La parrocchia è la Chiesa che vive in un territorio concreto, tra le case delle persone, ma il suo territorio non coincide più soltanto con i confini geografici della residenza. La mobilità, i media e la virtualità hanno ampliato lo spazio di vita delle persone, rendendo necessario comprendere il territorio anche in senso antropologico, esistenziale e sociale.
Il territorio geografico conserva tuttavia un valore decisivo: offre riferimenti affettivi e simbolici, contribuisce a definire l’identità personale e collettiva e permette alla parrocchia di intercettare la vita ordinaria, personale e sociale, di un insieme di persone fisicamente presenti in un luogo. Per questo la parrocchia non può essere estranea al territorio, ma deve abitarlo in modo missionario, dialogico e aperto a tutti.
Che cos’è la parrocchia nel territorio
La parrocchia è una “comunità di fedeli che viene costituita stabilmente nell’ambito di una Chiesa particolare”: è una comunità di persone che è inserita di regola in un territorio di cui si fa totalmente carico.
La parrocchia e il territorio sono due soggetti, uno prettamente ecclesiale e uno prettamente sociale, ma anche economico e politico, in stretta relazione tra loro. Questi due soggetti costituiscono un ambito privilegiato per la formazione dei cristiani e della comunità cristiana all’impegno sociale e politico e, ancor più, per la formazione di specifici operatori nell’ambito sociale e politico.
Il rapporto chiesa-mondo e, ancor più visibilmente e concretamente, il rapporto parrocchia e territorio è contemporaneamente un dato di fatto, vale a dire una situazione obbligata e imprescindibile per l’agire pastorale della Chiesa e, quindi, della parrocchia, ma anche una realtà tutta da creare, vale a dire una situazione non ancora del tutto acquisita e per la quale mancano ministerialità specifiche.
Il rapporto parrocchia-territorio diventa “ambito di formazione” perché stimola a vivere il quotidiano e ad abitare le strade assumendo l’ordinarietà del tempo. Il rapporto con il territorio spinge la parrocchia a vivere il quotidiano come realtà, ma anche come utopia e come profezia e a condividere con intensità la sua ferialità apparentemente banale e talvolta seriale.
Il significato dei confini geografici
La parrocchia è la comunità dei discepoli di Gesù là dove essi vivono e dove sono riconoscibili come i cristiani, coloro che sono di Cristo Gesù e si ritrovano insieme per condividere la Parola, l’Eucaristia, la carità. È comunità di fede ed è comunità organica, che riceve i doni gerarchici e carismatici del Signore.
Nella Chiesa Cattolica la parrocchia è la Chiesa che vive tra le case, cioè è la comunità dei discepoli di Gesù là dove essi vivono. Si incontra insieme per celebrare il giorno della Risurrezione del Signore, la domenica, particolarmente nel sacramento dell’Eucaristia, e lasciarsi rigenerare in Lui.
La comunione ecclesiale, pur avendo sempre una dimensione universale, trova la sua espressione immediata e visibile nella parrocchia: essa è l’ultima localizzazione della Chiesa, è in un certo senso la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie.
La parrocchia è presenza ecclesiale nel territorio, ambito dell’ascolto della Parola, della crescita della vita cristiana, del dialogo, dell’annuncio, della carità generosa, dell’adorazione e della celebrazione. Attraverso tutte le sue attività, la parrocchia incoraggia e forma i suoi membri perché siano agenti dell’evangelizzazione.
Il territorio della residenza e la parrocchia che lo include sono questo luogo di sintesi, in quanto l’ambito geografico conserva ancora una indubbia valenza culturale, fornendo i riferimenti affettivi e simbolici che contribuiscono a definire l’identità personale e collettiva.
Possiamo accettare l’affermazione dei vescovi, “l’ambito geografico conserva ancora una indubbia valenza culturale”, a condizione di avere ben presente che la parrocchia come spazio geografico fisico, compresi i suoi locali e le sue strutture, è quella di intercettare la vita ordinaria, personale e sociale di un insieme di persone fisicamente presenti in un luogo.
Il territorio non è un elemento accessorio
Il rapporto parrocchia-territorio è una realtà indiscutibile: la comunità parrocchiale non può prescindere da questo rapporto e, più specificatamente, non può considerare il territorio un elemento aggiuntivo al suo agire pastorale, addirittura una realtà occasionale e quasi facoltativa per la progettazione e la programmazione pastorale.
Nella prassi, in altri termini, non sempre è chiaro che per la parrocchia e per la pastorale parrocchiale il territorio è uno “spazio essenziale” e non un “elemento accessorio”. Non sempre è evidente che il territorio “appartiene” alla vita e all’azione pastorale della comunità parrocchiale e non può essere considerato “estraneo”.
Non sempre è visibile che la parrocchia “abita” il suo territorio; a volte, purtroppo, sembra solo “occuparlo”. La parrocchia non può essere “estranea” al territorio, ma non può neanche “catturare” il territorio o “farsi catturare” da esso, divenendo un’agenzia di servizi plurimi.
È necessario, pertanto, pensare bene il rapporto che ci deve essere tra parrocchia e territorio: un rapporto dialogico e di rispetto reciproco, un rapporto di autonomia. Il rapporto parrocchia-territorio va pensato e studiato, programmato e sognato.
La parrocchia come “casa tra le case”
La parrocchia, se vuole essere fedele al suo mandato di “casa tra le case” e se non vuole correre il rischio di divenire un gruppo separato e autoreferenziale, è chiamata ad aprirsi alla complessa realtà sociale e religiosa del territorio in cui è inserita, per cui opera e di cui “deve” farsi carico.
Sono numerosi i documenti che dal Concilio Vaticano II in poi indicano il territorio come “contesto umano” nel quale la Chiesa locale, attraverso le diverse e specifiche comunità parrocchiali, è chiamata a svolgere la sua missione di evangelizzazione e di promozione umana, in un clima di dialogo e di corresponsabilità con tutti gli uomini e le donne di buona volontà.
“Inserita di regola nella popolazione di un territorio, la parrocchia è la comunità cristiana che ne assume la responsabilità. Ha il dovere di portare l’annuncio della fede a coloro che vi risiedono e sono lontani da essa e deve farsi carico di tutti i problemi umani che accompagnano la storia di un popolo, per assicurare il contributo che la Chiesa può e deve portare. Così essa è dentro la società non solo luogo della comunione dei credenti, ma anche segno e strumento di comunione per tutti coloro che credono nei veri valori dell’uomo”.
La parrocchia non è principalmente una struttura, un territorio, un edificio, è piuttosto “la famiglia di Dio, come una fraternità animata dallo spirito d’unità”, è “una casa di famiglia, fraterna e accogliente”, è la “comunità di fedeli”.
La parrocchia è la “casa aperta a tutti e al servizio di tutti”, o, come amava dire il papa Giovanni XXIII, “la fontana del villaggio” alla quale tutti ricorrono per la loro sete.
Il territorio come realtà in trasformazione
Il rapporto parrocchia-territorio non è dato una volta per tutte, ma è continuamente in divenire e, quindi, va istituito costantemente con creatività e fantasia. Dobbiamo riconoscere che non è ancora chiaro cosa è il territorio per la comunità parrocchiale e, ancor più, quale relazione è necessaria stabilire tra parrocchia e territorio.
La parrocchia è nata in virtù di un legame stretto con il territorio geografico, fino a far coincidere i due termini, e oggi questo legame con il territorio fisico geografico è stato sciolto. La chiesa-parrocchia, come insieme di spazi iscritti in un luogo preciso e come proposta pastorale di inquadramento, deve quindi interrogarsi sulla propria funzione di generazione e rigenerazione della fede.
Abbiamo preso atto che il “territorio” su cui la parrocchia è stata costruita è franato. Due sono i fattori che hanno portato le persone all’emancipazione dal loro territorio geografico di residenza, del quale non sono più prigionieri: la mobilità e i media.
La mobilità
Se si abita un quartiere, ci si sposta ogni giorno verso un altro, per studio, lavoro, divertimento, attività culturali. Ciò comporta la difficoltà a fissare con un minimo di senso e di precisione i confini della città, del quartiere, del paese, e ancor più difficile è stabilire il suo dentro e il suo fuori.
Chi vive la città non è detto che coincida con chi vi abita. E, d’altra parte, il nascere in un luogo è sempre meno frequentemente l’elemento che prevede l’abitare in un dato posto.
L’emancipazione rispetto al territorio geografico coinvolge ormai tutti, non solo i centri cittadini. Oggi il quartiere non è più l’unità di base della vita.
La virtualità
Il secondo elemento che ha modificato la nozione di territorio è la virtualità. Lo spazio di vita della gente oltrepassa lo spazio fisico-geografico nel quale vivono, sempre più in direzione di relazioni virtuali.
La virtualità è la realtà delle persone, ma è la realtà estesa, potenziata, aumentata. L’amico e il vicino possono abitare a centinaia o migliaia di chilometri di distanza.
La pratica dello streaming celebrativo durante il lockdown è stato un tentativo di inserimento in questo “territorio” virtuale. La mobilità e la smaterializzazione dei rapporti sociali portano alla ricerca di legami e di socialità basate sull’affinità, diremmo sul modello di “piccole tribù” connotate da interessi e da sensibilità comuni.
La crisi del territorio residenziale
Si è così prodotto un nuovo rapporto con il territorio, che ha messo in crisi quel mondo parrocchiale basato, per definizione, sul territorio di residenza dei suoi fedeli.
La conseguenza è che, fintanto che la parrocchia si limiterà all’approccio territoriale inteso come una volta, essa continuerà ad avere tra i suoi “fruitori” gli anziani e i bambini.
È emersa allora in modo chiaro la domanda: la parrocchia è nata in virtù di un legame stretto con il territorio geografico, fino a far coincidere i due termini, e oggi questo legame con il territorio fisico geografico è stato sciolto.
Cosa comporta una presenza di Chiesa-parrocchia in questa nuova configurazione di territorio? La parrocchia deve continuare a riconoscere il luogo fisico in cui è inserita, ma deve anche imparare a riconoscere i luoghi relazionali nei quali le persone vivono, si incontrano, cercano senso e attraversano le diverse fasi dell’esistenza.
I tre significati del territorio
Nelle esperienze pastorali e nei dialoghi ecclesiali, il senso attribuito al termine “territorio” si è notevolmente arricchito e diversificato. È possibile distinguere un territorio geografico, un territorio antropologico ed esistenziale e un territorio sociale.
| Dimensione del territorio | Significato | Implicazione pastorale |
|---|---|---|
| Geografica | Spazio fisico nel quale le persone abitano più o meno stabilmente | Offre un punto fisico di radicamento e riferimenti affettivi e simbolici |
| Antropologica ed esistenziale | Esperienze umane attraversate dalle persone, con bisogni, necessità e speranze | Chiede di intercettare i passaggi di vita e le situazioni esistenziali |
| Sociale | Spazi relazionali che si creano tra le persone e che possono essere chiamati “luoghi” | Richiede una presenza concreta dentro le relazioni e le esperienze delle persone |
Il territorio geografico
C’è certamente ancora un senso geografico di territorio, uno spazio fisico nel quale le persone abitano più o meno stabilmente e che non è e non sarà mai cancellabile.
Abbiamo un corpo, e dobbiamo stare da qualche parte, in qualche luogo, in un quartiere, in una o più case. Per quanto mobili, abbiamo bisogno di un punto fisico di radicamento.
Se la realtà si è smaterializzata, gli umani restano corporei. Il corpo resta una mediazione insuperabile.
Il territorio antropologico ed esistenziale
C’è poi un senso antropologico ed esistenziale di territorio. Si tratta delle esperienze umane che le persone attraversano, con i loro bisogni, le loro necessità, le loro speranze.
La sfida è quella di intercettare i passaggi di vita delle persone, sia quando si tratta di passaggi in cui la vita fiorisce, sia quando invece sono passaggi in cui ci si confronta con vari tipi di morte.
Il criterio dei tria munera, annuncio, liturgia, carità, viene applicato alla vita a partire dall’intercettazione delle domande e delle situazioni esistenziali delle persone.
Il territorio sociale e relazionale
C’è, infine, un territorio sociale, gli spazi relazionali che si creano tra le persone, e che abbiamo chiamato “luoghi”. È questo ora il “territorio” decisivo per la costituzione del nostro essere umani.
Questo spazio antropologico-relazionale non coincide più con quello geografico. Non lo ha del tutto cancellato, ma ha sciolto l’identificazione che li identificava.
Quando parliamo di presenza sul territorio dal punto di vista della Chiesa-parrocchia, dobbiamo interpretare questa esigenza con il criterio relazionale, che la parrocchia cioè si costituisca come spazio-relazione, cioè che renda possibile una sua presenza visibile e concreta dentro le esperienze esistenziali e relazionali delle persone collocate in uno spazio aumentato.
Non si tratta di un dislocarsi puramente geografico, ma di abitare territori altri, non identificati con vie e piazze. La geografia si fa antropica e la pastorale è chiamata a identificare le zone umane, nelle quali farsi lievito dentro la pasta.
La presenza della parrocchia nei territori umani
Chiarito il fatto che “abitare i territori umani e sociali” significa dare forma a una parrocchia che sia “luogo” relazionale segno del Vangelo, la parrocchia non può limitare la propria presenza a una dislocazione puramente geografica.
La presenza della Chiesa-parrocchia come presenza e relazione nei territori sociali e antropologici non può essere di qualunque tipo. È chiamata ad essere una presenza di Vangelo, a incidere cioè sulle esistenze personali e sui rapporti sociali sostenendoli e modificandoli, nello stesso momento in cui si lascia sostenere e modificare, diciamo pure “evangelizzare”, in una prospettiva di reciprocità.
Il principio territoriale ha a che fare con il Vangelo e, in qualche modo, sfida la città, cioè le relazioni sociali così come si stanno configurando per affinità, e la obbliga a ripensarsi.
La Chiesa si realizza in un luogo, sia nel senso che si colloca inevitabilmente in un tempo-spazio precisi, sia perché prende forma proprio solo nella misura in cui si localizza.
L’istituzione parrocchiale dice allora il senso dell’incarnazione, come inserimento nella storia, in un tempo, in un luogo, in una cultura precisi, nella carne umana. Gesù di Nazaret è entrato nella storia in questo modo.
Territorialità e cattolicità
La parrocchia deve articolare il principio della territorialità con quello della cattolicità della Chiesa. La domanda è la seguente: la Chiesa è un incontro di differenze o un gruppo di simili sulla base di affinità, classe sociale, opinione politica o preferenza spirituale di persone che condividono uno stesso ethos culturale?
La Chiesa in tutta la sua storia ha sempre fatto spazio al suo interno a comunità e gruppi affini, per età, per condizione sociale, per sensibilità spirituali, per nazionalità. Ha anche sempre promosso una pastorale per settori e per destinatari.
Ma ha sempre radunato i differenti gruppi in un’unica assemblea eucaristica. In questo modo la parrocchia si rivela essere la “casa di tutti” che garantisce l’accesso all’annuncio senza condizioni, il diritto di appartenenza senza elitarismi e senza preclusioni settarie.
Essa, in quanto comunità “vicina alle case”, ha il compito di abbattere muri e confini, costruendo ponti, cercando di essere lievito nella pasta, relazionandosi con credenti e non credenti, praticanti e non praticanti, critici e perplessi, agnostici e indifferenti.
La parrocchia è chiamata a intercettare le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini e delle donne di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono.
La parrocchia come casa di tutti
Il carattere popolare della fede cristiana riguarda le folle. Lo stile di Gesù è chiaro: se chiama qualcuno a seguirlo e qualcuno a far parte del gruppo degli apostoli, i destinatari del suo annuncio sono le folle, quindi anche chi non è motivato da una fede esplicita quando si mostra interessato a lui.
Perdere la folla significa perdere la Chiesa. La vita parrocchiale tocca “chiunque”, persone più o meno motivate nella fede, e che la attraversano in alcune tappe della loro vita.
La parrocchia si rivela essere la “casa di tutti” che garantisce l’accesso all’annuncio senza condizioni, il diritto di appartenenza senza elitarismi e senza preclusioni settarie.
Non è esagerato dire che la parrocchia è “il privilegio dei poveri”, perché è proprio la sua vocazione, come per la Chiesa nel suo insieme, di essere “per tutti” e per chiunque.
Proprio in virtù del principio territoriale, e non elettivo, la parrocchia comprende di norma l’intero arco dei possibili livelli di fede: dall’ateo al credente praticante, vi è un’ampia gamma di situazioni che stimolano la missionarietà.
Il principio territoriale, purché se ne accetti la sfida, mantiene sempre viva nei fedeli l’attenzione per chi, pur essendo nella parrocchia, non la frequenta o la frequenta poco: pungolo che può costituire una forte spinta missionaria, uno stimolo per l’annuncio del Vangelo.
È dunque la parrocchia, che più delle altre forme ecclesiali “custodisce la destinazione universale dell’annuncio evangelico”.
La parrocchia e le comunità di comunità
La parrocchia non è principalmente una struttura, un territorio, un edificio, ma piuttosto la famiglia di Dio, come una fraternità animata dallo spirito d’unità. È una casa di famiglia, fraterna e accogliente.
La parrocchia è comunità di comunità perché Gesù stesso con la sua vita ha dato un’indicazione di metodo che non possiamo lasciare da parte: lui ha scelto e costituito per sé una comunità di vita a misura d’uomo, dodici discepoli.
Questa è forma della vita cristiana, condivisione di fede e di vita in comunità a misura d’uomo, intimamente aperte nell’unica grande comunità di coloro che seguono Cristo Gesù, la sua Chiesa.
La parrocchia deve essere articolazione di piccole comunità: gruppi cristiani a livello familiare o di ambiente ristretto, i quali s’incontrano per la preghiera, la lettura della Sacra Scrittura, la catechesi, per la condivisione dei problemi umani ed ecclesiali in vista di un impegno comune.
Tali comunità decentrano ed articolano la comunità parrocchiale, a cui rimangono sempre unite. Si radicano negli ambienti, diventando fermento di vita cristiana, di attenzione agli ultimi, di impegno per la trasformazione della società.
In esse il singolo cristiano fa un’esperienza comunitaria, per cui anch’egli si sente un elemento attivo, stimolato a dare la sua collaborazione all’impegno di tutti. In tal modo esse sono strumento di evangelizzazione e di primo annuncio e fonte di nuovi ministeri.
Il rapporto con il territorio come ambito di formazione
Se si considera il rapporto parrocchia-territorio una convinzione acquisita, il rapporto non può essere ritenuto opzionale in nessun tipo di formazione, neanche in quella liturgica, e in nessun tipo di cammino.
Ma soprattutto non può essere considerato opzionale nella formazione di operatori nel campo sociale e politico. Ecco che diventa chiara l’affermazione: “rapporto parrocchia-territorio come ambito di formazione”.
La parrocchia e il territorio costituiscono un ambito privilegiato per la formazione dei cristiani e della comunità cristiana all’impegno sociale e politico e, ancor più, per la formazione di specifici operatori nell’ambito sociale e politico.
Il rapporto con il territorio spinge la parrocchia ad abitare le strade assumendo l’ordinarietà del tempo: nascere, crescere, morire.
Conoscere il territorio
È importante chiedersi perché è necessario conoscere il territorio, cosa bisogna conoscere del territorio e come si può e si deve conoscere il territorio.
La sfida del conoscere è lo stile dell’essere “in”: “si fece carne”. Conoscere il territorio significa riconoscere le persone, le relazioni, le situazioni e i problemi che costituiscono la vita concreta di una comunità.
La formazione, ogni tipo di formazione, va orientata in senso comunitario. Formare, pertanto, gli operatori ad uno stile e ad un comportamento comunitario.
Abitare il territorio
La sfida dell’abitare è lo stile dell’essere “con”: “e venne ad abitare”. Abitare non significa semplicemente occupare spazi, ma condividere la vita ordinaria delle persone, assumere la concretezza dei luoghi e stabilire relazioni durature.
La parrocchia è chiamata ad abitare le strade, il quartiere, le case, gli ambienti di lavoro, gli spazi sociali e i luoghi relazionali nei quali le persone costruiscono la propria esistenza.
Farsi carico del territorio
La sfida del farsi carico è lo stile dell’essere “per”: “in mezzo a noi”. La parrocchia deve farsi carico di tutti i problemi umani che accompagnano la storia di un popolo, per assicurare il contributo che la Chiesa può e deve portare.
Non è possibile ignorare il rapporto parrocchia-territorio, ma ancor più non è possibile pensare che questo rapporto possa essere improvvisato di volta in volta, lasciato alla buona volontà dei singoli e alla sensibilità personale.
È urgente sviluppare nelle comunità parrocchiali nuove ministerialità laicali in ambito sociale, culturale, caritativo, politico che tengano conto del rapporto parrocchia-territorio. Bisogna superare lo steccato della ministerialità legata prevalentemente all’ambito catechetico e liturgico.
La presenza missionaria nel territorio
La parrocchia non è una struttura caduca; proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità.
La parrocchia deve essere capace di riformarsi e adattarsi costantemente, per continuare ad essere “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie”.
Questo suppone che realmente stia in contatto con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura prolissa separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a se stessi.
Una scelta missionaria deve trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione.
La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita”.
La parrocchia è comunità di comunità, santuario dove gli assetati vanno a bere per continuare a camminare, e centro di costante invio missionario.
Però dobbiamo riconoscere che l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente, siano ambiti di comunione viva e di partecipazione e si orientino completamente verso la missione.
Gli spazi ecclesiali e i confini del territorio
Gli spazi ecclesiali costituiscono i luoghi fisici e relazionali effettivi dell’iscrizione socio-culturale della Chiesa. La chiesa parrocchiale, le strutture comunitarie e gli ambienti pastorali non sono soltanto contenitori, ma luoghi nei quali la comunità cristiana diventa visibile.
Il territorio fisico-geografico di Chiesa che è la parrocchia, inserita in quello che chiamiamo “territorio” in senso materiale, non è un elemento solo accidentale e secondario.
La parrocchia come spazio geografico fisico, compresi i suoi locali e le sue strutture, intercetta la vita ordinaria, personale e sociale, di un insieme di persone fisicamente presenti in un luogo.
La presenza di Dio accompagna la ricerca sincera che persone e gruppi compiono per trovare appoggio e senso alla loro vita. Egli vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia.
Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata. Per questo la parrocchia è chiamata a riconoscere ciò che già vive nel territorio e a mettersi in ascolto delle persone e delle relazioni che lo compongono.
Il territorio come luogo dell’incarnazione
La Chiesa vive nelle case. Ogni battezzato che intende vivere la vita in Cristo Gesù è stato immerso nella sua passione, morte e risurrezione, tanto che San Paolo può dire: «non vivo più io, ma Cristo vive in me».
Gesù stesso ha detto: «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». Nel sacramento delle Nozze, l’amore fedele, anche se fragile, di quell’uomo e quella donna è sacramento dell’amore di Cristo sposo per la sua Chiesa sposa, sacramento che edifica la Chiesa.
Parrocchia è dunque presenza di Cristo fra gli uomini. È una porzione di popolo di Dio, che gode della presenza di Gesù e del suo Spirito, perché unita nel suo nome.
La comunità cristiana è, sulla terra, il modo attuale di Gesù Risorto di avere relazioni con gli uomini, di entrare in contatto con l’umanità, di agire nella storia. Essa costituisce per il mondo degli uomini la presenza “visibile” della persona del Risorto.
La parrocchia è una vita che trabocca, una convivenza spirituale da costruire giorno per giorno. È la Chiesa che vive sul posto, dentro la storia concreta degli uomini e delle donne.

Una parrocchia aperta e riconoscibile
La parrocchia è comunità se, come in una famiglia, si fanno circolare i beni, si mettono in comune le proprie capacità, si vive l’uno per l’altro, ci si aiuta e ci si ama scambievolmente.
La parola “comunità” sottolinea l’esigenza di una spiritualità collettiva, che stimoli a vivere la reciprocità e la comunione sul modello della vita della Trinità.
La parrocchia è fondata su di una realtà teologica, perché essa è una comunità eucaristica. Ciò significa che essa è una comunità idonea a celebrare l’Eucaristia, nella quale stanno la radice viva del suo edificarsi e il vincolo sacramentale del suo essere in piena comunione con tutta la Chiesa.
Tale idoneità si radica nel fatto che la parrocchia è una comunità di fede e una comunità organica, ossia costituita dai ministri ordinati e dagli altri cristiani, nella quale il parroco, che rappresenta il Vescovo diocesano, è il vincolo gerarchico con tutta la Chiesa particolare.
La parrocchia deve essere davvero “la Chiesa posta in mezzo alle case degli uomini”, una parrocchia che “vive e opera profondamente inserita nella società umana e intimamente solidale con le sue aspirazioni e i suoi drammi”.
Deve essere una parrocchia che nel suo territorio non è solo ed esclusivamente un “luogo di culto” ma anche un “luogo culturale”. Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta.
Deve essere una parrocchia che non si riduca “solo al culto, e tanto meno all’adempimento burocratico delle varie pratiche”, ma che nasca come parrocchia comunità missionaria di credenti, soggetto sociale nel proprio territorio.
La parrocchia è presenza ecclesiale nel territorio quando riconosce il valore del luogo geografico, accoglie la complessità delle esperienze umane, costruisce relazioni oltre i confini della residenza e mantiene aperta la comunione a persone differenti per età, storia, fede, cultura e condizione sociale.
I confini geografici della parrocchia restano quindi un riferimento concreto, ma non esauriscono il territorio pastorale. Il territorio è anche l’insieme dei luoghi umani, sociali, relazionali ed esistenziali nei quali la vita delle persone prende forma.
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