Don Giuliano Zatti: omelie, ministero e riflessioni sulla speranza cristiana

Don Giuliano Zatti è sacerdote della Diocesi di Padova, docente di teologia delle religioni e di monoteismi, responsabile del dialogo cristiano-islamico e, dal gennaio 2017, vicario generale della diocesi. Le sue riflessioni e i suoi interventi pastorali ruotano attorno alla formazione spirituale, alla vita della Chiesa, al dialogo, alla speranza, alla pace e alla concretezza della fede.

Tra i temi più significativi delle sue omelie e dei suoi interventi emerge l’idea di una fede vissuta nel quotidiano: la speranza non rimane un sentimento astratto, ma diventa cammino, servizio, ascolto, responsabilità e attenzione alle persone. Questa prospettiva è stata particolarmente evidente nella celebrazione eucaristica di chiusura del Giubileo ordinario 2025, introdotta proprio da don Giuliano Zatti attraverso le testimonianze di tre “pellegrini di speranza”.

Il ministero e la formazione di don Giuliano Zatti

Nato a Candiana (Pd) l’8 ottobre 1963, don Giuliano Zatti, è stato ordinato in Cattedrale a Padova il 12 giugno 1988, dal vescovo Filippo Franceschi. Come primo incarico, dal 1988 al 1991, è stato vicario parrocchiale alla Madonna Pellegrina in Padova.

Successivamente, a Roma (Collegio Capranica), dal 1991 al 1996, ha completato gli studi conseguendo la Licenza in Teologia fondamentale alla Pontificia Università Gregoriana e la Licenza in Studi arabi e islamistica al Pontificio Istituto di Studi Arabi e di islamistica. Rientrato a Padova, dal 1996 al 1999, è stato educatore in seminario Maggiore e segretario della Licenza in Teologia pastorale (1996-2000).

Sempre nell’ambito della formazione e del discernimento vocazionale, dal 1999 al 2012, è stato direttore della Comunità vocazionale di Casa Sant’Andrea. Dal 2012 è direttore dell’Istituto San Luca per la formazione permanente dei presbiteri e delegato vescovile per il diaconato permanente.

Contemporaneamente ai vari incarichi, negli anni, ha prestato servizio come cooperatore festivo nelle parrocchie di Pozzonovo, San Carlo in Padova, nell’unità pastorale di Cinto Euganeo, a Merlara e Cave.

Il ruolo di vicario generale della Diocesi di Padova

È don Giuliano Zatti il nuovo vicario generale della Diocesi di Padova, nominato dal vescovo Claudio Cipolla. A partire da gennaio 2017 prenderà il testimone da mons. Paolo Doni, che con la fine del 2016 lascia l’incarico e prosegue il suo ministero come amministratore parrocchiale a Bertipaglia (Pd).

Il vescovo Claudio ha annunciato la nomina prima di tutto ai presbiteri, ai diaconi, al Consiglio pastorale diocesano e agli uffici diocesani, con una lettera in cui, rinnovando la gratitudine a don Paolo Doni per il servizio prestato e gli auguri per il nuovo compito a Bertipaglia, ha ringraziato don Giuliano Zatti, a nome della Diocesi, per essersi reso disponibile nel delicato incarico di vicario generale, «un ruolo di grande visibilità e rilevanza anche a livello pubblico».

«L’ho scelto - ha scritto il vescovo comunicando la nomina - perché apprezzo il tratto discreto e umile, la preparazione teologica e spirituale, soprattutto nel dialogo interreligioso, la conoscenza dei preti e dei diaconi […] gli ho chiesto di unirsi a me per “servire” la nostra Chiesa».

Don Giuliano Zatti attualmente è direttore dell’Istituto San Luca per la formazione permanente del clero, delegato vescovile per il diaconato permanente e responsabile del Servizio diocesano per le relazioni cristiano-islamiche. È membro del Consiglio presbiterale e del Collegio dei Consultori, nonché docente di teologia delle religioni e di monoteismi in Facoltà teologica del Triveneto e all’Istituto superiore di Scienze religiose.

A livello triveneto è membro delle Commissioni CET (Conferenza Episcopale Triveneto) per il presbiterato e per il diaconato. A livello nazionale è membro del Gruppo Islam dell’Ufficio della Conferenza Episcopale Italiana per l’ecumenismo e il dialogo.

Le responsabilità del vicario generale

Il vicario generale è una figura prevista dal codice di diritto canonico che al can. 475 sottolinea: «In ogni diocesi il vescovo deve costituire il vicario generale affinché, con la potestà ordinaria di cui è munito […] presti il suo aiuto al vescovo stesso nel governo di tutta la Diocesi».

Il vicario generale ha, come il vescovo, potestà esecutiva su tutta la Diocesi: «la potestà cioè di porre tutti gli atti amministrativi ad eccezione di quelli che il vescovo si è riservato oppure che richiedono, a norma del diritto, un mandato speciale del vescovo» (can. 479); gli spettano le facoltà abituali che la sede apostolica concede al vescovo diocesano; è responsabile dell’attività della Curia e fa parte di diritto del consiglio episcopale.

Le omelie e il tema della speranza

Il tema della speranza occupa un posto centrale nella celebrazione eucaristica di chiusura del Giubileo ordinario 2025, celebrata il 28 dicembre in Cattedrale a Padova. La celebrazione si è aperta con le voci di tre “pellegrini di speranza” - oggi pomeriggio, 28 dicembre, in Cattedrale a Padova - la celebrazione eucaristica di chiusura del Giubileo ordinario 2025.

Il vicario generale, don Giuliano Zatti, ha introdotto così le loro testimonianze: «Esprimiamo gratitudine al Signore per quanto di ordinario e di straordinario ci ha donato nel corso dell’anno giubilare, augurandoci non siano mancati i frutti che solo lui conosce. Alcuni frutti, tuttavia, proviamo a raccontarli: non tutti, non esclusivi, certo, ma frutti buoni».

«Per questo motivo iniziamo la celebrazione ascoltando le voci di Nicola Benvenuti (educatore di Conselve), Francesca Gambato (giovane del Torresino) e Sandra Zerbetto (volontaria al santuario delle Sette Chiese a Monselice): tre frammenti di Giubileo, tre piccolo storie. Tutti siamo un po’ disperati, ma la speranza è un’avventura: anche le testimonianze che ora ascoltiamo ci restituiscono la speranza».

Nicola, Francesca e Sandra hanno raccontato, partendo dalla propria esperienza, tutta la concretezza della speranza, filo rosso del Giubileo ordinario 2025.

La speranza come presenza di Cristo nel cammino

Nicola, che ha partecipato al Giubileo degli adolescenti in aprile e a quello dei giovani in agosto (in entrambi i casi anche come inviato de La Difesa del popolo) ha condiviso una sua convinzione: «La speranza giubilare continuerà a guidare il mio cammino nella quotidianità alla sequela di Cristo, magari accidentato, come quello di ogni donna e uomo, sentendo però il Signore sempre vicino, anche e soprattutto nei momenti difficili della vita, anche attraverso le persone che egli ci pone accanto, lungo la via della nostra esistenza».

Francesca, che ha vissuto il Giubileo dei giovani, ha ricordato tre momenti particolari dell’esperienza. Tra questi la veglia a Tor Vergata: «Tor Vergata non è semplice da raccontare, solo a pensarci il cuore ancora aumenta il suo battito».

«Tutto il disagio e la fatica iniziali sono stati ripagati da quel grande silenzio che è sceso di fronte al Santissimo Sacramento. Non un silenzio svuotato, ma un silenzio abitato dalla Sua presenza, una presenza gentile, che entra teneramente nel cuore di ciascuno e lì ascolta il canto più sommesso e amoroso del proprio “Eccomi”».

Sandra, infine, ha restituito ciò che ha vissuto come volontaria - insieme ad altri “colleghi” - al santuario delle Sette Chiese di Monselice: «A conclusione di questo anno speciale possiamo dire che abbiamo vissuto la grazia del Signore in ogni volto e in ogni dialogo dei pellegrini. Il santuario è e resta luogo privilegiato dove poter sentire Dio più vicino a noi e continuare ad ottenere la sua Grazia».

Il Giubileo come esperienza concreta

È davvero difficile - anzi, impossibile! - raccogliere i frutti dell’anno giubilare. Impossibile perché ogni “pellegrino di speranza” li custodisce nel proprio cuore e, continuando a camminare sulle vie che il Signore gli dona, saprà come farli “sbocciare”.

Impossibile anche perché, guardando al Giubileo vissuto dalla Chiesa di Padova - tra appuntamenti in loco, nei luoghi giubilari, e pellegrinaggi a Roma - le persone coinvolte sono state tantissime.

Alla messa di chiusura, il 28 dicembre in Cattedrale, il vicario generale ha restituito un po’ di numeri (come aveva già anticipato sulla Difesa del 21 dicembre) per raccontare l’enorme vitalità che si è sprigionata nel 2025.

Alcuni dei frutti giubilari - «non tutti, non esclusivi, certo, ma frutti buoni» ha sottolineato don Giuliano Zatti - sono stati condivisi, il 28 dicembre, da tre pellegrini: Francesca Gambato, parrocchia del Torresino, che ha partecipato al Giubileo dei giovani; Nicola Benvenuti, parrocchia di Conselve, che ha accompagnato adolescenti e giovani agli appuntamenti giubilari (oltre che averli “seguiti” per la Difesa e per un quotidiano locale); Sandra Zerbetto, parrocchia del Duomo di Monselice, volontaria al santuario delle Sette Chiese.

«Ci sono momenti, viaggi, cammini, incontri che ti fanno scoppiare il cuore di gioia. Il Giubileo certamente è stato uno di questi».

Le testimonianze dei giovani

Francesca Gambato, 25 anni, ha sintetizzato l’esperienza vissuta a Roma dal 28 luglio al 3 agosto. Ha evidenziato, in particolare, che per i giovani padovani è stato «un Giubileo all’insegna della Provvidenza, dato che una settimana prima della partenza ci siamo ritrovati senza un luogo in cui alloggiare, ma anche questa disavventura ci ha insegnato la vera speranza e il nostro campo di tende, allestito in poco tempo presso la parrocchia dell’Olgiata a Roma, è stato una casa ospitale, capace di ricreare un ambiente semplice e familiare».

Francesca ha poi consegnato tre “fotografie” - le sue - della settimana vissuta a Roma a partire dal momento in piazza San Pietro, in cui il Credo è stato «pronunciato da tanti giovani: in modo individuale, ognuno con le domande che portava nel cuore, ognuno con la propria storia, il proprio cammino di fede, ma allo stesso tempo tutti insieme, come segno di sostegno vicendevole, di comunione, di cattolicità; un camminare insieme, come ci ha insegnato il Sinodo in questi anni».

Le altre due “fotografie” restituiscono la quotidianità del campo di tende all’Olgiata, fatta soprattutto di relazioni, e la potenza del silenzio durante l’adorazione eucaristica a Tor Vergata. «Ricordo che durante quel momento uno dei giovani si è girato verso il nostro “don” e gli ha detto: “Sono felice!”».

«Ho davvero fatto esperienza concreta di speranza».

Ne è convinto Nicola Benvenuti. «Al Giubileo degli adolescenti, in aprile, nel marasma della fiera di Roma dove eravamo alloggiati, ho presente l’attenzione che gli animatori hanno avuto per i ragazzi».

«Lungo il cammino vissuto con i giovani a fine luglio, tra Fanano e Pistoia sull’Appennino tosco-emiliano, abbiamo percorso un tratto molto impegnativo sotto una pioggia battente che ci ha accompagnato per oltre sei ore. Più di qualcuno era in difficoltà… I più allenati si sono offerti di portare lo zaino di chi era in affanno o hanno sostenuto chi arrancava. Tutto è avvenuto senza che noi educatori lo chiedessimo».

Il santuario come luogo di speranza

Durante l’Anno santo, oltre ventimila persone hanno fatto tappa al santuario delle Sette Chiese di Monselice, uno dei luoghi giubilari della Diocesi. I pellegrini sono stati accolti dai volontari del gruppo parrocchiale “Gli amici della pieve e del santuario”.

«È stata per noi come un’esperienza donativa - ha raccontato Sandra Zerbetto - abbiamo donato attenzione e vicinanza con discrezione e cura. Come volontari, inoltre, abbiamo ricevuto molto dalle storie che abbiamo ascoltato».

«Da questa esperienza ci portiamo a casa tre considerazioni: la grande protagonista dell’anno giubilare 2025 è stata la preghiera; sono stati numerosi i giovani, italiani e stranieri, che hanno percorso la via del santuario, mostrando una spiritualità vivace e frizzante; il santuario è e resta luogo privilegiato dove poter sentire Dio più vicino a noi e continuare a ottenere la sua grazia».

Giovani pellegrini in preghiera al santuario

La speranza nell’omelia del vescovo Claudio Cipolla

Alle loro voci si è unita, nell’omelia, quella del vescovo Claudio. «È stato bello per me partecipare direttamente al Giubileo degli adolescenti e dei giovani: ho visto il Signore toccare il cuore di tanti!».

«L’ho percepito dai loro sorrisi rinnovati e dalle loro preghiere. Sono stati una bella testimonianza e vorrei ringraziarli a nome della nostra Chiesa. Per molti di loro prendere in considerazione che Dio c’è e che vuole loro bene personalmente, ha aperto uno squarcio di luce nel loro cielo, spesso buio».

Ha poi ricordato alcune esperienze giubilari vissute in Diocesi: «Vari ambienti e situazioni di vita hanno celebrato il giubileo insieme, spesso aiutati dagli uffici diocesani, dandosi appuntamento in varie sedie della nostra Diocesi».

«Penso agli ammalati e a chi si prende cura di loro professionalmente o in forza di legami familiari, penso anche al mondo variegato del volontariato sociale, a quanti si occupano di annunciare la pace ed hanno aderito al mese di preghiera invocando la nostra conversione perché si realizzi e ci sia pace a Gaza, in Ucraina e in tutti i paesi del mondo; penso alla giornata sul Creato, altro dono di Dio, vissuto a Villaverla… Sono solo alcuni esempi e ricordi del nostro pellegrinare perché il dono della speranza ci dia forza nell’impegno».

Perdonare, amare e portare pace

Don Claudio ha richiamato l’importanza, a conclusione dell’anno giubilare, «di fare tesoro di una esperienza che in realtà riguarda ogni anno, ogni giorno, ogni istante della vita: essere perdonati per perdonare, sentirsi amati per amare, percepirsi rappacificati per portare pace».

«In un tempo della storia che sembra segnato da nubi oscure, e dominato da pochi uomini potenti e prepotenti che umiliano interi popoli; in un tempo in cui le ideologie indeboliscono la gioia del vivere e la vita stessa di giovani, di donne, di bambini, di anziani ed ammalati; in un tempo in cui regnano logiche finanziarie che penalizzano i poveri, in cui dilagano le guerre e non c’è margine allo sfruttamento della madre terra e dell’ambiente».

L’anno del Giubileo ci riporta alla speranza di vedere oltre le nubi, il sereno.

«La Parola di Dio ci rassicura e ci dona forza per riprendere con rinnovata fiducia il cammino del nostro esistere: la speranza vive in Giuseppe al quale è apparso un angelo in sogno; Giuseppe fa esperienza dell’intervento di Dio proprio perché in ascolto».

«L’ascolto gli permette di guardare con amore al futuro del Bambino e della Madre e per il loro bene va in Egitto. L’amore si trasforma in fiducia nel futuro e la speranza nelle cose che non si vedono mette in cammino».

«È una bella icona del nostro Giubileo: Giuseppe prende con sé il Bambino e sua Madre, obbedendo al Signore e tracciando un segno della realizzazione delle Scritture. Giubileo è proprio questo: accogliere e obbedire all’Angelo del Signore, alla sua Parola e prendere con sé il Bambino e sua Madre».

La speranza come dono e progetto di vita

La speranza, per mons. Cipolla «è un dono prezioso consegnato agli uomini e alle donne di tutti i tempi; si accompagna alla pace, alla giustizia, all’amore. È un dono consegnato nelle mani di ogni persona».

«La speranza non è solo sentimento è di più: deve prendere corpo cioè diventare ricerca, esperienza concreta e storica, progetto di vita; deve andare in Egitto, luogo di schiavitù e di rifugio».

«Soltanto se cercata e alimentata ogni giorno la speranza resta viva e dona vita alla pace, alla giustizia, all’amore. Come Dio è diventato tempo e corpo, così i doni che Dio ha condiviso con gli uomini attraverso la sua Incarnazione, la sua Pasqua e con l’intera vita di Gesù, esistono nella misura in cui diventano storie umane, corpi di uomini e donne».

Il dono della speranza diventa anima della nostra vita perché è cammino, viaggio!

Il vescovo Claudio ha concluso l’omelia con un auspicio: «Le nostre mani possano assomigliare a quelle dei lavoratori, mani diverse dalle mani di chi per paura nasconde sotto terra i talenti ricevuti».

«La speranza è paziente, è benigna, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (il riferimento è all’Inno alla carità, ndr)».

«La speranza è figlia della carità e in tutto le assomiglia: questo ho imparato e questo la nostra Chiesa deve testimoniare per amore del Vangelo e in forza della sua fede nel Signore Gesù».

Omelie, vita pastorale e attenzione alle persone

La riflessione sulla speranza si inserisce nel più ampio servizio pastorale di don Giuliano Zatti, segnato dalla formazione del clero, dal discernimento vocazionale, dal dialogo interreligioso e dalla responsabilità nella vita della diocesi.

La sua preparazione teologica e spirituale, soprattutto nel dialogo interreligioso, è stata indicata dal vescovo Claudio Cipolla tra le ragioni della scelta per l’incarico di vicario generale. La conoscenza dei preti e dei diaconi e il tratto discreto e umile sono stati collegati a un servizio inteso come partecipazione al governo della diocesi e come disponibilità a “servire” la Chiesa.

Le omelie e gli interventi collegati al suo ministero si collocano così all’interno di una Chiesa che ascolta le esperienze delle persone, valorizza i cammini comunitari e collega la celebrazione liturgica alla vita concreta.

La pace e la memoria nella spiritualità del santuario

Il legame tra spiritualità, memoria, pace e cammino emerge anche nelle attività della Basilica-Santuario dei santi Vittore e Corona di Feltre. Il santuario ha accolto celebrazioni, incontri, percorsi spirituali e iniziative dedicate alla riflessione sulla guerra e sulla pace.

È stato il chiostro della basilica-santuario dei santi Vittore e Corona ad ospitare, nella serata di venerdì 1 agosto, la commemorazione ufficiale per Feltre e per il Feltrino del novantesimo anniversario della fine della prima guerra mondiale.

Erano presenti le autorità civili e militari con i gagliardetti dei gruppi Ana (Associazione nazionale Alpini) del Feltrino. Al ricordo dei fatti bellici e cruenti del ’15-’18, evocati dalle poesie di Ungaretti declamate nella commemorazione, si è affiancato un ricordo di pace: la grande processione che portò, nel giugno 1943, 40.000 abitanti di Feltre e del circondario alla rocca del Miesna, per invocare, nel ciclone della seconda guerra mondiale, la fine della guerra, il ritorno dei reduci di Russia e la pace nel mondo.

“Sessantacinque anni fa - ha detto al microfono monsignor Giulio Perotto, attuale parroco di santa Maria degli Angeli in Feltre, che partecipava a quella celebrazione: come vice cerimoniere - il regime non ammetteva nemmeno le preghiere per la pace: fu un atto di coraggio quello che il Vescovo Cattarossi compì con l’invitare tutti i feltrini alla celebrazione”.

Molti i ricordi portati alla luce dall’orazione di monsignor Perotto, che è in grado di indicare dove era l’altare e mille altri dettagli di quella imponente manifestazione di fede: dai nomi dei celebranti e dei loro assistenti (diacono e suddiacono: monsignor Antonio Slongo, famoso arciprete di Lamon, e monsignor Pietro Tiziani, Vicario generale).

“Fu il grande rispetto che si doveva a monsignor Cattarossi, oramai negli ultimi mesi di vita - sarebbe morto nel 1944, ndr - che dissuase le autorità civili, fedeli al regime di Mussolini, dal boicottare la celebrazione”.

Fu in quella occasione che si compì la prima ricognizione delle reliquie dal quindicesimo secolo: le ossa dei martiri furono per la prima volta nella storia esposte, in una teca di cristallo, alla vista dei feltrini e sostarono per alcuni giorni in Cattedrale.

Monsignor Perotto ha lasciato la parola a Vico Calabrò, autore dell’affresco - una delle sue prime opere - che decora l’ex-sagrestia del santuario, ora sede della segreteria: Calabrò ha svelato il significato dei dettagli di una delle sue opere più grandi, dove la processione dei feltrini e delle anime dei reduci di Russia si uniscono attorno all’arca dei martiri.

In precedenza erano intervenuti il Vescovo, monsignor Giuseppe Andrich e poi Maurizio Zatta, assessore del Comune di Feltre e Teresa De Bortoli, consigliere della Provincia di Belluno.

Zatta ha ricordato l’impegno per la pace di monsignor Savio, vescovo di Belluno-Feltre dal 2001 al 2004, mentre il consigliere De Bortoli ha invitato a riflettere su cosa significhi educare i bambini alla pace.

La dottoressa Laura Pontin, in rappresentanza dell’associazione “Il Fondaco per Feltre”, ha illustrato la mostra fotografica con gli scatti fotografici della processione del 1943.

Nella lettura di pagine scelte da Rigoni Stern e Giulio Bedeschi, oltre che dai diari, recentemente pubblicati, dei reduci feltrini di Russia, i presenti hanno rivissuto la sofferenza tragica dei propri avi; ricordi vividi, capaci di impressionare - e quindi di scacciare dalla propria cultura anche il solo pensiero della guerra - chi ha vissuto il più lungo periodo di pace in Europa dalla storia dell’umanità.

Processione del 1943 al santuario

La memoria della processione del 1943

È stata trasferita da pochi giorni dai locali del Duomo di Feltre nel chiostro del santuario, dove rimarrà visitabile per tutta l’estate, la mostra fotografica sulla grande processione del 1943, quando le genti feltrine (30.000) persone salirono la rocca del Miesna, al seguito delle reliquie dei santi martiri, per implorare la fine della guerra e il ritorno dei dispersi in Russia.

Il cammino dal santuario di San Vittore alla Madonna del Grappa si è svolto carico del ricordo della prima guerra mondiale, terminata 90 anni fa, e del 65esimo anniversario dell’imponente processione al Santuario dei santi martiri, voluta dalle genti feltrine nel 1943 per invocare la fine della guerra ed il ritorno a casa dei dispersi in Russia.

Alle 18 presso la basilica-Santuario si accende il tripode che salirà al sacrario di Cima Grappa. Gli organizzatori hanno voluto l’accensione del tripode per commemorare “tante spose e madri che, pur strette dall’angoscia, durante i lunghi anni della guerra hanno provveduto da sole a sopperire alle necessità delle famiglie e a tenerle unite”.

Spiritualità, predicazione e formazione

La Basilica-Santuario dei santi martiri Vittore e Corona ha proposto giornate spirituali aperte a tutti, esercizi spirituali e percorsi di formazione. Dal 15 al 17 agosto, il rettore del santuario monsignor Secondo Dalla Caneva propone le giornate spirituali, aperte a tutti, sul tema “Il segreto della speranza”: il piccolo corso inizia venerdì 15 agosto, alle 10, per concludersi nel pomeriggio di domenica 17.

Dall’1 al 4 settembre, don Pasquale Campigotto, parroco di Villabruna, conduce gli Esercizi spirituali per donne. Il tema 2008, “Dai comandamenti alle beatitudini”.

La visita al complesso del santuario e della Casa esercizi si è svolta anche sulla falsariga della Lettera comune della Conferenza episcopale triveneta sugli Esercizi spirituali, del 16 febbraio 2007, in cui i Vescovi di Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige ricordano la necessità di vivere annualmente l’esperienza degli esercizi spirituali, sia per i sacerdoti che per i laici, pena un annuncio poco entusiasta della Parola di Dio e una celebrazione dell’Eucaristia ripetitiva e non capace di coinvolgere.

La Casa esercizi annessa al Santuario, con le sue proposte di spiritualità aperte a tutti, conosce ora l’appoggio dei Vescovi del Triveneto.

La predicazione medievale e il tema del peccato

La riflessione sulla predicazione cristiana è stata affrontata anche attraverso la terza edizione de La via al Santuario, itinerario musicale, poetico e di conoscenza entro la spiritualità medievale e della rinascenza.

La terza edizione de La via al Santuario. Itinerario musicale, poetico e di conoscenza entro la spiritualità medievale e della rinascenza, prosegue nel mese di settembre affrontando esclusivamente il tratto italiano della via Francigena, con particolare attenzione alle tappe del parmense e alla meta d’arrivo, Roma.

Già nel mese di luglio il percorso aveva affrontato il tema del peccato dell’uomo e della libera scelta fra il bene e il male che cifra la nostra esistenza quotidiana.

Martedì 22 luglio, alle ore 20.45, nel santuario basilica dei santi Vittore e Corona, si tiene la performance “Cronaca saecularis. La denuncia del peccato in epoca medioevale”.

Si tratta di un concerto drammatizzato, incentrato sui sermoni di Bernardino da Feltre, con musiche di Philippe De Vitry e Nicola da Perugia, oltre che anonimi dai Carmina Burana moralia.

L’ossatura dei testi invece è tratta dai Sermoni del beato Bernardino da Feltre (1439-1494), di Giacomino da Verona, autore del De Babilonia civitate infernali e De Jerusalem Celesti, e un anonimo dei Laudari perugini.

“Nel corso del Trecento - scrive Elena Modena - testi d’impegno morale sono intonati da poeti e notabili a stretto contatto con le corti, che lamentano il prevalere di maldicenza, avarizia, discordia sulla corretta gestione dei rapporti sociali e sulla buona conduzione delle relazioni personali”.

“In ambito musicale ad essi fa eco l’acume tagliente della scrittura di Philippe de Vitry. A loro volta, nel passaggio fra l’evo medio e l’età della rinascenza, i sermoni del beato Bernardino da Feltre attestano eloquentemente la necessità di elaborare con ferma intenzione la tematica del peccato”.

La parte musicale è affidata a In unum ensemble, composto da Sara Magon, Elena Modena, Claudio Zinutti, Ilario Gregoletto, Pino Costalunga.

La Parola, l’ascolto e l’esperienza umana

Il percorso spirituale proposto attraverso le celebrazioni, le omelie, gli esercizi e i pellegrinaggi mette in relazione la Parola, l’ascolto e l’esperienza umana.

In tal modo la conoscenza cui ci apriamo tramite la parola può vestirsi della concreta esperienza dell’udire e del vedere. Questo specifico intendimento conferisce ulteriore senso all’itinerario che La via al Santuario propone della sua interezza: un percorso realizzato idealmente - ovvero senza spostarsi fisicamente attraverso i luoghi che segnano la via Francigena - ma tuttavia vissuto senza preclusione alcuna delle umane possibilità del sentire e del riflettere.

Queste, riunendosi di fronte alle espressioni dell’arte e del pensiero, non possono che trarre le une dalle altre reciproca forza, rinsaldando, nella percezione di quanti ne sono coinvolti, il senso profondo della propria unità di creature dell’universo.

Questa impostazione aiuta a comprendere anche il valore pastorale dell’omelia: la parola proclamata e spiegata nella celebrazione non è separata dalla vita, ma intende orientare il discernimento, la preghiera, le relazioni e le scelte concrete.

Dialogo interreligioso e servizio ecclesiale

La formazione di don Giuliano Zatti comprende in modo particolare il dialogo interreligioso. Il suo percorso di studi a Roma ha unito la teologia fondamentale agli studi arabi e islamici, mentre il suo servizio ecclesiale lo ha portato a occuparsi delle relazioni cristiano-islamiche.

Don Giuliano Zatti attualmente è direttore dell’Istituto San Luca per la formazione permanente del clero, delegato vescovile per il diaconato permanente e responsabile del Servizio diocesano per le relazioni cristiano-islamiche.

È membro del Consiglio presbiterale e del Collegio dei Consultori, nonché docente di teologia delle religioni e di monoteismi in Facoltà teologica del Triveneto e all’Istituto superiore di Scienze religiose.

A livello triveneto è membro delle Commissioni CET (Conferenza Episcopale Triveneto) per il presbiterato e per il diaconato. A livello nazionale è membro del Gruppo Islam dell’Ufficio della Conferenza Episcopale Italiana per l’ecumenismo e il dialogo.

Il dialogo interreligioso si collega alla visione della speranza come responsabilità storica: la pace, la giustizia e l’amore diventano reali nella misura in cui prendono corpo nelle storie umane, nelle relazioni e nelle scelte degli uomini e delle donne.

Il funerale cristiano e la memoria nel nome di Cristo risorto

Tra gli interventi pastorali collegati al ministero di don Giuliano Zatti figura anche la riflessione sui funerali nel tempo della pandemia. Il tema è stato espresso nel titolo: “Ognuno sarà ricordato nel nome di Cristo risorto”.

La memoria cristiana delle persone defunte si colloca nella fede nella risurrezione e nella celebrazione della vita ricevuta, vissuta e affidata a Dio. La preghiera e la liturgia diventano così luoghi in cui il dolore viene condiviso e la memoria personale viene custodita nella speranza cristiana.

Questa attenzione alla memoria si collega ai temi presenti nelle omelie e nelle celebrazioni: l’ascolto delle storie, la vicinanza alle persone, la cura delle comunità e la fiducia nella presenza di Dio anche nei momenti più difficili.

Il pellegrinaggio come immagine della vita cristiana

Il pellegrinaggio è una delle immagini più ricorrenti nei percorsi spirituali collegati al santuario e nelle riflessioni sulla speranza. Il dono della speranza diventa anima della nostra vita perché è cammino, viaggio!

Il Giubileo è stato presentato come un’esperienza fatta di viaggi, incontri, silenzi, preghiera, fatica e servizio. La speranza non viene descritta come una condizione già compiuta, ma come una realtà che si alimenta lungo la strada.

«La speranza non è solo sentimento, è di più: deve prendere corpo cioè diventare ricerca, esperienza concreta e storica, progetto di vita. Soltanto se cercata e alimentata ogni giorno resta viva e dona vita alla pace, alla giustizia, all’amore».

La stessa prospettiva appare nei cammini verso il santuario e nella Via Francigena, intesa come itinerario spirituale e culturale. L’esperienza del movimento fisico o ideale diventa occasione per riflettere sulla propria esistenza, sulla libertà, sul peccato, sulla conversione e sulla relazione con gli altri.

Pellegrinaggio quaresimale al Dominus Flevit: Il silenzio di chi soffre!

La celebrazione come spazio di ascolto

La celebrazione eucaristica di chiusura del Giubileo 2025 mostra una modalità pastorale nella quale l’omelia è preceduta dall’ascolto di testimonianze concrete. Le voci di Nicola, Francesca e Sandra hanno permesso alla comunità di riconoscere la speranza in situazioni diverse: nell’esperienza dei giovani, nell’accompagnamento educativo e nel servizio volontario.

Questa scelta ha dato alla celebrazione una struttura fondata sull’ascolto e sulla condivisione. Le testimonianze non sono rimaste episodi isolati, ma sono state inserite nella preghiera e nella riflessione liturgica.

La speranza è stata così descritta attraverso relazioni, cammini, fatiche, silenzi, accoglienza e attenzione. La parola dell’omelia ha raccolto queste esperienze e le ha ricondotte alla prospettiva del Vangelo.

Il modello è coerente con l’idea che la fede debba diventare storia umana, corpo, gesto e responsabilità. «Come Dio è diventato tempo e corpo, così i doni che Dio ha condiviso con gli uomini attraverso la sua Incarnazione, la sua Pasqua e con l’intera vita di Gesù, esistono nella misura in cui diventano storie umane, corpi di uomini e donne».

Temi ricorrenti nelle omelie e nelle riflessioni

  • Speranza: non soltanto sentimento, ma ricerca, esperienza concreta, progetto di vita e forza per affrontare il cammino quotidiano.
  • Ascolto: disponibilità alla Parola di Dio, alle persone, alle testimonianze e alle situazioni concrete della vita.
  • Cammino: il pellegrinaggio come immagine della vita cristiana e della crescita nella fede.
  • Preghiera: esperienza centrale del Giubileo e dimensione privilegiata della vita del santuario.
  • Pace: impegno ecclesiale e sociale, memoria delle guerre, educazione dei bambini e preghiera per i popoli.
  • Carità: capacità di perdonare, amare, portare pace, sostenere chi è in difficoltà e custodire la verità.
  • Dialogo: attenzione alle relazioni tra cristiani e musulmani e alla conoscenza delle religioni.
  • Servizio: responsabilità verso la Chiesa, il clero, i diaconi, i giovani, i pellegrini e le comunità.
  • Memoria: custodia delle storie personali, delle vittime della guerra, dei defunti e delle esperienze vissute dalla comunità.
  • Formazione: esercizi spirituali, formazione permanente del clero, discernimento vocazionale e approfondimento teologico.

Il significato pastorale della speranza

La speranza, nelle riflessioni legate alle omelie e agli interventi di don Giuliano Zatti, appare come una realtà ricevuta e al tempo stesso affidata alla responsabilità delle persone.

La speranza è un dono prezioso consegnato agli uomini e alle donne di tutti i tempi; si accompagna alla pace, alla giustizia, all’amore. È un dono consegnato nelle mani di ogni persona.

La sua autenticità si riconosce quando diventa gesto, servizio, pazienza, prossimità e capacità di sostenere chi è fragile. L’esperienza dei giovani che si aiutano durante un cammino difficile, dei volontari che accolgono i pellegrini e delle comunità che pregano per la pace mostra la speranza nella sua dimensione concreta.

La speranza è paziente, è benigna, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

La speranza è figlia della carità e in tutto le assomiglia: questo ho imparato e questo la nostra Chiesa deve testimoniare per amore del Vangelo e in forza della sua fede nel Signore Gesù.

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