Benedetto XVI: 21 gennaio 2008 e il rapporto tra fede, ragione e verità

Il 21 gennaio 2008 Benedetto XVI avrebbe dovuto visitare l’Università La Sapienza di Roma, ma la visita fu annullata dopo le proteste di alcuni docenti e studenti. La rinuncia fu motivata dal venir meno dei «presupposti per un’accoglienza dignitosa e tranquilla».

La vicenda fu interpretata come un grave episodio di intolleranza e riportò al centro del dibattito il rapporto tra fede, ragione, libertà della ricerca e ruolo pubblico della Chiesa. Il tema si collegava direttamente al pensiero di Joseph Ratzinger, secondo il quale fede e ragione non devono essere separate né contrapposte, ma devono sempre andare insieme.

La visita alla Sapienza e la rinuncia di Benedetto XVI

ROMA Si acuisce la polemica dopo la rinuncia di Benedetto XVI ad andare all'Università La Sapienza di Roma. Il cardinale Bagnasco, nella sua prolusione al Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana, ha affermato che il pontefice ha tenuto conto «dei suggerimenti dell'Autorità italiana».

A stretto giro arriva la replica di palazzo Chigi: «Il Governo italiano non ha mai suggerito alle autorità vaticane di cancellare la visita di Papa Benedetto XVI». Secondo Bagnasco la rinuncia di Benedetto XVI ad andare in visita alla "Sapienza" ha tenuto conto «dei suggerimenti dell'Autorità italiana».

Il presidente della Cei parla del «grave episodio di intolleranza» che ha indotto il Papa «a soprassedere rispetto alla visita da tempo programmata» all’Università «che da oltre 700 anni vive in quella Roma dove Vescovo è il Papa». «Il clima di ostilità, creato da una minoranza assolutamente esigua di docenti e studenti - spiega ancora Bagnasco -, ha infine suggerito questa amara soluzione, essendo venuti meno - come ha scritto il cardinale Tarcisio Bertone al Rettore - "i presupposti per un'accoglienza dignitosa e tranquillà"».

E sotto accusa finiscono le autorità italiane: secondo Bagnasco «la rinuncia che, se si è fatta necessariamente carico dei suggerimenti dell’Autorità italiana, nasce essa stessa da un atto di amore del Papa per la sua città». Secondo il presidente della Cei, «tutt'altro, dunque, che un tirarsi indietro, come qualcuno ha pur detto, ma una scelta magnanime per non alimentare neppure indirettamente tensioni create da altri e che la Chiesa certo non ama, pur dovendole spesso suo malgrado subire».

Esprimendo «la grande sorpresa e l'ancor più grande tristezza dinanzi a quanto accaduto», in particolare «per quella considerazione che da sempre la Chiesa nutre nei confronti dell'istituzione universitaria», il presidente della Cei sostiene che «questi d'altra parte sono gli esiti del settarismo illiberale, antagonista per partito preso, che assumendo per pretesto la nota e ormai ben indagata vicenda di Galileo, hanno superficialmente manipolato la posizione a suo tempo espressa da Joseph Ratzinger».

Immediata arriva però la replica di Palazzo Chigi che ha l'intento di scagionare l'esecutivo da qualsiasi responsabilità: «Il Governo italiano non ha mai suggerito alle autorità vaticane di cancellare la visita di Papa Benedetto XVI all'Università La Sapienza di giovedì 17 gennaio scorso», si legge in una nota.

«Sia il Presidente del Consiglio dei Ministri che il Ministro dell'Interno - continua Palazzo Chigi-, dopo la riunione del Comitato provinciale per la sicurezza e l'ordine pubblico alla quale erano presenti anche i responsabili della gendarmeria vaticana, hanno infatti comunicato alle autorità vaticane che lo Stato italiano garantiva assolutamente la sicurezza e l'ordinato svolgimento della visita del Santo Padre».

Il significato del 21 gennaio 2008

La data del 21 gennaio 2008 si colloca immediatamente dopo la rinuncia alla visita prevista per il 17 gennaio e nel pieno della discussione pubblica sulla libertà di parola del Papa in un’università statale. La controversia non riguardava soltanto la presenza fisica di Benedetto XVI, ma anche la possibilità di confrontarsi con una concezione della ragione aperta alle domande ultime sull’uomo, sulla verità e sul senso.

La catechesi dedicata da Benedetto XVI a sant’Agostino mostrava come il rapporto tra fede e ragione fosse per lui un tema determinante. Queste due dimensioni, fede e ragione, non sono da separare né da contrapporre, ma piuttosto devono sempre andare insieme.

Come ha scritto Agostino stesso dopo la sua conversione, fede e ragione sono «le due forze che ci portano a conoscere» (Contro gli Accademici III,20,43). A questo proposito rimangono giustamente celebri le due formule agostiniane (Sermoni 43,9) che esprimono questa coerente sintesi tra fede e ragione: crede ut intelligas («credi per comprendere») - il credere apre la strada per varcare la porta della verità -, ma anche, e inseparabilmente, intellige ut credas («comprendi per credere») - scruta la verità per poter trovare Dio e credere.

Fede e ragione nella prospettiva di Benedetto XVI

La catechesi oggi è dedicata invece al tema fede e ragione, che è un tema determinante, o meglio, il tema determinante per la biografia di sant’Agostino. Da bambino aveva imparato da sua madre Monica la fede cattolica.

Ma da adolescente aveva abbandonato questa fede, perché non poteva più vederne la ragionevolezza e non voleva una religione che non fosse anche per lui espressione della ragione, cioè della verità. La sua sete di verità era radicale e lo ha condotto quindi ad allontanarsi dalla fede cattolica.

Ma la sua radicalità era tale che egli non poteva accontentarsi di filosofie che non arrivassero alla verità stessa, che non arrivassero fino a Dio. E a un Dio che non fosse soltanto un’ultima ipotesi cosmologica, ma che fosse il vero Dio, il Dio che dà la vita e che entra nella nostra stessa vita.

Così tutto l’itinerario intellettuale e spirituale di sant’Agostino costituisce un modello valido anche oggi nel rapporto tra fede e ragione, tema non solo per uomini credenti, ma per ogni uomo che cerca la verità, tema centrale per l’equilibrio e il destino di ogni essere umano.

La verità come ricerca personale

L’armonia tra fede e ragione significa soprattutto che Dio non è lontano: non è lontano dalla nostra ragione e dalla nostra vita; è vicino ad ogni essere umano, vicino al nostro cuore e vicino alla nostra ragione, se realmente ci mettiamo in cammino. Proprio questa vicinanza di Dio all’uomo fu avvertita con straordinaria intensità da Agostino.

La presenza di Dio nell’uomo è profonda e nello stesso tempo misteriosa, ma può essere riconosciuta e scoperta nel proprio intimo: non andare fuori - afferma il convertito - ma «torna in te stesso; nell’uomo interiore abita la verità; e se troverai che la tua natura è mutabile, trascendi te stesso. Ma ricordati, quando trascendi te stesso, che tu trascendi un’anima che ragiona. Tendi dunque là dove si accende la luce della ragione» (La vera religione 39,72).

Proprio come egli stesso sottolinea, con un’affermazione famosissima, all’inizio delle Confessioni, autobiografia spirituale scritta a lode di Dio: «Ci hai fatti per te e inquieto è il nostro cuore, finché non riposa in te» (I,1,1). La lontananza di Dio equivale allora alla lontananza da se stessi.

«Tu infatti - riconosce Agostino (Confessioni, III,6,11) rivolgendosi direttamente a Dio - eri all’interno di me più del mio intimo e più in alto della mia parte più alta», interior intimo meo et superior summo meo; tanto che - aggiunge in un altro passo ricordando il tempo antecedente la conversione - «tu eri davanti a me; e io invece mi ero allontanato da me stesso, e non mi ritrovavo; e ancora meno ritrovavo te» (Confessioni V,2,2).

Agostino, l’uomo e il mistero della libertà

Proprio perché Agostino ha vissuto in prima persona questo itinerario intellettuale e spirituale, ha saputo renderlo nelle sue opere con tanta immediatezza, profondità e sapienza, riconoscendo in due altri celebri passi delle Confessioni (IV,4,9 e 14,22) che l’uomo è «un grande enigma» (magna quaestio) e «un grande abisso» (grande profundum), enigma e abisso che solo Cristo illumina e salva.

Questo è importante: un uomo che è lontano da Dio è anche lontano da sé, alienato da se stesso, e può ritrovare se stesso solo incontrandosi con Dio. Così arriva anche a sé, al suo vero io, alla sua vera identità.

L’essere umano - sottolinea poi Agostino nel De civitate Dei (La città di Dio XII,27) - è sociale per natura ma antisociale per vizio, ed è salvato da Cristo, unico mediatore tra Dio e l’umanità e «via universale della libertà e della salvezza», come ha ripetuto il mio predecessore Giovanni Paolo II (Augustinum Hipponensem, 21).

Al di fuori di questa via, che mai è mancata al genere umano - afferma ancora Agostino nella stessa opera - «nessuno è stato mai liberato, nessuno viene liberato, nessuno sarà liberato» (La città di Dio X,32,2).

Cristo e la Chiesa come luogo dell’unità

In quanto unico mediatore della salvezza, Cristo è capo della Chiesa e ad essa è misticamente unito, al punto che Agostino può affermare: «Siamo diventati Cristo. Infatti se Egli è il capo, noi le sue membra, l’uomo totale è Lui e noi» (Commento al Vangelo di Giovanni 21,8).

Popolo di Dio e casa di Dio, la Chiesa nella visione agostiniana è dunque legata strettamente al concetto di Corpo di Cristo, fondata sulla rilettura cristologica dell’Antico Testamento e sulla vita sacramentale centrata sull’Eucaristia, nella quale il Signore ci dà il suo Corpo e ci trasforma in suo Corpo.

È allora fondamentale che la Chiesa, popolo di Dio in senso cristologico e non in senso sociologico, sia davvero inserita in Cristo, il quale - afferma Agostino in una bellissima pagina - «prega per noi, prega in noi, è pregato da noi; prega per noi come nostro sacerdote, prega in noi come nostro capo, è pregato da noi come nostro Dio: riconosciamo pertanto in Lui la nostra voce e in noi la sua» (Esposizione sui Salmi 85,1).

La ricerca della verità e la conversione

Seguendo il cammino di sant’Agostino, potremmo meditare su che cosa sia questa conversione: è una cosa definitiva, decisiva, ma la decisione fondamentale deve svilupparsi, deve realizzarsi in tutta la nostra vita.

Nella conclusione della Lettera apostolica Augustinum Hipponensem Giovanni Paolo II ha voluto chiedere allo stesso Santo che cosa abbia da dire agli uomini di oggi, e risponde anzitutto con le parole che Agostino affidò a una lettera dettata poco dopo la sua conversione: «A me sembra che si debbano ricondurre gli uomini alla speranza di trovare la verità» (Ep. 1,1).

Quella verità è Cristo stesso, Dio vero, al quale è rivolta una delle preghiere più belle e più famose delle Confessioni (X,27,38): «Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato! Ed ecco tu eri dentro e io fuori, e lì ti cercavo, e nelle bellezze che hai creato, deforme, mi gettavo.

Eri con me, ma io non ero con te. Da te mi tenevano lontano quelle cose che, se non fossero in te, non esisterebbero. Hai chiamato e hai gridato e hai rotto la mia sordità, hai brillato, hai mostrato il tuo splendore e hai dissipato la mia cecità, hai sparso il tuo profumo e ho respirato e aspiro a te, ho gustato e ho fame e sete, mi hai toccato e mi sono infiammato nella tua pace».

Ecco, Agostino ha incontrato Dio e durante tutta la sua vita ne ha fatto esperienza, al punto che questa realtà - che è anzitutto incontro con una Persona, Gesù - ha cambiato la sua vita, come cambia quella di quanti, donne e uomini, in ogni tempo hanno la grazia di incontrarlo.

Il contesto ecclesiale del gennaio 2008

La discussione sulla visita alla Sapienza si inseriva in un periodo intenso dell’attività pubblica di Benedetto XVI. L’11 dicembre 2007 è stato presentato il messaggio di Benedetto XVI in occasione della 41° Giornata Mondiale della Pace che si celebra il 1 gennaio.

Questo e il terzo messaggio del Santo Padre nel corso del suo Pontificato. Il messaggio di quest'anno porta il titolo „La famiglia umana - comunita di pace“.

Per il Papa la famiglia e la base e l'essenza della societa e l'educatrice alla pace, perché in essa si acquistano le esperienze dell'amore tra fratelli e sorelle, della divisone con gli altri, della giustizia, del servizio ai membri piu deboli, dell'aiuto reciproco e rispetto per gli altri; tutto quello che sono le principali linee guide di pace.

La famiglia umana come comunità di pace

“La prima forma di comunione tra persone è quella che l'amore suscita tra un uomo e una donna decisi ad unirsi stabilmente per costruire insieme una nuova famiglia - scrive il Papa all’inizio del Messaggio spiegando il tema -. Ma anche i popoli della terra sono chiamati ad instaurare tra loro rapporti di solidarietà e di collaborazione, quali s'addicono a membri dell'unica famiglia umana”.

Il Messaggio di Papa Benedetto XVI è articolato in due parti: nella prima parte - “Famiglia, società e pace” - si evidenzia il senso e il valore del rapporto tra nucleo familiare e pace; nella seconda, la famiglia umana viene messa in relazione con una serie di problematiche attinenti la pace: ambiente, economia, legge morale, conflitti e disarmo.

Il Messaggio ricorda nella parte conclusiva tre anniversari: il 60° della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, il 25° dell’adozione da parte della Santa Sede della Carta dei diritti della famiglia ed il 40° della celebrazione della prima Giornata Mondiale della Pace.

Benedetto XVI conclude il Messaggio invitando “i credenti ad implorare da Dio senza stancarsi il grande dono della pace. I cristiani, per parte loro, sanno di potersi affidare all'intercessione di Colei che, essendo Madre del Figlio di Dio fattosi carne per la salvezza dell'intera umanità, è Madre comune. A tutti l'augurio di un lieto Anno nuovo!”

Famiglia, diritti e ordinamento sociale

La famiglia come laboratorio per la costruzione della pace nel mondo perché “permette di fare determinanti esperienze di pace” al suo interno. Leggendo il Messaggio di Benedetto XVI, così denso di immagini poetiche oltre che, naturalmente, di puntuali verit ontologiche e pratiche, viene spontaneo pensare al Cantico dei Cantici.

In particolare la prima parte del Messaggio è come la carezza di chi vuole esprimere, quasi fisicamente, tenerezza e amore per la famiglia naturale, definita quale “intima comunione di vita e d’amore, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna”.

Il Papa dice “comunione”, e non “unione”, a sottolineare la distinta soggettività dei protagonisti genitoriali e, allo stesso tempo, la comune, costante volontà di mettere insieme e condividere esperienze di vita e di pace.

E scioglie un vero e proprio inno alla famiglia: “culla della vita e dell’amore”, “luogo primario dell’umanizzazione della persona e della società”, “primaria e insostituibile educatrice alla pace”, “principale agenzia di pace”, “prima società naturale”, “istituzione divina”.

Sempre carezzevolmente, il Papa si domanda: “Dove mai l’essere umano in formazione potrebbe imparare a gustare il ‘sapore’ genuino della pace meglio che nel ‘nido’ originario che la natura gli prepara?”.

La famiglia presa in considerazione non è la mera somma aritmetica dei suoi componenti: marito e moglie, figli, nipoti, nonni, bambini e bambine, giovani e anziani. E’ un quid novum sociale, con una sua propria identità sistemica, che si distingue dalle singole individualità che ne fanno parte e che, in quanto tale, ha una sua propria intrinseca dignità, di natura anche giuridica.

Il Papa cita in proposito il Preambolo della Carta dei diritti della famiglia, elaborata dal Pontificio Consiglio per la Famiglia e pubblicata il 22 ottobre 1983: “I diritti della persona, anche se espressi come diritti dell’individuo, hanno una fondamentale dimensione sociale, che trova nella famiglia la sua nativa e vitale espressione”.

La famiglia, dunque, come grembo dei diritti fondamentali ed è tale perché “sta a fondamento della vita delle persone” e dunque è “prototipo di ogni ordinamento sociale”.

La famiglia nel diritto internazionale

A conferma della tesi secondo cui, appunto, “la famiglia è titolare di specifici diritti”, Benedetto XVI chiama in causa il vigente Diritto internazionale dei diritti umani, in particolare l’articolo 16 della Dichiarazione Universale del 1948 che ne costituisce la base fondativa: “La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha il diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato”.

Questo concetto è recepito, quasi alla lettera, dalle principali Convenzioni giuridiche che, facendo seguito alla Dichiarazione Universale, hanno dato corpo organico al Diritto internazionale dei diritti umani.

  • “La protezione e l’assistenza più ampia possibile devono essere accordate alla famiglia, che è il nucleo naturale e fondamentale della società, in particolare per la sua costituzione e fin quando essa abbia la responsabilità del mantenimento e dell’educazione di figli a suo carico. Il matrimonio deve essere celebrato con il libero consenso dei futuri coniugi” (articolo 10 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali del 1966).
  • “La famiglia è l’elemento naturale e la base della società. Essa deve essere protetta dallo Stato che deve vegliare sulla sua salute fisica e morale” (articolo 18 della Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli del 1981).
  • “La famiglia è l’unità collettiva naturale e fondamentale della società; essa ha diritto alla protezione da parte della società e dello Stato” (articolo 17 della Convenzione interamericana dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1969).
  • “Per realizzare le condizioni di vita, indispensabili al pieno sviluppo della famiglia, cellula fondamentale della società, le Parti si impegnano a promuovere la tutela economica, giuridica e sociale della vita di famiglia” (articolo 16 della Carta sociale europea del 1961).
  • “La famiglia è l’unità fondamentale della società e gode della sua protezione. Lo Stato si impegna a fornire ogni cura e speciale protezione alla famiglia, alle madri, ai bambini e agli anziani” (articolo 38 della Carta Araba dei diritti umani adottata a Tunisi nel 2004).

Vale la pena di citare anche la Dichiarazione dei diritti umani nell’Islam, adottata dall’Organizzazione della Conferenza Islamica al Cairo nel 1990, il cui articolo 5 recita: “La famiglia è il fondamento della società e il matrimonio è la base del suo formarsi. Uomini e donne hanno diritto al matrimonio e nessuna restrizione derivante da razza, colore o nazionalità impedirà loro di beneficiare di tale diritto”.

In queste fonti giuridiche ricorrono gli aggettivi “naturale” e “fondamentale”, a sottolineare che il rispetto della “dignità della famiglia” così definita, è da annoverare tra i principi giuridici di diritto consuetudinario, come dire dotati dell’altissima valenza precettiva che è propria dello ius cogens.

La norma morale e la comunità internazionale

I puntuali riferimenti normativi del vigente Ius positum internazionale che abbiamo prima richiamati, sono importanti per valutare in tutta la loro portata delle argomentazioni giuridiche contenute nel Messaggio di Benedetto XVI a sostegno di una ben precisa idea di famiglia.

La famiglia è fonte di vita, come dire fonte di diritto, se si considera che la vita, prima ancora che diritto della persona, cioè diritto individuale tra gli altri diritti individuali, è principio fondativo dell’intero sistema normativo dei diritti fondamentali.

Prima di aggiungere più specifiche considerazioni al riguardo, è utile domandarsi in quale considerazione l’attuale Sommo Pontefice tenga il vigente Diritto internazionale. Nel Messaggio è sottolineata con forza la necessità, anzi l’urgenza di “assoggettarsi ad una norma comune”.

Questo criterio vale sia per coloro che compongono la famiglia naturale sia per “le comunità più ampie: da quelle locali a quelle nazionali, fino alla stessa comunità internazionale”.

Il riferimento è alla “famiglia umana”, espressione usata dalla stessa Dichiarazione universale per indicare la comunità di tutte le persone umane in quanto soggetti titolari, in via originaria, degli stessi eguali e inviolabili diritti.

Il Papa, richiamando gli accordi internazionali, gli statuti delle Organizzazioni internazionali e il diritto umanitario e riconoscendo, di conseguenza, che “l’umanità non è senza legge”, insiste sulla necessità che la “norma giuridica”, cioè lo ius positum, si fondi sulla “norma morale”.

Il vigente Diritto internazionale che prende origine, come ius positum, dalla prima parte della Carta delle Nazioni Unite e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, e che pertanto innova profondamente rispetto al vecchio Diritto inter-statuale, si fonda sulla “norma morale” espressamente enunciata dall’articolo 1 della Dichiarazione: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.

Che si tratti di principio fondativo lo dice il Preambolo della stessa Dichiarazione, laddove proclama che “il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana, e dei loro diritti, eguali e inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”.

Diritti umani, pace e disarmo

Usando la grammatica dei “segni dei tempi”, così efficacemente proposta dalla enciclica ‘Pacem in Terris’ del beato Giovanni XXIII, non si può non cogliere la rivoluzionaria provvidenzialità del fatto che il nuovo Diritto internazionale, pervaso com’è di principi di etica universale, se ne fa traghettatore nei campi della cultura, della politica e dell’economia, appunto con il sigillo formale e la forza che sono propri dello ius positum.

E’ abissale la distanza che separa questo nuovo Diritto universale rispetto al vecchio Diritto delle sovranità statuali-nazionali-armate-confinarie: un Diritto, quest’ultimo, costitutivamente a-morale e a-umano, fatto su misura di entità giuridiche ‘sovrane’, detentrici di un diritto di vita e di morte sulle persone umane - ius necis ac vitae -, teorizzato e applicato nelle relazioni internazionali con riferimento al duplice diritto di fare, indifferentemente, la guerra e la pace - ius ad bellum e ius ad pacem.

Con l’avvento del nuovo Diritto internazionale, la centralità della persona umana, cioè del soggetto giuridico originario, prevale, de iure, sulla sovranità degli stati, i quali anche nelle loro relazioni esterne assumono lo status di entità derivate e strumentali rispetto al perseguimento del bene comune universale riassumibile in ‘tutti i diritti umani per tutti’: civili, politici, economici, sociali, culturali, interdipendenti e indivisibili.

Benedetto XVI prende atto di questo stato di cose quando afferma che la Dichiarazione universale “costituisce un’acquisizione di civiltà giuridica di valore veramente universale” e “un passo decisivo nel difficile e impegnativo cammino verso la concordia e la pace,” e che occorre favorire “il convergere anche delle legislazioni dei singoli Stati verso il riconoscimento dei diritti umani fondamentali”.

L’impegno perchè questo avvenga, capillarmente, è tanto più urgente quanto più, scrive il Papa, si moltiplicano “grandi divisioni e forti conflitti che gettano ombre cupe sul futuro dell’umanità”.

Un’ombra cupa è certamente quella “dell’aumento del numero di Stati coinvolti nella corsa agli armamenti”, che il Papa denuncia con forza gridando allo scandalo dei “Paesi del mondo industrialmente sviluppato che traggono lauti guadagni dalla vendita di armi” e di “oligarchie dominanti in tanti Paesi poveri che vogliono rafforzare la loro situazione mediante l’acquisto di armi sempre più sofisticate”.

Nel suo Messaggio, il Papa invoca, nella prospettiva di “un’efficace smilitarizzazione”, “lo smantellamento progressivo e concordato delle armi nucleari esistenti”.

La legalità internazionale e il ruolo delle Nazioni Unite

Per procedere in questa direzione, in un mondo che è, allo stesso tempo, sempre più interdipendente e globalizzato e sempre più armato, occorre rilanciare con forza il tema della legalità, ribadire che la forza della legge deve prevalere sulla legge della forza.

In particolare, occorre difendere con forza e determinazione il Diritto internazionale dei diritti umani nella sua originaria concezione, cioè nella ortodossia di principi e istituti quali letteralmente espressi nelle fonti originarie, prima ricordate.

Occorre difendere questa ortodossia anche perché si stanno manifestando tendenze a relativizzare principi e istituti fondamentali, riguardanti in particolare la famiglia e la vita dell’essere umano nel suo intero arco naturale.

Occorre usare il vocabolario del ‘nuovo’ ius positum, con riferimenti puntuali a principi, norme, divieti, obblighi giuridici.

Ribadire, opportune et inopportune, che la guerra, in quanto tale, è proscritta, che è fatto divieto di usare la forza per risolvere le controversie internazionali, che è fatto obbligo di perseguire vie pacifiche, che siamo entrati nell’era della giurisdizione internazionale dei diritti umani e della giustizia penale internazionale, che il Diritto internazionale “dei diritti umani” è un diritto superiore al Diritto internazionale “umanitario” (Ius in bello), che c’è l’obbligo di far funzionare l’Organizzazione delle Nazioni Unite mettendola in grado di esercitare le competenze e i poteri che le sono stati devoluti, una volta per tutte, dagli Stati membri.

Ribadire che non far funzionare le Nazioni Unite, anteponendole la sovranità prevaricatrice degli stati, alimentando la corsa agli armamenti e facendo le guerre preventive, significa violare non soltanto il Diritto internazionale vigente, ma anche la morale universale che esso ha recepito.

E’ un fatto di coscienza, oltre che di osservanza della legalità, quello di stare dalla parte delle legittime istituzioni multilaterali, battersi per il loro potenziamento e la loro democratizzazione, denunciare le strumentalizzazioni, gli sviamenti di potere e gli abusi di cui sono fatte oggetto da parte di governanti privi di scrupoli morali e giuridici.

Bisogna diffondere la consapevolezza che il destino del nuovo Diritto internazionale umanocentrico e quello delle Nazioni Unite sono interconnessi e che depotenziando l’ONU si depotenzia la legalità, e viceversa.

La casa comune della famiglia umana

Il Papa parla della terra come di “casa comune della famiglia umana” e dice che anche la casa-mondo, come la casa della famiglia naturale, deve essere governata con cura all’insegna della “alleanza tra essere umano e ambiente” e lungo “la strada del dialogo invece che delle decisioni unilaterali”.

Ancora una volta viene sottolineata la necessità di una global governance da gestire nelle pertinenti sedi multilaterali, a cominciare dalle Nazioni Unite e dalle Organizzazioni di integrazione continentale o sub-continentale, con il concorso di tutte le altre istanze di governo, operanti ai vari livelli territoriali.

Dicendo poi che bisogna smantellare gli arsenali nucleari, il Papa implicitamente invita ad una mobilitazione su scala mondiale.

La continuità dei temi nelle catechesi del 2008

Il tema della ragionevolezza della fede ricompare nella catechesi del 30 gennaio 2008, dedicata a sant’Agostino. Cari amici, dopo la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ritorniamo oggi alla grande figura di sant’Agostino.

Il mio caro Predecessore Giovanni Paolo II gli ha dedicato nel 1986, cioè nel sedicesimo centenario della sua conversione, un lungo e denso documento, la Lettera apostolica Augustinum Hipponensem. Il Papa stesso volle definire questo testo «un ringraziamento a Dio per il dono fatto alla Chiesa, e per essa all’umanità intera, con quella mirabile conversione» (AAS, 74, 1982, p. 802).

Sul tema della conversione vorrei tornare in una prossima Udienza. È un tema fondamentale non solo per la sua vita personale, ma anche per la nostra.

Nel Vangelo di domenica scorsa il Signore stesso ha riassunto la sua predicazione con la parola: «Convertitevi».

Il senso eterno che si fa vicino

Quel che Giovanni, chiama in greco “ho logos” - tradotto in latino “Verbum” e in italiano “il Verbo” - significa anche “il Senso”. Quindi potremmo intendere l’espressione di Giovanni così: il “Senso eterno” del mondo si è fatto tangibile ai nostri sensi e alla nostra intelligenza: ora possiamo toccarlo e contemplarlo (cfr 1Gv 1,1).

Il “Senso” che si è fatto carne non è semplicemente un’idea generale insita nel mondo; è una “Parola” rivolta a noi. Il Logos ci conosce, ci chiama, ci guida.

Non è una legge universale, in seno alla quale noi svolgiamo poi qualche ruolo , ma è una Persona che si interessa di ogni singola persona: è il Figlio del Dio vivo, che si è fatto uomo a Betlemme.

A molti uomini, ed in qualche modo a noi tutti, questo sembra troppo bello per essere vero. In effetti, qui ci viene ribadito: sì, esiste un senso, ed il senso non è una protesta impotente contro l’assurdo.

Il Senso ha potere: è Dio. Un Dio buono, che non va confuso con un qualche essere eccelso e lontano, a cui non ci sarebbe mai dato di arrivare, ma un Dio che si è fatto nostro prossimo e ci è molto vicino, che ha tempo per ciascuno di noi e che è venuto per rimanere con noi.

La libertà davanti alla verità

È allora spontaneo domandarsi: “E’ mai possibile una cosa del genere? E’ cosa degna di Dio farsi bambino?”. Per cercare di aprire il cuore a questa verità che illumina l’intera esistenza umana, occorre piegare la mente e riconoscere la limitatezza della nostra intelligenza.

Nella grotta di Betlemme, Dio si mostra a noi umile “infante” per vincere la nostra superbia. Forse ci saremmo arresi più facilmente di fronte alla potenza, di fronte alla saggezza; ma Lui non vuole la nostra resa; fa piuttosto appello al nostro cuore e alla nostra libera decisione di accettare il suo amore.

Si è fatto piccolo per liberarci da quell’umana pretesa di grandezza che scaturisce dalla superbia; si è liberamente incarnato per rendere noi veramente liberi, liberi di amarlo.

La presenza di Cristo nella vita quotidiana

È questa la prospettiva nella quale Benedetto XVI collegava la ricerca intellettuale, la fede personale e la responsabilità pubblica. La verità non viene presentata come una costruzione arbitraria o come un’imposizione esterna, ma come una realtà capace di illuminare la persona, la comunità e la storia.

E’ allora importante riconoscere che il dibattito pubblico su fede e ragione riguarda ogni uomo che cerca la verità, tema centrale per l’equilibrio e il destino di ogni essere umano.

Preghiamo che il Signore ci dia questa grazia e ci faccia trovare così la sua pace.

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