La contrapposizione tra Martin Lutero e Thomas Müntzer nacque dal diverso significato attribuito alla Riforma: Lutero voleva mantenere il rinnovamento soprattutto sul piano religioso e riconosceva l’obbedienza all’autorità nelle questioni terrene, mentre Müntzer riteneva necessario trasformare anche l’ordine politico e sociale per instaurare il Regno di Dio sulla Terra.
Tra il 1524 e il 1526, nei territori di lingua tedesca del Sacro Romano Impero, masse crescenti di diseredati iniziarono a recepire in modo assolutamente nuovo il senso delle Sacre Scritture. Se ogni uomo è stato creato uguale, come il cristianesimo dice di insegnare, quell’uguaglianza iniziò a essere pretesa sul serio, accendendo una rivolta senza precedenti nel cuore dell’Europa.
Alla testa dei ribelli vi era Thomas Müntzer, un pastore originario della Bassa Sassonia, secondo cui era possibile spiegare ogni ingiustizia commessa sulla pelle del popolo e ogni sofferenza a cui lo stesso popolo era costretto con la demoniaca alleanza che, nel nome del profitto, aveva sottratto agli ultimi persino la parola di Dio.
La Riforma e la nascita di due orientamenti
Il XVI secolo in Europa è famoso per lo scisma avvenuto nella cristianità fra cattolici e protestanti. Difficilmente, in un qualsiasi manuale di scuola, si evita di menzionare Lutero e il suo tentativo di purificare il mondo cristiano dalle sue nefandezze.
Il 31 ottobre 1517, come comunemente raccontato, Lutero affisse le cosiddette 95 tesi alla porta della chiesa del castello di Wittenberg. Questo testo di critica al sistema delle indulgenze, assieme e successive opere, espresse quel tentativo di rinnovamento religioso che, basandosi sul Vangelo come vera fonte del cristianesimo, voleva epurare questo dalla corruzione sopravvenuta nel tempo.
Un tentativo che volle muoversi su un piano strettamente religioso, ma che ebbe ripercussioni politiche enormi sull’assetto europeo dell’epoca. Ciò non avvenne solo perché alcune sue proposte minavano il potere avuto dalla Chiesa sui fedeli fino ad allora: la lettura diretta della Bibbia, senza la mediazione del sacerdote, nonché l’idea che fossero i fedeli a eleggere il proprio parroco, erano sicuramente posizioni che sconvolgevano in parte l’assetto del sistema cattolico.
La rottura con la Chiesa cattolica avvenuta in seguito alla sua opera portò alla proliferazione di nuovi predicatori. Uno di questi era proprio Thomas Müntzer il quale, dopo alterne vicende e peregrinazioni, giunse nella città di Allstedt, in Turingia.
Qua, rifacendosi alle posizioni iniziali di Lutero, iniziò a predicare una Riforma assai più radicale e violenta di quella che, nel frattempo, si stava realizzando in seguito alla “svolta moderata” del riformatore di Wittenberg.
Il contesto sociale della rivolta contadina
Si parla di un periodo in cui, nella Germania di inizio XVI secolo, il sistema feudale non era più saldo come un tempo e si stavano facendo avanti nuove istanze; soprattutto si tratta di un periodo caratterizzato da crisi agrarie e da un costante impoverimento dei contadini, obbligati dai signori feudali - di fronte alla minor resa data dall’agricoltura - a maggiori prestazioni di lavoro, nonché a forti vincoli alla loro libertà, onde evitare che abbandonassero i campi o emigrassero nelle città.
Allo sfruttamento del proprio signore non va dimenticato il peso che gravava sulle spalle dei contadini a causa della decima dovuta alla chiesa, oltre alle imposte chieste dagli stati territoriali tedeschi per il loro sviluppo. Questi elementi, oltre ad altri ben spiegati nella prima parte del libro, mostrano come ci fosse un contesto particolarmente “esplosivo”, da cui già erano scaturite delle rivolte contadine, poi soffocate nel sangue.
Un contesto che spingeva gli ultimi della società ad aspirare a un cambiamento politico, senza dimenticare l’aspirazione diffusa dell’epoca a un rinnovamento religioso, favorita fra l’altro da quelle correnti umanistiche che in Germania criticavano la decadenza morale del clero.
Oltre a questo, non mancarono persone capaci di tradurre la richiesta di rinnovamento religioso su un piano politico, come alcuni principi tedeschi - che vi videro l’occasione di indebolire la dipendenza dal potere imperiale a cui erano sottoposti - o soprattutto gli “ultimi” - contadini specie, ma anche minatori, proletari cittadini, ecc. -, che nel protestantesimo lessero una giustificazione a lottare contro un ordine terreno fatto di ingiustizie e sfruttamento, ben lontano dai precetti cristiani.
La teoria dei due regni di Lutero
Lutero che, dal canto suo, era interessato a portare avanti un cambiamento strettamente sul piano religioso, senza criticare l’autorità temporale allora vigente. La sua «teoria dei due regni» poneva, da un lato, il Vangelo, «visto come unico legame con Dio nella comunità dei credenti»; dall’altro, «l’obbedienza all’autorità in tutte le questioni terrene» (Martin Freiberger, Teologia dell’insurrezione), in quanto potere voluto da Dio e a cui il popolo doveva sottomettersi.
La cornice degli eventi era quella della Riforma iniziata nel 1517 da Martin Lutero. La rottura con la Chiesa cattolica avvenuta in seguito alla sua opera portò alla proliferazione di nuovi predicatori.
Su questa posizione di stacco fra religioso e politico - sulla cui attuabilità, come vedremo, ci sono molti dubbi - non rimasero di sicuro molti contadini all’epoca, che mostrarono il coraggio di far sentire la voce degli oppressi (si pensi a I 12 articoli principali di tutti i contadini e le rivendicazioni politiche ivi contenute), come non vi rimase una delle principali guide di quell’insurrezione che scoppiò nel 1525: Thomas Müntzer.
Il Vangelo, sottolineò Lutero, non insegna a ribellarsi contro l’autorità, voluta da Dio per mantenere l’ordine in terra. Non sta poi ai contadini giudicare chi comanda: «l’autorità ingiusta e malvagia non giustifica affatto né l’organizzazione di bande né la sedizione.
Infatti punire la malvagità non è compito del singolo, bensì dell’autorità terrena, la quale porta la spada, come dicono Paolo (Rom.13,4) e Pietro (1 Pietro 3)[=2,13-14]: «L’autorità è stata imposta da Dio, per punire i malfattori»» (Martin Lutero, Esortazione alla pace. A proposito dei 12 articoli).
La visione rivoluzionaria di Müntzer
Tra coloro che maggiormente diedero una forma a quest’ultima ispirazione di rinnovamento, vi è certamente Thomas Müntzer: un pensatore e attore religioso e politico di primo piano per l’epoca.
Parroco che aveva trascorso i suoi anni di predicatore in «compagnia degli ultimi» e nella «frequentazione delle masse di contadini affamati e diseredati» (ivi), Müntzer ebbe occasione ripetutamente di conoscere le situazioni miserevoli di vita della maggioranza della popolazione.
Una conoscenza che lo spinse a concepire una religiosità che, andando oltre le posizioni di Lutero, sottolineasse l’importanza di sviluppare un vivere in società basato sulla moralità e sui precetti del Vangelo.
Com’era possibile che un cristiano accettasse un mondo fatto di oppressi e di oppressori? Un mondo dove «i signori e i prìncipi sono l'origine di ogni usura, d'ogni ladrocinio e rapina; essi si appropriano di tutte le creature: dei pesci dell'acqua, degli uccelli dell'aria, degli alberi della terra (Isaia 5, 8).
E poi fanno divulgare tra i poveri il comandamento di Dio: "Non rubare". Ma questo non vale per loro. Riducono in miseria tutti gli uomini, pelano e scorticano contadini e artigiani e ogni essere vivente (Michea, 3, 2-4); ma per costoro, alla più piccola mancanza, c'è la forca.» (Thomas Müntzer, Confutazione ben fondata).
Müntzer vedeva nella riforma religiosa l’atto necessario e rivoluzionario per instaurare il Regno di Dio, il regno di pace e giustizia sulla Terra.
Il predicatore, quindi, iniziò a scagliarsi anche contro la nobiltà tedesca, denunciandone l’oppressione e l’opposizione all’instaurazione sulla Terra del Regno di Dio, ossia di quella comunità in cui non ci sarebbero più state differenze sociali e alla cui base sarebbe stata la Chiesa rigenerata.
La condivisione dei beni, che avvicinava Platone e l’umanista More al cristianesimo evangelico, sarà per il riformatore di Allstedt - diventata l’anti-Wittenberg - un sogno profetico da realizzare in un Regno terreno di Cristo senza empi e peccatori, regolato da principi di moralità e giustizia in coerenza con la parola di Dio.

La rottura tra Lutero e Müntzer
La svolta violenta del riformatore di Stolberg, infatti, avvenne in seguito alla repressione che la sua attività aveva subito in diversi luoghi quali, per esempio, Zwickau e Praga.
A sua volta la necessità di questa svolta può spiegarsi con la natura della predicazione di Müntzer, il quale vedeva nella riforma religiosa l’atto necessario e rivoluzionario per instaurare il Regno di Dio, il regno di pace e giustizia sulla Terra.
Da qui, dalla chiusura di altre strade e dalla radicalità della proposta müntzeriana, nacque la svolta violenta del riformatore, concretizzatasi nella chiamata alle armi fatta ai principi tedeschi per iniziare la lotta contro il clero cattolico e contro chiunque si opponesse alla realizzazione del disegno divino.
Proprio ad Allstedt avvenne una svolta fondamentale: i principi, infatti, non risposero agli appelli lanciati da Müntzer, mentre, al contrario, aumentava il fermento tra i contadini.
La rottura con Lutero, ormai evidente, divenne insanabile dopo la violenta predica tenuta da Müntzer al cospetto dei principi sassoni nel luglio 1524. Il riformatore di Wittenberg, infatti, bollò Müntzer come “servo di Satana”.
Thomas Müntzer fu definito da Lutero «il diavolo in carne e ossa nel suo furore più selvaggio».
La situazione degenerò ulteriormente quando, nell’agosto dello stesso anno, il predicatore dovette lasciare Allstedt in seguito alla reazione del duca Giovanni di Sassonia, iniziando così tutta una serie di peregrinazioni.
Autorità, violenza e legittimità politica
Era allora necessario non solo aver chiare le idee in materia di fede, ma sapere pure come muoversi politicamente per scardinare lo status quo politico: di fronte all’insorgere dei contadini in molti territori germanici, Müntzer mostrò di mettere anima e corpo per dare una direzione alle differenti rivolte, riunendole in un’unità capace di far paura agli oppressori e guidare un cambiamento reale dell’assetto temporale.
Rivoluzione che non poteva che partire dagli ultimi: i signori, coloro che avevano il potere maggiore per cambiare le cose, si rifiutarono di abbandonare il loro dominio per una società più giusta.
Era allora necessario “togliere la spada” a chi comandava, abbattere il tiranno, la cattiva autorità - come la Bibbia stessa spiega, sottolineò Müntzer.
A una proposta di tal fatta, Lutero non volle dar seguito: piuttosto di rischiare d'essere abbandonato dai signori locali, preferì mantenere la sua “rivoluzione” su un piano esclusivamente teologico, anzi - e qui sta la contraddizione, non potendo non fare i conti con la politica - rimarcare per ciò la validità dello status quo.
Quando ai primi di maggio del 1525 apparve il libretto luterano contro i contadini tedeschi, la loro rivolta aveva raggiunto la massima espansione. Lutero attaccava con veemenza Thomas Müntzer, associandolo ai contadini nell’accusa di banditismo per delegittimarne l’azione e smascherarlo come falso profeta.
Violenza che Lutero così promosse e anzi ammantò di un afflato religioso quando si trattò di soffocare le rivolte dei contadini “malfattori”, da parte di quegli stessi potenti saliti al comando con la violenza e l’imposizione in passato, piuttosto che “per volere diretto di Dio”:
«Dunque l’autorità proceda di buon animo e colpisca [i rivoltosi] con buona coscienza finché le resta un filo di vita; […] Cari signori, liberate, salvate, aiutate e abbiate misericordia della povera gente; ma ferisca, scanni, strangoli chi lo può; e se ciò facendo troverai la morte, te felice, morte più beata giammai potresti incontrare, perché muori in obbedienza alla parola e al volere di Dio [Rom. XIII, 5 ss.] e al servizio della carità, per salvare il prossimo tuo dall’inferno e dai lacci del demonio.» (Martin Lutero, Se anche le genti di guerra possano giungere alla beatitudine).
La guerra dei contadini e Frankenhausen
Nel frattempo cresceva l’agitazione tra i contadini, mentre insurrezioni scoppiavano in diverse parti della Germania.
Una di queste rivolte, scoppiata il 17 marzo 1525, portò al rovesciamento del consiglio patrizio di Mühlhausen, sostituito dal “Consiglio eterno” alla cui testa venne messo proprio Thomas Müntzer.
Questa vera e propria rivoluzione sembrava segnare l’inizio della realizzazione del disegno divino predicato da Müntzer. Il Regno di Dio in Terra, ad ogni modo, sarebbe durato solo pochi mesi.
Basti pensare alla gestione di Mühlhausen, città conquistata dai contadini e dove, su consiglio di Müntzer, si proclamò «una costituzione democratica repubblicana con forme dirette di controllo popolare sugli organi di governo e si sperimentarono forme di collettivismo nella distribuzione economica» (Martin Freiberger, Teologia dell’insurrezione).
Quest’anno ricorre il 495° anniversario della battaglia di Frankenhausen, combattuta il 15 maggio 1525, durante la quale si scontrarono i contadini guidati da Thomas Müntzer e le truppe di Filippo d’Assia e di Giorgio di Sassonia.
L’evento pose fine alla guerra dei contadini in Germania, ma, come vedremo, la sua eco sarebbe giunta fino ai giorni nostri. Non sarà inutile, quindi, ripercorrere brevemente la parabola di Müntzer, ispiratore e figura centrale della rivolta.
| Evento | Data |
|---|---|
| Affissione delle 95 tesi di Lutero | 31 ottobre 1517 |
| Predica di Müntzer davanti ai principi sassoni | luglio 1524 |
| Rivoluzione di Mühlhausen | 17 marzo 1525 |
| Battaglia di Frankenhausen | 15 maggio 1525 |
| Esecuzione di Thomas Müntzer | 27 maggio 1525 |
Rapidamente le truppe del langravio Filippo I d’Assia e del di lui suocero Giorgio di Sassonia marciarono verso Mühlhausen, ma dovettero cambiare direzione in seguito alla decisione di Müntzer di radunare le truppe a lui fedeli presso Frankenhausen.
Qua, tra il 14 ed il 15 maggio 1525, 8000 contadini insorti si trovarono a fronteggiare le già vittoriose armate d’Assia e Sassonia.
Il langravio ed il duca lanciarono una sorta di ultimatum ai rivoltosi: essi avrebbero garantito l’amnistia a tutti in cambio della consegna di Müntzer.
I contadini rifiutarono la proposta (anche se, è bene ricordarlo, due persone si espressero per la capitolazione e, per questo, vennero fatte decapitare da Müntzer) e lo scontro vide vittoriosi Filippo d’Assia e Giorgio di Sassonia.
Migliaia di contadini persero la vita quel giorno, mentre Thomas Müntzer, dopo una breve fuga, venne catturato, torturato e giustiziato il 27 maggio 1525.

Le differenze fondamentali tra i due riformatori
| Martin Lutero | Thomas Müntzer |
|---|---|
| Concentrava il rinnovamento sul piano religioso. | Collegava il rinnovamento religioso alla trasformazione politica e sociale. |
| Difendeva l’obbedienza all’autorità nelle questioni terrene. | Riteneva legittimo abbattere la cattiva autorità e il tiranno. |
| Considerava l’autorità terrena un potere voluto da Dio. | Denunciava i signori e i principi come responsabili dell’oppressione. |
| Rifiutava la sedizione dei contadini. | Guidava le rivolte contadine del 1525. |
| Accettò l’intervento armato dei principi contro i rivoltosi. | Concepiva la rivoluzione come realizzazione terrena del Regno di Dio. |
| Difendeva una Riforma compatibile con lo status quo. | Predicava una Riforma radicale, comunitaria e rivoluzionaria. |
A una religione incapace di affrontare di petto la cruda realtà politica, Müntzer preferì una coerenza globale del suo operato, nella consapevolezza che i precetti teologici sono inevitabilmente relazionati alla vita terrena.
Per questo guidò le rivolte del 1525 in Germania, che, seppur poi furono schiacciate dalla forza ben maggiore dell’esercito dei principi, furono un momento avanguardista per l’epoca.
Quello che Thomas Müntzer aveva predicato era un programma rivoluzionario: «Lutero - aveva affermato Müntzer - dice che la Parola di Dio è sufficiente, ma non si rende conto che la gente che spende ogni minuto del suo tempo per procurarsi il pane non ha tempo per imparare a leggere la Parola di Dio».
Thomas Müntzer fu fatto prigioniero durante la battaglia di Frankenhausen, in Turingia. Mentre lo torturavano, prima di decapitarlo, gridò: «Tutte le cose appartengono a tutti!».
La memoria di Müntzer e l’interpretazione di Engels
La sconfitta di Frankenhausen pose praticamente fine a tutta quella serie di insurrezioni che passarono alla Storia sotto il nome di “guerra dei contadini”, di cui Müntzer fu una delle principali figure di riferimento.
La guerra dei contadini fu una rivolta così vasta e così violenta che fin dall’inizio era stata chiamata la Guerra dei Contadini.
L’eco di questi avvenimenti e la centralità del predicatore di Stolberg, tuttavia, sono giunti fino ai nostri giorni.
Un esempio eccellente a tal riguardo, per esempio, fu il ruolo importantissimo assegnato a Müntzer nel movimento socialista-comunista del XIX e del XX secolo, concretizzatosi poi nella centralità e nell’iconografia a lui dedicata nella Repubblica Democratica Tedesca.
Il vero e proprio punto di svolta fu la pubblicazione, avvenuta nel 1870, del libro “La guerra dei contadini in Germania” scritto da Friedrich Engels.
L’opera, uno studio importantissimo su questi avvenimenti, pose al centro la contrapposizione tra Martin Lutero, fautore, secondo Engels, di una “riforma borghese moderata” che tradì l’iniziale radicalismo, e Thomas Müntzer, predicatore, al contrario, di una riforma radicale e dalla tendenza comunistica derivante da certi movimenti ereticali-rivoluzionari medievali.
Müntzer, insomma, come profeta della rivoluzione, come anticipatore del comunismo, da lui teorizzato in termini religiosi.
L’impressione che resta dalla lettura dell’opera di Engels è quella di un Thomas Müntzer eroico, figura centrale nella teorizzata lotta di classe che vedeva contrapposti principi, borghesi e contadini, ma la cui fine, causata dall’immaturità dei tempi, lascia con l’amaro in bocca.
L’analisi di Engels, come accennato, spiega la centralità di Müntzer nel movimento comunista del XIX-XX secolo, soprattutto all’interno della Repubblica Democratica Tedesca, la quale dedicò a questa importantissima figura una folta iconografia.
Il ritratto del riformatore, infatti, troneggiava sulla banconota da 5 marchi. Alla figura del predicatore, inoltre, vennero dedicate diverse monete commemorative e una serie di francobolli in occasione del 500 anniversario della nascita.
Ironia volle che tale ricorrenza cadde nel 1989, alla vigilia della fine della Repubblica Democratica Tedesca, come se anniversario della nascita di Müntzer, fautore di quello che veniva allora visto come esperimento comunistico nel XVI secolo, e fine della DDR, primo esperimento comunista nella Germania del XX secolo, coincidessero e si saldassero nella chiusura di un cerchio.
Il significato storico della contrapposizione
La Riforma, in questo modo, si trasformò ben presto in Rivoluzione: una guerra dei contadini a cui Martin Freiberger rende il giusto tributo storiografico, esplorando quel terreno misconosciuto in cui, insopprimibili, affondarono le radici teologiche della rivolta.
Nella sua brevità e scorrevolezza, l’opera di Freiberger è capace di darci un primo sguardo su quel pensiero, all’epoca fortemente rivoluzionario, di Thomas Müntzer, nella sua contrapposizione con Lutero e nella sua azione politica e di guida degli ultimi contro i tiranni.
La differenza tra i due riformatori non consisteva soltanto in una diversa interpretazione della Bibbia, ma nel rapporto tra fede e realtà terrena. Lutero separava il Vangelo dall’organizzazione politica della società e affidava l’ordine temporale all’autorità costituita; Müntzer riteneva invece che una fede coerente dovesse affrontare l’ingiustizia sociale e trasformare i rapporti di potere.
La contrapposizione divenne quindi anche una scelta riguardante i soggetti della Riforma. Lutero si rivolse ai principi e cercò la protezione delle autorità locali; Müntzer si pose dalla parte dei contadini, dei minatori, dei proletari cittadini e degli altri “ultimi” che interpretavano il protestantesimo come una giustificazione per combattere l’oppressione.
Uno sguardo su degli avvenimenti che, allora come oggi, insegnano che «accettare l’ingiustizia del mondo significa rendersi complice del male» (Ivi).