai sentieri spezzati, pace anche a chi è fuggito, a Tommaso che non c'è, pace anche a Giuda.

È ancora l’evangelista Luca che ci narra un’altra apparizione del Risorto. Non importa se sei in cammino per tornare a casa come i discepoli di Emmaus, o se sei chiuso in casa a Gerusalemme, come nel racconto di oggi: Gesù è libero dallo spazio e dal tempo, e proprio per questo ci è costantemente contemporaneo nel qui e nell’ora.

E il Suo dono è la pace. Un uomo sente pace quando ha trovato ciò che stava cercando. Ecco perché Gesù saluta costantemente con la parola Shalom. Chi trova Gesù ha trovato quello che stava cercando.

Sconvolti e pieni di paura credevano di vedere un fantasma. La reazione dei discepoli è la reazione di chi è sconvolto da qualcosa di inaspettato. Ciò che ci dà la fede cristiana è qualcosa di inaspettato.

Gesù non è il prodotto di un nostro bisogno, Egli è un imprevisto che stravolge la vita. Ecco perché la paura e l’eccitazione si impadroniscono dei discepoli lì presenti.

Il Risorto è il Crocifisso

Lo conoscevano bene, dopo tre anni di Galilea, di olivi, di lago, di villaggi, di occhi negli occhi, eppure non lo riconoscono. Gesù è lo stesso ed è diverso, è il medesimo ed è trasformato, è quello di prima ma non più come prima: la Risurrezione non è un semplice ritorno indietro, è andare avanti, trasformazione, pienezza.

La resurrezione ha radicalmente trasformato Gesù, l’ha trasfigurato, reso “altro” nell’aspetto, perché egli ormai “è entrato nella sua gloria” (cf. Lc 24,26), e può solo essere riconosciuto dai discepoli attraverso un atto di fede.

Quest’atto di fede è difficile, faticoso: gli Undici stentano a viverlo, a metterlo in pratica. Non a caso Luca annota che i discepoli “sconvolti e pieni di paura, credono di vedere uno spirito”, allo stesso modo con cui i discepoli sul cammino di Emmaus credevano di vedere un pellegrino.

Gesù l'aveva spiegato con la parabola del chicco di grano che diventa spiga: viene sepolto come piccola semente e risorge dalla terra come spiga piena.

Mi consola la fatica dei discepoli a credere, è la garanzia che non si tratta di un evento inventato da loro, ma di un fatto che li ha spiazzati.

Le sue mani, i suoi piedi e il suo costato sono la prova che Egli è davvero Lui, e che non è un’allucinazione collettiva: La fede non può essere solo un fatto interiore, emotivo, psicologico. La fede o è un fatto o non ci cambia la vita.

Allora Gesù li interroga: “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; uno spirito non ha carne e ossa, come vedete che io ho”.

Nel dire questo, mostra loro le mani e i piedi con i segni della crocifissione. Sì, il Risorto non è altro che colui che è stato crocifisso!

Mani e piedi: la concretezza della risurrezione

Dopo il racconto dell'apparizione di Gesù ai discepoli di Emmaus, i quali non lo riconosceranno immediatamente, dalle sue “apparenze”, ma avranno bisogno di rivivere assieme a lui il momento della frazione del pane per capire chi egli fosse davvero.

Ora, tornati i discepoli a Gerusalemme, desiderano raccontare a tutti gli altri membri della neonata comunità quanto era loro accaduto. Proprio durante il racconto, però, Gesù appare nuovamente a tutti i presenti.

Come per il racconto letto la scorsa settimana da Giovanni, in cui Tommaso - uno dei discepoli - ebbe bisogno di toccare le ferite ancora aperte di Gesù, per credere che fosse autenticamente lui, così anche Luca riporta le parole del Risorto appena entrato nella stanza: «guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho».

Gesù mostra nuovamente agli Apostoli le mani e i piedi, come aveva fatto con Tommaso. Cristo risorto mangia il pesce! Siamo stupiti della concretezza fisica con la quale il risorto si mostra.

Non è per niente un fantasma; non si tratta di un'impressione, di una fantasia, di un sentimento, di una suggestione: qui c'è un uomo che si fa toccare le ferite prodotte nel suo corpo dalla morte violenta, e che mangia.

La resurrezione è un fatto, non la semplice interpretazione di un fatto. Gesù è talmente un fatto che può anche mangiare.

Non c’è trovata migliore degli evangelisti per trasmetterci questa verità di fondo: la resurrezione è un fatto, non la semplice interpretazione di un fatto.

«Avete qui qualche cosa da mangiare?»

Allora Gesù pronuncia, per sciogliere paure e dubbi, i verbi più semplici e familiari: “Guardate, toccate, mangiamo insieme! Non sono un fantasma”.

Mi colpisce il lamento di Gesù, umanissimo lamento: non sono un fiato nell'aria, un mantello di parole pieno di vento. E senti il suo desiderio di essere accolto come un amico che torna da lontano, da abbracciare con gioia.

Un fantasma non lo puoi amare né stringere a te, quello che Gesù chiede. Toccatemi: da chi vuoi essere toccato? Solo da chi è amico e ti vuol bene.

L'evangelista, però, non si accontenta di sottolineare la concretezza “corporea” di Gesù dopo la risurrezione, si spinge oltre.

«[Gesù] disse: “Avete qui qualche cosa da mangiare?”. Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro».

Come aveva fatto in vita, tanto da venire accusato di essere “sempre a tavola (con pubblicani e peccatori)”, così anche dopo la morte Gesù chiede qualcosa da mangiare e condivide un pasto - per quanto frugale - con i discepoli, i compagni di viaggio appena lasciati in una notte esistenziale e già ritrovati.

Il significato del pesce arrostito

Gli apostoli si arrendono ad una porzione di pesce arrostito, al più familiare dei segni, al più umano dei bisogni, ad un pesce di lago e non agli angeli, all'amicizia e non a una teofania prodigiosa.

Il pesce arrostito è il cibo che abitualmente mangiavano insieme, quando vivevano l’avventura della vita comune in Galilea. Ricevutolo, Gesù lo mangia davanti a loro!

Il pesce arrostito è simbolo della dolorosa passione di Gesù, come scrisse Sant’Agostino “Piscis assus, Christus passus” (pesce arrostito, Cristo sacrificato).

Questi due episodi si differenziano per il luogo in cui avvengono - in Luca entro la casa, mentre in Giovanni in riva al lago di Tiberiade - mentre li accomunano alcuni particolari: il cibo che Gesù mangia insieme a loro, pesce arrostito, per dire che realmente è avvenuta la sua Resurrezione.

Gesù non è un “fantasma”, uno “spirito”, ma ha “carne e ossa”, ed è proprio “con l’assunzione di cibo (che) Gesù vuole dimostrare di non essere un fantasma partendo dal presupposto che gli esseri spirituali non mangiano … opinione diffusa ma non una convinzione dogmatica“.

Mangiare insieme: il segno della comunione ritrovata

Mangiare è il segno della vita; mangiare insieme è il segno più eloquente di una comunione ritrovata; un gesto che rinsalda i legami delle vite e li fa crescere.

Insieme, a nutrirsi di pane e di sogni, di intese e reciprocità. Come aveva fatto durante la sua vita terrena, Gesù si manifesta dentro la semplicità di un pasto condiviso.

In questa vita nuova, da cui i credenti posso chiamare Gesù il “Cristo” del Signore, è proprio lui a dire a chi crede che permarrà, comunitariamente e in modo singolare, financo nei propri bisogni, come lo è quello di mangiare.

Vita nuova e nuova vita che si intrecciano e si proiettano prospetticamente in un futuro che qui, ora, esige la pienezza di una vita vissuta al servizio della Parola di amare «il prossimo tuo come te stesso».

Non è immortalità dell’anima, ma risurrezione del corpo

Noi siamo persino stupiti di fronte a questi gesti di Gesù, ma stiamo attenti: sono solo “segni” per dire che la resurrezione di Gesù non è immortalità dell’anima e perdita totale del corpo, non è “la continuazione della sua causa” anche se egli è morto, non è una memoria che si conserva senza che colui che è morto sia veramente vivente.

Gesù dà ai discepoli questi segni, che in verità contengono verità indicibili, affinché credano che il Crocifisso ha vinto realmente la morte.

Il suo corpo crocifisso è un corpo ora vivente, “un corpo spirituale” (1Cor 15,44), cioè vivente nello Spirito, dirà l’Apostolo Paolo.

Appare in mezzo agli apostoli come venendo dal nulla; l'evangelista Giovanni dice che entra nel cenacolo a porte chiuse. Gesù non è più sottoposto alle esigenze e ai vincoli materiali, eppure ha lo stesso corpo che aveva prima della risurrezione.

Nel nostro vecchio mondo si è creato dunque uno squarcio dal quale entra il mondo nuovo; uno spazio nel quale si scorge e si può toccare un nuovo corpo, glorioso.

Questa è la prima ed unica percezione che abbiamo del paradiso; è la prima ed unica percezione della condizione nella quale vivremo quando il nostro corpo risorgerà.

Il pasto del Risorto sul lago di Tiberiade

Le apparizioni di Gesù Risorto sono raccontate dagli evangelisti con modalità diverse, quelle su cui mi soffermo sono quelle di Luca e di Giovanni in cui Gesù mangia pesce arrostito con i discepoli per dimostrare la sua vera corporeità.

Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli.

Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla.

Quando già era l’alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No».

Allora disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci.

Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi la sopravveste, poiché era spogliato, e si gettò in mare.

Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri.

Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso or ora».

Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò.

Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», poiché sapevano bene che era il Signore.

Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce. Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.

Due apparizioni, un unico segno

La seconda apparizione presa in considerazione, comunemente denominata “Pesca miracolosa” - presente in Giovanni - si compone di tre scene: la pesca miracolosa, il pasto del Risorto con i discepoli e il dialogo tra Gesù e Pietro.

Gli artisti non sempre hanno interpretato correttamente questo episodio: il più delle volte è stato “fuso” con quello in Luca che racconta di una “pesca miracolosa”all’inizio della vita pubblica di Gesù, con altro svolgimento.

In Luca il pasto avviene entro la casa, a Gerusalemme, mentre in Giovanni si svolge in riva al lago di Tiberiade. In entrambi i racconti, tuttavia, il cibo condiviso rende riconoscibile la presenza concreta del Risorto.

Il Risorto apre la mente alle Scritture

Eppure, nonostante queste parole e questo gesto, i discepoli non arrivano a credere, malgrado un’emozione gioiosa non giungono alla fede.

È vero, noi esseri umani approdiamo facilmente alla religione, ma difficilmente arriviamo alla fede; viviamo facilmente emozioni “sacre” o religiose, ma difficilmente aderiamo a Gesù Cristo e alla sua parola.

Nella comunità degli Undici dobbiamo leggere la vicenda delle nostre comunità, nelle quali si vive la fede e la si confessa, ma si manifesta anche l’incredulità.

Eppure il Risorto ha grande pazienza, per questo offre alla sua comunità una seconda parola e un secondo gesto. Chiede loro se hanno qualcosa da mangiare, ed essi gli offrono del pesce arrostito, il cibo che abitualmente mangiavano insieme, quando vivevano l’avventura della vita comune in Galilea.

Infatti i discepoli restano in silenzio, muti! Allora Gesù, per renderli finalmente credenti, riprende la sua predicazione, l’annuncio del Vangelo da lui fatto fino alla morte.

Chiede di ricordare le parole dette mentre era con loro, perché quelle parole erano profezia e parola di Dio che si doveva avverare, così come doveva trovare compimento tutto ciò che era stato scritto su di lui, il Messia, nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi, cioè nelle sante Scritture dell’antica alleanza.

Ed ecco che, mentre il Risorto ricorda e spiega la parola di Dio contenuta nelle sante Scritture, opera il vero miracolo: “aprì loro la mente (diénoixen autôn tòn noûn) per comprendere le Scritture”.

Il verbo qui utilizzato (dianoígo) nei vangeli ha sempre un senso terapeutico: designa l’apertura degli orecchi dei sordi e della bocca dei muti (cf. Mc 7,34), degli occhi ai ciechi (cf. Lc 24,31).

Qui indica l’operazione compiuta nella potenza dello Spirito santo, l’apertura della mente alla comprensione delle Scritture.

I discepoli, così “aperti”, possono ora credere e quindi essere costituiti testimoni della resurrezione di Gesù.

Gesù si fa insieme a loro esegeta, interprete delle profezie che lo riguardavano, ricorda anche le sue parole consegnate durante la predicazione in Galilea, mostrando la necessitas del compimento, della realizzazione nella sua vita nella sua morte.

Non aveva forse conversato con Mosè (la Legge) e con Elia (i profeti) proprio su quell’esodo pasquale che doveva compiere a Gerusalemme (cf. Lc 9,30-31)?

La fede pasquale scaturisce dalla fede e dalla conoscenza delle sante Scritture, come ancora professiamo nel Credo: “Morì e fu sepolto. Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture (cf. 1Cor 15,3-4)” (resurrexit tertia die secundum Scripturas).

Dal pasto alla missione

Gli apostoli sono testimoni inoltre di una nuova possibilità di vita che comincia fin dal momento della risurrezione del Signore: a tutti i popoli vengono annunciati la conversione e il perdono dei peccati.

Questo è già l'inizio di una nuova umanità nel tempo presente. E' dunque possibile vivere in questa terra da figli di Dio, come Gesù.

Gli apostoli hanno capito che il disegno salvifico di Dio si è compiuto nella passione, morte e resurrezione del Signore, e che questo è il fondamento della fede cristiana, dal quale scaturisce l’annuncio del perdono dei peccati, della misericordia di Dio per tutte le genti della terra: non solo per il popolo di Israele, ma per tutti.

Con tanta fatica Gesù ha reso nuovamente credenti quei discepoli che erano venuti meno durante la sua passione, li ha resi testimoni della sua morte e resurrezione, li ha resi capaci di comprendere cosa sia il perdono dei peccati che essi devono annunciare, in virtù del loro essere stati i primi a ricevere il perdono dal Risorto.

E conclude: di me voi siete testimoni. Non predicatori, ma testimoni, è un'altra cosa.

Con la semplicità di bambini che hanno una bella notizia da dare, e non ce la fanno a tacere, e gliela leggi in viso.

La risurrezione comincia già nel presente

Gli apostoli sono testimoni inoltre di una nuova possibilità di vita che comincia fin dal momento della risurrezione del Signore: a tutti i popoli vengono annunciati la conversione e il perdono dei peccati.

Questo è già l'inizio di una nuova umanità nel tempo presente. E' dunque possibile vivere in questa terra da figli di Dio, come Gesù.

E' iniziata anche per noi la risurrezione della carne, poiché possiamo partecipare alla risurrezione del Signore attraverso il perdono dei peccati, possiamo mangiare il suo Corpo eucaristico e vivere nel suo Corpo ecclesiale.

A partire dal battesimo ci è stata deposta in grembo una semente di vita nuova, fermentata dall'Eucaristia, purificata dalla confessione, alimentata con l'azione dello Spirito Santo in tutti i sacramenti.

Il dono di questa nuova umanità, che viviamo nella compagnia di tanti fratelli nella Chiesa, è destinato a tutti gli uomini.

La bella notizia è questa: Gesù è vivo, è potenza di vita, avvolge di pace, piange le nostre lacrime, ci cattura dentro il suo risorgere, ci solleva a pienezza, su ali d'aquila, nel tempo e nell'eternità.

Il Risorto nell’arte

L’apparizione di Gesù - in Luca - a casa dei discepoli, non ha avuto molti riscontri nel campo dell’arte e gli esempi che riporto sono solo due risalenti a periodi distanti tra loro, che evidenziano stili e approcci diversi.

In una delle sei scene rimaste, chiamate Storie del Cristo dopo la Resurrezione, collocate nel coronamento cuspidale della Maestà di Duccio di Boninsegna, realizzata tra il 1308 e il 1311, conservata a Siena al Museo dell’Opera del Duomo, vi è Gesù che appare ai discepoli e mostra le mani con i segni della passione.

La rappresentazione ha il disegno tipico della raffinatezza bizantina, i discepoli nella loro compostezza si ritraggono senza essere drammatici, non esprimono esplicitamente i loro sentimenti e sulla tavola si riconosce del pesce arrosto.

Il “Cristo risorto appare agli apostoli” di Mattia Preti, pittore calabrese, dipinto tra il 1670-1675, conservato a Siviglia al Museo Nazionale, dopo varie attribuzioni e indicazioni errate del soggetto, per l’incertezza dell’interpretazione è stato definitivamente riconosciuto in una delle apparizioni di Cristo agli apostoli dopo la Resurrezione.

La scena, costruita con stupefacente e spettacolare visione in un linguaggio caravaggesco, è drammatica: gli apostoli presenti attorno al tavolo su cui vi sono il pesce e il pane, sono ritratti in gesti con enfasi e con l’espressione nei loro volti, tipica della sorpresa e dello spavento, nell’atteggiamento di ritrarsi dall’immagine comparsa davanti a loro da cui proviene la luce divina che li illumina.

Ritornando invece ad un’altra rappresentazione più antica, del 1645, la “Pesca miracolosa”di Francesco Gessi, pittore bolognese, dipinta per la Chiesa di San Girolamo alla Certosa di Bologna, vediamo in primo piano il pasto che avviene su una roccia (riferimento simbologico a Pietro?), mentre la “pesca miracolosa”è collocata nel paesaggio sullo sfondo, nel quale si vede Pietro che si getta in acqua andando incontro a Gesù sulla riva.

I soggetti ricordano una lontana origine caravaggesca, rappresentata anche nei contrastanti effetti chiaroscurali, dati da un’illuminazione che colpisce i volti e i corpi degli attori da destra verso sinistra e che conferisce maggiore teatralità all’evento.

Gli apostoli si atteggiano con naturalezza, come in una scena di vita quotidiana: c’è chi offre il pane, chi controlla il pesce che cuoce, chi dialoga con Gesù; probabilmente il riconoscimento del Risorto è già avvenuto.

Nel 2014, per il refettorio del seminario francese a Roma, è stato realizzato un mosaico da padre Marko Ivan Rupnik, teologo, artista, dove nello stesso episodio c’è un intrecciarsi del pesce frutto della pesca, e di quello preparato, il gesto di Pietro che trae la rete a terra, intatta, colma dei pesci.

A riva c’è Gesù risorto che ha già i pesci e del pane sulla brace, per l’invito a mensa, segno questo che ha portato gli apostoli a riconoscere colui che prima non sapevano chi fosse.

Padre Rupnik così spiega il suo lavoro:“Pietro offre un pesce blu a Cristo e Cristo offre un pesce rosso. Blu è il colore dell’umanità perché l’unica creatura che guarda il cielo è l’uomo, perciò i cristiani hanno detto il blu è umano perché guarda l’azzurro del cielo, mentre rosso è il colore di Dio perché il rosso, dice il Levitico, è il luogo dove c’è la vita e la vita appartiene al Signore dunque il rosso è la vita di Dio, è Dio”.

Apparire, parlare, stare a tavola

Joseph Ratzinger, in Opera Omnia Gesù di Nazaret, la figura e il messaggio, riassume così gli eventi dopo la resurrezione di Gesù dalla morte: “Apparire - parlare - stare a tavola: sono queste le tre manifestazioni di sé del Risorto, strettamente connesse tra loro, con cui Egli si rivela come il Vivente”.

Il Risorto appare in mezzo alla comunità, parla la parola della pace, mostra le ferite, mangia con i suoi e apre la mente alla comprensione delle Scritture.

Allora la tavola diventa il luogo nel quale la paura lascia spazio alla comunione, il dubbio viene attraversato dalla fede e la memoria della passione si apre alla vita nuova.

C’è un detto di un padre del deserto che mi sembra commentare mirabilmente questa pagina evangelica: “Credere alla parola del Signore è molto più difficile che credere ai miracoli. Ciò che si vede solo con gli occhi del corpo, abbaglia; ciò che si vede con gli occhi della mente che crede, illumina”.

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