Confessioni ultime frasi: parole di verità, perdono e congedo

Le confessioni ultime frasi raccolgono parole pronunciate o scritte nel momento in cui una persona guarda senza più maschere alla propria vita, ai propri errori, agli affetti e alla morte. La confessione può essere religiosa, intima, letteraria o pubblica, ma nasce sempre dal bisogno di riconoscere qualcosa e di affidarlo a qualcun altro.

Per chi ha dedicato l’intera esistenza a forgiare mondi attraverso le parole, l’ultimo respiro non è solo un addio biologico, ma l’ultimo atto di una poetica. Le ultime parole dei grandi scrittori sono spesso lo specchio della loro anima: talvolta ironiche, altre volte drammatiche, rivelano la coerenza di un’intera vita spesa a cercare il senso tra le righe.

Il significato della confessione

Raccolta di aforismi, frasi e citazioni sul confessare, inteso nel significato di riconoscere e rivelare una propria colpa o un errore commesso, oppure di confidare a qualcuno un sentimento o un pensiero intimo e segreto.

Il fine della confessione è dire la verità a sé stessi e per sé stessi.

La confessione dei nostri peccati è il primo passo verso l'innocenza.

Confessare un errore o un peccato appena se ne ha coscienza è purificarsene.

È bene confessare i propri errori. Ci si ritrova più forti.

Gli uomini si sbagliano, e i grandi uomini confessano di essersi sbagliati.

Un uomo non dovrebbe mai vergognarsi di confessare d'aver avuto torto, il che equivale a dire, in altre parole, che oggi è più saggio di ieri.

Confessare che ci si è sbagliati, significa rendere il più splendido omaggio alla perspicacia della propria mente.

Gli errori e le colpe che avrai commesso diventeranno gradini della tua elevazione, se saprai conoscerli e confessarli.

Il primo grado della generosità è di riconoscere e confessare il proprio torto.

Chi confessa la propria ignoranza la mostra una volta, chi non la confessa, la mostra infinite volte.

Confessare a sé stessi

Niente mette la coscienza in pace quanto l'addormentarsi con la visione chiara di un nostro difetto, che fino a quel momento non osavamo confessarci, e che anzi ignoravamo.

Raccogliere tutte le confessioni di un uomo significa metterlo nella condizione di non poter più mentire a noi, ma soprattutto a se stesso.

È naturale che un uomo non confessi affatto ad altri i moventi segreti delle proprie azioni dal momento che non li confessa a se stesso.

La purificazione della confessione non dipende da colui che ascolta, ma da colui che desidera aprire il suo cuore.

La confessione è sempre una debolezza. Un animo forte conserva i propri segreti e riceve in silenzio la propria punizione.

La confessione fa bene alla coscienza, ma di solito aggira l'anima.

Confessiamo i nostri difetti agli altri per timore di apparire ingenui o ridicoli non essendone consapevoli.

Confessiamo le nostre pene a un altro soltanto per farlo soffrire, perché se ne faccia carico. Se volessimo rendercelo amico gli faremmo parte unicamente dei nostri tormenti astratti, i soli che vangano accolti con sollecitudine da tutti coloro che ci amano.

L'unica confessione sincera è quella che facciamo indirettamente, parlando degli altri.

Confessiamo le nostre stoltezze per indicare che si è sufficientemente intelligenti per accorgersene.

Confessiamo i piccoli difetti soltanto per convincere che non ne abbiamo di grandi.

Non confessiamo mai i nostri difetti se non per vanità.

Confessiamo i nostri difetti per riparare con la sincerità al danno che essi arrecano nel giudizio altrui.

Ci sono difetti che confessiamo per vanità, e virtù che per vanità preferiamo tacere.

Prima di confessare i nostri difetti, assicuriamoci di essercene liberati.

La confessione come verità e responsabilità

C’è una differenza tra ammettere e confessare. Ammettere significa cercare di addolcire la situazione, cercare scuse per cose che non possono essere scusate; confessare significa solo riconoscere il proprio crimine in tutta la sua gravità.

Non vi è merito nel confessare se non ciò che è inconfessabile.

La confessione è la tentazione del colpevole.

Le scuse non richieste sono in effetti delle confessioni.

Confessare qualcosa di solito rappresenta un inganno più subdolo che tacere tutto.

Confessare di sapere un segreto è come tradirlo a metà e spesso è anche scoprirlo del tutto.

Se il tuo petto non può mantenere il tuo segreto, come mai potrà mantenerlo quello a cui l'avrai confidato?

Un uomo silenzioso non presta testimonianza contro se stesso.

La confessione, estorta tra i tormenti, è l'espressione del dolore, non già l'indizio della verità.

Basta una sola bugia per macchiare la tua intera testimonianza davanti a una corte di giustizia. L'onestà è una parte essenziale di una buona reputazione.

La colpa esiste solo per i rei confessi. L'insufficienza di prove e il beneficio del dubbio sono capisaldi giuridici irrinunciabili.

La somma di molti zeri è zero. La confessione di un pentito per la Giustizia è l'equivalente di una lettera anonima: sarebbe imprudente, colposo non fare indagini, non accertare se le accuse di quelle lettere siano o non fondate.

Oggi e sempre le dichiarazioni di prova, tanto più se provenienti dai cosiddetti «collaboratori» debbono essere soggette, in conformità alle regole dettate dal nuovo codice di procedura penale, al duplice controllo di attendibilità soggettiva-intrinseca ed estrinseca, sia del dichiarante che della fonte primaria, richiamata per relationem.

Confidenze, segreti e reputazione

Le confessioni possono essere un bene per l'anima, ma sono un male per la reputazione.

La confessione è sempre debolezza. L'anima solenne mantiene i propri segreti, e riceve la punizione in silenzio.

Quando mai una confidenza o una confessione personale fatta a un amico non scaturisce dalla vanità? Neppure quando si confessano le più gravi debolezze.

Confessare altrui i propri difetti è assai meno doloroso che confessarli a sé stessi.

Tra le più grandi debolezze c’è quella di confessare le proprie a qualcuno.

È molto più facile raccontare cose intime al buio.

Tra due amanti, una piccola confessione è qualcosa di pericoloso.

La passione confessandola s'esalta e s'attenua. In nessun'altra cosa sarebbe forse più da desiderare la via di mezzo, che nel confidarsi e nel tacere con coloro che amiamo.

Con qualsiasi amante, non credere di poter entrare in un'intimità tale da autorizzarti a confessarle i tuoi impulsi segreti. E se comunque lo fai, sta pur certo che lei si vendicherà, o confessandoti a sua volta i suoi oppure tacendoteli.

Ci sono cose da confessare che arricchiscono il mondo e cose che non devono essere dette.

La confessione di un uomo è spesso un modo per mettere in parole ciò che il silenzio non riesce più a contenere.

Confessioni d’amore e di dolore

“Perché dovrei dirti quello che provo, quando tu non mi dici mai niente? È come sbattere la testa contro il muro, solo che se sbattessi la testa contro il muro potrei sempre smettere.”

“Confessare non è tradire. Non importa quello che dici o non dici, ciò che conta sono i sentimenti. Se riuscissero a fare in modo che io non ti ami più… quello sarebbe tradire.”

“Penso a te ogni giorno. Ogni mattina, quando apro i quotidiani, ogni volta che mi entusiasmo per qualcosa, quando devo prendere una decisione importante. Sono tante le cose che vorrei dirti, dovrei riempire un altro libro con tutto quello che ho dentro.”

“«Ti amo» gridò Aenea e la sua voce fu chiara e luminosa, sull’acqua scura.”

“Confessate che il tradimento si annida tra le ansie del vostro amore? - Nessun tradimento, se non quello del dubbio. Che mi fa temere di non poter godere del mio amore. - Si ma temo che parliate come sotto tortura, quando un uomo è costretto a dire qualunque cosa. - Promettetemi la vita e vi confesserò la verità. - Ebbene confessa e.”

“L'adulterio confessato è una mezza prova di fedeltà.”

“Quando un adulterio va confessato? Quando si è certi che non sarà creduto.”

“Si corrono meno rischi a confessare un'infedeltà che a minacciarla.”

Confessione religiosa, misericordia e perdono

Un giornalista domandò a Papa Francesco: “Che consigli darebbe a un penitente per una buona confessione?”. Lui rispose: “Che pensi alla verità della sua vita davanti a Dio, che cosa sente, che cosa pensa. Che sappia guardare con sincerità a se stesso e al suo peccato. E che si senta peccatore, che si lasci sorprendere, stupire da Dio”.

Il perdono è una forza che risuscita a vita nuova e infonde il coraggio per guardare al futuro con speranza.

Dio perdona sempre! Non si stanca di perdonare. Siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono. Ma Lui non si stanca di perdonare.

Il Signore convertì Pietro - che lo aveva rinnegato tre volte - senza nemmeno rivolgergli un rimprovero: con uno sguardo di Amore. - Con quegli stessi occhi ci guarda Gesù, dopo le nostre cadute. Sapessimo noi dirgli, come Pietro: «Signore, Tu sai tutto: Tu sai che ti amo», e cambiare vita.

Non c’è peccato che Lui non perdoni. Lui perdona tutto. “Ma, padre, io non vado a confessarmi perché ne ho fatte tante brutte, tante brutte, tante di quelle che non avrò perdono.” No. Non è vero. Perdona tutto. Se tu vai pentito, perdona tutto.

Il perdono dei nostri peccati non è qualcosa che possiamo darci noi. Il perdono si chiede, si chiede a un altro e nella Confessione chiediamo il perdono a Gesù.

Il perdono, che il Signore ci dona specialmente nel Sacramento della Riconciliazione: non teniamolo chiuso in noi stessi, ma lasciamo che sprigioni la sua forza, che faccia cadere muri che il nostro egoismo ha innalzato, che ci faccia fare il primo passo nei rapporti bloccati, riprendere il dialogo dove non c’è più comunicazione.

Il sacramento della confessione

È vero che io posso parlare con il Signore, chiedere subito perdono a Lui, implorarlo. E il Signore perdona, subito. Ma è importante che io vada al confessionale, che metta me stesso di fronte a un sacerdote che impersona Gesù, che mi inginocchi di fronte alla Madre Chiesa chiamata a dispensare la misericordia di Dio.

Confessarsi davanti a un sacerdote è un modo per mettere la mia vita nelle mani e nel cuore di un altro, che in quel momento agisce in nome e per conto di Gesù. È un modo per essere concreti e autentici: stare di fronte alla realtà guardando un’altra persona e non se stessi riflessi in uno specchio.

Gli apostoli e i loro successori - i vescovi e i sacerdoti loro collaboratori - diventano strumenti della misericordia di Dio. Agiscono in persona Christi. È molto bello questo.

Il perdono di Dio che ci viene dato nella Chiesa, ci viene trasmesso per mezzo del ministero di un nostro fratello, il sacerdote; anche lui un uomo che come noi ha bisogno di misericordia, diventa veramente strumento di misericordia, donandoci l’amore senza limiti di Dio Padre.

Che bontà ha avuto Cristo nel lasciare alla sua Chiesa i Sacramenti! -Sono rimedio a ogni necessità. -Venerali e sii profondamente riconoscente al Signore e alla sua Chiesa.

Nel sacramento della Penitenza, Gesù ci perdona. - Lì ci vengono applicati i meriti di Cristo, che per amore nostro sta sulla Croce, con le braccia aperte e confitto al legno - più che con i chiodi - con l'Amore che ha per noi.

Accostatevi con fiducia al sacramento della Confessione: con l'accusa delle colpe mostrerete di voler riconoscere l'infedeltà e interromperla; attesterete il bisogno di conversione e di riconciliazione, per ritrovare la pacificante e feconda condizione di figli di Dio in Cristo Gesù; esprimerete solidarietà verso i fratelli anch'essi provati dal peccato.

Induimini Dominum Iesum Christum - rivestitevi del Signore Nostro Gesù Cristo, diceva San Paolo ai Romani. - È nel Sacramento della Penitenza che tu e io ci rivestiamo di Gesù Cristo e dei suoi meriti.

Vergogna, umiltà e conversione

Colui che si confessa è bene che si vergogni del peccato: la vergogna è una grazia da chiedere, è un fattore buono, positivo, perché ci fa umili.

I piccoli hanno quella saggezza: quando un bambino viene a confessarsi, mai dice una cosa generale. “Ma, padre ho fatto questo e ho fatto questo a mia zia, all’altro ho detto questa parola” e dicono la parola. Ma sono concreti, eh?

Quando noi confessiamo i nostri peccati come sono alla presenza di Dio, sempre sentiamo quella grazia della vergogna. Vergognarsi davanti a Dio è una grazia.

L'umiltà porta ogni anima a non scoraggiarsi davanti ai propri errori. - L'umiltà vera porta a chiedere perdono!

Se hai commesso un errore, piccolo o grande, torna a Dio di corsa! - Assapora le parole del salmo: “Cor contritum et humiliatum, Deus, non despicies” - il Signore mai disprezzerà o non ascolterà un cuore contrito e umiliato.

Se qualche volta cadi, figlio mio, ricorri subito alla Confessione e alla direzione spirituale: mostra la ferita!, perché te la curino a fondo, perché eliminino tutte le possibilità di infezione, anche se ti fa male come in un'operazione chirurgica.

Hai mostrato le tue miserie passate - piene di pus - nella confessione. E il sacerdote operò nella tua anima come un buon medico, come un medico onesto: tagliò dove era necessario, e non permise che la ferita si richiudesse fino a quando la ripulitura non fu completa. - Ringrazialo.

La confessione come ritorno e rinascita

La vita umana, in un certo modo, è un continuo ritorno alla casa del Padre. Ritorno mediante la contrizione, la conversione del cuore, che presuppone il desiderio di cambiare, la decisione ferma di migliorare la nostra vita, e si manifesta pertanto in opere di sacrificio e di dedizione.

Ritorno alla casa del Padre per mezzo del Sacramento del perdono, nel quale, confessando i nostri peccati, ci rivestiamo di Cristo e ridiventiamo suoi fratelli e membri della famiglia di Dio.

Celebrare il Sacramento della Riconciliazione significa essere avvolti in un abbraccio caloroso: è l’abbraccio dell’infinita misericordia del Padre.

La sorpresa è stata che quando incominciò a parlare, a chiedere perdono, il padre non lo lasciò parlare, lo abbracciò, lo baciò e fece festa. Ma io vi dico: ogni volta che noi ci confessiamo, Dio ci abbraccia, Dio fa festa!

Dio sia benedetto!, ti dicevi subito dopo la Confessione sacramentale. E pensavi: è come se fossi tornato a nascere.

Ci sono tante persone umili che confessano le loro ricadute. L’importante, nella vita di ogni uomo e di ogni donna, non è il non cadere mai lungo il percorso. L’importante è rialzarsi sempre, non rimanere a terra a leccarsi le ferite.

Il ritorno all'amicizia con Dio, interrotta dal peccato, è la radice dell'autentica e più profonda gioia, che tanti uomini e donne cercano affannosamente senza trovarla.

Solo se ci lasciamo riconciliare nel Signore Gesù col Padre e con i fratelli possiamo essere veramente nella pace.

Le ultime parole dei grandi scrittori

Quali siano state, messe per iscritto o pronunciate a voce, le ultime frasi dei grandi scrittori? Hanno detto qualcosa di importante o di estremamente banale?

Che siano state grida di dolore, battute di spirito o sussurri di pace, le ultime parole degli scrittori ci ricordano che la letteratura non è mai solo finzione.

È un tentativo, disperato e bellissimo, di dare un nome a ciò che nome non ha, fino all’ultimo istante.

Studiare questi congedi ci permette di vedere l’uomo dietro la penna, colto nel momento in cui la narrazione si interrompe e inizia l’eternità.

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Ironia e letteratura: Wilde, Balzac e Shaw

Uno dei casi più celebri di ironia fino all’ultimo istante è quello di Oscar Wilde.

Fedele al suo estetismo e al suo spirito caustico, si dice che, guardando le pareti della stanza d’albergo parigina dove stava morendo, abbia esclamato: “O se ne va quella carta da parati o me ne vado io!”

Un addio che trasforma il tragico in commedia, perfettamente in linea con il personaggio.

Diversa, ma altrettanto legata al proprio mestiere, fu la fine di Honoré de Balzac.

Dopo aver creato la monumentale “Commedia Umana”, lo scrittore francese non riusciva a darsi pace per i progetti incompiuti: “Otto giorni di febbre! Avrei avuto ancora il tempo di scrivere un libro.”

In punto di morte, si narra che invocasse Bianchon, il medico protagonista dei suoi stessi romanzi, come se la letteratura fosse diventata l’unica realtà possibile.

Anche sul letto di morte, George Bernard Shaw non abbandonò il suo spirito arguto e la sua capacità di dissacrare la realtà attraverso il paradosso.

Il drammaturgo irlandese, noto per la sua critica sociale pungente, scelse un congedo che sembra uscito da una sceneggiatura teatrale: “Morire è facile, recitare è difficile.”

Con questa frase, Shaw ha trasformato il momento del trapasso nell’ultima “performance”, suggerendo che la finzione scenica e la costruzione della verità artistica richiedano uno sforzo ben superiore a quello necessario per abbandonare il mondo terreno.

Folgorante l’ultima frase del commediografo Eugène-Marin Labiche. Al figlio vedovo, che lo aveva pregato, in lacrime, di salutare per lui la sua defunta moglie, rispose: “Perché non fai tu la commissione?”.

Secco Massimo D’Azeglio, che vedendo la moglie esclamò: “Al solito, quando arrivi tu, me ne vado io”.

Lapalissiano lo scrittore Heinrich Heine: “Dio mi perdonerà, è il suo mestiere”.

Mistero e sofferenza: Poe, Kafka e Joyce

La morte di Edgar Allan Poe è avvolta nel mistero tanto quanto i suoi racconti.

Ritrovato in stato confusionale a Baltimora, le sue ultime parole furono un’invocazione disperata: “Signore! Aiuta la mia povera anima.”

Un finale cupo per il maestro del brivido.

Anche Franz Kafka scelse parole di sofferenza, ma rivolte alla medicina.

Consumato dalla tubercolosi laringea che gli impediva persino di mangiare, implorò il suo medico di somministrargli una dose letale di morfina: “Uccidimi, altrimenti sei un assassino!”

Una richiesta cruda che riflette il senso di oppressione presente in tutte le sue opere.

James Joyce, il rivoluzionario del linguaggio, scelse invece una domanda che sembra quasi una sfida ai suoi critici e lettori futuri: “Nessuno capisce?”

Una frase emblematica per l’autore dell’imperscrutabile Finnegans Wake.

Luce, nebbia e visioni: Goethe, Dickinson e le poetesse

Johann Wolfgang von Goethe, figura cardine del Romanticismo tedesco, pronunciò il celebre: “Più luce!”

Sebbene alcuni sostengano chiedesse solo di aprire le imposte, la tradizione letteraria legge in queste parole una suprema aspirazione spirituale.

Nella realtà, pare che il poeta si limitasse a dire alla serva: “Apri anche l’altra imposta per fare entrare un poco più di luce”.

Questo della luce, peraltro, è un finale diffuso.

Riguarda anche Giacomo Leopardi, che chiese alla sorella di Antonio Ranieri: “Aprimi quella finestra… fammi veder la luce”.

Emily Dickinson, che aveva vissuto gran parte della vita reclusa, scelse una metafora meteorologica quasi mistica: “Devo andare. La nebbia sta salendo.”

Elizabeth Barrett Browning, invece, spirò tra le braccia del marito Robert sussurrando semplicemente, in risposta a chi le chiedeva come si sentisse: “Bellissimo”.

Di tenore più amaro fu il congedo di Jane Austen: alla sorella Cassandra che le chiedeva se desiderasse qualcosa, rispose con disarmante onestà: “Non voglio nient’altro che la morte.”

Di Gertrude Stein l’altero scetticismo: “Qual è la Risposta? E nel caso, qual è la Domanda?”.

Gli addii italiani: Pavese, Buzzati e Pirandello

Non mancano le voci nostrane, intrise di una malinconia tutta particolare.

Cesare Pavese, che scelse di togliersi la vita in una stanza d’albergo a Torino, lasciò scritto un ultimo biglietto che è un monito per i posteri: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.”

Un’estrema richiesta di pudore e silenzio.

Dino Buzzati, il cronista del mistero e dell’attesa, affrontò il cancro con una rassegnazione quasi fiabesca. Queste le sue ultime parole: “Bene, passin passetto mi avvio…”

Parole che sembrano l’incipit di uno dei suoi racconti, dove il protagonista si inoltra finalmente verso l’ignoto.

“Partire! Agire! Copritemi”, chiese invece Eleonora Duse.

“Dottore, questo si chiama morire”, spiegò Pirandello al suo medico.

Le ultime parole di Giuseppe Di Vittorio, colto da infarto durante un comizio del 1957, furono: “Buon lavoro, compagni”.

Cavour, soddisfatto, disse: “L’Italia è fatta…Tutto è a posto.”

La morte come ultimo mistero

Per l’autore de “L’isola del tesoro” e di “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”, la fine arrivò in modo fulmineo e inaspettato.

Mentre cercava di aprire una bottiglia di vino, Robert Louis Stevenson fu colto da un’emorragia cerebrale.

Le sue ultime parole, rivolte alla moglie che lo vide vacillare, furono: “Che cosa vi succede? Vi sembro strano?”

È un addio quasi metafisico, in cui lo scrittore che aveva esplorato il tema del “doppio” sembra accorgersi, con una punta di sorpresa, della trasformazione finale che stava subendo il suo stesso corpo.

La fine di Lev Tolstoj fu una vera e propria fuga.

Il grande patriarca della letteratura russa morì in una piccola stazione ferroviaria, Astapovo, dopo essere scappato di casa nel cuore della notte per cercare una vita di povertà e ascesi.

Mentre era circondato dal clamore mediatico dell’epoca, il suo pensiero andò a quegli ultimi che aveva sempre cercato di comprendere e imitare: “Ma i contadini… come muoiono i contadini?”

Questa domanda non era solo una riflessione sulla morte, ma il sigillo finale di una ricerca spirituale durata una vita intera, il desiderio di un congedo spogliato di ogni gloria terrena.

Le ultime confessioni degli scrittori

Ci sono gli scrittori che hanno voluto sperimentare fino alla fine.

Aldous Huxley, autore di “Il mondo nuovo”, chiese alla moglie di iniettargli 100 microgrammi di LSD per affrontare il passaggio in uno stato di coscienza alterata.

William Burroughs, icona della Beat Generation, scelse, quasi a voler indicare che la morte non è che un’altra porta girevole, un laconico: “Torno subito.”

La morte di Ernest Hemingway è intrisa della stessa tragica solennità che attraversa i suoi romanzi sulla guerra e sulla lotta dell’uomo contro la natura.

La mattina del 2 luglio 1961, prima di compiere il gesto estremo con il suo fucile preferito, il Premio Nobel si rivolse alla moglie Mary Welsh con una tenerezza quasi infantile, in netto contrasto con l’immagine di “duro” che aveva proiettato per tutta la vita: “Buonanotte micetto.”

Quelle due semplici parole, rivolte alla compagna di una vita, rimangono come l’ultimo sprazzo di umanità prima che il silenzio calasse definitivamente sulla sua tormentata esistenza.

Winston Churchill non tradì lo humour britannico: “Sono pronto a incontrare il Creatore. Se lui è pronto all’ardua prova che lo attende quando m’incontrerà, questa è un’altra questione”.

Marcel Proust chiama “Mamma”.

Albert Einstein, infine, sentenzia: “Solo un monomaniaco ottiene ciò che noi chiamiamo dei risultati”.

Ultime voglie e frasi fraintese

Ci sono uomini che non rinunciano a un piccolo, estremo piacere terreno.

Così Molière chiese un pezzo di parmigiano, Baudelaire, più ardito, un po’ di senape, Anton Cechov si accomiatò con frizzante rammarico (“Non ho bevuto champagne abbastanza a lungo”.) e Alfred Jarry invocò dal suo medico uno stuzzicadenti.

Quando ne ebbe un intero pacchetto, il suo volto si illuminò di gioia e, raccontò il medico, morì felice.

San Francesco d’Assisi, poi, lasciò di stucco i fraticelli chiedendo all’amica Jacopa de’ Settesoli di portargli non solo un cilicio in cui avvolgere il corpo, ma soprattutto fichi secchi e “quei dolci che eri solita darmi quando mi trovavo ammalato a Roma”.

Immanuel Kant si limitò a chiedere un po’ d’acqua e zucchero.

Sfortunatamente per lui, dopo averla bevuta, commentò “è abbastanza”, e spirò.

Su quell’“abbastanza” si accapigliarono non poche scuole di pensiero.

E così Kant entra di diritto nel gran numero dei travisati: coloro, cioè, che intendevano dire un’assoluta banalità e si sono ritrovati autori della Frase Storica.

Non si equivocano soltanto le parole. I musicologi, ad esempio, si chiedono tuttora se fossero i timpani o i tromboni del “Requiem” quelli che Mozart imitava, gonfiando le gote, nel delirio.

I gesti, del resto, hanno creato più di un equivoco.

Secondo il medico John O’Shea, che ha analizzato in un libro le agonie dei compositori, il famoso pugno che il morente Beethoven agitò contro il cielo si spiega come un riflesso meccanico dell’irritazione cerebrale che accompagna l’insufficienza epatica.

Fede, conversione e ultime parole

Ma qualcuno muore tranquillo, sostenuto in pieno dalla fede.

E, in alcuni casi, confortato da visioni.

A Padre Pio apparve la Madonna: “Ma lì chi c’è? Io vedo due mamme”, mormorò fissando la parete dove era appeso il ritratto della madre.

E Giovanna D’Arco, per nulla intimorita dal rogo, alzò lo sguardo al cielo come nel film di Dreyer ed esclamò dolcemente: “Gesù!”.

Furono nel segno della religione anche le ultime parole di un insospettabile Totò: “Sono cattolico apostolico romano”, mormorò al termine di quella sua ultima giornata che era iniziata con il ritrovamento della prima incisione su disco di “‘A livella”, la sua famosa poesia sulla morte.

E spirò dicendo “Sono di Dio per sempre” anche la presunta avvelenatrice e libertina Lucrezia Borgia.

Un po’ meno soave, suo padre Alessandro VI, uno dei papi più politici che la storia ricordi, sul letto di morte esclamò infastidito: “Va bene, va bene, arrivo. Aspettate un momento!”.

Il travisato dei travisati è però Voltaire.

In linea con l’ambiguità della sua ultima scelta, rispose “Lasciatemi morire in pace” al parroco di San Sulpice che gli chiedeva di riconoscere la divinità di Gesù Cristo.

Conversione in extremis o scatto d’insofferenza?

I dubbi si chiarirebbero se avessimo la prova dell’altra frase che gli viene attribuita: “Gesù Cristo? In nome di Dio, monsieur, non mi parlate di quell’uomo”.

Potere, orgoglio e sorpresa davanti alla morte

Non sempre i potenti della Terra si dimostrarono all’altezza della situazione.

L’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe esclamò con disappunto: “Dio salvi l’imperatore!”, mentre Elisabetta I, tutt’altro che rassegnata all’idea di andarsene, fece il verso al “Riccardo III” di Shakespeare: “Tutto ciò che possiedo per un istante di vita”.

La morte, si sa, non guarda in faccia nessuno, teste coronate incluse.

Se ne stupì Luisa di Prussia, che sul letto di morte sussurrò stupefatta: “Sono una regina, ma non posso più muovere le braccia”.

Altrettanto meravigliato, Cesare Borgia che, trafitto da una lancia durante l’assedio al castello di Viana nel 1507, gridò: “Muoio impreparato”.

Arrogante anche sulla soglia dell’eternità Faruk, ex re d’Egitto, che asserì: “Dopo di me resteranno soltanto cinque re, quello d’Inghilterra, quello di spade, di coppe, di bastoni, di denari”.

Sibillino e parimenti narciso Alessandro Magno, che esclamò: “Al più forte”.

Interpretato dai posteri come una sfida, alla pari, con Dio.

Ma la più regale di tutte fu la principessa di Ligne.

Un vescovo venne a farle visita sul letto di morte e, con gesto maldestro e inappropriato, le cadde sopra, stroncato da un colpo apoplettico.

Prima di spirare a sua volta, la principessa urlò: “Toglietemi questo vescovo di torno!”.

Frasi memorabili e ultime battute

Ma ci sono alcuni che hanno effettivamente lasciato in eredità una frase memorabile.

Spesso vera, talvolta abbellita, in qualche caso - si sospetta - inventata.

André Gide avrà realmente detto: “Come sempre è la lotta fra ciò che è ragionevole e ciò che non lo è”?

Teresa di Lisieux avrà davvero pronunciato la frase, agghiacciante per una mistica: “Il cielo è vuoto”?

E Victor Hugo sarà stato abbagliato da “una luce nera”?

Di Mahler la frustrazione. Pronunciò una sola parola: “Mozart!”.

Di Evita Peron fu spettacolare soprattutto il post-mortem, funerali e peregrinazioni della mummia.

Ma la primadonna che aveva sempre incespicato nella grammatica, spirò con una sottigliezza da enigmista, “Eva se va”.

Un’altra morte assai coreografica fu quella di Rodolfo Valentino.

Così, sopportando senza un lamento una terribile agonia, chiese ai medici: “E allora, mi comporto come un piumino rosa?”.

Chi si comportò malissimo, o benissimo, fu Rabelais.

Dopo aver pronunciato non una, ma due frasi storiche: “Io vado a cercare un grande Forse” e “Tirate il sipario, la farsa è finita”, si fece rivestire di un domino.

Perché? Per adeguarsi alle parole delle sacre scritture, laddove recitano: Beati mortui qui in Domino moriuntur.

Ovvero, l’importante è conformare l’epilogo al resto della propria vita.

Alcuni non dimenticarono fino all’ultimo impegni e manie.

Si rammaricò Honoré de Balzac: “Otto giorni di febbre! Avrei avuto il tempo di scrivere ancora un libro”.

È il trionfo del chiodo fisso: Paolina Bonaparte afferma: “Sono sempre stata bella!”, Dorothy Parker chiede a un’amica: “Dimmi la verità: piacevo davvero a Hemingway?”.

Silvio Pellico esulta: “Le mie prigioni scompaiono, le cose terrene si dileguano”.

Humphrey Bogart saluta Lauren Bacall: “Addio baby”.

Le confessioni ultime di Mauro Corona

Le Confessioni ultime di Mauro Corona sono il diario intimo di “un sognatore”.

Un autoritratto che richiama in alcuni passaggi l’indimenticabile tradizione degli scritti morali, da Seneca al filosofo e samurai Jocho Yamamoto, e si trasforma con impennate improvvise in un personalissimo sfogo sull’attualità e la politica.

Libertà, silenzio, memoria, corpo, fatica, invidia, orgoglio, competizione, amore, amicizia, dolore, morte, Dio e la fede.

Una rappresentazione laica profonda e illuminante.

«Sono un grande peccatore, ma per tradizione e per educazione spero in Dio, e lo rispetto a modo mio. Spero in Dio, però non so più dov’è finito».

Diceva Zvi Kolitz, autore amato da Mauro Corona: «caro Dio, io credo in te nonostante te».

Ecco il journal intime di un “sognatore”, alpinista, scultore e scrittore indomito.

Mauro Corona racconta degli errori che ha compiuto e dell’insegnamento che da essi è riuscito a trarre.

Mauro Corona riflette su temi quotidiani e altissimi al tempo stesso; è un vero e proprio dialogo con se stesso che, come un fiume sotterraneo, s’interrompe e riaffiora negli anni, arricchito dalle esperienze che nel frattempo ha vissuto.

Quello sciorinato da Corona, in parole e immagini, è un alfabeto esistenziale di cui vuole i lettori si possano ritrovare, nelle parole di un uomo di formidabile asciuttezza, capace di dire l’essenziale al momento giusto.

“Non mi piace il silenzio degli uomini, di quelli che non raccontano le loro vicissitudini, che non confessano il loro bisogno di aiuto”.

“L’uomo è un essere incompleto, ma il fatto di essere fragili non dobbiamo rifuggirlo come un difetto. La fragilità è tenerezza, sensibilità”.

“Credo che ogni cosa umile abbia un valore, basta saperlo vedere anche là dove sembra che non ci sia nulla”.

“Il meccanismo, il segreto semplicissimo dell’esistenza è togliere per vedere, per avere una visione, per cui l’essenziale è produrre la vita e campare con le cose necessarie a quella funzione”.

“I miei amici sono nati dove sono nato io, dalla terra della fatica, dove non nevica firmato. I miei amici erano gente comune, manovali, carpentieri, boscaioli, uomini sfortunati a volte dediti al vino, di ognuno di loro sentivo che mi voleva bene e io volevo bene a loro”.

“Questo è il Vajont: l’abbandono, distruzione di una civiltà. Ci sono stati due Vajont, quello dei morti e quello che ha fatto i morti morali, la disgregazione di usi, costumi, tradizioni, cultura. Una civiltà di artigiani spariti nel nulla. Questo è il secondo Vajont”.

Lo scrittore, nel corso degli anni, ha coltivato un rapporto di amicizia con Giorgio Fornoni, l’inviato di Report che ha realizzato coraggiosi reportage dai luoghi di tutto il mondo in cui le guerre infuriano, e la dignità umana viene calpestata.

Il film-documentario mostra, in 44 minuti, lo sguardo di Mauro Corona sui luoghi della sua vita, dalla tana rifugio in cui vive e lavora ai luoghi della sua quotidianità.

La parola come ultimo gesto umano

Frasi lapidarie, scaramantiche, devote, sarcastiche, indecifrabili.

Frasi che testimoniano però una presenza, un ascolto.

Chi le ha pronunciate ha avuto almeno la consolazione di avere qualcuno che le raccogliesse.

E la fortuna di non morire solo.

In ogni caso, la parola si conferma come l’ultima, estrema ancora di salvezza dell’identità umana.

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