Don Tonino Bello parla ai giovani con una parola appassionata, concreta e fiduciosa: «Non abbiate paura, non preoccupatevi! Se voi lo volete, se avete un briciolo di speranza e una grande passione per gli anni che avete… cambierete il mondo e non lo lascerete cambiare agli altri».
Il suo invito è a vivere pienamente, a non chiudersi in se stessi, a coltivare amicizie e responsabilità, a scegliere la pace, la giustizia, la solidarietà e la salvaguardia dell’ambiente. Per questo camminare «sul passo dei giovani» significa raccogliere l’eredità di un vescovo capace di unire fede e vita, preghiera e impegno, tenerezza e coraggio, attenzione agli ultimi e speranza nel futuro.
Chi era don Tonino Bello
Nato ad Alessano (Lecce) il 18 marzo 1935, Antonio Bello rimarrà sempre, anche quando sarà Vescovo,” don Tonino. Figlio di un maresciallo dei carabinieri e di una donna semplice e di grande Fede, trascorre l’infanzia in un paese ad economia agricola ed impoverito dall’emigrazione.
Assiste alla Morte dei fratellastri e del padre. Ragazzino sveglio, finite le elementari, è mandato, per poter continuare gli studi, in seminario, prima ad Ugento poi a Molfetta.
In questo sud, periferia della storia e della geografia, ad Alessano, all’epoca uno dei paesi più importanti del Capo di Leuca, il 18 marzo del 1935 nasce Tonino Bello, da Maria Imperato e da Bello Tommaso.
Il padre, maresciallo dei carabinieri, rimasto vedovo, si era risposato e con sé aveva portato Vittorio e Giacinto Carmine, i due figli che aveva avuto con la sua prima moglie, affidandoli alle premure e all’affetto della sua nuova sposa che presto darà alla luce altre due creature, Trifone e Marcello.
Il 29 gennaio del 1942 muore per morte improvvisa Tommaso. La madre, rimasta vedova, presto conoscerà la tristezza di altri due lutti: il secondo conflitto mondiale coinvolgerà nella sua tragedia anche questa povera famiglia.
Il 9 settembre del 1943 Vittorio perde la vita nell’affondamento della corazzata Roma. E il 3 ottobre 1944 Carmine Giacinto, radiotelegrafista sui Mas, muore improvvisamente come il padre, probabilmente a causa di un infarto cardiaco.
In poco più di due anni il destino e la follia della guerra si abbattono su questa famiglia portando il freddo della solitudine e della incertezza del domani. Il piccolo Tonino non aveva compiuto ancora dieci anni e già era il fratello maggiore.
Da adulto ricorderà: “ Mio padre non lo ricordo. So che piangevo in segreto quando vedevo i miei compagni delle elementari accompagnati a scuola dai loro papà “.
Ma già da bambino, a causa della scomparsa dei due fratelli maggiori, il tarlo della follia della guerra entrerà nelle sue ossa e lo accompagnerà sino alla fine dei suoi giorni: da vescovo conosce Ciccillo, un pescatore molfettese, anche lui era a bordo della corazzata Roma al momento del naufragio.
Ciccillo riesce a salvarsi. Don Tonino più volte si fermerà con lui a rivivere il dolore di quei tragici momenti, quasi a voler donare al fratello una sua vicinanza e ad offrire a lui una promessa, la promessa di essere per sempre un uomo di pace.
Un tributo che sente di dover vivere anche per la sua gente alla quale dedicherà parole bellissime: “ Una gente - quella degli anni della sua infanzia - povera di denaro, ma ricca di sapienza. Dimessa nel comportamento, ma aristocratica nell’anima. Rude nel volto contadino , ma ospitale e generosa. Con le mani sudate di fatica e di terra, ma linda nella casa e nel cuore. Forse anche analfabeta, ma conoscitrice dei linguaggi arcani dello spirito “.
L’infanzia, la scuola e la vocazione
Gli anni dell’infanzia del piccolo Tonino sono anni difficili, anni di fame e di incertezze. Giorni vissuti con mamma Maria, e i piccoli Trifone e Marcello, “ . sapore di pane solo pane, profumi di campo e di bucato…”.
La chiesa è a quattro passi da casa, la scuola pure. L’incontro con il maestro aprirà nel suo cuore squarci di stupore.
“ Si’, perché lui aveva l’incredibile capacità di non spiegarci mai tutto, e per ogni cosa lasciava un ampio margine d’arcano, … non so se per stimolare la nostra ricerca o per alimentare il nostro stupore. Perché l’arcobaleno dura cosi poco nel cielo?. ”
L’intelligenza e la bontà del ragazzo non era sfuggita al Parroco, don Carlo Palese, che presto propone al ragazzo e alla famiglia la vita del seminario.
Era il mese di ottobre del 1945 quando, con una valigia piena di sogni, varcò la soglia del seminario di Ugento dopo aver salutato i fratellini tra le lacrime e con un calesse compiuto la traversata Alessano / Ugento.
Inizia per Tonino una nuova vita , fatta di preghiera, studio, nuove conoscenze, mentre compagni e educatori subito si accorgono di questo ragazzo bravo e generoso.
Dopo cinque anni il giovane Tonino raggiunge il seminario regionale di Molfetta: eccelleva in tutte le materie, giocava a calcio ed amava tutti gli sport, suonava l’organo e la fisarmonica, amava il canto, ed il suo spirito gioviale lo rendeva amabile a superiori e compagni.
La formazione all’ONARMO e il contatto con il mondo del lavoro
Frequenterà l’ONARMO (opera nazionale assistenza religiosa e morale degli operai).
I tre anni del liceo in terra di Bari passano in fretta ed il suo Vescovo , Mons Ruotolo, gli propone di proseguire gli studi presso il seminario ONARMO di Bologna, dove si trasferisce nell’autunno del 1953.
L’ONARMO ( opera di assistenza religiosa e morale degli operai ) offre un percorso formativo alternativo rispetto agli altri luoghi di formazione per gli aspiranti sacerdoti.
Si studia il pensiero sociale della chiesa, si approfondisce la storia del movimento del sindacato, si frequentano le fabbriche e si legge il vangelo con gli operai : si vive insomma una vera rivoluzione formativa.
Il giovane Tonino a Bologna dal Cardinal Lercaro riceve gli ordini minori e il suddiaconato e subito dopo la proposta di rimanere per sempre in quella diocesi.
Tonino ringrazia il cardinale al quale è legato da stima profonda e sentimenti filiali ma sceglie di tornare nella sua terra salentina: un legame che lo accompagnerà per sempre in vita ed in morte.
Degli anni passati a Bologna più tardi dirà: “ Un periodo bellissimo. Si vivevano già i segni del periodo preconciliare, e poi c’era la presenza straordinaria del card. Lercaro. Tutto ruotava intorno alla riscoperta della liturgia e dei suoi valori sociali. Di quegli anni ricordo soprattutto il contatto continuo con gli operai, quando il nostro mondo era ancora troppo chiuso, forse diffidente“.
Il sacerdote educatore
In data 7 Luglio del 1957 presso la chiesetta dell’Immacolata sita in Montesardo don Tonino riceve il diaconato e l’8 dicembre dello stesso anno nella sua Alessano fu ordinato sacerdote da Mons. Ruotolo : l’età non era quella canonica, essendo ancora troppo giovane, ma il vescovo chiede la dispensa.
L’8 dicembre 1957 è ordinato Sacerdote e dopo un anno sarà nominato maestro dei piccoli seminaristi.
Il 6 dicembre del 1957 Mons Cremonini , padre spirituale del seminario Onarmo, così scriveva a mamma Maria: “ Nella festa a noi tanto cara della Immacolata regina del cielo e della terra, sarà conferita una dignità divina e il potere di dispensare alle anime dei fedeli gli ineffabili doni della grazia al suo egregio e amabile figliolo, dotato di speciali doti di mente e ci cuore, ornamento del nostro seminario “.
Nel 1958 , dopo il conseguimento della Licenza alla Facoltà teologica di Milano, si trasferì a Ugento.
Appena giunto nel seminario di Ugento, oltre ad essere incaricato della disciplina, don Tonino fu nominato professore di più materie scolastiche.
Durante la sua permanenza, durata diciotto anni, fu prima prefetto, poi vice rettore e in ultimo dal 1974 al 1976 rettore del seminario.
Nei successivi 18 anni sarà capace di mediare tra severità del metodo ed esigenze giovanili.
Quegli anni sono fondamentali perché mettono a nudo ulteriormente le capacità educative e pastorali di don Tonino, il suo impegno senza sosta, la sua cultura senza confronti.
Lavorerà per la diocesi come redattore di “Vita Nostra”.
In una pagina del diario del1962 dirà di sé:”(…)Dio mio, purificami da queste scorie in cui naviga l’ anima mia, fammi più coerente, più costante. Annulla queste misture nauseanti di cui sono composto, perché ti piaccia in tutto, o mio Dio”.
Il Concilio Vaticano II e una Chiesa vicina alla vita
Nel 1962 il Concilio Vaticano II, voluto da papa Giovanni XXIII, stava per iniziare e monsignor Ruotolo che doveva seguirne i lavori a Roma decise di portare con sé don Tonino, ormai lo considerava suo personale teologo.
Infatti, le tracce degli interventi che il vescovo di Ugento fece durante le sessioni conciliari furono preparate da don Tonino il quale trovò anche il tempo di scrivere un diario su quella esperienza romana.
È inutile sottolineare come l’aria di rinnovamento lanciata dal Concilio Ecumenico gli condizionerà molto la già ricca cultura pastorale che, successivamente, evidenzierà durante il suo ministero episcopale.
Anche nella diocesi ugentina don Tonino si impegnò e tanto per applicare gli insegnamenti che il Concilio aveva lasciato.
Nel frattempo, il contributo notevole che don Tonino offrì al suo vescovo nel soggiorno a Roma era servito a preparare una grande sorpresa.
Il vescovo Ruotolo lo fece nominare “monsignore”. A ventotto anni don Tonino era già monsignore!
Naturalmente egli accettò di buon grado quella sorpresa, ma continuò a farsi chiamare “don” Tonino, e lo farà pure dopo la sua nomina episcopale.
Non dimentichiamo, inoltre, che mentre era a Roma don Tonino si iscrisse all’Università Lateranense laureandosi, nel 1965, in Teologia.
Un educatore capace di stare accanto ai giovani
Gli anni di permanenza nella città di Ugento avevano messo in risalto un’altra passione di don Tonino: lo sport.
Ogni attività sportiva e agonistica lo trovavano pronto ad impegnarsi con i suoi ragazzi fino all’estremo delle sue forze fisiche.
Era riuscito, addirittura, ad ottenere il patentino di arbitro di calcio, sostenendo i relativi esami. Anche la pallavolo lo entusiasmava.
Anzi, egli stesso diede origine a una squadra del seminario, riuscendo a imporsi ed a raggiungere in quella disciplina sportiva incredibili risultati nel campionato nazionale.
Questa attenzione alle attività, alle passioni e alle relazioni rendeva concreto il suo modo di accompagnare i ragazzi. Don Tonino non considerava i giovani destinatari passivi di insegnamenti, ma persone da incontrare, ascoltare e incoraggiare.
La parrocchia e la scoperta degli ultimi
Nel 1978 lasciò il seminario quando il vescovo monsignor Mincuzzi, succeduto nel frattempo a Ruotolo, lo nominò amministratore parrocchiale del “Sacro Cuore di Ugento”.
Appena arrivato in parrocchia don Tonino si tuffò a tempo pieno nel suo nuovo lavoro.
Ricostituì subito il Consiglio parrocchiale, dedicò particolare attenzione al canto sacro e alla preparazione al commento delle letture della domenica.
La gente ricorda ancora quando don Tonino girava in continuazione per le strade della parrocchia. Infatti conosceva tutti, e chiamava ciascuno per nome.
Per tutti aveva un sorriso e una parola di incoraggiamento.
Nel 1979 fu eletto parroco della “Natività di Maria” in Tricase, e si preparò così a trasferirsi nella nuova parrocchia che gli era stata affidata dal vescovo Mincuzzi.
Tricase era in festa per l’arrivo del nuovo parroco. D’altronde don Tonino già conosceva molte persone di quel piccolo paese distante appena sette chilometri dalla sua Alessano.
La gente lo accolse con tanto affetto, entusiasmo e mille attenzioni, considerandolo un figlio della propria terra.
Tre anni di parroco a Tricase, nella parrocchia della Natività di Maria, basteranno per fare capire a “qualcuno” che quel ministero era soltanto una prova generale.
Da quel gennaio del 1979 all’estate del 1982, don Tonino rivoluzionò il paese con il suo impegno dinamico, con scelte nuove e rinnovatrici, sforzandosi di applicare nel suo popolo gli insegnamenti che il Concilio Vaticano II aveva lasciato.
I parrocchiani, la gente del paese, tutti avevano inteso che quel prete era diverso dagli altri, e perciò don Tonino cominciò a vedere la sua chiesa riempirsi di tantissime persone affascinate e conquistate dalle sue omelie.
Talvolta quelle prediche gli servivano per lanciare “sferzate” ai politici e agli amministratori locali i quali, pur non risparmiandosi, rispondevano con battute bagnate al veleno.
Intanto la popolarità di don Tonino cresceva. Anche i giovani di Tricase si lasciavano conquistare da lui, soprattutto i suoi alunni.
Già, perché don Tonino insegnava e si incontrava tutti i giorni a scuola con i giovani, vivendo l’impegno scolastico non come un lavoro ma come una missione, come un momento di espansione e di verifica del suo ministero sacerdotale e pastorale.
Alla fine degli anni ’70 è nominato parroco di Tricase: l’esperienza in parrocchia gli fa toccare con mano l’urgenza dei poveri, dei disadattati, degli ultimi.
La scelta della «Chiesa del Grembiule»
Comunione, evangelizzazione e scelta degli ultimi sono i perni su cui svilupperà la sua idea di Chiesa (la “Chiesa del Grembiule”)
Rinuncia ai “segni di potere” e sceglie il “Potere dei Segni”: nascono così la Casa della Pace, la comunità per i tossicodipendenti Apulia, un centro di accoglienza per immigrati dove volle anche una piccola moschea per i fratelli Musulmani.
Lo troviamo così assieme agli operai delle acciaierie di Giovinazzo in lotta per il lavoro, insieme ai pacifisti nella marcia a Comiso contro l’installazione dei missili, insieme agli sfrattati che ospiterà in episcopio.
“Io non risolvo il problema degli sfrattati ospitando famiglie in vescovado. Non spetta a me farlo, spetta alle istituzioni: però io ho posto un segno di condivisione che alla gente deve indicare traiettorie nuove(…),insinuare qualche scrupolo come un sassolino nella scarpa.).
La Chiesa del grembiule non è una Chiesa chiusa nei propri spazi, ma una comunità che entra nella storia, si sporca le mani, incontra i poveri, difende la dignità delle persone e costruisce segni di condivisione.
La nomina a vescovo
Nel 1980 don Tonino dovette recarsi a Roma perché convocato dalla Congregazione dei vescovi.
Qui incontrò il cardinale Sebastiano Baggio, Prefetto della Congregazione, il quale dopo un lungo colloquio gli propose la nomina a vescovo con destinazione Palmi, in Calabria.
Quell’evento lo turbò, e non poco, ma alla fine decise di declinare la proposta.
Non passò molto tempo da quel primo incontro che una seconda convocazione a Roma gli procurò la proposta di nomina a vescovo nella diocesi di Tursi, in Basilicata.
Ancora una volta don Tonino non accettò l’invito, lo tormentava la sola idea di lasciare Tricase, la sua parrocchia, la sua gente che egli amava ma, soprattutto, la sua mamma ormai troppo anziana che, infatti, morirà nel novembre del 1981.
L’anno successivo, a metà giugno, don Tonino ricevette la terza proposta.
Era indeciso, ma propenso ad accettare la nomina, e il 10 agosto 1982 fu nominato vescovo di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi e, successivamente, anche di Ruvo di Puglia unita alle precedenti città “in persona episcopi” ed entrata a far parte della nuova diocesi il 30 settembre 1986.
Nel 1982 viene nominato Vescovo di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi e nel 85, presidente di “Pax Christi”.
A Molfetta, la notizia fu data al clero interdiocesano il sabato del 4 settembre alle ore 12 da monsignor Aldo Garzia, che nel frattempo era stato trasferito nella diocesi di Gallipoli.
Due giorni dopo, il 6 settembre, don Tonino conobbe di persona, nell’aula magna del seminario vescovile di Molfetta, il clero delle tre città della diocesi dicendo, con tono scherzoso, di aver voluto subito incontrare la «fidanzata che la Santa Sede gli aveva trovato per corrispondenza», e cioè la Chiesa di Molfetta.
Il 19 settembre, invece, in tutte le chiese della diocesi fu letto il primo messaggio del nuovo vescovo Antonio Bello.
Un vescovo scomodo e coerente
L’inevitabile scontro con gli uomini politici si fa durissimo quando diventa presidente di Pax Christi: la battaglia contro l’installazione degli F16 a Crotone, degli Jupiter a Gioia del Colle, le campagne per il disarmo, per l’obbiezione fiscale alle spese militari, segneranno momenti difficili della vita pubblica italiana.
Dopo gli interventi sulla guerra del Golfo venne addirittura accusato di incitare alla diserzione.
Eppure c’è stata sempre una limpida coerenza nelle sue scelte di uomo, di cristiano, di sacerdote, di vescovo.
E’ stato così coerente da creare imbarazzo perfino in certi ambienti, compresi quelli curiali: sapeva di essere diventato un vescovo scomodo.
Ma la fedeltà al Vangelo è stata più forte delle lusinghe dei benpensanti e delle pressioni di chi avrebbe voluto normalizzarlo.
La pace come scelta concreta
La marcia pacifica a Sarajevo, di cui fu ispiratore e guida, sebbene già malato, rappresenta la sintesi epifanica della vita di don Tonino.
Partirono in 500 da Ancona il 7 Dicembre 1992, credenti e non, di nazionalità diverse uniti dall’unico desiderio di sperimentare “un’altra ONU”, quella dei popoli, della base.
Nel discorso pronunciato ai 500 nel cinema di Sarajevo dirà: ”Vedete, noi siamo qui , Probabilmente allineati su questa grande idea, quella della nonviolenza attiva (…).Noi qui siamo venuti a portare un germe: un giorno fiorirà(…).Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati”.
La promessa di pace nata nell’infanzia, davanti al dolore della guerra, diventa così una scelta pubblica, ecclesiale e personale. Per don Tonino la nonviolenza non è passività, ma partecipazione attiva alla storia e costruzione di relazioni nuove.
La morte e la testimonianza
Pochi mesi dopo, il 20 aprile 1993, consumato da un cancro, muore senza angoscia e con grande serenità.
La sua vita terrena si conclude lasciando un patrimonio di parole, gesti e scelte che continuano a interrogare ragazzi, educatori, comunità cristiane e cittadini.
È stato così coerente da creare imbarazzo perfino in certi ambienti, compresi quelli curiali: sapeva di essere diventato un vescovo scomodo.
La parola rivolta ai giovani
Da una lettera di don Tonino ai giovani “Non abbiate paura, non preoccupatevi! Se voi lo volete, se avete un briciolo di speranza e una grande passione per gli anni che avete… cambierete il mondo e non lo lascerete cambiare agli altri.
Vivete la vita che state vivendo con una forte passione. Non recintatevi dentro di voi circoscrivendo la vostra vita in piccoli ambiti egoistici, invidiosi, incapaci di aprirsi agli altri.
Appassionatevi alla vita perché è dolcissima. Mordete la vita!
Non accantonate i vostri giorni, le vostre ore, le vostre tristezze con quegli affidi malinconici ai diari. Non coltivate pensieri di afflizione, di chiusura, di precauzioni.
Mandate indietro la tentazione di sentirvi incompresi. Non chiudetevi in voi stessi, ma sprizzate gioia da tutti i pori.
Bruciate… perché quando sarete grandi potrete scaldarvi ai carboni divampati nella vostra giovinezza.
Incendiate… non immalinconitevi. Perché se voi non avete fiducia gli adulti che vi vedono saranno più infelici di voi.
Coltivate le amicizie, incontrate la gente. Voi crescete quanto più numerosi sono gli incontri con la gente, quante più sono le persone a cui stringete la mano.
Coltivate gli interessi della pace, della giustizia, della solidarietà, della salvaguardia dell’ambiente.
Il mondo ha bisogno di giovani critici”.
Sale, sole, speranza
Sale
Amate la vita, perché lì è perfetta letizia: non tanto nell'essere amati ma nell'amare.
Ricordate che non essere amati non è una tragedia; è il non amare la tragedia.
E perfetta letizia sta nel servire, non nell'essere serviti.
Questa è la sapienza: da "sapere", sapore, gusto, sale. Questo è il sale della vita: amare!
Sole
La strada vi venga sempre dinanzi e il vento vi soffi alle spalle e la rugiada bagni sempre l'erba su cui poggiate i passi.
E il sorriso brilli sul vostro volto. E il pianto che spunta sui vostri occhi sia solo pianto di felicità.
E qualora dovesse trattarsi di lacrime di amarezza e di dolore, ci sia sempre qualcuno o qualcuna pronto ad asciugarvele.
Il sole entri a brillare prepotente nella vostra casa a portare tanta luce, tanta speranza e tanto calore.
Speranza
Oggi si equivoca parecchio sulla speranza. Si pensa che sia una specie di ripostiglio dei desideri mancati.
Una rivalsa del nostro limite che, mortificato sugli spazi percorribili dai piedi per terra, cerca compensazioni allungando la testa tra le nuvole o indugiando sulla zona pericolosa dei sogni ad occhi aperti.
Una forma di "tiramisù" psicologico, insomma, utile per non lasciarsi travolgere dalle tristezze della vita.
Niente di più deleterio. Bisogna far capire, invece, che la speranza è parente stretta del realismo.
E' la tensione di chi, incamminatosi su una strada, ne ha già percorso un tratto e orienta i suoi passi, con amore e trepidazione, verso il traguardo non ancora raggiunto.
E' impegno robusto, insomma, che non ha da spartire nulla con la fuga.
Servizio, sogno e sorriso
Servizio
Amici miei, ragazzi miei, conta più un gesto di servizio che tutte le prediche, tutte le omelie che, se non sono sorrette da una esemplarità forte, non producono nulla.
Vorrei accendere il vostro cuore ed il vostro impegno per il volontariato, per il servizio nelle comunità parrocchiali a favore dei poveri, oggi in modo particolare a favore dei terzomondiali, che sono nostri fratelli.
Servizio gratuito, senza lusinghe.
Se laviamo loro i piedi, se apriamo le case di accoglienza, se facciamo scuole per loro, se difendiamo i loro diritti non è perché abbiamo smanie di accaparramento, così che, quando abbiamo finito di lavare i piedi possiamo dire: "Mohamed, che hai in tasca? Il Corano? Dammi il Corano che io ti dò il Vangelo".
No, non così. Capite qual è il nostro servizio?
Lava i piedi e poi non dare la cartina stradale dell'itinerario che devono percorrere, perché ci penserà lo Spirito a farli andare dove lui sa.
Così ha fatto Francesco: non si è interessato di andare a convertire il Sultano, è andato soltanto ad annunciargli parole di liberazione per i fratelli.
Sogno
No, ragazzi, non abbiate paura di riscaldarvi adesso.
Papini lo diceva: "Quando sarete vecchi vi scalderete alla cenere della brace che è divampata nella vostra giovinezza".
Allora, quando sarete vecchi, andrete a trovare qualche pezzo di carbone rovente dell'incendio che è divampato alla vostra età.
Vi rimarrà solo quel carboncino e vi scalderete a quello.
Non abbiate paura quindi di innamorarvi adesso, di incantarvi adesso, di essere stupiti adesso, di entusiasmarvi adesso.
Non abbiate paura di guardare troppo in alto, di sognare per paura che poi la realtà vi metta tragicamente di fronte a ciò che è.
Sorriso
Chiediamo il clono dell'eleganza.
Eleganza che significa buon gusto, che significa rispetto dell'altro, che significa accoglienza, che significa sorriso, che significa fare posto all'altro perchè passi per primo, perchè salga per primo sull'autobus, perchè trovi per primo il posto sul treno, perchè si serva prima al bar, perchè davanti ai mercati possa essere servito prima e faccia per primo la sua richiesta.
Questo farsi avanti per cedere il posto all'altro significa sorriso, significa rispetto delle cose altrui, significa punteggiare il proprio discorso, le proprie parole, con le espressioni «prego», «chiedo scusa», che non sono una formalità.
Il dono dell'eleganza è anche eleganza nel vestire, che non significa portare gli abiti firmati, ma significa portare abiti che non diano fastidio agli altri, che non inducano gli altri in pensieri turbinosi.
Eleganza significa bellezza, significa cura del proprio corpo, significa amore per la vita, amore per le cose che ci circondano, gioia di sentirsi incastonati in questo paesaggio di tenerezza che amiamo tutti quanti noi.
Città, convivialità e coraggio
Città
Che cosa significa "andare in città"?
Significa intraprendere la fatica del viaggio meridiano e andare a piantarsi nel centro della piazza, dove ferve la vita, dove passa la gente, dove si costruisce la storia.
Significa piantarsi all'incrocio delle culture non per catturarle o per servirsene ma per orientarle e servirle.
Significa sporcarsi le mani, imbrattarsi il vestito, sperimentare l'inedito.
Significa, in termini concreti, vincere la paura che parlare di poveri, di disoccupati, di marittimi sbarcati e senza lavoro, di sfrattati, di drogati. sia fare sociologismo, sia fare l'orecchiante ai linguaggi di moda, sia fuggire per la tangente della denuncia demagogica e gratuita.
Coraggio
Coraggio, fratelli miei, dobbiamo uscire di più.
Dobbiamo innamorarci di più della città. Dobbiamo amare di più le istituzioni.
Dobbiamo collaborare di più con tutti coloro che nella cosa pubblica si impegnano perchè le cose vadano meglio, perchè la gente sia più felice, perchè dorma tranquilla, perchè abbia una casa e un lavoro, perchè sia assicurato il futuro dei giovani.
Ecco, Dio non discrimina la gente sulla base delle ideologie o delle provenienze sociali o dei partiti o della ricchezza o del censo o della laurea.
Gli steccati li facciamo noi. Non lui.
Convivialità delle differenze
Qualche mese fa, a Ruvo, una città della mia diocesi, abbiamo consacrato una nuova chiesa.
C'erano tutte le autorità: il sindaco, il prefetto.
Ad un certo momento si firma anche la pergamena che poi viene interrata "ad perpetuam rei memoriam".
Firmano tutti: il sindaco, il vescovo, il parroco.
Ebbene, in fondo alla chiesa c'erano dei marocchini. Era gremitissima, la chiesa.
Ho detto: "Qui ci sono anche dei nostri fratelli di colore: Mohamed, Said, venite". Sono venuti.
Ho detto loro: "Firmate anche voi! Lo so che siete maomettani; forse sarà la prima volta che sotto un altare cristiano si colloca una pergamena firmata da maomettani".
Hanno firmato pure loro. Si è fatto un gran silenzio, incredibile.
Io pensavo che alla fine qualcuno avrebbe urlato o si sarebbe dispiaciuto.
E invece, quando ha firmato il secondo, si è elevato uno scroscio di applausi: splendido, bellissimo!
Io penso che nell'alto dei cieli il Signore nostro Padre avrà gioito tantissimo nel vedere i suoi altari contrassegnati anche da questo sigillo dei suoi figli.
Convivialità delle differenze. La Chiesa, eccola!
Noi facciamo distinzioni: quelli di serie A e quelli di serie B, quello è più povero, quello è più ricco, quello è più forte, quello meno, quello è di destra e quello è di sinistra, quello di una sigla, quello di un'altra.
Ragazzi, alleniamoci all'esodo dai nostri recinti particolari verso la terra della comunione.
Sappiamo andare al di là, ragazzi: incalziamo l'ulteriorità.
La spiritualità della gioia
Sulla bocca del vecchio curato di campagna, Bernanos mette una frase splendida: "Il contrario di un popolo cristiano è un popolo triste, un popolo di vecchi".
E qui si impone una energica revisione critica circa alcuni nostri atteggiamenti spirituali intrisi di tedio, permeati di rassegnazione, impregnati di fatalismo, corrosi dal tarlo della ineluttabilità.
Per uno strano vizio che sa tanto di computisteria aziendale, siamo portati a contabilizzare le cose che non vanno, più che a decifrare i segni della fecondità silenziosa.
Il lamento prevale spesso sullo stupore, lo sconforto, sulla gratitudine. Il calcolo, sulla speranza.
E le foglie che cadono ci sgomentano più di quanto non ci facciano trasalire di gioia le gemme che rompono la vecchia corteccia dell'albero.
Coraggio! La spiritualità della gioia non si risolve in un'operazione di "maquillage" fatuo e ingannatore, ma parte dalla considerazione che la faccia scura danneggia l'etica, oltre che l'estetica.
Lasciamo da parte l'anima del funzionario e rivestiamoci stabilmente di letizia, consapevoli che, a chi indugia nel lavare i piedi di Cristo, i conti non si chiudono mai in rosso.
Tende, tenerezza e transizione
Tende
Allestire la tenda per Elia, considerato nell'antico testamento il massimo dei profeti, significa coltivare i sogni.
Progettare rivolte. Accarezzare le calde utopie del rinnovamento.
Prendere atto dei nostri pesantissimi deficit in fatto di giustizia con la certezza di poterli risanare.
Non rassegnarsi all'ineluttabilità delle cose. Battersi per la pace. Andare controcorrente.
Contestare i moduli correnti che privilegiano il denaro sull'uomo.
Essere spina dell'inappagamento conficcata nel fianco della città.
Allestire la tenda per Mosé, considerato il massimo condottiero e legislatore del popolo ebreo lungo i tornanti dell'esodo, l'uomo dei fatti che sa parlare così poco da dover ricorrere all'eloquenza di suo fratello Aronne. significa privilegiare la prassi sulle chiacchiere.
Significa rimuovere il nostro inconcludente bizantinismo. Condannarci al silenzio delle parole e all'eloquenza dei fatti.
E che cosa significa, infine, allestire la tenda per Gesù?
Mettere il Vangelo al centro della nostra vita personale e comunitaria.
Lasciarsi contaminare inguaribilmente dalla speranza della risurrezione.
Sostenere il peso quotidiano della vita e le croci dell'esistenza, con la certezza che il Signore stesso sarà il nostro Cireneo.
Affrontare le tribolazioni, il dolore e perfino la morte, sapendo che verranno giorni in cui non ci sarà né lutto né pianto, e tutte le lacrime saranno asciugate dal volto degli uomini.
Essere convinti che non si vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.
Anzi, come ci ha suggerito San Pietro, guardare alla Parola "come a lampada che brilla in luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori".
Tenerezza
Vorrei chiudere con una bellissima suggestione di Emmanuel Lévinas: "L'altro - dice - è un volto da scoprire, contemplare e accarezzare".
C'è tutta la nostra teoria morale: "Ama il prossimo tuo come te stesso".
Rivolti verso l'altro. Volti rivolti.
Voi tutti siete insegnanti, dal liceo alle scuole materne: avete di fronte l'altro, sapete come bisogna rapportarsi.
Io vorrei rievocare la figura del mio maestro delle scuole elementari. Lo ricordo come una delle persone importanti che hanno segnato la mia vita.
Una persona molto semplice, molto discreta e anche molto umile: ogni volta che tornavo in paese andavo a trovarlo.
Ultimamente si era incurvato e gli tremavano le mani. Tornavo da lui per dovere di gratitudine, ma soprattutto condotto dalla speranza che avesse, come nelle fiabe che egli stesso ci raccontava in quarta elementare, una noce misteriosa da farmi schiacciare nei momenti difficili.
Guardavo con stupore infinito nell'armadietto di sempre i pochi libri foderati con la carta velina: Le avventure di Pinocchio, Cuore, L'isola misteriosa.
Quella biblioteca per me conteneva più segreti della biblioteca vaticana.
Di tutti gli insegnanti che ho avuto, era l'unico a provare soggezione per me.
Me ne accorgevo dall'imbarazzo con cui, nel discorso, passava dal "lei" al "to".
Mi hanno detto che era anche fiero di avermi avuto come discepolo.
Forse, però, non ha mai saputo che se ancora tornavo da lui era perché avevo il presentimento che mi avrebbe aiutato a risolvere, come un tempo, qualche altro complicato problema, per il quale non mi bastavano più le quattro operazioni dell'aritmetica che egli mi aveva insegnato.
Ogni volta che lo lasciavo, sentivo di avergli rubato spezzoni di mistero, quegli spezzoni che a scuola ci sottraeva volutamente, senza che noi ce ne accorgessimo.
Sì, perché lui aveva l'incredibile capacità di non spiegarci mai tutto e per ogni cosa lasciava un ampio margine d'arcano, non so se per stimolare la nostra ricerca o per alimentare il nostro stupore.
Perché l'arcobaleno dura così poco nel cielo? Che cosa fa Dio tutto il giorno? Perché le farfalle lasciano l'argento sulle dita?
Perché Gesù ha fatto nascere così il povero Nico che veniva a scuola sulla carrozzella spinta dalla nonna?
Perché si muore anche a dieci anni, come è stato per la sua bambina?
Non aveva l'ansia di rivelarci tutto, non era malato di onnipotenza culturale e neppure ci imponeva le sue spiegazioni.
Qualche volta sembrava anzi che fosse lui a chiederle a noi.
Ma quando, dopo gli acquazzoni di primavera, spuntava l'arcobaleno, ci conduceva fuori per contemplarne la tenerezza.
Transizione
Le costanti su cui corre il cambiamento mi pare si possano riassumere con quattro espressioni.
Anzitutto la dilatazione del tempo. Occorre essere consapevoli che il tempo è diventato un recipiente elastico che contiene un numero sempre più ampio di fatti che per giunta si realizzano sempre più velocemente.
Nell'arco di un anno se ne condensano più di quanti, prima, non se ne concentrassero in un secolo.
Non si fa in tempo a comprare una carta geografica, che subito bisogna cambiarla.
Quando, fra non molti anni, entreremo nel terzo millennio, forse avremo l'impressione di transitare in una nuova era geologica, che speriamo non sia di glaciazione.
Di qui la necessità di improntare ad urgenza il cambiamento, per non trovarci fuori fase.
In secondo luogo, la concentrazione dello spazio. Non a caso ha fatto tanta fortuna l'espressione "villaggio globale".
Oggi, proprio come se stessimo in un villaggio, siamo messi al corrente in tempi reali di quanto accade anche nella zona più remota del mondo.
Dovremmo trarne motivo perché la nostra inerzia subisca continui scossoni.
In terzo luogo, l'allungarsi della strada che porta all'altro.
Sembra paradossale, ma mentre il mondo si è rimpicciolito alle dimensioni di «Rio Go», le vie, all'interno del villaggio, sono diventate lunghissime: ci vuole una vita per andare a bussare alla porta del fratello ed incontrarsi finalmente con lui.
Questi percorsi dovremmo accorciarli: c'è un'umanità soff erente e povera di dignità che chiede di essere incrociata, conosciuta, rispettata, accolta.
Camminare sui suoi passi
Sono sempre più numerosi i gruppi che da tutta Italia giungono a Molfetta, sui passi di don Tonino.
Dal ventennale della sua morte, nel 2013, sono state predisposte alcune attività di accoglienza per consentire a singoli e gruppi di vivere un’esperienza significativa che andasse oltre la semplice visita ai luoghi.
È possibile strutturare campi-scuola, incontri con testimonianze, visite guidate con attori…
Visita guidata sui luoghi di don Tonino in città.
Il percorso alterna momenti di conoscenza storico-artistica dei siti, lettura di scritti di don Tonino Bello ed un breve intervento teatrale presso il Duomo di Molfetta.
«Sui suoi passi» è un sussidio per campiscuola giovanissimi e giovani realizzato dall’equipe del Settore Giovani di AC della Diocesi di Molfetta.
Attraverso gli scritti, le parole e le preghiere di don Tonino Bello, il testo offre una nuova prospettiva tutta giovane del mondo del lavoro e della scuola, della scelta dei poveri, della pace, della Chiesa e del Concilio Vaticano II.
«Piedi sporchi» e' l'incontro con Don Tonino Bello vescovo di Molfetta, Ruvo di Puglia, Giovinazzo e Terlizzi.
Un uomo che con i suoi passi ha solcato la strada maestra per noi giovani di quelle terre, che ci ha insegnato a non avere paura di innamorarci di Dio, che ha trasformato l’indifferenza di un’intera popolazione in forza motrice per cambiare la storia.

Un itinerario spirituale tra Salento e Molfetta
L’Ufficio di pastorale delle vocazioni e il Settore Giovani dell’Azione Cattolica della Diocesi di Padova, propongono ai giovani dai 18 ai 35 anni di condividere un percorso spirituale nei luoghi dove ha vissuto don Tonino Bello, il vescovo di Molfetta, presidente di Pax Christi, nato ad Alessano (LE) e morto nel 1993 all’età di 58 anni, per il quale è avviato il processo di beatificazione.
L’esperienza, con alcune tappe a piedi lungo il sentiero intitolato a don Tonino e da poco inaugurato, sarà scandito da momenti di visita ai luoghi significativi della sua vicenda e confronto con persone segnate dall’incontro con lui, dalla preghiera personale e comunitaria, dalla riflessione personale e di gruppo, relax al mare, in un clima di semplice fraternità… passando per Brindisi, Tiggiano, Alessano, Tricase, Gallipoli, Leuca, Ruvo, Giovinazzo e Molfetta.
Il percorso permette di collegare la terra d’origine, le esperienze parrocchiali, il ministero episcopale e i luoghi della testimonianza per la pace, la giustizia e l’accoglienza.
«Cari ragazzi»: una parola ancora attuale
È in uscita, nella collana “Quaderni di Luce e Vita”, n.58, il volume Cari ragazzi… Don Tonino ai giovani di ieri e di oggi.
L’opera raccoglie lettere, discorsi e omelie che mons. Antonio Bello, nella sua infaticabile azione pastorale, ha indirizzato ai ragazzi e ai giovani ed è pubblicata proprio quale contributo al cammino di preparazione verso il Sinodo dei Giovani, indetto da Papa Francesco ad ottobre 2018.
La silloge è corredata dalle illustrazioni di Giuseppe Magrone, che puntano all'essenzialità e alla poeticità del simbolo, in armonia con gli scritti di don Tonino.
Il testo si apre con la prefazione di don Michele Falabretti, direttore del Servizio Nazionale per la Pastorale giovanile, una introduzione del curatore Luigi Sparapano e un augurio del Vescovo Mons. Domenico Cornacchia: «che questi fogli giungano tra le mani di tutti i ragazzi e i giovani di questo tempo e degli anni a venire come dono e come consegna».
Ogni brano riportato è preceduto da una breve contestualizzazione e da domande “A tu per tu”, prima o dopo i testi, per una provocazione personale dei giovani lettori.
«Cari ragazzi. sembra proprio che don Tonino Bello voglia parlare direttamente a voi, ragazzi e giovani di oggi, a te che sfogli queste pagine.
Vent القicinque anni fa la sua vita terrena si spegneva, consumata di amore e di sofferenza, offerta per la Chiesa e per il Mondo intero, lasciandoci un patrimonio immenso di parole e gesti che hanno reso unica la sua testimonianza di uomo e di vescovo.
Ma questo patrimonio non è di quelli da custodire, quasi gelosamente, come una santità di vita inaccessibile, inarrivabile.
Al contrario: ogni giorno e ogni anno che passa scopriamo quanto sia attuale, anzi profetica la sua testimonianza e per questo, lo ammettiamo, ci manca.
Nelle 100 pagine di questo libro abbiamo raccolto alcuni testi tra quelli direttamente rivolti ai ragazzi e ai giovani di quegli anni, tratti da lettere, convegni, omelie, discorsi.
in cui offre linee di direzione, spinge verso una vita piena, scardina resistenze e accomodamenti, indica valori profondi ai quali ancorare l'esistenza.»
Parole per una vita piena
La proposta di don Tonino ai giovani non consiste in un entusiasmo superficiale, ma in una responsabilità capace di trasformare la realtà.
La speranza è «impegno robusto», il servizio è più eloquente delle parole, il sogno deve diventare prassi, la convivialità richiede di superare i recinti, la pace domanda coraggio e la tenerezza insegna a riconoscere nell’altro un volto.
Con don Tonino sul passo dei giovani significa dunque camminare verso una fede incarnata, una Chiesa con il grembiule, una società più giusta e un futuro costruito insieme.