Confessioni di una ninfomane: il film di Lars von Trier tra desiderio, colpa e racconto

“Confessioni di una ninfomane” rimanda a Nymph( )maniac, il film di Lars von Trier che racconta il percorso di Joe, una donna che ripercorre la propria vita sessuale e affettiva mentre viene assistita da Seligman, l’uomo che l’ha raccolta ferita in un cortile. Il film è sul sesso e sul senso, ma il merito di von Trier è di rovesciare continuamente ogni schematizzazione, mettendo in discussione la colpa, la punizione, la fedeltà al desiderio e il bisogno di dare un significato alle proprie esperienze.

La relazione tra Joe e Seligman trasforma la confessione in una struttura narrativa complessa: gli episodi erotici non sono presentati soltanto come una successione di avventure, ma come parti di un racconto in cui desiderio, memoria, interpretazione e giudizio morale si intrecciano. Nymph( )maniac non offre una definizione semplice della ninfomania e non si limita a trasmettere un messaggio sul sesso.

Il film e la difficoltà di comprendere il desiderio

Le moderne teorie del desiderio hanno un debito fondamentale con la letteratura e, più recentemente, con il cinema. Ma sono ormai così potenti da far dubitare che l’arte sia ancora in grado di dire qualcosa di nuovo sull’eros.

Nymph( )maniac non aggiunge nulla a ciò che già sappiamo? Al contrario: narrando un esperimento estremo lungo la via delle pulsioni, il film di von Trier mostra quanto sia complicato - e probabilmente impossibile - essere fedeli a se stessi.

Che cosa si desidera di più nel desiderio? Perché la rigidità torna a imporsi sulla spinta alla flessibilità? Perché “mea vulva” e “mea culpa” dicono la stessa cosa?

Nella mente dello spettatore “La maledizione del detective - dice Marty Hart (Woody Harrelson) in una puntata di True detective - è aver la soluzione sotto gli occhi, e non vederla, perché non si è capaci di collegare i fatti”. La maledizione di chi legge un libro o guarda un film è quella di leggerlo o guardarlo, senza riuscire a comprendere le relazioni che lo costituiscono: un labirinto di strade - nel caso di un’opera riuscita - viene ridotto a un’unica via, rettilinea, e da percorrere frettolosamente.

In effetti, la difficoltà nel replicare a chi ha espresso giudizi negativi su Nymph( )maniac è di carattere psicologico, e concerne quella viene giustamente chiamata “la buona educazione”. Non bisognerebbe essere scortesi in una discussione - ma che cosa si potrebbe rispondere a chi ha trovato il film noioso, o scontato, se non che non ha visto ciò di cui parla?

Dunque: che cosa avrà percepito? Chi s’interessa alle operazioni mentali di fruizione (persino il noioso cognitivista) dovrebbe essere consapevole di quanto sia forte la tendenza a ridurre oggetti linguistici complessi alla loro parafrasi, ogni qualvolta si incontrano ostacoli nella comprensione.

Questi ostacoli possono essere di varia natura: ci sono studenti - sempre più numerosi, a quanto si dice - che, posti di fronte a Boccaccio o a Machiavelli, chiedono all’insegnante se non esista una “traduzione in italiano”. Sembra che nella mente di alcuni spettatori accada qualcosa di simile quando si trovano di fronte a film disorientanti: essi reagiscono con una richiesta di traduzione.

Una richiesta che rivolgono a se stessi, e non esitano a soddisfare, redigendo un cahier de doléances. Proviamo comunque a prendere sul serio, per un attimo, le delusioni manifestate verso Nymph( )maniac, e che sembrano convergere su un punto: da questo grande regista ci aspettavamo la verità sul sesso, e invece - niente che non avessimo già visto o non sapessimo già.

Arte e teoria: il film dice qualcosa di nuovo sul sesso?

Questo potrebbe essere un buon punto di partenza: l’arte è ancora di grado di mostrare qualche verità che la teoria (la filosofia e le scienze umane) non abbia elaborato in maniera così riccamente articolata da costringere qualunque narrazione ad assumere tutt’al più una funzione di conferma?

Nel caso di Nymph( )maniac, chi conosce anche solo le tesi fondamentali per le teorie del desiderio, da Freud a Bataille sino a Lacan (cito questi autori perché le possibilità di una sintonizzazione con il film di von Trier appaiono piuttosto evidenti, e immediate), non è forse destinato a un mero esercizio di riconoscimento?

Solo gli sciocchi continuano a credere che la verità (o il significato) di un’opera consista nella trasmissione di un messaggio; ma, dopo aver rievocato una banalità che la mia generazione si era illusa, e soltanto illusa, ahimè, di vedere eliminata definitivamente, bisogna ammettere che lo statuto di verità dell’opera d’arte resta assai problematico.

La rivalità tra arte e teoria e la comicità dell’eros

Ripresento la questione: le teorie del desiderio sono ormai così potenti da far apparire pretenziosi i tentativi di “dire la verità” sul desiderio e sul sesso nei linguaggi dell’arte?

Dovemmo forse prendere atto di un dato epocale, che in fin dei conti potrebbe ridimensionare l’eventuale delusione nei riguardi di Nymph( )maniac: le ambizioni di questo film sono andate inevitabilmente a infrangersi contro la superiorità della teoria, cioè delle teorie novecentesche sull’eros.

Sembra che questa sensazione sia almeno in parte condivisa anche dagli estimatori del film: se Andrea Bellavita scrive sulle pagine di questa rivista (n. 187) che “una delle poche certezze è che non si tratti di un film sul sesso”, quest’affermazione, sorprendente dal mio punto di vista, potrebbe giustificarsi con la difficoltà di indicare il modo in cui Nymph( )maniac si svincola da spazi già esplorati.

L’articolazione sillogistica è palese: (a) Nymph( )maniac è un bellissimo film; (b) tuttavia, non ci dice niente di nuovo sul sesso; (c), dunque, non è un film sul sesso; la sua validità estetica andrà cercata in altre direzioni.

  • Prima premessa: Nymph( )maniac è un bellissimo film.
  • Seconda premessa: non ci dice niente di nuovo sul sesso.
  • Conclusione: non è un film sul sesso e la sua validità estetica andrà cercata in altre direzioni.

Ad esempio, per Bellavita si tratta di un film sul racconto, sull’arte del raccontare. Von Trier non ha civettato con la pornografia, hanno detto altri: “Nymph( )maniac non è tecnicamente un film pornografico perché manca l’ingrediente fondamentale della pornografia che è l’eccitazione provocata nello spettatore. Nel film di von Trier si guarda il sesso dal di fuori, senza alcuna partecipazione desiderante” (Pietro Bianchi, Lo stordito e la ninfomane, in “Le parole e le cose”, 6-4-2014).

Straniamento, ibridazione e racconto

Vorrei riprendere ciò che queste due prospettive suggeriscono, perché hanno il merito di farci guardare il film. Per esempio, richiamare l’importanza delle tecniche di straniamento, tra cui basterà citare i numeri in sovraimpressione per contare i “colpi” di Jerôme nel duplice sverginamento di Joe.

Tuttavia, resta molto da indagare: un film riuscito è un labirinto di strade, si è detto, riprendendo una metafora di Wittgenstein sul linguaggio. Sono diverse le prospettive possibili, ma, come ci ha insegnato Freud, bisogna anche saper cambiare frequentemente le metafore di cui ci serviamo: quella urbanistica appare troppo rigida.

Nymph( )maniac è fatto di mescolanze. Di ibridazioni? Indubbiamente; il che non implica alcuna adesione all’ideologia semplicistica dei postmoderni secondo cui “la purezza è cattiva, l’ibridazione è buona”.

Bisogna rileggere Nietzsche, distinguere tra ibridazioni deboli, sterili, e ibridazioni feconde (Al di là del bene e del male, par. 208). Anche Cinquanta sfumature di grigio è un ibrido, tra romanzo rosa e pornografia: ma il dispositivo “rosa” resta prevalente, gli stereotipi del primo genere restano dominanti (non che si possa elaborare una narrazione complessa limitandosi a mescolare questi due generi!).

Che cosa manca - tra i molti ingredienti di cui manca - il film tratto dal romanzo di E. L. James? Beh, manca di humor. Perciò è ridicolo.

Per Lacan l’amore è prevalentemente un sentimento comico - il che non esclude che, assai più raramente, possa manifestarsi nel tragico: ed egualmente accade nella dimensione del sesso.

Nymph( )maniac è anche un film divertente, grazie alla continua miscelazione con il comico: prevalente (ma un po’ facile) nella scena del mancato rapporto a tre con gli africani superdotati, raggiunge il vertice nell’episodio interpretato da Uma Thurman: meravigliosamente demenziale nella domanda “Posso far vedere ai bambini il letto in cui scopate?”, rivolta dalla moglie abbandonata a Joe.

Nella follia dell’amore penetra inesorabilmente, spietatamente, la spinta dell’insensato.

Joe, Seligman e la bêtise

Vorrei evitare di sovrapporre la nozione dell’insensato e quella della bêtise. Per certi versi, l’intersezione è plausibile, ma sarebbe un grave errore giungere a una sovrapposizione completa.

Questa distinzione è tanto più importante in quanto Nymph( )maniac è un film sulla bêtise: ecco un’altra “definizione” del film, un’altra prospettiva. A mio avviso, è una prospettiva essenziale per comprendere le miscelazioni di cui è fatta la storia narrata.

Con ciò, non intendo assolutamente negare che Nymph( )maniac sia un film sul sesso. Sul sesso e sul senso - ma quest’opposizione non va schematizzata.

Come cercherò di mostrare, il merito del film di von Trier è di rovesciare tutte le schematizzazioni, destabilizzandole continuamente. Forse è precisamente questo che nessuna teoria riesce a fare.

Mettiamo questa tesi alla prova. Chi è il principale rappresentante della bêtise in Nymph( )maniac? Non ci sono dubbi, è Seligman.

Egli porta la bêtise scritta nel suo stesso nome. Chi sente l’esigenza almeno di un’auctoritas di fronte a quest’affermazione perentoria, si ricordi di quanto scrive Flaubert “Gli imbecilli sono così numerosi, sono così felici . ” (Correspondance, 6-10-1850).

Tutti noi siamo stati più o meno felici e infelici nel corso della nostra vita: l’espressione “uomo felice” può indicare soltanto un uomo stupido. Il che non implica la reversibilità dell’enunciato; si può essere stupidi, e nondimeno infelici.

Ma quando la “felicità” - mi pare che le virgolette siano opportune - riempie sino alla saturazione un individuo, è perché quell’individuo ha smarrito la via dell’intelligenza.

Si dirà che Seligman è soltanto un nome proprio, e che il personaggio interpretato da Stellan Skarsgård ne è soltanto il portatore. Ma nei linguaggi artistici è più frequente di quanto non lo sia nella vita l’equivalenza nomen omen.

D’altronde, Seligman non sembra semplicemente il portatore del suo nome, ma anche l’esecutore: egli ha sbarrato la porta alle sofferenze che provengono dalle pulsioni, da Eros e da Thanatos.

Non è affatto un uomo innocente, come egli stesso si definisce. Grava su di lui la colpa imperdonabile di aver abolito, di aver “forcluso” (Lacan) una parte di se stesso, la parte ingovernabile, caotica, ma che costituisce per ogni essere umano la fonte della plasticità.

La colpa e la punizione di Joe

Una precisazione, forse non inutile: la letteratura moderna (ma questo vale anche per Nietzsche) non si interessa allo stupido in quanto minus habens. Nel celebre saggio di Musil del 1937, la concezione flaubertiana della bêtise viene opportunamente esplicitata come stupidità intelligente (intelligente Dummheit).

Stiamo quindi parlando della stupidità di persone colte: ma la cultura può nascondere, non porre rimedio alla bêtise.

Che Seligman si sforzi di assumere le sembianze della comprensione, inizialmente ci può depistare - come inganna Joe, dopo una prima intuizione veritiera.

Quell’uomo sembra ampliare gli spazi che si erano quasi completamente rinchiusi intorno a lei. Ha raccolto una donna che giaceva in un cortile, col volto tumefatto, e l’ha ospitata nella sua casa.

E’ l’angelo dell’accoglienza. E anche colui che offre a Joe la possibilità di una decolpevolizzazione; ma proprio qui si manifesta la bêtise.

Perché Joe è colpevole, e la storia che narra a Seligman è la storia di una punizione - di una punizione necessaria.

Vorrei che non si fraintendesse questa affermazione: non sto proponendo un punto di vista banalmente moralistico. Sta di fatto che, esaminata nella sua struttura narrativa, Nymph( )maniac non può non apparire come un racconto di punizione.

Joe viene punita più di una volta - e con quanta severità!

  • Per essersi legata a Jerôme, perde la capacità di godere.
  • Per aver adottato una “erede”, dopo aver rinunciato alla funzione materna nei riguardi del piccolo Marcel, viene tradita e umiliata.
  • A causa di un sentimento di gelosia - la smentita più forte all’imperativo di non innamorarsi - viene picchiata selvaggiamente e costretta a rivedere il suo sverginamento in una rivale, il cui trionfo si completa quando P spruzza su di lei un prolungato flusso di urina.

L’evidenza di queste colpe viene parzialmente offuscata da altre azioni, eticamente e socialmente riprovevoli: l’intrusione nelle relazioni coniugali altrui la rende - così le viene fatto notare dalla sua datrice di lavoro - una minaccia per i sentimenti delle altre donne.

Ma di questo Joe non è mai riuscita a sentirsi colpevole (“Non si può fare una frittata senza rompere le uova”). Quanto alla sua partecipazione a un’attività criminosa, essa sembra costituire la cornice per l’ultimo incontro con Jerôme, e poco più.

Non è delle frustate inferte alle natiche di debitori insolventi, o di aver smascherato un pedofilo latente provocandogli un’erezione, che Joe può realmente pentirsi.

La fedeltà al proprio desiderio come imperativo etico

Resta da chiarire che cosa ci sia di colpevole nelle colpe che ho prima indicato. Bisogna essere più precisi su questo punto, altrimenti si cade nel moralismo.

La dipendenza dal sesso è un’attività sessuale fuori controllo. Alcuni medici però non la considerano una condizione clinica ed in effetti ninfomania è un termine desueto usato nel passato.

Dal greco antico νύμφη nýmphē: ninfa, sposa e μανία manía: mania fu coniato nel 1771 dal medico francese J. D. T. de Bienville, che lo utilizzò per la prima volta nel suo studio La Nymphomanie, ou Traité de la fureur utérine (“La ninfomania, ovvero trattato sul furore uterino”).

Fu considerata dapprima una perversione e, in tempi successivi, una patologia sessuale femminile caratterizzata da una compulsiva ricerca di partner e accompagnata da anorgasmia o frigidità.

Nel 1992 l’Organizzazione Mondiale della Sanità non riconobbe più nella ninfomania una patologia e nel 1995 la American Psychiatric Association cancellò tale voce dalla IV edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV), riconducendo tuttavia il concetto entro la più vasta categoria dell’ipersessualità.

Si tratta tuttavia di una inclinazione sia della donna che dell’uomo con una forte accentuazione quantitativa della sessualità, di natura psicologica; una sorta di esaltazione degli impulsi sessuali, che spinge le persone ad una continua ricerca di nuovi partner, ma che in realtà serve ad alleviare i tumulti psichici interni.

Questa ipersessualità è accompagnata dalla perdita di inibizioni e contraddistinta da continue manifestazioni di seduzione, avance, provocazione, desiderio e fisiologia sessuale, tanto da assumere caratteristiche psicopatologiche.

Dunque l’ipererotismo domina quasi tutti i tempi e gli spazi della vita, complicando e spesso danneggiando la sfera sociale, familiare, affettiva e lavorativa.

Sembra che con tale sessualità diffusa la persona cerchi di esprimere a livello sessuale una insoddisfazione psicofisica che la spingerebbe a cercare il continuo contatto sessuale non per ottenere nuove sensazioni e piaceri, ma per avere un soddisfacimento psichico e fisico che non riesce a raggiungere.

Il passaggio da un partner a un altro è, allora, dovuto alla convinzione che il motivo dell’insoddisfazione sia legato al partner stesso e non a una situazione interna di disagio.

Talvolta quando la persona non è impegnata o fallisce nella ricerca, tende a sfogare i suoi impulsi ricorrendo in particolare a pratiche autoerotiche di vario tipo.

Il desiderio come conflitto tra libertà e colpa

La descrizione dell’ipersessualità aiuta a comprendere il conflitto centrale del film, ma non esaurisce il significato della storia di Joe. In Nymph( )maniac, la quantità delle esperienze sessuali non viene separata dalle conseguenze emotive, dalla ricerca di controllo e dall’impossibilità di vivere il desiderio in modo pienamente pacificato.

La fedeltà a se stessi non coincide necessariamente con l’assenza di conseguenze. Il desiderio può apparire come una forza di liberazione e, nello stesso tempo, come una spinta capace di produrre sofferenza, dipendenza, perdita e punizione.

È proprio in questa tensione che il film evita di trasformare Joe in una semplice figura scandalosa o in un caso clinico. La sua esperienza diventa il luogo in cui si incontrano il sesso, il racconto, la colpa, la comicità, la teoria e la difficoltà di comprendere ciò che si ha sotto gli occhi.

Nymph( )maniac non è quindi soltanto un film sulla ricerca di nuovi partner e non è soltanto un film sul racconto. È un’opera in cui il desiderio viene continuamente spostato da una definizione all’altra, mentre la confessione di Joe costringe Seligman e lo spettatore a interrogarsi sul rapporto tra pulsione e responsabilità.

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