Vangelo del chicco di grano: significato e parabola in Giovanni 12,20-33

Nel Vangelo secondo Giovanni, Gesù dice: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto». Il chicco di grano è anzitutto Gesù stesso: egli cade nella terra della passione e della morte, risorge e porta frutto attraverso la sua risurrezione.

La parabola insegna che la vita non si realizza nella chiusura e nell’autoconservazione, ma nel dono di sé. Morire, nel linguaggio del Vangelo, non significa cercare la sofferenza o disprezzare la vita: significa accettare una trasformazione, lasciare il proprio egoismo e diventare fecondi nell’amore, nel servizio e nella comunione.

Il testo del Vangelo: Giovanni 12,20-33

Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».

Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato.

In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.

Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.

Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».

Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato».

Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori.

E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

Il contesto: l’ora della Pasqua e della glorificazione

Il brano si colloca nel capitolo dodicesimo del Vangelo di Giovanni, dove si intrecciano continuamente i riferimenti alla Pasqua ebraica, alla risurrezione di Lazzaro, all’ingresso di Gesù a Gerusalemme e alla sua morte e risurrezione.

La prima parte del capitolo dodicesimo è un continuo intrecciarsi di riferimenti alla Pasqua ebraica, alla resurrezione di Lazzaro e alla morte e resurrezione di Gesù.

Si apre con la menzione della festa di Pasqua, cui segue il ricordo della resurrezione di Lazzaro e della sepoltura di Gesù. Seguono un nuovo riferimento alla resurrezione di Lazzaro, alla festa in occasione dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme e alla sua glorificazione, altro riferimento alla passione e resurrezione.

Infine un nuovo riferimento alla resurrezione di Lazzaro è seguito da una terza menzione della festa e dalla parola di Gesù circa l’ora ormai giunta, altro riferimento alla sua passione.

Questo intreccio aiuta a cogliere il clima in cui vanno lette le parole di Gesù, e come i tre eventi convergono verso un medesimo annuncio: l’unitarietà della storia della salvezza, a favore dell’umanità intera.

Il desiderio dei Greci di “vedere” Gesù è colto da Gesù come un segno chiaro di essere giunto alla soglia del compimento: è giunta l’ora!

Quell’ora era rimasta in sospeso fin dal secondo capitolo, quando a Cana Gesù, a sua madre che gli chiedeva di intervenire perché non c’era più vino, aveva risposto: «Non è ancora giunta la mia ora», un’affermazione ripetuta ancora.

Ma adesso, proprio in questo momento, l’ora è giunta. Siamo allo spartiacque, e di qui in avanti Gesù ripeterà più volte che l’ora è giunta.

Gesù associa la sua ora alla sua glorificazione. L’ora e la gloria di Gesù sono l’ora e la gloria del chicco di grano.

Perché alcuni Greci vogliono vedere Gesù

Alcuni stranieri chiedono agli apostoli: «Vogliamo vedere Gesù». È una richiesta dell’anima eterna dell’uomo che cerca, che arriva fino a noi, sulla bocca di molti, spesso senza parole, e ci chiede: «Mostrami il tuo Dio, fammi vedere in chi credi davvero».

I Greci, segno di universalità, desiderano vederlo. Non sono più solo i due discepoli dell’inizio del Vangelo che «andarono e videro dove stava». Ora Gesù scorge in quei Greci il desiderio delle genti, la ricerca di senso dell’umanità intera.

Si rivolgono a Filippo e questi interpella Andrea perché i due provengono dalla Galilea, terra di confine e dunque terra aperta alle genti e alle loro lingue e culture.

Andrea e Filippo fanno da intermediari. Sono tra i primi a seguire Gesù e introducono nella comunità Pietro e Natanaele. Sono presenza attiva quando Gesù insegna a condividere il pane.

La comunità il cui nucleo originario era giudaico aveva allargato i suoi confini accogliendo i Samaritani. Ora è pronta ad allargare i suoi orizzonti e a divenire una comunità universale.

Si tratta di un cammino di comunità inclusiva che accoglie giudei, samaritani e greci; comunità egualitaria che condivide i ministeri e il servizio fra donne e uomini; comunità che ascolta la voce di chi ha fame e impara a condividere il pane.

La domanda «Vogliamo vedere Gesù» non riceve una risposta limitata all’incontro con il volto fisico di Gesù. Gesù porta gli interlocutori su un altro piano, oltre il suo volto, proponendo un’immagine indimenticabile: «Volete capire qualcosa di me? Guardate un chicco di grano».

Perché Dio non si dimostra con alte catechesi o ragionamenti: si mostra. Mostrando mani d’amore e occhi limpidi, una vita abitata da lui.

Il significato del chicco di grano

Gesù raccoglie in questa immagine così semplice e feriale il senso di una intera esistenza. Il chicco di grano è, dunque, anzitutto lui stesso, Gesù.

Come un chicco di grano, egli è caduto in terra nella sua passione e morte, è rispuntato e ha portato frutto con la sua risurrezione.

Il «molto frutto» che egli ha portato è la Chiesa che è nata dalla sua morte, il suo corpo mistico. Noi formiamo con Cristo, grazie al battesimo, come una sola spiga; san Paolo dice «un solo pane».

Il pane che consacriamo sui nostri altari e che riceviamo nell’Eucaristia, quanto alla sua forza, viene tutto da quel chicco di grano caduto in terra che è Gesù.

Potenzialmente, è tutta l’umanità che è risorta da morte con Cristo, non solo noi battezzati, perché egli è morto per tutti, tutti sono stati da lui redenti, anche chi ancora non lo sa.

Il brano evangelico si conclude con queste significative parole di Gesù: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».

La storia del piccolo chicco di grano aiuta anche a capire noi stessi e il senso della nostra esistenza. Il chicco non è una semplice illustrazione agricola: è una sintesi della logica della vita, della morte e della risurrezione.

È bellissimo che Gesù adoperi il paragone del seme di frumento: non si tratta di un’allegoria esterna, lontana, separata, ma significa che ciò che Gesù sta dicendo, ciò che con la sua vita sta mostrando è inscritto nelle leggi più profonde della vita.

La vita delle creature più semplici risponde alle stesse leggi della nostra vita spirituale: Vangelo e vita sono la stessa cosa, reale e spirituale coincidono.

«Se non muore, rimane solo»: il senso della solitudine

Se il chicco di grano non cade nella terra, rimane solo. Il Vangelo mette quindi in evidenza non soltanto la morte del chicco, ma anche la sua solitudine.

Questa «solitudine» fa pensare a un seme di palma rimasto solo per più di duemila anni. Si tratta di un seme ritrovato durante gli scavi a Masada, in Israele, nei pressi del Mar Morto, in pieno deserto di Giuda.

Nel 2014, nel kibbutz Ketura, nel Negev, questo seme è stato piantato in terra e, dopo duemila anni di «solitudine», ora ha dato vita a una bellissima palma.

Il seme non c’è più: si è trasformato in una pianta. Ogni «chicco» ha in sé una potenzialità di vita, si potrebbe proprio dire, «compressa» che attende di «esplodere».

Ma tale «esplosione» è possibile solo attraverso un itinerario, un percorso di trasformazione che è di per sé una morte, proprio perché è un passaggio da una realtà o condizione a un’altra.

Il passaggio dal chicco alla pianta e al frutto è un passaggio trasformante e, in questo senso, mortale, ma è allo stesso tempo un passaggio in continuità, poiché la pianta che ne deriva è l’«esplosione» di quel chicco o seme.

Se il chicco resta chiuso in se stesso, conserva soltanto la propria forma e rimane sterile. Se invece si lascia affidare alla terra, entra in un processo di trasformazione che lo conduce alla fecondità.

La gloria del chicco di grano è racchiusa nel mistero della sua morte. Quando il chicco di grano si affida all’abbraccio della terra, nel suo grembo accetta nel buio e nel silenzio di morire, sprigionando da dentro di sé un’energia di fecondità.

Nel buio e nel silenzio, accettando di morire, rinasce a nuova vita: spiga.

Morire non significa perdere, ma trasformarsi

Se cerchiamo il centro della piccola parabola del seme, la nostra attenzione è subito attratta dal forte verbo «morire»: «Se il chicco non muore, se invece muore».

Ma l’accento logico e grammaticale della frase cade invece su due altri verbi, sono loro quelli principali: «rimanere solo» o «produrre molto frutto».

Il senso della vita di Cristo, e quindi di ogni uomo, si gioca sul frutto, sulla fecondità, sulla vita abbondante che lui è venuto a portare.

Non è il morire che dà gloria a Dio, ma la vita in pienezza. Fiorire non è un sacrificio.

Il germe che spunta dal chicco altro non è che la parte più intima e vitale del seme; non uno che si sacrifica per l’altro, ma l’uno che si trasforma nell’altro; non perdita ma incremento.

Seme e germe non sono due entità diverse, ma la stessa cosa: muore una forma ma per rinascere in una forma più piena ed evoluta, in una logica pasquale.

La parabola non celebra la distruzione, la passività o la sofferenza fine a se stessa. La morte del chicco indica il passaggio da una forma di esistenza chiusa a una forma nuova, capace di generare vita.

L’accettazione della morte apre al frutto e apre alla vita. Qui è tutta la logica della croce e ciò che Gesù ha cercato di vivere e annunciare nel suo ministero.

È così non per banale dolorismo, ma perché non c’è altra via per la vita!

«Chi ama la propria vita, la perde»

Gesù prosegue: «Chi ama la propria vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna».

Queste parole non invitano a disprezzare la vita, il corpo o le responsabilità quotidiane. Indicano piuttosto la necessità di non trasformare la propria vita in una realtà posseduta egoisticamente, difesa da ogni apertura, incapace di dono.

Cadere in terra e morire non è dunque solo la via per portare frutto, ma anche per «salvare la propria vita», cioè per continuare a vivere.

Così, paradossalmente, è proprio l’idea o il tentativo di «preservarsi», di rimanere in una determinata condizione di «esistenza», ciò che risulta davvero mortale.

Più si cerca di evitare la morte, a qualsiasi livello, e più, di fatto, si muore. La vita è di per sé un «divenire».

Ogni giorno, ogni mese, ogni anno assistiamo a una trasformazione continua del nostro corpo, a tratti più percettibile, come può essere la crescita di un neonato nell’arco di pochi mesi, a volte più lenta, come il passaggio da un’età adulta verso la vecchiaia.

Il punto, allora, è come vivere questa trasformazione inevitabile, come affrontare questa «morte» perché possa essere vita.

Forse proprio con l’accogliere la fine, la morte fisica, come condizione ineludibile di vita, la morte come «sorella» e compagna di vita.

E se si ama la vita allora non ha senso «preservarla» dalla morte, perché questo è «perdere la vita», ma ha senso accogliere e aderire alla vita, lasciando che «quel chicco» muoia per trasformarsi in pianta.

La chiamata del discepolo: servire e seguire Gesù

La logica del seme non riguarda soltanto Gesù: è anche la logica dei suoi discepoli di ogni tempo e luogo.

Infatti continua: «Se uno mi vuol servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo».

Quella strada non è tracciata solo per Gesù: è anche per i suoi discepoli di ogni tempo e luogo. Nessuno può sfuggire a questo doloroso passaggio.

La vita di Gesù mostra che amare è servire e servire è perdersi nella vita degli altri, morire a se stessi per far vivere.

Ogni discepolo, se vuole essere tale, deve imitare il Maestro entrando in questo dinamismo.

La storia del chicco di grano è quella di morire per moltiplicarsi; la sua funzione è quella di un servizio alla vita.

Anche noi possiamo essere il seme che dà la vita quando non pensiamo solo a noi stessi, ma ci apriamo all’amore di Dio e lo doniamo agli altri.

Dalla morte di Cristo viene il frutto della Risurrezione; dalla morte di ciascuno a se stesso e al proprio egoismo viene la vita dell’amore donato, che dà luce e speranza al mondo.

La gloria del chicco di grano è nella sua fecondità, che risiede nell’ora della sua morte. È mistero che esige una consegna radicale nel grembo dell’amore che supera l’autoreferenzialità, che colloca la propria vita a servizio della VITA.

È il mistero profondo dell’amore che accetta di perdere la vita per donare vita.

La croce come compimento della parabola

La parabola del chicco di grano trova la sua realizzazione piena nella croce. La seconda immagine che Gesù offre di sé, oltre al chicco, è la croce: «Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me».

Gesù invita a cercare nella croce la sintesi ultima del Vangelo. «Se volete capire me, guardate il chicco di grano; se volete vedermi, guardate la croce».

A questo punto Gesù dichiara conclusa la sua missione, con il giudizio del «principe di questo mondo» e l’innalzamento del Figlio dell’uomo: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».

Queste parole sono un’eco del Servo innalzato di cui parla Isaia: «Ecco, il mio servo avrà successo, sarà innalzato, onorato grandemente».

Si conclude così la parabola del nostro brano: i Greci che chiedono di vedere Gesù sono rimandati all’unico segno fedele e inequivocabile, il Crocifisso in tutta la sua gloria, che è anche gloria del Padre, vale a dire immagine eloquente dell’infinito amore di Dio.

La fede nasce da questa contemplazione: l’icona più eloquente ed efficace che Dio ha trovato per narrare il suo amore.

La suprema bellezza del mondo è quella accaduta sulla collina fuori Gerusalemme, quando l’infinito amore si lascia inchiodare in quel niente di legno e di terra che basta per morire. E poi risorgere, germe di vita immortale.

Io sono cristiano per attrazione, sedotto dalla bellezza dell’amore di Cristo.

Perché ciò che si oppone alla morte non è la vita, è l’amore.

La morte e la risurrezione come un unico mistero pasquale

Nel Figlio innalzato, la morte e la resurrezione di Gesù sono un tutt’uno e non l’una rivincita sull’altra.

Sono un tutt’uno perché narrazione di un medesimo amore, che osa morire, come il seme, come in un atto d’amore, nella certezza che da lì nascerà un frutto abbondante.

Come seme, Gesù entra nella terra del mondo: quella terra di cui i Greci si sono fatti portavoce ora accoglie il suo Signore; e da quella medesima terra egli sarà innalzato, perché tutti possano vederlo ed esserne attratti.

Il seme di frumento è profezia di pane, e Gesù afferma: anch’io sono un pane per la fame del mondo.

Il chicco entra nel buio della terra, ma il suo destino non è il buio. La sua morte è orientata alla spiga, al pane e alla vita condivisa.

Accettare di morire per rinascere significa rinascere spiga. Accettare di essere macinati per diventare pane significa assumere una forma di vita capace di assicurare la vita.

La gloria del chicco di grano è nella sua fecondità che risiede nell’ora della sua morte.

Gesù turbato davanti alla sua ora

Gesù affronta questo momento con l’animo di chi è e resta anche uomo. Non da eroe impassibile.

Mostra dunque anche la sua lotta: «Ora, l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».

Abbiamo qui la versione giovannea del combattimento nel giardino del Getsemani, quando Gesù affida a Dio, nel medesimo istante, la sua sofferenza e il suo affidamento, mettendo tutto nelle sue mani.

La voce che scende dal cielo a confermare Gesù in quel cammino ricorda l’angelo venuto a consolarlo, secondo il Vangelo di Luca.

Di fronte alla grandezza di quest’ora, che più tardi assumerà i colori dell’ora del parto, Gesù è profondamente turbato, tanto che una voce dal cielo lo consola e gli assicura che il Padre lo ama, che sarà glorificato per la sua fedeltà e radicalità all’amore.

La voce dal cielo che conforta Gesù sconcerta la folla. Due logiche sono a confronto: la logica del mondo e la logica del Padre, al quale Gesù è fedele.

Lo stesso Gesù, in quanto uomo, ha sentito il peso di questa legge. Ci autorizza a pensarlo il «turbamento» provato nel momento del suo «chicco morto» per produrre la nostra salvezza.

Come non andare con la mente nell’Orto degli Ulivi? Le sue preghiere, suppliche, forti grida e lacrime non sono diverse dalle nostre quando ci troviamo ad affrontare malattie, disgrazie, insuccessi, rovesci, abbandoni, tradimenti e solitudine.

Gesù è stato esaudito «per il suo pieno abbandono a lui», e lo ha glorificato, rendendolo «causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono», ma non lo ha liberato dal calvario e dalla morte in croce.

Anche noi veniamo esauditi se, anche con «forti grida e lacrime», accettiamo di essere il chicco caduto nel terreno per produrre «molto frutto» di verità, di bontà, di giustizia e di pace.

La logica del chicco contro la logica del mondo

Per «questo mondo» la parabola del chicco di grano diventa giudizio e condanna.

Il mondo, in questo Vangelo, è l’impero romano che garantisce pace attraverso conquista, dominazione, oppressione, esclusione, privilegi per coloro che lo servono, infine morte.

La logica del mondo cerca potere attraverso la forza, la competizione e il sacrificio degli altri. La logica del Padre si manifesta invece nel dono, nel servizio, nella condivisione e nell’amore.

La parabola del chicco di grano denuncia ogni sistema che mantiene il proprio potere sacrificando vite umane.

La comunità dei discepoli e delle discepole amate deve vivere la parabola del chicco di grano: accogliendo e vivendo relazioni di uguaglianza, senza discriminazione di etnia, classe sociale e genere; imparando a condividere il pane; assumendo la vita come servizio nella gratuità e radicalità dell’amore.

Realizzando la profezia di Gesù: «Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me».

Il binomio ora e glorificazione indica due realtà: il giudizio e la condanna del mondo che mantiene il suo potere sacrificando vite umane; e la rivelazione che, elevando lo sguardo e contemplando l’Uomo crocifisso, intravvediamo la dichiarazione appassionata e radicale dell’amore.

La comunità nasce ai piedi della croce, dal cuore trafitto che si fa utero che genera la nuova umanità.

Il mistero del chicco di grano si concretizza nella dichiarazione d’amore che è la kenosis della croce.

Il chicco di grano nella vita personale

La parabola del chicco di grano illumina anche le esperienze concrete dell’esistenza. Un progetto può sembrare caduto in terra e morto: fallito, oppure tolto a una persona e affidato a un altro che ne raccoglie i frutti.

Hai un progetto che ti sta sommamente a cuore; per esso hai lavorato, era diventato lo scopo principale nella vita, ed ecco che in breve lo vedi come caduto in terra e morto.

Ricordati del chicco di grano e spera.

I nostri migliori progetti e affetti devono passare per questa fase di apparente buio e di gelido inverno, per rinascere purificati e ricchi di frutti.

Se resistono alla prova, sono come l’acciaio dopo che è stato immerso in acqua gelida e ne è uscito «temprato».

Questa immagine non promette che ogni desiderio umano si realizzerà nella forma inizialmente immaginata. Indica invece che anche una perdita, una rinuncia o un fallimento possono diventare l’inizio di una vita più libera e feconda.

Quando un desiderio non si realizza

Una persona può trovarsi davanti a una scelta: continuare a girare intorno a un problema tutta la vita, vivendo di rimpianti e di amarezza, oppure accettare la situazione, riconciliarsi con se stessa e rendersi conto che la vita non è tutta lì.

C’è un mondo di possibilità e di potenzialità dentro di lei che aspetta di potersi esprimere attraverso altri legami e canali.

È come chi ha un chicco di grano e può o continuare a tenerlo stretto nella mano, finché inaridisce e muore, o affidarlo alla terra.

Affidarlo alla terra, in questo caso, significa rimettersi alla volontà paterna di Dio, in un atteggiamento non di passiva rassegnazione, ma di fiducioso abbandono alla Provvidenza.

Il rapporto di coppia è certamente importante e vitale, ma non è l’unico. L’uomo e la donna hanno un valore anche in se stessi, come individui, non solo come partner o metà di un altro.

La vita può diventare feconda attraverso il lavoro, l’amicizia, il volontariato, l’educazione, la cura degli altri e molte forme di servizio.

Non è, tutto questo, un modo meraviglioso per realizzare se stessi e rendere «feconda» la propria vita?

Quando il dolore sembra rendere sterile la vita

La parabola può illuminare anche la sofferenza di chi desidera un figlio e non riesce ad averlo.

Una donna, dopo sei anni di vana attesa di un figlio, era diventata triste, frustrata e ossessionata da quello che era divenuto, per lei, l’unico scopo della vita: concepire un figlio suo.

Era diventata amara, al punto da odiare tutte le donne che vedeva con un bimbo in braccio. Stava inaridendo il suo stesso matrimonio, riducendolo a quest’unico scopo.

Non riusciva a dire nel Padre nostro: «Sia fatta la tua volontà», per paura che Dio lo prendesse come una rinuncia da parte sua ad avere un figlio.

Era il chicco di grano che non voleva cadere in terra e morire.

Dopo anni di resistenza e di lotta, finalmente, aiutata da amici credenti, trovò il coraggio, in un momento di preghiera, di abbandonarsi a Dio e credere che, se lui le aveva dato «un cuore di madre», non era perché rimanesse vuoto e sterile.

Pianse una notte intera, ma alla fine aveva lasciato cadere il suo chicco di grano e aveva ritrovato la serenità.

Iniziarono le pratiche per un’adozione che, contrariamente a tutte le previsioni, andarono in porto in poche settimane.

Quando tenne, per la prima volta, tra le braccia la bambina adottata, capì subito perché Dio le aveva dato un cuore di madre.

Il significato della parabola, in questo caso, non è che ogni sofferenza produca automaticamente un risultato desiderato. Il suo messaggio è che il dono di sé può aprire strade nuove, anche quando la vita non assume la forma sperata.

Il chicco, la spiga e il pane

La gloria del chicco di grano non si esaurisce nella nascita della spiga. La spiga è composta da molti chicchi, e i chicchi sono raccolti, macinati e trasformati in farina.

La gloria del chicco di grano è racchiusa nell’uscita da se stesso, per unirsi ad altri chicchi di grano, insieme essere macinati, divenire farina, lasciarsi impastare e infine morire nel fuoco dell’amore per essere trasformati in pane che spande il suo profumo nell’intera casa e sazia la fame di molti.

Accettare di essere macinati per diventare pane che assicura la vita è un’immagine della trasformazione che conduce dal dono personale alla comunione.

Il chicco non vive per conservare indefinitamente la propria individualità isolata. La sua fecondità consiste nel diventare parte di una realtà più grande, capace di nutrire.

Così tu devi passare attraverso tutta questa elaborazione per poter arrivare a essere ciò che Dio desidera, cioè uno strumento di vita per molte anime.

Il frutto del sacrificio, della preghiera, dell’abnegazione e dell’esercizio continuo della carità verso i più bisognosi diventa sostanza offerta agli altri.

Come il chicco di grano è profezia di pane, così Gesù afferma: anch’io sono un pane per la fame del mondo.

La parabola e la vita della Chiesa

Se tutto ciò vale per un chicco e per ciascun essere vivente, ancor più vale per un essere umano e anche per la stessa comunità dei credenti, per la Chiesa.

Il vuoto e la solitudine che le nostre chiese oggi manifestano ricordano quel «chicco» e la sua solitudine, il rischio del ripiegamento e della chiusura.

Dietro vi è l’idea di pensare che ciò che è stato sia meglio di ciò che sarà, e così il nostro sguardo è sempre ancorato al passato e incapace di volgersi verso le possibilità che il futuro ci può offrire.

Ma è proprio l’accoglienza della morte ciò che apre al divenire, alla trasformazione e alla pienezza di vita.

Per questo costantemente il Vangelo ci chiede di convertirci, di volgere lo sguardo «perché il Regno dei cieli è vicino».

Una comunità cristiana vive la logica del chicco quando accoglie, condivide il pane, supera le discriminazioni, valorizza il servizio e non si chiude nella ricerca della propria conservazione.

La comunità dei discepoli è chiamata a essere una semina di amore che fa nascere amore.

È chiamata a divenire pane che sazia la fame di giustizia, solidarietà, libertà, uguaglianza e vita in pienezza.

La sofferenza e il mistero della fecondità

Le parole del Vangelo sono la legge del morire per vivere, del faticare per raggiungere il bene, del soffrire per arrivare alla gioia.

Sono l’interrogativo di sempre: «Perché ciò che è vero, che è buono, che è bello, che è giusto richiede fatica, mentre il contrario riesce facile e spontaneo?».

Nemmeno le menti più acute sono riuscite a trovare una risposta, perché la ricerca finisce sempre come quella di Giobbe che, dopo avere tentato in tutti i modi di capire, discutendo con Dio, si arrende.

La Bibbia non elimina il mistero della sofferenza e non offre una spiegazione capace di soddisfare ogni interrogativo.

La fede non trasforma la sofferenza in qualcosa di desiderabile, ma permette di attraversarla senza consegnarla all’assurdo.

Accettare la legge del chicco non significa subirla come una condanna, perché renderebbe la vita triste e amara, ma farne un impegno per produrre tutto il «molto frutto» possibile.

Anche noi veniamo esauditi se, persino con grida e lacrime, accettiamo di essere il chicco caduto nel terreno per produrre frutto di verità, bontà, giustizia e pace.

La sofferenza resta per tutti noi un grande mistero difficile da accettare e da comprendere, ma sappiamo che Gesù ha scelto la via della croce per renderci partecipi della sua gloria.

Il battesimo, la croce e la vita eterna

Sul piano umano e spirituale, se l’uomo non passa attraverso la trasformazione che viene dalla fede e dal battesimo, se non accetta la croce, ma rimane attaccato al suo naturale modo di essere e al suo egoismo, tutto finirà con lui, la sua vita va ad esaurimento.

Giovinezza, vecchiaia, morte. Se invece crede e accetta la croce in unione con Cristo, allora gli si apre davanti l’orizzonte dell’eternità.

La fede e il battesimo introducono nella dinamica pasquale: la persona non rimane prigioniera della propria forma precedente, ma viene trasformata dalla grazia.

Accettare di morire è l’unica possibilità di vivere veramente, di permettere che il seme si trasformi nella pianta che è già in sé.

«Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore. Quanto a ciò che semini, non semini il corpo che nascerà, ma un semplice chicco di grano o di altro genere».

Alla fine, questi chicchi di grano che cadono in terra e muoiono saremo noi stessi, i nostri corpi affidati alla terra.

Ma la parola di Gesù ci ha assicurato oggi che anche per noi ci sarà una nuova primavera.

Risorgeremo da morte, come il meraviglioso grano in erba sulle nostre colline, e questa volta per non morire più.

Che cosa significa vivere la logica del chicco di grano

  • Non chiudersi nell’autoreferenzialità, perché il chicco che rimane solo non produce frutto.
  • Accettare le trasformazioni inevitabili dell’esistenza senza identificare la vita con una sola condizione.
  • Lasciare che l’amore trasformi il dolore, la rinuncia e la fatica in servizio.
  • Seguire Gesù, perché «dove sono io, là sarà anche il mio servo».
  • Condividere il pane e la vita, rendendo la propria esistenza utile agli altri.
  • Vivere relazioni di uguaglianza, senza discriminazione di etnia, classe sociale e genere.
  • Guardare la croce non come una celebrazione della sofferenza, ma come rivelazione dell’amore che dona la vita.
  • Attendere la risurrezione, riconoscendo che il passaggio dal seme alla pianta è una trasformazione orientata alla pienezza.

Domande per la riflessione personale

Sei disponibile a vivere la logica del chicco di grano?

La tua vita esprime il dono di te stesso? È una semina di amore che fa nascere amore?

Sei consapevole che per essere seme di gioia, perché ci sia la gioia nel campo di frumento, è necessario il momento della semina?

Puoi dire di aver scelto il Signore se poi non abbracci con lui la croce?

Quando si scatena in te la dura lotta tra il «sì» e il «no», tra il coraggio e la paura, tra la fede e l’incredulità, tra l’amore e l’egoismo, ti senti smarrito pensando che tali tentazioni non si addicono a chi segue Gesù?

La domanda dei Greci risuona ancora: «Vogliamo vedere Gesù». La risposta del Vangelo conduce al chicco di grano e alla croce, dove l’amore accetta di donarsi per generare vita.

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