Compagnia di Gesù e tabernacoli: spiritualità, missione e adorazione eucaristica

La Compagnia di Gesù è un ordine religioso di chierici regolari fondato da sant’Ignazio di Loyola, il cui carisma si fonda sulla militanza apostolica, sull’obbedienza e sulla totale disponibilità al Papa, oltre che sulla centralità della persona di Gesù Cristo. Il rapporto con il tabernacolo si inserisce pienamente in questa spiritualità: adorare Gesù Sacramentato, fargli compagnia e difendere la fede diventano forme concrete di amore, di servizio e di missione.

Per il gesuita, il tabernacolo non custodisce semplicemente un simbolo religioso, ma Gesù Cristo realmente, veramente e sostanzialmente presente nell’Eucaristia. Da questa fede nasce l’invito al raccoglimento, alla genuflessione, al silenzio, alla visita e all’adorazione, perché la vita cristiana è vissuta alla presenza di Cristo e orientata alla sua gloria.

La Compagnia di Gesù e il suo carisma

La Compagnia di Gesù in latino Societas Iesu è un ordine religioso di Chierici regolari e i suoi membri pospongono al loro nome la sigla S.I.; sono comunemente chiamati Gesuiti. Fu fondata nel 1540 da un gruppo di sei studenti dell’Università di Parigi che erano guidati da sant’Ignazio di Loyola.

Dal punto di vista canonico, la Compagnia di Gesù è un istituto religioso maschile di diritto pontificio. Ogni membro, sacerdote o fratello, è chiamato a onorare i tre voti di povertà, castità e obbedienza.

L’ordine religioso di chierici regolari fu fondato nel 1540 da S. Ignazio di Loyola (1491-1556) per l’universale diffusione della religione cattolica e per la difesa dell’ortodossia. La Compagnia di Gesù considerò come obiettivo strategico la creazione di scuole capaci, per la loro reputazione, di attrarre i giovani rampolli delle migliori famiglie.

I due pilastri della Compagnia di Gesù

Tutta la ragion d’essere della Compagnia di Gesù si esprime nei suoi due pilastri: il senso della militanza e la totale fedeltà al Papa. Questi due pilastri sono direttamente conseguenti alla spiritualità degli Esercizi spirituali che sant’Ignazio di Loyola scrisse trovandosi in una grotta di Manresa.

«(Sant’Ignazio) ritiratosi nella grotta di Manresa, ammaestrato dalla stessa Madre di Dio nell’arte di combattere le battaglie del Signore, ricevette come dalle mani di Lei quel perfetto codice (…) di cui deve far uso ogni buon soldato di Gesù Cristo» (Pio XI, Meditantibus nobis, 3 dicembre 1922).

In questi Esercizi c’è una meditazione chiamata dei due stendardi. Il Santo invita ad immaginare una vasta pianura con due città: una brutta, disordinata, sporca, chiassosa; l’altra bella, ordinata, pulita, silenziosa.

La prima è Babilonia; la seconda, Gerusalemme. Fuori le mura di Babilonia c’è un mostro seduto su un trono fumante; il suo viso è terrificante, gli occhi fiammeggianti.

È Satana che, sotto il suo stendardo infernale, chiama a raccolta i suoi. Presso le mura di Gerusalemme, invece, c’è Gesù, bello, ordinato, pulito, che sotto lo stendardo celestiale chiama anche Lui a raccolta i suoi.

Ebbene, proprio nel vivo della meditazione, sant’Ignazio invita ognuno a porsi questa terribile domanda: e tu, sotto quale stendardo decidi di combattere? Domanda terribile, a cui non si può sfuggire: se si decide di non decidere, se si decide di non schierarsi, già si è fatta una scelta, già si è scelto Satana.

Il motivo è molto semplice. Non solo Gesù dice che chi non è con Lui è contro di Lui, ma già nel Protovangelo i termini della questione sono chiarissimi.

Dopo il peccato originale, Dio dice al serpente che avrebbe posto inimicizia tra lui e la Donna, l’Immacolata, tra la stirpe di Lei e la stirpe del serpente, tra coloro che si schiereranno sotto il manto della Vergine e coloro che si metteranno sotto colui che cercherà di rendere inutile la Redenzione.

Dio non indica una terza stirpe, non c’è: o si è con Cristo o contro di Lui. Quella di sant’Ignazio, dunque, è una visione drammatica della vita e della storia dell’uomo: dalle nostre scelte dipende il destino eterno di ognuno di noi; e la vita che viviamo è una scelta di campo, è una battaglia.

Militanza, obbedienza e missione

L’intuizione di sant’Ignazio fu quella di costituire un ordine che, per l’appunto, traducesse nell’evangelizzazione lo spirito della militanza, della lotta e la drammaticità della storia.

L’altro pilastro, quello della fedeltà totale al Papa, è direttamente conseguente al primo. Una fedeltà nel segno della dipendenza che deve fare del gesuita - secondo la volontà di sant’Ignazio - un vero milite nella guerra per la conquista a Cristo di ogni anima.

E quale milite, per ben combattere, non deve ubbidire fedelissimamente al proprio comandante? Ritorna l’immagine della meditazione dei due stendardi.

L’intento è quello di occuparsi della evangelizzazione in terra di missione e obbedire fedelmente ai desideri e alle indicazioni del papa. Obbedire “perinde ac cadaver”, come fossi un cadavere, un corpo privo di volontà propria.

Questa è la locuzione latina che Ignazio adopera, per descrivere l’obbedienza che gli appartenenti all’ordine devono alla Provvidenza, incarnata dal superiore religioso. L’obbedienza è centrale per la missione e per l’unità della Compagnia di Gesù, e uno speciale vincolo lega la Compagnia al Santo Padre.

Oltre ai tre voti propri di tutti gli ordini infatti, i gesuiti promettono obbedienza al Papa, rendendosi disponibili a essere inviati ovunque e a ricevere una qualsiasi missione che il pontefice ritenga utile al bene della Chiesa.

La Compagnia di Gesù non è l’unico Ordine a fare un quarto voto. I Camilliani, ad esempio, fanno voto di assistenza ai malati, mentre gli ordini monastici fanno un voto di stabilità.

Per i gesuiti questo voto “in più” appartiene al carisma stesso dell’Ordine, cioè è al cuore della loro identità.

Il significato del nome e del monogramma IHS

Alle porte di Roma, presso la cappella della Storta, Ignazio ha vissuto un’esperienza straordinaria. Mentre era in preghiera, vide Dio Padre che gli diceva: “voglio che tu ci serva” e da quel momento ha sentito che veniva messo con il Figlio, in “compagnia” con lui.

Ecco perché Ignazio non voleva che i suoi seguaci fossero chiamati “ignaziani”, bensì compagni di Gesù.

Un nome per far capire quanto, per il gesuita, Gesù sarebbe dovuto essere il centro e lo scopo di tutta la propria vita, fino all’offerta totale di essa.

Sin dagli inizi abbiamo utilizzato il sole con la scritta IHS, iniziali latine di Iesus Hominum Salvator. Il monogramma di Gesù era già largamente diffuso alla fine del Medioevo, soprattutto grazie a Bernardino da Siena.

L’acronimo “IHS” è composto dalle prime tre lettere greche “IHΣOYΣ” di Gesù, in seguito venne anche letto come Iesus Hominum Salvator, “Gesù, Salvatore dell’umanità”, Habemus Iesum Socium, “Abbiamo Gesù come Compagno” o come Societas Iesu humilis, “Società umile di Gesù”.

Stemma della Compagnia di Gesù IHS

La fondazione della Compagnia

La storia della Compagnia inizia sei anni prima, nel 1534, per volontà di Ignazio da Loyola e di sei compagni di studi che, decisi a dar vita a una comunità religiosa, si legano ai voti di povertà castità e obbedienza.

La Compagnia nacque nel 1539, allorché un gruppo di ex-studenti che avevano conseguito il baccellierato in filosofia e in teologia alla Sorbona di Parigi, si ritrovarono a Roma e qui decisero di costituire un ordine religioso.

Tra i cofondatori della Compagnia, si può certamente citare Diego Laínez, che sarà anche il successore di Ignazio. Essi, dopo aver fatto gli Esercizi, sotto la direzione di Ignazio di Loyola, decisero di far voto di recarsi in Terrasanta per aiutare le anime, ma anche perché convinti della necessità di riconfermare nella spiritualità cristiana quell’idea di crociata che già da molto tempo ne costituiva il centro.

L’idea della Terrasanta, però, fallì a causa della guerra tra veneziani e turchi e allora sant’Ignazio e compagni decisero di andare a Roma per offrirsi totalmente al Papa e per essere inviati in missione ovunque Egli avesse voluto.

Il 24 giugno del 1539 fu presa la decisione di fondare il nuovo ordine. Riconosciuto come capo del piccolo gruppo, sant’Ignazio presentò al Papa Paolo III una schema in cinque punti che sintetizzava la nuova istituzione; e il 27 settembre del 1540 il Pontefice l’approvò con la Bolla Regimini militantis Ecclesiae.

L’ordine si sarebbe chiamato Compagnia di Gesù. Il superiore sarebbe stato eletto a vita, i membri non sarebbero stati obbligati alla recita dell’Ufficio Divino e sarebbero stati legati al Papa con uno speciale voto di obbedienza, da aggiungersi ai tradizionali tre: povertà, castità e obbedienza al superiore.

Quando Papa Paolo III, nel 1540, decreta la nascita della Compagnia di Gesù, mai avrebbe immaginato che stava vedendo la luce, l’ordine religioso che avrebbe caratterizzato, più di ogni altro, l’epoca moderna.

Evangelizzazione, collegi e missioni

Scopo della Compagnia doveva essere quello di occuparsi dell’evangelizzazione, mediante la predicazione, gli Esercizi spirituali, le opere caritatevoli, le confessioni… tutto nell’assoluta gratuità, senza ricevere alcuno stipendio né chiedere al Papa nessun aiuto materiale.

Il primo secolo fu contrassegnato da una prodigiosa espansione: sotto il generalato di sant’Ignazio (1541-56) l’attività apostolica si presentò inizialmente in forma itinerante.

I religiosi erano pochi religiosi, richiesti specialmente dai vescovi attivi nella predicazione, nella catechismi e nella riforma ecclesiastica e religiosa; due furono mandati dal papa in Irlanda, altri in Polonia, Portogallo e alle diete e conferenze religiose in Germania.

Con la fondazione dei primi collegi, dal 1548, l’azione si organizzò in forma più stabile per sbarrare il passo al protestantesimo, in piena sintonia con la Riforma cattolica, nel senso pieno e positivo della Parola.

Nella stessa direzione si orientò l’attività pedagogica, inizialmente non contemplata da Ignazio. Un posto a parte ebbero dal principio il Collegio Romano (1551), seminario e modello per gli altri, e il Collegio Germanico di Roma (1552), per il rinnovamento del clero tedesco.

La Compagnia si distingue per lo zelo posto nell’opera di evangelizzazione tipico della Controriforma, e per questa ragione il mondo protestante la vede con sospetto, ritenendola una sorta di esercito personale del Papa.

I gesuiti vanno in missione oltreoceano e in estremo oriente confrontandosi con culture e popoli profondamente differenti. Padre Francesco Saverio evangelizza per primo l’India e il Giappone, mentre Matteo Ricci porta il messaggio di Cristo in Cina.

Vigorosa fu anche l’azione missionaria: san Francesco Saverio fondò nell’India la sua prima missione che si spinse fino alle Molucche nel 1546 e al Giappone nel 1549, morì nel 1552 senza poter sbarcare in Cina.

Nel 1549 l’India diede il primo martire, Antonio Criminali. Altri missionari furono inviati nel 1547 nel Congo, nel 1548 in Marocco, nel 1549 in Brasile.

In Europa cercano di riconquistare alla cattolicità le terre passate agli evangelici, soprattutto aprendo numerose scuole e collegi, grazie ai quali l’ordine riesce non solo ad avvicinare numerosi giovani alla vita religiosa, ma a formare la futura “intellighenzia” di un paese.

La Compagnia di Gesù considerò come obiettivo strategico la creazione di scuole capaci, per la loro reputazione, di attrarre i giovani rampolli delle migliori famiglie. Molti dei membri della Compagnia svilupparono una solida cultura letteraria e scientifica.

A partire dalla fine del Cinquecento i membri della Compagnia assunsero posizioni di rilievo nel dibattito filosofico-scientifico. I padri gesuiti si distinsero nell’astronomia di osservazione e nella fisica sperimentale.

In genere, essi difesero le posizioni tradizionali e il primato della filosofia naturale di Aristotele (384-322 a.C.), alla quale vennero tuttavia apportando aggiornamenti e correzioni significative.

Dalle loro scuole escono alcuni dei principali intellettuali dell’epoca moderna, tra i quali Cartesio e Voltaire. Ma i gesuiti hanno anche la capacità di “sussurrare” ai potenti, diventando spesso confessori e padri spirituali di nobili e sovrani.

Espansione della Compagnia nel primo secolo

Alla morte, il fondatore lasciò più di 1000 religiosi, divisi in dodici province, con quasi cento case, in particolare in Italia, Spagna e Portogallo.

Nel 1556, a soli 16 anni dalla nascita della Compagnia, muore il fondatore Ignazio da Loyola, ma l’ordine conta già più di mille confratelli.

Sotto i due generali seguenti, Giacomo Laínez (1558-1565) e san Francesco Borgia (1565-1572), la Compagnia si insediò fortemente in Germania e in Francia, divenendo molto attiva contro il protestantesimo con i teologi Canisio, Possevino, Auger ecc.).

Borgia, l’antico viceré di Catalogna, favorì specialmente lo sviluppo organico delle missioni del Messico e del Perù; a Roma intraprese la costruzione della Chiesa del Gesù e vide nascere le Congregazioni mariane.

Dopo il generalato del belga Everardo Mercuriano (1573-1580), che chiuse il periodo prevalentemente spagnolo nella vita dell’Ordine, il lungo governo dell’italiano Claudio Acquaviva (1581-1615) segnò veramente un momento culminante nella storia della Compagnia.

Eletto a 37 anni, il nuovo generale seppe fronteggiare con mirabile prudenza ed energia gravi difficoltà interne ed esterne. Riuscì a mantenere immutato l’istituto di sant’Ignazio, sia contro le alterazioni minacciate da papa Sisto V, sia contro gli intrighi interni.

Due Congregazioni appositamente convocate (1595 e 1608) giustificarono Acquaviva. Intanto in Francia i Gesuiti, divenuti bersaglio di ripetuti attacchi, vennero arbitrariamente proscritti dopo l’attentato di Chátel del 1594 e furono recuperati solo nel 1608.

In Italia, l’obbedienza all’interdetto pontificio fece bandire la Compagnia dalla Repubblica di Venezia tra il 1606 e il 1656. In campo teologico gravi controversie con i Domenicani, a proposito della Concordia del p. L. Molina (1588), condussero alle famose dispute nelle Congregazioni de Auxiliis divinae Gratiae (1598-1607).

In 34 anni, Acquaviva vide i suoi sudditi passare da 5.000 a 13.000, con undici nuove province e più di 200 nuovi collegi.

La Compagnia penetrò in Cina con Matteo Ricci, nelle Filippine, nell’Indocina, a Costantinopoli, nel Canada, nel Paraguay, dove nel 1606 si fondò la prima della famose riduzioni; nel Giappone sembravano legittime le più rosee speranze.

In Europa si assicurava con i suoi collegi una posizione di prima importanza nell’insegnamento umanistico ed ecclesiastico, mentre spingeva le sue conquiste verso il Nord, dove si fiancheggiavano le nazioni protestanti con i cosiddetti “seminari apostolici”, a opera, fra altri, del padre Antonio Possevino.

Acquaviva assicurò l’osservanza religiosa mediante l’invio di visitatori e d’importanti lettere circolari; molto notevole la preoccupazione costante dell’Acquaviva per mantenere in piena vitalità lo spirito primitivo.

Molti furono i santi della compagnia di quel periodo, tra cui san Pietro Canisio, san Luigi Gonzaga, san Roberto Bellarmino, san Pietro Claver, san Bernardino Realino, e specialmente la grazia del martirio le fu largamente concessa.

Nel Giappone vi furono i tre Santi crocefissi di Nagasaki (1597) e parecchi beati.

Missioni, controversie e cultura gesuitica

Con il generalato di Muzio Vitelleschi (1615-1645) comincia un periodo più tranquillo, che durerà in sostanza per tutto il secondo. La forte spinta di crescenza si è ora esaurita.

In Francia, tuttavia, la Compagnia di Gesù partecipa dell’euforia del grand siècle ma anche gravi controversie, specialmente con l’apparizione del giansenismo.

Anche nel Belgio, i Gesuiti conservano la presenza che aveva raggiunto sotto gli arciduchi Alberto e Isabella e se ne può trovare l’espressione nello sfarzo barocco dell’Imago primi saeculi (Anversa 1640).

Ne è testimonio pure, in un piano assai più elevato, l’inizio, nel 1643, della pubblicazione degli Acta SS. dei Bollandisti.

Fecero seguito i generalati di Vincenso Carafa (1646-1649), Francesco Piccolomini (1649-1651), Aldo Gottifredi (1652), Goswino Nickel (1652-1664), continua l’alternarsi del lavoro tranquillo e fecondo dei collegi e dei successi apostolici con le prove.

In Polonia le prove vennero da parte dei Cosacchi (1648-1654; nel 1657 martirizzano s. Andrea Bobola) e degli Svedesi (1655-1660), in Irlanda sotto Cromwell (1650), in Inghilterra sotto Carlo II (1666).

Nel 1656 usciva in Spagna contro la Compagnia il Theatrum iesuiticum e lo stesso anno in Francia il molto più pericoloso Lettres d’un Provincial di Blaise Pascal; la lotta ormai non cesserà più contro il lassismo dei Gesuiti.

In Francia vi fu un rigoglioso sviluppo dei ritiri spirituali e in Italia quello delle missioni popolari sul tipo segneriano. In Francia comincia pure allora la devozione al Sacro Cuore di Gesù nella sua forma moderna, con il confidente di santa Margherita Maria Alacoque, il beato Claudio La Colombière, morto nel 1682.

In Italia, i Gesuiti furono impegnati in varie controversie, quietismo, probabilismo e casistica, che condussero alla condanna di parecchie proposizioni sostenute da alcuni loro da parte di papa Alessandro VII, 1665 e 1666 e di papa Innocenzo XI, 1679).

La controversia sui riti cinesi e malabarici entrò nella sua fase conclusiva con la legazione in Oriente del patriarca Maillard de Tournon, le condanne emanate da lui a Pondichéry (1704) e Nanchino (1705), confermate a Roma con la bolla Ex illa die di papa Clemente XI nel 1710 e con la condanna definitiva di papa Benedetto XIV con la bolla Ex quo sinqulari del 1742.

Messi in posizione delicatissima dalla violenta reazione dell’imperatore Kanghi, i missionari gesuiti ne uscirono nell’insieme con onore, e i generali poterono giustificarli dall’accusa di disubbidienza a Roma.

Ma il dibattito fu snaturato e gettato in pasto al gran pubblico, con una massa impressionante di opuscoli polemici; questa campagna appassionata non fu senza conseguenze nella lotta per la soppressione dell’Ordine.

Il tabernacolo nella spiritualità cristiana

Il tabernacolo è il luogo nel quale, secondo la fede cattolica, viene conservata l’Eucaristia consacrata. Per questo la sua presenza orienta il comportamento del credente: il silenzio, il raccoglimento, la genuflessione e la preghiera esprimono la fede nella presenza reale di Gesù Cristo.

Da bambino avevo un amico che non è di questo mondo e che vegliava su di me, e mi accompagnava sempre. Oggi l’ho sentito solo.

Ho guardato il tabernacolo durante la Messa del mattino e ho pensato: “Quanto sei solo, Gesù, nel tabernacolo!”. Ho sempre visto Gesù, nascosto nel tabernacolo, come il mio miglior amico.

Immaginate il Figlio di Dio come un prigioniero, per amore, in ogni tabernacolo del mondo. È lì. Non ne ho alcun dubbio.

Ho visto tanti miracoli, tanti fatti straordinari intorno al tabernacolo. Gesù Sacramentato è mio amico fin dai tempi dell’infanzia, quando abitava nel tabernacolo delle Serve di Maria nell’Avenida Roosevelt a Colón, di fronte alla mia piccola casa.

Di fronte all’edificio in cui vivevo avevano la loro casa le Serve di Maria. Ricordo che da bambino a volte mi affacciavo alla finestra di casa per salutarLo.

Gli gridavo: “Ehi, Gesù, ciao!!!” perché non si sentisse solo. E durante la ricreazione a scuola, il Colegio Paulino San José, salivo in cappella per stare con Lui, per fargli compagnia.

Mi ha sempre colpito per il Suo amore incondizionato. Era così buono con me. Mi tirava fuori da ogni guaio, e lo fa ancora! E in che modi!

Penso molto alla Sua amicizia. Non la merito. Ma a Gesù non importa. Lui ama, è la Sua natura.

A volte immagino che dica: “Vieni, Claudio. Ti aspetto”. E quando arrivo Lo trovo da solo, senza nessuno che Gli esprima il suo amore, e comprendo la sua tristezza.

San Manuel González García e il tabernacolo abbandonato

Questo modo di vivere il tabernacolo richiama la figura di san Manuel González García, il vescovo del tabernacolo, che nell’Eucaristia chiedeva come elemosina non denaro né vestiti per i poveri, ma gesti d’amore nei confronti di Gesù Sacramentato abbandonato nei tabernacoli.

Il desiderio di far compagnia a Gesù Sacramentato divenne la sua missione di sacerdote, di vescovo e di fondatore.

«In questo primo incarico, - scrive Nicola Gori, - comprendiamo già a pieno la missione sacerdotale ed episcopale di san Manuel, così come la sua eroica accettazione delle avversità e della sofferenza».

Vedere il tabernacolo solo e abbandonato fu per il santo, al contempo, un trauma e una illuminazione. Gesù era lì presente e nessuno si curava di Lui, anzi, letteralmente la gente se ne disinteressava.

Lo spettacolo del tabernacolo dimenticato da tutti e lasciato solo in una chiesa vuota fu per don Manuel un invito pressante a cambiare questa situazione.

Come? Chiamando a raccolta quante più persone possibile per fare compagnia a Gesù nel Santissimo. Alla solitudine contrapponeva la presenza, all’abbandono la corrispondenza d’amore.

Da allora tutta la sua attività pastorale ruotò intorno al bisogno di dare e cercare compagnia a Gesù abbandonato nei Tabernacoli.

«Sentiva questa necessità come un dovere ineludibile, come una chiamata, una missione e un incarico che Cristo gli aveva ispirato e affidato».

Il desiderio di far compagnia a Gesù Sacramentato diviene la missione di don Manuel sacerdote, poi vescovo e fondatore. Far compagnia a Gesù nel Tabernacolo non è solo per chi fa il monaco o la monaca.

Qui stiamo parlando di un parroco, di un vescovo e di un fondatore. Quindi, di attività, questo uomo di Dio ne aveva tantissime, tantissime attività.

Eppure, trova il modo e il tempo per far compagnia a Gesù nel Tabernacolo. Quello che stiamo dicendo non è solo per i sacerdoti, non è solo per monaci e monache, è per tutti; qualunque sia il nostro stile di vita, tutti siamo chiamati a far compagnia a Gesù nel Tabernacolo.

Il silenzio e il raccoglimento davanti al tabernacolo

Anche noi dobbiamo vedere in questo Tabernacolo solo e abbandonato un trauma e un’illuminazione. Un trauma, perché Gesù è lì presente e nessuno si cura di lui, e le chiese sono vuote.

Perché quando si entra in chiesa si urla, si parla. Si urla, nel senso che proprio si urla, cioè le persone si chiamano uno con l’altro, come se fossero al mercato.

Se io avessi la consapevolezza che Gesù è veramente, realmente presente nel Tabernacolo, io non mi comporterei mai, nella sua casa, come se fossi al mercato.

Se lì c’è Dio, come faccio a parlare ad alta voce in chiesa, di cose che - peraltro - non c’entrano niente col Signore, tra me e altri, chiacchierando, proprio parlando?

Si ha proprio la percezione di quello che c’è scritto qui, nel libro: Gesù era lì presente e nessuno si curava di Lui. Gesù è lì, è lì a un metro, due metri, e chi è lì si comporta fisicamente, con la voce, con tutto il suo essere, come se Gesù non fosse presente.

Non si respira spirito di raccoglimento, non si respira spirito di devozione, spirito di silenzio, spirito di adorazione.

Perché mai - se non c’è un problema grave, fisico - è raro vedere qualcuno fare la genuflessione davanti al Tabernacolo, passando da una parte all’altra della Chiesa?

Perché si passa davanti al Tabernacolo, senza neanche fare, addirittura, quasi più un segno di inchino, niente? Ma Gesù è presente o non è presente nel Tabernacolo?

Lui è presente, però - come c’è scritto qua - “nessuno si curava di lui”. E “nessuno si curava di lui”, si esprime con il non andarci, l’abbandonarlo, “c’è, ma non mi curo”; ma anche con l’andare e avere un comportamento che dice che “io non mi curo di lui che è lì”.

Avere un comportamento per cui, chi mi guarda, dice: “Ma che questa persona sia qui o sia al cinema, è la stessa cosa. Che sia qui o sia al mercato, è la stessa cosa. Non cambia niente”.

La Chiesa sembra quasi un luogo di incontro, come andare in palestra, come andare in piscina a nuotare, come andare al cinema, dove ognuno pensa a quello che deve fare; ma non c’è questa consapevolezza che sto entrando nella casa di Dio e lì c’è Dio, e quindi mi devo comportare di conseguenza.

La genuflessione e la comunione

Perché quando faccio la comunione non mi metto in ginocchio? Cosa vuol dire fare la comunione e sedersi? Perché? Non è mai stato così, fino a un po’ di anni fa.

Ricordo benissimo che anche io sono cresciuto così. Andando al catechismo, mi insegnavano che, quando si entra in chiesa, si fa il segno della Croce, non si parla più, poi si va al proprio banco.

Prima di entrare, si fa la genuflessione, si entra nel banco, ci si mette in ginocchio, si saluta Gesù nel Tabernacolo e ci si siede.

Quando si va a fare la comunione, si esce, si va, si riceve l’Eucarestia, si torna, ci si mette in ginocchio per pregare e poi ci si siede.

A me e a tutti i miei compagni, miei coetanei, è stato insegnato esattamente questo dalle nostre maestre di catechesi, qualcuna era suora, moltissime erano laiche, ma tutte dicevano la stessa cosa.

E tutti noi ci comportavamo allo stesso modo. Ma ci spiegavano il perché: lì c’è Gesù.

Questo cosa diceva? Perché si faceva? Perché credevamo - e io credo ancora - che nel Tabernacolo c’è Gesù, veramente, realmente, sostanzialmente presente.

E i sacerdoti ci insegnavano a interessarci di Lui. Tutto questo ci ha insegnato a credere in Gesù Sacramentato, e nessuno passava davanti al Tabernacolo senza fare la genuflessione.

La preghiera comunitaria davanti all’Eucaristia

Ricordo molto bene, alla domenica, quando andavamo all’oratorio - ma questo non solo quando eravamo bambini, anche quando eravamo adolescenti, quando eravamo giovani - ricordo benissimo che si giocava, si cantava, si ballava, si facevano tutte le cose belle, ma alle tre tutto si fermava.

Alle 15:00, tutto l’oratorio si fermava, scendeva un silenzio solenne, non c’era più nessuno. Tutti, i bambini, i ragazzi, gli adolescenti, i giovani, i catechisti, le catechiste, gli educatori, tutti, alle tre, si prendeva, si andava in cappella e si recitavano i vespri della domenica.

Si entrava in cappella, esposizione eucaristica: il sacerdote, in cotta e stola, con i chierichetti, esponeva Gesù, esponeva l’Eucarestia nell’ostensorio.

Seguivano l’incensazione, la recita dei Vespri davanti a Gesù, la benedizione eucaristica, l’incensazione, la reposizione e il ritorno alle attività.

Tutte le domeniche così! Io, ancora adesso, quando in convento recito i salmi dei Vespri della domenica rivivo quei momenti, perché me li ricordo questi salmi, li ho imparati all’oratorio.

Nessuno si sognava di entrare in chiesa a chiacchierare; alzare la voce era inimmaginabile. Non mettersi in ginocchio, non si poteva neanche pensare.

La genuflessione? Tutti facevano la genuflessione, fatta la comunione, tutti in ginocchio.

Come già vi ho detto, il sabato pomeriggio in oratorio dove si giocava, si danzava, si ballava e si facevano tutte le cose più belle del mondo, alle 14:30 iniziavano le sante confessioni, tutti i sabati pomeriggio.

E noi bambini, dalla terza elementare in avanti, al sabato pomeriggio ci si andava a confessare. E c’era il vescovo, come vi ho già detto, monsignor Anacleto Cazzaniga, vescovo emerito di Urbino, che era residente al mio paese.

Il vescovo veniva apposta, insieme agli altri sacerdoti, tutti i sabati, per confessare i bambini, i ragazzi, i giovani dell’Oratorio. Tutti i sabati.

Questo vescovo me lo ricordo molto bene, era anzianissimo e celebrava di solito la messa feriale delle diciotto. Lui arrivava: genuflessione e, anche durante la messa: genuflessione durante la consacrazione.

Guardate, io veramente devo dire grazie al Signore, perché ho avuto degli esempi meravigliosi.

La visita al tabernacolo come atto d’amore

Quando penso a Lui solo, abbandonato, chiedo al mio angelo custode: “Dai, fai visita a Gesù in quel tabernacolo, fagli compagnia per un po’ e digli che Gli voglio bene”.

A volte lo penso e mi sorprendo. Da bambino avevo un amico che non è di questo mondo e che vegliava su di me, e mi accompagnava sempre.

Ora che sono cresciuto non mi abbandona. Sono tornato a sentire quel bisogno di stare con Lui, di accompagnarlo, di dirgli che Gli voglio bene, di sorprenderlo.

Gesù non merita di stare solo in nessun tabernacolo. Vorrei consolare il Suo Sacratissimo Cuore.

La visita al tabernacolo può essere breve, ma esprime la fede nella presenza di Cristo e la volontà di corrispondere al suo amore. Anche un momento di silenzio, una genuflessione o una preghiera possono diventare una forma concreta di compagnia spirituale.

Il tabernacolo e la missione apostolica

La spiritualità del tabernacolo non è separata dall’attività apostolica. Al contrario, la preghiera davanti a Gesù Sacramentato alimenta la predicazione, gli Esercizi spirituali, la catechesi, le confessioni, le opere caritative e la disponibilità missionaria.

Da allora tutta la sua attività pastorale ruotò intorno al bisogno di dare e cercare compagnia a Gesù abbandonato nei Tabernacoli.

Alla solitudine contrapponeva la presenza, all’abbandono la corrispondenza d’amore. Questa dinamica mostra come l’adorazione eucaristica possa diventare una missione rivolta alla comunità e non soltanto una pratica privata.

La Compagnia di Gesù nacque infatti per l’evangelizzazione, mediante la predicazione, gli Esercizi spirituali, le opere caritatevoli e le confessioni. Il rapporto con il tabernacolo costituisce il centro interiore dal quale queste attività ricevono orientamento e vigore.

La Compagnia nel Settecento e la soppressione

Con i generali seguenti, il boemo Francisco Retz (1730-1750), il milanese Ignazio Visconti (1751-1755), il genovese Luigi Centurione (1755-1757) e finalmente il fiorentino Lorenzo Ricci, eletto nel 1758, si sente sempre più chiaramente che la lotta si stringe ora per l’esistenza stessa dell’Ordine.

Su di essa convengono ora gli attacchi dei giansenisti francesi e italiani, dei gallicani, degli uomini di Stato della nuova generazione del dispotismo illuminato, delle correnti filosofiche volteriane ed enciclopediche, di tutte le tendenze che attraverso di essi vogliono distruggere l’influsso della Chiesa di Roma.

Gli studi degli ultimi anni hanno ben messo in luce con quale inesattezza si è voluto rappresentare i Gesuiti, nei venti o trenta anni prima della soppressione, come se fosse in vera decadenza spirituale e culturale.

Se alcune province mantenevano con pena gli effettivi, altre abbondavano di soggetti e proprio nel 1756 si creò una nuova Assistenza per la Polonia.

Le missioni d’Oriente risentono visibilmente delle controversie da poco cessate, ma quelle dell’America spagnola saranno colpite dal bando regio del 1767, mentre erano nel più rigoglioso sviluppo.

Infatti il fervore religioso, al quale porta nuovi incentivi lo sviluppo della devozione al Sacro Cuore, sembra essersi mantenuto a un livello molto soddisfacente, dove non manca, come in altri tempi, la santità eminente.

Ne sono prova, oltre a molti casi individuali, la persistenza delle domande per le missioni e i ministeri austeri e la vita della grande maggioranza dei padri dopo la soppressione.

Le espulsioni nei diversi Paesi

L’assalto contro l’ordine cominciò nel Portogallo. Dopo una campagna di libelli diffamatori e l’esecuzione del vecchio padre Gabriele Malagrida, il ministro Pombal fece arrestare e deportare nello Stato pontificio tutti i Gesuiti del Portogallo, del Brasile e dell’India tra il 1759 e il 1761.

In Francia, cogliendo l’occasione dell’infelice bancarotta del padre Lavalette in Martinica, il parlamento condannò le costituzioni e le dottrine dei Gesuiti e fece chiudere i collegi (1761-1763), costringendo Luigi XV a sciogliere l’Ordine in tutta la Francia (1764).

L’intervento deciso di papa Clemente XIII e di molti vescovi in favore dei perseguitati non approdò a nulla.

Seguirono gli altri governi borbonici: in Spagna, dove Carlo III, per motivi celati nel suo regio petto, fece arrestare nella notte tra il 2 e il 3 aprile 1767 e deportare in Italia tutti i Gesuiti del regno e poi in Sicilia (1768) e Parma, nello stesso anno.

Nelle colonie dipendenti dalle corone spagnola e portoghese l’espulsione dei missionari della Compagnia di Gesù avvenne negli anni 1760-1769, con gravi conseguenze per mezzo secolo.

Si sa come le corti borboniche si legarono poi per ottenere da Clemente XIII la dissoluzione dell’ordine, ma il papa resistette a tutte le pressioni.

La soppressione del 1773

Il 21 luglio del 1773, a causa di forti pressioni da parte di alcune case regnanti, Clemente XIV firmò il decreto Dominus ac Redemptor dove la Compagnia veniva addirittura soppressa.

In realtà, il documento non esprimeva un’esplicita condanna dei gesuiti. Il Pontefice sacrificò un corpo troppo bersagliato, per rendere la pace alla Chiesa, ma la preparazione e l’esecuzione della misura furono spesso d’una meschinità e d’una brutalità ben superflue.

L’allora generale dell’Ordine, padre Lorenzo Ricci, accusato di non svelare i “tesori” dei gesuiti - che in realtà non esistevano - fu racchiuso in Castel Sant’Angelo.

Ma egli non si lamentò mai. Soltanto in punto di morte, nel 1775, nel momento di ricevere il Viatico, fece una dichiarazione, in cui, dinanzi all’Eucaristia, affermava che la Compagnia non aveva dato nessun pretesto alla soppressione e che egli, personalmente, non aveva dato “motivo alcuno, seppure leggerissimo” alla propria carcerazione.

A causa della soppressione, l’evangelizzazione in Asia, in Africa e nelle Americhe subì un duro colpo.

La sopravvivenza e la restaurazione

La storia della Compagnia di Gesù si divide in due grandi periodi: dalla fondazione al 1773, anno in cui c’è stata la soppressione della Compagnia a opera di papa Clemente XIV; fino al 1814 rimase solo un piccolo gruppo di Gesuiti in Russia e Prussia; dal 1814 a oggi.

La Compagnia però sopravvisse nella Prussia di Federico II e nella Russia di Caterina II.

Fu dopo la Rivoluzione Francese, in cui furono martirizzati molti ex-gesuiti “refrattari”, e il periodo napoleonico, che Papa Pio VII, il 7 agosto del 1814, riabilitò la Compagnia con la bolla Sollicitudo omnium Ecclesiarum.

L’ordine fu soppresso nel 1773 da Clemente XIV con la bolla Dominus ac Redemptor, e ristabilito nel 1814 da Pio VII.

Si tornò a fondare collegi in molte nazioni, e in questo periodo fu anche ripresa l’attività dei Bollandisti per lo studio critico della vita dei santi.

Persecuzioni e rinnovamento nell’età moderna

Erano quelli i tempi del liberalismo rivoluzionario, figlio in filosofia dell’Illuminismo e in politica della Rivoluzione Francese. Erano anche i tempi del kantismo, dell’idealismo immanentistico, del positivismo e del socialismo.

I gesuiti ebbero il merito di capire i grandi pericoli di queste nuove idee. Vi si opposero e nello stesso tempo, capendo che esse, pur nelle loro differenze, miravano a distruggere la Chiesa, schierarono le loro forze in difesa del Papa.

Pio IX, da parte sua, nel 1849 volle che i gesuiti dessero vita ad una rivista che, in campo filosofico e politico, combattesse il liberalismo massonico e il socialismo.

Nacque così a Napoli La Civiltà Cattolica il 6 aprile 1850; e nel 1856, a Parigi, la rivista Etudes.

Le forze della Rivoluzione non si dettero per vinte: i governi liberali della Francia, della Spagna e dell’Italia espulsero i gesuiti a varie riprese.

Furono espropriati i loro beni, collegi, case e scuole, e trasformati in scuole, università e ospedali statali.

Ma da queste persecuzioni la Compagnia trasse nuovo vigore: crebbe numericamente, si diffuse in tutto il mondo, conservò opere importanti, come l’Università Gregoriana a Roma, i cui professori diedero un grande contributo al Concilio Vaticano I.

Importante fu anche la collaborazione dei gesuiti con san Pio X nella lotta contro il modernismo: si promosse l’insegnamento della filosofia e della teologia neoscolastica, facendo rifiorire il pensiero di san Tommaso d’Aquino, secondo le direttive già date da Leone XIII nell’enciclica Aeterni Patris del 4 agosto 1879.

Quando, dopo la Prima Guerra Mondiale, sorsero i regimi totalitari, la Compagnia li combatté fortemente, ma a costo di gravi conseguenze: alcuni gesuiti finirono nei lager tedeschi e nei gulag sovietici.

Furono distrutte tutte le loro opere nei Paesi conquistati dal comunismo.

La crisi della Compagnia di Gesù

Immediatamente prima del Concilio Vaticano II e negli anni successivi, la Compagnia ha patito una grave crisi, non riconducibile solamente al numero delle vocazioni quanto soprattutto ad una certa perdita dello spirito militante e in particolare della fedeltà totale al Papa, e quindi al Magistero.

Alcune posizioni di famosi teologi come Teilhard de Chardin, de Lubac e Rahner, purtroppo, si sono distinte in questo.

È ovvio che questa crisi non ha riguardato tutti i gesuiti, così come va detto che, malgrado questo, la Compagnia continua a essere una colonna portante della Chiesa.

La Compagnia di Gesù nel mondo

La Compagnia di Gesù sin dalle sue origini nasce come gruppo internazionale, sia per la provenienza geografica dei primi dieci compagni, sia per la disponibilità a essere inviati in qualsiasi parte del mondo.

Ancora oggi, parte della nostra formazione è fatta all’estero per acquisire flessibilità, apertura mentale e sviluppare quel senso di adattamento che ci permette di abitare ovunque, con libertà.

Attualmente siamo circa 16.000 sparsi in 122 paesi del mondo.

La disponibilità a essere inviati ovunque appartiene alla forma originaria della Compagnia e corrisponde al quarto voto di obbedienza al Papa. Essa unisce la dimensione universale della missione con la centralità di Cristo e della Chiesa.

Il tabernacolo come centro di consolazione

Lo spettacolo del tabernacolo dimenticato da tutti e lasciato solo in una chiesa vuota fu per don Manuel un invito pressante a cambiare questa situazione.

Guardate: che cosa faremo il 7 di aprile, quando ci vedremo nella domenica della Divina Misericordia? Che cosa abbiamo fatto in tutti questi anni, se non stringerci attorno a Gesù Sacramentato?

Vedere una porzione di popolo di Dio così innamorato, così devoto, così raccolto, al mattino così presto, significa offrire consolazione e conforto a un sacerdote.

Perché, quando ci si stringe attorno a Gesù Sacramentato in un modo così bello, così forte, così intenso, così comunitario, è chiaro che si tocca con mano il Paradiso.

La preghiera davanti al tabernacolo unisce il raccoglimento personale e la comunione ecclesiale. La presenza di Cristo diventa il punto verso il quale convergono la liturgia, la confessione, il rosario, i vespri, l’adorazione e le opere di carità.

È questo che facciamo: stare insieme ad amare il Signore, ad amare Gesù Sacramentato.

La visita eucaristica nella vita quotidiana

Gesù non merita di stare solo in nessun tabernacolo. Vorrei consolare il Suo Sacratissimo Cuore.

Quando potete, fategli una visita, anche se solo di un minuto, e diteGli che Gli volete bene.

La visita può svolgersi nel silenzio della chiesa, davanti al tabernacolo, oppure durante un tempo più lungo di adorazione. Il gesto fondamentale è riconoscere la presenza di Gesù e rivolgersi a Lui con fede, rispetto e amore.

Una breve visita al tabernacolo può essere vissuta come un atto di gratitudine, una richiesta di aiuto, una preghiera per la Chiesa, un’offerta delle proprie sofferenze o una semplice espressione di amicizia.

Quando penso a Lui solo, abbandonato, chiedo al mio angelo custode: “Dai, fai visita a Gesù in quel tabernacolo, fagli compagnia per un po’ e digli che Gli voglio bene”.

Ora che sono cresciuto non mi abbandona. Sono tornato a sentire quel bisogno di stare con Lui, di accompagnarlo, di dirgli che Gli voglio bene, di sorprenderlo.

Le più belle preghiere per l'Adorazione Eucaristica

Il rapporto tra Eucaristia, Maria e missione

Questi due pilastri sono direttamente conseguenti alla spiritualità degli Esercizi spirituali che sant’Ignazio di Loyola scrisse, ispirato dalla Madonna, trovandosi in una grotta di Manresa.

La spiritualità ignaziana mantiene quindi un legame tra Gesù Cristo, la Vergine Maria, la Chiesa e la missione apostolica. La fedeltà al Papa e la disponibilità a essere inviati ovunque ricevono il loro significato dalla volontà di servire Cristo e di condurre ogni anima a Lui.

Il tabernacolo rende visibile, nella vita quotidiana della comunità cristiana, il centro verso il quale deve orientarsi la missione. Prima di parlare di Cristo, il credente è chiamato a stare con Cristo; prima dell’azione apostolica viene l’adorazione; prima dell’invio viene l’obbedienza.

La nascita e la crescita della Compagnia mostrano la continuità tra preghiera e apostolato. Gli Esercizi spirituali, la fedeltà al Papa, la predicazione, la confessione, la catechesi, la formazione culturale e le missioni hanno un unico centro: Gesù Cristo.

Per questo l’amore verso Gesù Sacramentato non è una devozione marginale, ma una forma concreta di fedeltà al cuore della fede cattolica e una sorgente di energia per la missione della Chiesa.

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