Arcangelo Furfaro, 46 anni, è il collaboratore di giustizia originario di Gioia Tauro che ha raccontato ai magistrati della DDA di Catanzaro e della DDA di Reggio Calabria fatti e rapporti interni alla ’ndrangheta calabrese. Le sue dichiarazioni hanno riguardato soprattutto il clan Molè, al quale ha dichiarato di appartenere, i rapporti con la cosca Mancuso e alcuni episodi legati al narcotraffico, alle armi e all’omicidio di Domenico Campisi.
Il nome di Furfaro è emerso anche nell’ambito del processo di Palmi contro 62 imputati accusati di omicidi, estorsioni e associazione a delinquere. Il collaboratore è stato intervistato da una troupe televisiva nel suo rifugio segreto in Francia e ha successivamente deposto in videoconferenza da una località protetta.
Chi è Arcangelo Furfaro
Arcangelo, per tutti Lino. Una vita a gravitare attorno al clan Molè di Gioia Tauro, senza, tuttavia, avere un'affiliazione formale alla 'ndrangheta. Dopo anni.
Il collaboratore di giustizia Furfaro delinea in poche battute cosa sia davvero il clan di Gioia Tauro: «Se i Piromalli avessero voluto, dei Brandimarte non sarebbe rimasto nulla in 48 ore». «I Piromalli? Sono sempre un chilometro avanti con il pensiero e con l’intelligenza degli altri».
È il 13 marzo del 2015, quando il collaboratore di giustizia Arcangelo Furfaro, parla ai magistrati della Dda di Reggio Calabria. L’argomento è quello relativo alla cosca Piromalli, che Furfaro conosce benissimo, ed ai rapporti con un altro clan, quello dei Brandimarte.
L’idea che ha Furfaro è abbastanza chiara. «Secondo me - spiega al magistrato riferendo di un attentato - la bomba se l'è messa lui, secondo me… sarò pure stupido e credulone. ma io penso che se i Piromalli gli volessero fare qualcosa stia tranquillo e sereno. è come il fatto della guerra con i Brandimarte, dottore… se i Piromalli avessero voluto fare guerra seria, guerra militare ai Brandimarte, lei pensa che tutta la famiglia Brandimarte sarebbe vissuta più di 48 ore? Tutti quanti sono. io non credo. non credo proprio. »
Secondo Furfaro, dunque, se i Piromalli avessero voluto davvero fare una guerra contro i Brandimarte, di questi ultimi non sarebbe rimasto molto in appena 48 ore. E alla domande del pm («C’entrano i Piromalli in questa vicenda?»), la risposta è secca: «No, io penso che i Piromalli sono così avanti con il cervello, con le amicizie, con le cose, che hanno preferito attendere che li arrestassero. penso io. perché sono sempre un chilometro avanti con il pensiero e con l'intelligenza degli altri. »
La collaborazione con la magistratura
Contro il clan Mancuso, un nuovo pentito che racconta fatti e misfatti ai giudici dell’Antimafia. A darne notizia in esclusiva il quotidiano zoom24.it, che ha pubblicato dettagli importanti della conversazione tra il pentito ed i magistrati.
E così adesso tocca proprio ai magistrati dell’Antimafia, verificare quanto Furfaro sta dichiarando per avviare eventualmente una collaborazione. Arcangelo Furfaro ha collaborato con il potente clan Molè, racconta ai Pm della DDA di Catanzaro di aver conosciuto a Roma, tra la fine del 2012 e l’inizio del 2011 Domenic Signoretta, 30enne, mandato recentemente a giudizio, con l’accusa di essere l’armiere del’articolazione del clan che fa capo A Pantaleone Mancuso, 54 anni, boss estradato dall’Argentina, dove è stato catturato lo scorso anno, dopo essere stato latitante.
Un esame, quello del "pentito" che ha finito per confermare quanto già dichiarato nel giugno scorso dinanzi al pm della Dda di Catanzaro, Camillo Falvo, ed in parte anche alla Dda di reggio Calabria che l’avevano arrestato nell’ambito dell’operazione antimafia denominata "Mediterraneo".
Collegato in videoconferenza da una località segreta con l’aula bunker del nuovo Tribunale di Vibo Valentia, il collaboratore di giustizia ha risposto alle domande del pm della Dda, Camillo Falvo, e poi a quelle del difensore dell’imputato, Francesco Sabatino.
All’epoca dei fatti, Furfaro ha riferito di aver conosciuto a Roma Domenic Signoretta, indicato nelle dichiarazioni come vicino all’articolazione del clan Mancuso riconducibile a Pantaleone Mancuso, detto “l’Ingegnere”.
La permanenza a Roma e il rapporto con Domenic Signoretta
Furfaro fa mettere a verbale al Pm Falvo, che “Signoretta, abitava a Roma a Tor Vergata e trafficava, in sostanze stupefacenti”. “Come del resto facevo pure io” - ha continuato.
Fra Furfaro e Signoretta nasce così un’amicizia e i due iniziano a dividere a Roma la stessa casa. “A Tor Vergata abbiamo coabitato - spiega Furfaro - per 6-7 mesi, poi ci siamo trasferiti in altra casa sino a fine estate 2012.
All’epoca io già portavo hashish da Sanremo nella Capitale, mentre Domenic Signoretta trafficava a Roma cocaina. Domenic si chiama così perché la madre è tedesca e lui stesso parla molto bene il tedesco.
In casa nel periodo di coabitazione eravamo sempre armati. La nostra casa a Roma era frequentata da Peppe Mancuso, figlio di Pantaleone Mancuso, detto l’ingegnere che abita a Nicotera vicino al campo sportivo”.
Ho diviso a Roma per un certo periodo di tempo due case con Domenic Signoretta di Jonadi che mi è stato presentato da Salvatore Etzi di Gioia Tauro. In casa a Roma avevamo diverse armi e ricordo di aver ceduto personalmente a Signoretta una pistola calibro 7,65 ed una Smith & Wesson calibro 40 cromata.
Lui aveva anche altre armi come una pistola 9 x 21, una a tamburo ed un fucile a pompa. Alcune di queste armi Domenic - così chiamato perchè suo mamma è tedesca, ha spiegato il pentito - mi disse che le nascondeva giù a Jonadi nel "pagliaru" (pagliaio) ovvero un casolare di campagna a Jonadi nella sua disponibilità.
I rapporti con Giuseppe Mancuso
Il pentito Arcangelo Furfaro spiega quindi nel dettaglio al pm Camillo Falvo gli incontri “romani” con Peppe Mancuso -di recente assolto insieme al padre Pantaleone nel processo per il tentato omicidio ai danni della zia Romana Mancuso e del cugino Giovanni Rizzo, fatto di sangue avvenuto a Nicotera nel 2008 - che si sarebbe recato “a Napoli per prendere soldi falsi, 180 mila euro, ed una pistola a tamburo”.
In cambio avrebbe ricevuto dallo stesso Furfaro e da Signoretta “cinquanta chili di marijuana che non ci ha nemmeno pagata tutta”.
“Domenic Signoretta - racconta il pentito - era in ogni caso la persona di maggiore fiducia di Luni Mancuso l’ “Ingegnere”. È a questo punto che Arcangelo Furfaro, primo collaboratore di giustizia a parlare dell’omicidio “eccellente” di Domenico Campisi, indica al magistrato quelli che - in base alle sue conoscenze - sarebbero gli esecutori materiali del delitto.
“Facevo parte del clan Molè - ha spiegato Furfaro - ed a parte i reati di sequestro di persona e violenza carnale, gli altri reati credo di averli commessi tutti: dall'omicidio ai traffici di droga ed armi.
Io a Roma - ha spiegato Furfaro - mi occupavo del traffico di hashish e marijuana e ricordo di aver ceduto anche diversi chili di stupefacente a Giuseppe Mancuso, il figlio dell'Ingegnere, di cui 30 chili non me li ha nemmeno pagati.
Giuseppe Mancuso, che mi ha dato altri 48mila euro per dell'hashish che gli avevo venduto, era di casa a Roma nell'appartamento che dividevo con Signoretta.
Le accuse riferite sull’omicidio di Domenico Campisi
Arcangelo Furfaro rimarca quindi che “Domenic è un killer di Luni Mancuso l’Ingegnere, e non faceva nulla senza il suo ordine o assenso, spiegandomi che aveva fatto altri sette omicidi.
“Prima dell’agguato a Campisi, Domenic Signoretta - sottolinea il collaboratore - ricevette a Roma una telefonata da giù, anzi un messaggio, a seguito del quale mi disse che doveva urgentemente tornare in Calabria.
Era un telefono che usavano solo con Peppe Mancuso figlio dell’Ingegnere, per cui erano loro, i Mancuso, quelli che lo avevano chiamato per scendere”.
Risalito a Roma, Domenic Signoretta avrebbe confessato ad Arcangelo Furfaro di aver ucciso Campisi insieme a Peppe Mancuso, figlio di Pantaleone Mancuso, l’Ingegnere.
“Domenic mi disse - ha detto il pentito - nci jettai du botti”, nel senso che aveva freddato Campisi. “Domenic mi disse pure - ha continuato - che dopo aver fatto l’omicidio, prima di salire a Roma, era stato ospite in un villaggio a Capo Vaticano in attesa che le acque si calmassero perché giù c’era un macello”.
Le novità più rilevanti sono venute fuori in ordine ai mandanti ed agli esecutori di uno degli omicidi più eccellenti: quello del broker della cocaina Domenico Campisi, il 45enne broker della cocaina (già coinvolto nell’inchiesta sul narcotraffico internazionale denominata “Decollo”) legato a doppio-filo al clan Mancuso e freddato il 17 giugno 2011 in un agguato sulla strada provinciale per Nicotera.
Stando al racconto di Furfaro, che ha dichiarato di averlo appreso direttamente da Domenic Signoretta, sarebbe stato proprio quest'ultimo unitamente a Giuseppe Mancuso (figlio dell'Ingegnere) a sparare e ad uccidere Domenico Campisi. "Ci 'ziccai du botti" avrebbe infatti detto Domenico Signoretta ad Arcangelo Furfaro con riferimento all'omicidio di Domenico Campisi.
Il possibile movente dell’agguato
Ma qual’era il movente? Perché Pantaleone Mancuso, alias “l’Ingegnere”, ed il figlio (che allo stato comunque non sono stati raggiunti da alcun provvedimento per tale fatto di sangue) avrebbero avuto interesse ad eliminare Domenico Campisi che - come emerso dall’attività investigativa degli inquirenti di Bologna nell’ambito dell’inchiesta “Due Torri connection” - un mese prima di morire aveva finanziato con due bonifici bancari l’importazione di 75 chili di cocaina dalla Colombia al porto di Gioia Tauro ed era inserito “con un ruolo di primissimo piano nell’organizzazione diretta da Francesco Ventrici” di San Calogero quest’ultimo a sua volta legatissimo a Vincenzo Barbieri, l’altro broker della cocaina ucciso a San Calogero nel marzo 2011?
Anche su questo il pentito Furfaro offre alla Dda la propria spiegazione. Concordando anche con le dichiarazioni del pentito Raffaele Moscato e con le intercettazioni in cui il boss Pantaleone Mancuso, alias “Vetrinetta” (di recente morto in carcere) spiega alla sorella Romana di come “i lordazzi si sono uniti”, Furfaro premette che “nel 2011 i cugini omonimi Pantaleone Mancuso l’Ingegnere e Pantaloene Mancuso, alias Scarpuni, avevano fatto pace e si erano alleati”.
Secondo il collaboratore Furfaro, il suo coinquilino Domenic Signoretta si sarebbe occupato di gestire a Roma un traffico di cocaina "ma sempre dietro incarico di Pantaleone Mancuso, detto l'Ingegnere, persona a cui lui era legatissimo in quanto era il suo factotum, tanto da essere uno dei pochi a conoscere persino il luogo in cui Pantaleone Mancuso stava trascorrendo un periodo di latitanza.
Il motivo, a detta del collaboratore, andrebbe ricercato nel fatto che Campisi avrebbe detto al gruppo di Pantaleone Mancuso, alias "l'Ingegnere", di non avere disponibilità di cocaina.
Una bugia, a quanto pare, scoperta dal gruppo di Pantaleone Mancuso allorquando un uomo di Gioia Tauro "Pino Galluccio ci portò della cocaina a Roma che io - ha sottolineato Furfaro - ho poi ceduto ad altre persone che si sono lamentate per la cattiva qualità".
PantaleoneMancuso Furfaro e Signoretta (che avrebbe confessato a Furfaro di aver commesso anche altri 7 omicidi )scoprono quindi che la cocaina a Galluccio era stato ceduta proprio da Domenico Campisi e da qui il proposito di eliminarlo atteso che "al gruppo di Pantaleone Mancuso la cocaina invece Campisi la negava. ".
La droga ritenuta di cattiva qualità
Secondo Furfaro, alla base dell’omicidio di Domenico Campisi ci sarebbe stata la consegna nel primo semestre 2011 ad un esponente del clan Molè di alcuni chili di cocaina non purissima, “una porcheria” che lo stesso Furfaro avrebbe rivenduto a Roma ad altri soggetti che si sarebbero poi lamentati per la cattiva qualità dello stupefacente.
Lo stesso tempo Campisi, a detta del pentito Furfaro, mentre riforniva di cocaina uomini del clan Molè (e fra i Molè e Campisi ci sarebbe stato pure un legame di comparaggio) avrebbe negato al gruppo di Pantaleone Mancuso, alias l’ “Ingegnere”, e a Domenic Signoretta di detenere cocaina.
“A noi diceva sempre che non ne ha” avrebbe detto Campisi a Signoretta e “l’ Ingegnere” secondo il racconto del pentito Furfaro. Campisi, che già portava avanti affari di droga con il gruppo di Francesco Ventrici, avrebbe quindi in sostanza tenuto all’oscuro “l’Ingegnere” dei propri traffici con la cocaina.
Da qui la decisione di eliminarlo. Sarebbe stato Signoretta a spiegare a Furfaro di aver raccontato al boss Pantaleone Mancuso (l’ “Ingenegne”) degli affari nascosti di Campisi, con lo stesso Signoretta che avrebbe anticipato al futuro collaboratore di giustizia che “da lì a qualche giorno Domenico Campisi sarebbe stato ucciso”.
Cosa poi realmente avvenuta. Allo stato, in ogni caso, nè al 54enne Pantaleone Mancuso, nè al figlio Giuseppe, nè a Domenic Signoretta risultano contestate al momento accuse di omicidio in relazione al delitto Campisi o reati legati agli stupefacenti per le piantagioni di canapa indiana.
La ricostruzione dell’agguato
Particolare importante, quest’ultimo dato, considerato che quando Domenico Campisi venne ucciso, alla guida dell’auto si trovava l’allora 25enne Benedetto Buccafusca, congiunto di Santa Buccafusca, la moglie di Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”, poi suicidatasi ingerendo acido muriatico.
In occasione dell’omicidio di Domenico Campisi, secondo la ricostruzione dell’agguato fatta dai carabinieri accorsi sul luogo del delitto, i killer volutamente risparmiarono Benedetto Buccafusca, scaricando invece la pioggia di fuoco contro Campisi.
Le armi e gli attentati riferiti da Furfaro
È stato Signoretta a consegnarmi una bomba che gli aveva fabbricato giù nel Vibonese un suo amico proprietario di una fabbrica di fuochi d'artificio. Tale ordigno esplosivo l'ho utilizzato contro un negozio di Gioia Tauro ed ha fatto parecchi danni".
Le dichiarazioni di Furfaro hanno quindi riguardato sia la disponibilità di armi negli appartamenti romani sia il presunto ruolo di Signoretta nella gestione e nella custodia di pistole, fucili ed esplosivi.
Le piantagioni di marijuana
Sarebbe stato Giovanni Burzì con il padre Domenico, entrambi di Joppolo, a gestire due piantagioni di marijuana: una a Roma nella zona "Casilino" costituita da oltre 100mila piante scoperte dalla polizia nell'agosto 2013 ( si tratta di uno dei più grossi sequestri di droga mai effettuati negli ultimi 20 anni) ed un'altra piantagione più piccola a cavallo fra i territori comunali di Joppolo e Nicotera.
L'elemento di novità svelato dal pentito Arcangelo Furfaro e ribadito oggi in aula è che dietro tali due piantagioni vi sarebbe stato il boss Pantaleone Mancuso, detto "l'Ingegnere", tanto che "quando il padre di Giovanni Burzì ebbe un incidente e rimase bruciato a Roma - ha riferito Furfaro - Pantaleone Mancuso si è raccomandato con noi affinchè ai Burzì non gli mancasse nulla".
Dalle due piantagioni, Arcangelo Furfaro avrebbe dovuto avere mille chili di marijuana provenienti da quella di Roma ed altri 100 chili da quella di Joppolo.
I rapporti tra Molè, Piromalli e Mancuso
Il pentito Furfaro ha infine riferito della spaccatura esistente a Gioia Tauro fra i clan Molè e Piromalli, frattura divenuta insanabile dopo l'omicidio di Rocco Molè. "Una parte dei Mancuso - ha concluso il collaboratore - era vicina ai Piromalli, un'altra ai Molè".
Nel corso delle sue dichiarazioni sulla cosca Piromalli e sui rapporti con i Brandimarte, Furfaro ha descritto i Piromalli come un gruppo capace di muoversi attraverso relazioni, strategie e alleanze, evitando secondo la sua ricostruzione di ricorrere necessariamente allo scontro diretto.
Furfaro nel processo di Palmi
Lo speciale del Tg1 si concentra sul processo di Palmi contro 62 imputati accusati di omicidi, estorsioni e associazione a delinquere. Si è trattato di un processo drammatico, col tentativo da parte degli imputati, "capitanati" dal boss Giuseppe Piromalli, di delegittimare la giustizia con minacce contro magistrati, giudici, avvocati.
Vengono intervistati, fra gli altri, il capitano Gilberto Murgia, che ha arrestato Piromalli il 24 febbraio 1984, e il pentito Arcangelo Furfaro, raggiunto da una troupe nel suo rifugio segreto in Francia. All'esterno del tribunale, Luigi Necco tenta di raccogliere le testimonianze degli avvocati.
La vita nel carcere San Pietro
Scelta della cella e selezione dei compagni, opportunità di lavoro per i detenuti (all’interno dell’istituto penitenziario ed addirittura in esterna), disponibilità di pietanze e cibo proveniente dai familiari, la corsia preferenziale per ricevere pacchi con profumi e dopobarba anche di quelli non consentiti dai regolamenti.
Addirittura la possibilità di poter disputare la partita di calcio settimanale - per alcuni detenuti la ghiotta occasione di incontrare e scambiare qualche chiacchiera con conoscenti reclusi in altra sezione - diventava un piccolo privilegio.
Nel carcere reggino “San Pietro” vigeva una sorta di felice convivenza tra detenuti e poliziotti penitenziari. «Esisteva una solo regola: rispetto verso tutti.
Tra detenuti stessi, sapendo che la “gestione” era affidata a persone, con la Polizia penitenziaria. Era un dare ed avere: noi detenuti ci comportavamo bene, gli agenti non ci creavano problemi. Così regnava la pace»: a ricostruire la vita dietro le sbarre, nel carcere reggino “San Pietro”, è il collaboratore di giustizia Arcangelo Furfaro, esponente del clan Molè di Gioia Tauro.
Alla presenza del suo difensore, l'avvocato Giuseppe Tripepi, ieri è sfilato in Tribunale, citato dalla Procura ed interrogato dal pubblico ministero Margherita Saccà, per raccontare la sua vita vissuta al “San Pietro” nei sei-sette mesi di detenzione.

La rapina di Villafranca e la morte del padre
I rilievi dei Carabinieri dopo la rapina avvenuta in via Gabina a Villafranca. Rinviato al 31 ottobre il processo davanti al Gup Luciano Gorra dei quattro romeni in carcere per la violenta rapina finita in tragedia, compiuta il 2 ottobre del 2017 in una casa di campagna di Villafranca.
Tre della banda che riempirono di botte Arcangelo Furfaro e l’anziano padre Giacomino provocandogli l’emorragia cerebrale che una settimana dopo lo uccise, hanno scelto il rito abbreviato mentre il quarto, Florian Andrei, classe 1986, solo lui andrà a dibattimento.
Sono tutti in cella, arrestati in Romania, in Francia e in un campo nomadi lombardo un anno dopo quella terribile notte di violenza e follia: due sono rinchiusi nella casa circondariale Santa Maria Maggiore di Venezia (Florian e Florin Costache Sandu, classe 1996), uno è a Pavia (Ionut Ciubotaru del 1972) e uno a Vicenza (Neculai Cristea del 1994).
Non erano soli, c’era sicuramente un altro socio, trovato cadavere in autostrada il giorno seguente. Era stata una vera e propria mattanza quella messa in scena dagli amici criminali nell’abitazione isolata dei Furfaro, in via Gabina, fuori Villafranca.
Il capo di imputazione offre dettagli aberranti: per impossessarsi di abiti, soldi ed altri oggetti trovati in casa come la playstation del ragazzo ventiduenne e alcuni telefonini, hanno riempito di botte fino a sfinirli Giacomino e Arcangelo «usando anche un badile, cagionando soprattutto al padre lesioni tali da condurlo, otto giorni dopo, alla morte».
Non contenti, lasciati mezzi tramortiti i Fufaro, a distanza di poche ore hanno preso di mira anche un agriturismo di Custoza, il «Principe Amedeo», per fare ulteriore bottino: il colpo è però riuscito a metà perchè, dopo aver messo in tasca 700 euro, due computer e diverse bottiglie di vino, è scattato l’allarme e sono scappati, inforcando la Serenissima.
Ed è lì che il giorno dopo, abbandonato senza vita nella corsia di emergenza della A4, vicino ad una stazione di servizio in Comune di Sona, i carabinieri hanno trovato il corpo di Mihail Cristanel, anche lui romeno, 44 anni.
Era il quinto della banda, evidentemente lasciato sull’asfalto dagli amici in fuga: aveva da poco finito di scontare una condanna a un anno e 5 mesi per reati contro il patrimonio e si era messo a «lavorare» di nuovo.
Quella notte era stato investito da un camion mentre attraversava una corsia dell’autostrada, probabilmente insieme agli altri 4 connazionali, dopo aver compiuto la duplice razzia nel Villafranchese.
I militari, poco lontano dal luogo di ritrovamento del cadavere, avevano trovato nei campi vicini anche uno zaino con gli abiti rubati al giovane Furfaro e moltissime monete, parte del denaro in contante preso nell’agriturismo.
Erano una furia, avevano raccontato dopo l’aggressione Arcangelo e papà Giacomini, 87 anni e ancora «in gamba» grazie al lavoro nei campi.
Con il badile, trovato tra gli attrezzi sotto al porticato, avevano picchiato brutalmente l’anziano che con coraggio aveva cercato di opporsi alla rapina.
«Gli sbattevano la faccia contro la tavola», aveva raccontato sotto choch il figlio, «volevano sapere dove era la cassaforte, dove nascondevamo l’oro.
Hanno colpito anche me e solo quando hanno capito che non c’era quello che cercavano, sono scappati. Papà aveva la testa ricoperta di sangue. Erano delle bestie, di una aggressività mai vista».
Le accuse alla banda dei romeni sono furto aggravato, rapina e, la più grave, omicidio preterintenzionale. In autunno i 4 torneranno davanti al gup Gorra.
Le principali vicende associate alle dichiarazioni di Furfaro
| Vicenda | Elementi riferiti |
|---|---|
| Clan di appartenenza | Furfaro ha dichiarato di fare parte del clan Molè di Gioia Tauro. |
| Roma | Ha raccontato di avere condiviso due abitazioni con Domenic Signoretta. |
| Traffici | Le dichiarazioni hanno riguardato hashish, marijuana, cocaina, armi ed esplosivi. |
| Omicidio Campisi | Furfaro ha indicato Domenic Signoretta e Giuseppe Mancuso come presunti esecutori, sulla base di quanto avrebbe appreso da Signoretta. |
| Piantedagioni di marijuana | Ha riferito di una piantagione nella zona Casilino e di un’altra tra Joppolo e Nicotera. |
| Clan di Gioia Tauro | Ha descritto la frattura tra Molè e Piromalli e i diversi orientamenti dei gruppi Mancuso. |
| Processo di Palmi | È stato ascoltato nel procedimento contro 62 imputati accusati di omicidi, estorsioni e associazione a delinquere. |
Le dichiarazioni attribuite ad Arcangelo Furfaro hanno quindi attraversato diversi livelli della criminalità organizzata calabrese: i traffici di stupefacenti e armi a Roma, i rapporti con il clan Molè, le relazioni con esponenti dei Mancuso, la gestione di piantagioni di marijuana, la ricostruzione dell’omicidio di Domenico Campisi e gli equilibri tra le cosche di Gioia Tauro.