La folla fa ressa attorno a Gesù per sentire la Parola di Dio. Perché quella è la Parola che Gesù pronuncia: non vuoti discorsi religiosi o edificanti fervorini, non filippiche morali o prediche noiose. Parola di Dio: è ciò di cui ha bisogno la folla, ieri come oggi.
Facciamo ressa appena individuiamo qualcuno in grado di parlarci (davvero, sul serio, credibilmente) di Dio. E Gesù, per poter parlare di Dio, ha bisogno del nostro aiuto. Non della presenza qualificata di persone preparate, non di professionisti del sacro ma di chi, come il rude Pietro, presta la propria barca al Signore e, alla fine, si fida di lui (un falegname!) e pesca nel momento meno opportuno della giornata…
Il Vangelo della pesca miracolosa
Dal Vangelo secondo Luca, Lc 5, 1-11
In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti.
Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti».
Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone.
Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono. Parola del Signore.

La folla cerca la Parola di Dio
La folla fa ressa attorno a Gesù per ascoltare la parola di Dio. Non cerca semplicemente un discorso religioso, una spiegazione edificante o una predica capace di suscitare emozioni passeggere.
Perché quella è la Parola che Gesù pronuncia: non vuoti discorsi religiosi o edificanti fervorini, non filippiche morali o prediche noiose. Parola di Dio: è ciò di cui ha bisogno la folla, ieri come oggi.
Facciamo ressa appena individuiamo qualcuno in grado di parlarci (davvero, sul serio, credibilmente) di Dio. La ricerca della folla nasce dal bisogno di una parola autentica, capace di raggiungere la vita concreta e di illuminarne le domande più profonde.
La barca di Simone diventa il luogo dell’annuncio
Gesù, per poter parlare di Dio, ha bisogno del nostro aiuto. Non della presenza qualificata di persone preparate, non di professionisti del sacro ma di chi, come il rude Pietro, presta la propria barca al Signore e, alla fine, si fida di lui (un falegname!) e pesca nel momento meno opportuno della giornata…
La barca di Simone non è un luogo sacro, né uno spazio riservato agli esperti. È lo strumento ordinario del suo lavoro, il luogo della fatica quotidiana, delle reti da lavare e di una notte conclusa senza risultati.
Gesù entra proprio lì, nella vita concreta di Pietro. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Il Signore non aspetta che Pietro abbia risolto ogni difficoltà, che abbia raggiunto una perfezione spirituale o che abbia acquisito una preparazione particolare. Gli chiede semplicemente di mettere a disposizione ciò che possiede.
Prendere il largo sulla parola di Gesù
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». La richiesta di Gesù arriva dopo una notte faticosa e infruttuosa, quando ogni ragione umana sembrerebbe suggerire di smettere.
Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Pietro non nasconde la propria obiezione. È stanco, ha già lavorato, conosce il lago e sa che il momento non sembra favorevole.
Pietro si fida: tentenna, strabuzza gli occhi, obbietta che è stanco a causa di una notte di pesca infruttuosa, magari in cuor suo pensa che un falegname farebbe meglio a fare il falegname. ma si fida, parte, va, prende il largo.
Ecco: fede è fidarsi, è prendere il largo sulla parola di Gesù, è partire nonostante le obiezioni, sensate, sulla tua parola, prenderò il largo.
Anche a noi il Signore chiede di prendere il largo, di staccarci dalle rive stagnanti della mediocrità, del peccato, dell’abitudine e di osare. Anche se pensiamo di avere già fatto abbastanza, anche quando siamo esausti dopo una lunga notte infruttuosa, fidiamoci del Signore e prendiamo il largo.

La fede come fiducia
Cos'è la fede? Termine abusato e misconosciuto, viene descritto mirabilmente da Pietro, l'uomo della fede, che è il protagonista di questo episodio.
Pietro si fida: tentenna, strabuzza gli occhi, obbietta che è stanco a causa di una notte di pesca infruttuosa, magari in cuor suo pensa che un falegname farebbe meglio a fare il falegname. ma si fida, parte, va, prende il largo.
Ecco: fede è fidarsi, è prendere il largo sulla parola di Gesù, è partire nonostante le obiezioni, sensate, sulla tua parola, prenderò il largo.
E avviene l'esagerazione, l'inaudito, l'inaspettato, la barca quasi affonda a causa dell'enorme quantità di pesci. E di fede.
Sì Gesù, mi fido di te. Non capisco ancora, non ho ancora ben chiara l'evoluzione delle cose in cui credere, non so dove tutto questo mi porterà, ma mi fido, mi affido.
Io credo Signore, mi fido, anche quando accadono cose che mi spaventano, anche quando vivo esperienze che non capisco. Io mi fido, Signore, e oggi prenderò il largo sulla tua Parola.
Il primato della fede
E' la fede che manca alla nostra religiosità, è la fede che manca alla nostra preghiera, è la fede che manca al nostro annuncio.
Sempre più pronti a fidarci di noi stessi, dei nostri progetti, dei nostri gruppi e delle nostre attività pastorali. No: il primato vada alla fede, l'iniziativa a Cristo, il timone punti al largo, slegando gli ormeggi delle nostre mille obiezioni, delle nostre contrarietà.
La fede non è la semplice adesione a un insieme di formule, né il risultato della sicurezza che deriva dai nostri programmi. È l'affidamento a Cristo, anche quando non possediamo ancora una visione completa del cammino.
La richiesta di Gesù mette in discussione le nostre abitudini e ci invita a non considerare conclusa la missione soltanto perché una notte è stata infruttuosa. Il fallimento non diventa l'ultima parola quando la decisione nasce dall'ascolto: «sulla tua parola getterò le reti».
La pesca sovrabbondante
Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. La risposta alla fiducia di Pietro è una pesca sproporzionata rispetto alle attese.
Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
L’abbondanza non resta un’esperienza individuale. Le barche devono chiamare i compagni, perché il dono ricevuto è troppo grande per essere gestito da soli.
E avviene l'esagerazione, l'inaudito, l'inaspettato, la barca quasi affonda a causa dell'enorme quantità di pesci. E di fede.
La pesca miracolosa mostra che l’iniziativa appartiene a Cristo, ma mostra anche che la risposta umana è necessaria. Pietro deve gettare le reti; i compagni devono accorrere; le barche devono collaborare.
Il limite di Pietro davanti a Gesù
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore».
Pietro, rude e goffo pescatore di Galilea, sanguigno e impulsivo non sa che quel prendere il largo avrebbe rappresentato per lui una svolta definitiva.
La pesca abbondante non produce in lui soltanto entusiasmo. Gli rivela la distanza tra la grandezza dell’azione di Gesù e la propria fragilità. Davanti al mistero, Pietro riconosce il proprio limite.
La fede non si ferma con i nostri limiti; già: i nostri limiti. Comodo rifugio da cui defilare, calda mediocrità in cui crogiuolarsi che impedisce a Dio di lavorare in noi.
Pietro ribatte: "allontanati da me che sono peccatore!" e Gesù sorride: proprio i limiti di Pietro saranno il luogo in cui la comunità trova appiglio, proprio nella radicale scoperta del suo limite inizierà, dopo la resurrezione, il suo servizio.
La fragilità non è un ostacolo insuperabile per Dio. Il Signore non chiama soltanto chi si considera pronto, coerente e capace, ma trasforma anche il limite riconosciuto in un luogo di affidamento e di servizio.
«Non temere»
Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
La risposta di Gesù non è un rimprovero. Pietro non viene escluso a causa della sua consapevolezza di essere peccatore. La sua paura viene accolta e attraversata dalla parola del Signore: «Non temere».
Gesù non nega la fragilità di Pietro, ma impedisce che essa diventi una condanna o una scusa per rimanere fermo. Proprio l’uomo che ha riconosciuto il proprio limite viene chiamato a un compito nuovo.
La fede non si ferma con i nostri limiti; già: i nostri limiti. Comodo rifugio da cui defilare, calda mediocrità in cui crogiuolarsi che impedisce a Dio di lavorare in noi.
Da pescatori di pesci a pescatori di umanità
E diventiamo anche noi pescatori di uomini, pescatori di umanità, chiamati a far uscire da noi e dagli altri tutta l’umanità che anima…
Per diventare pescatori di umanità. Per tirare fuori tutta l’umanità che ci abita. E che abita gli altri attorno a noi.
Per immaginare il mondo come lo vede Dio, con un’umanità redenta, pacificata, dialogante, parte di un progetto. Così come sarebbe bello diventasse la Chiesa.
La metafora dei pescatori di uomini non indica una conquista o una cattura. Indica il servizio alla vita, l’impegno a far emergere nelle persone la dignità, la libertà e l’umanità che Dio ha seminato nei loro cuori.
Questo possiamo fare: diventare uomini e donne fino in fondo, abitati dal Vangelo e innamorati della vita. Sarebbe una splendida pubblicità per il Regno.
Siamo chiamati a tirar fuori da noi stessi e dagli altri tutta l’umanità che Dio ha seminato nei nostri cuori.
Il Regno si fa vicino
È qui, il Regno, si è fatto vicino. Visto che non siamo in grado di cercare Dio senza stravolgerne il volto, o manipolarlo o costruirlo a nostra immagine e somiglianza è lui, Dio, a colmare la distanza che ci separa.
Il Natale che abbiamo appena celebrato ci ricorda esattamente questa straordinaria verità: Dio si fa vicino, si fa incontro. Allora svegliati, muoviti, scuotiti.
Convertiti e credi. Convertiti: cioè guarda se la strada che stai percorrendo ti sta conducendo verso la pienezza della felicità o se, invece, ti stai allontanando dalla tua anima.
E se ti accorgi che la strada che percorri non ti porta da nessuna parte inchioda e torna indietro. E credi: fidati di quello che Gesù è venuto a raccontare, a dire, a testimoniare.
Questo è il messaggio con cui Gesù inizia la predicazione. Questa è la sintesi del Vangelo in cui crediamo.
Questo è ciò che potremmo dire, senza tanti fronzoli, ai tanti smarriti di oggi: il Dio di Gesù ti vuole incontrare, accorgitene! Fidati! Lasciati amare!
Gesù prende l’iniziativa
Così il potente vangelo di Marco descrive l’opera di Gesù subito dopo lo stringato racconto del battesimo. Gesù inizia la sua missione, annota Marco, quando avrebbe dovuto rinunciarvi: Giovanni è stato appena arrestato, imitarne l’opera è semplicemente folle.
Invece di passare il tempo a lamentarsi, a fuggire, a rintanarsi in sacrestia, come facciamo noi, osa. Esce e va a chiamare dei collaboratori.
Gesù si muove. Gesù agisce. È lui il protagonista, è lui che ci viene a cercare.
È sua, l’iniziativa, noi cerchiamo colui che ci cerca. È qui, Dio.
Il racconto della pesca secondo Luca mostra la stessa dinamica: Pietro non parte da un progetto personale di missione, ma risponde a una parola che lo raggiunge nella sua quotidianità.
Una chiamata rivolta a persone comuni
Sui confini Li va a prendere ai bordi del lago, nella Galilea delle genti, guardata con disprezzo dai puritani di Gerusalemme, cerca dei lavoratori, gente comune, non dei sacerdoti, non degli esperti.
Li chiama senza merito, li chiama anche se non sono ancora discepoli, anche se non hanno fatto nessun corso di formazione, anche se non hanno preso nessun diploma da annunciatori.
Li chiama perché vuole loro e li va a prendere dove sono, non li aspetta dietro una scrivania.
Dio ha bisogno di me per annunciare al mondo la salvezza. Non per salvare il mondo ma per vivere da salvato.
Perché il mondo non lo sa di essere salvo. Nel piccolo, fragile mondo in cui vivo Dio mi chiama a diventare suo collaboratore.
Nella quotidianità talvolta insipida e meschina si manifesta, se abbiamo affinato lo sguardo interiore, se abbiamo dato spazio all’anima.
Nelle periferie esistenziali in cui abito mi viene a stanare. Non a Gerusalemme, non nel tempio, non nelle scuole rabbiniche. Ai confini, fuori.
La luce nelle periferie
Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta».
Gesù sceglie di abitare, di condividere tutto con questi abitanti, porta la luce, dona testimonianza.
Gesù dovrebbe prudentemente scappare, tornare nel suo buco di paese, a Nazareth. Meglio non farsi vedere in giro, meglio non essere associato a certe compagnie.
Così faremmo noi. Così farei io. Non così opera il Figlio dell’uomo che è venuto a gettare il fuoco sulla terra.
Che brucia di desiderio. Che arde. Non fugge, inizia la sua missione.
Partendo dagli ultimi. Da quelle due parti di Israele, Zabulon e Neftali, fra le prime a soccombere alla protervia delle nazioni, ad opere degli Assiri, sei secoli prima.
Una terra meticcia, straniera, contaminata, perduta. Vero. Ma non è venuto esattamente per salvare chi è perduto, il Signore? E, oso, per chi nemmeno sa più di esserlo?
Abita le tenebre, la luce. Viene a rischiararla.

Convertirsi significa cambiare sguardo
E l’annuncio è bruciante: “convertitevi perché il Regno si è fatto vicino”. Sì, così scrive Matteo: è il Regno ad essersi avvicinato, è lui, Dio, che prende l’iniziativa, a noi di accorgerci, di girare lo sguardo (convertirsi, appunto).
Dio non esordisce con qualche reprimenda morale, con qualche sensato discorso teso a suscitare pentimento e cambiamento di condotta. Lui, lui per primo si offre, si dona, rischia.
Dice: “io ti sono vicino, non te ne accorgi?”
Accorgersi significa davvero mollare tutto, lasciar andare i molti affari, le molte cose, per recuperare l’essenziale, come Pietro, come Andrea, che diventano - finalmente - pescatori di uomini.
Il Regno è la consapevolezza della presenza entusiasmante e sorridente di Dio. Il Regno è là dove Dio regna, dove lui è al centro.
Cioè: cambia sguardo, prospettiva, direzione, opinione. Cambia perché Dio è diverso e la tua vita è diversa, tu sei diverso.
Il Regno si è fatto vicino, è a portata di mano. Il Regno che è la scoperta dell’amore come unica e somma legge che regola l’Universo e le nostre vite.
L’amore che regge ogni cosa. E l’amore, allora, guarisce.
Una Chiesa capace di uscire
E la Chiesa, comunità di chiamati e di discepoli appartiene al regno anche se non lo esaurisce.
Così può e deve diventare la comunità cristiana, capace di uscire dalle chiese per ridare Dio al popolo, per condividere con esso il cammino.
La nostra fede deve uscire dalle nostre chiese, Dio è stanco di essere venerato nei tabernacoli e di non riuscire ad entrare nelle nostre quotidianità, stufo di essere tirato in ballo nei momenti “sacri” ed essere estromesso dai luoghi dell’economia, della politica, del divertimento.
Il movimento della comunità è l’incontro nella lode per diventare capaci di dire Cristo nel quotidiano, nel vissuto, nel vero di ciascuno.
Relax, amici, relax discepoli che prestate un difficile servizio ecclesiale con i ragazzi o con le coppie, tranquilli amici che vi giocate nel sociale, là dove l’uomo è meno uomo e dove il dolore domina: il Regno, lui si avvicina.
Non dobbiamo salvare il mondo, è già salvo! E’ che non lo sa. E vive nella disperazione.
A noi di renderlo presente, questo Regno, a noi di vivere da salvati, a noi di diventare uomini sandwich del Regno, farne pubblicità, vivere nella luce in mezzo alle tenebre.
Per annunciare che il Regno è vicino, Dio ha bisogno di noi, proprio là dove siamo.
Le reti che ci trattengono
Per seguirlo, però, bisogna osare. Bisogna lasciare le reti che, addirittura, riassettiamo, cuciamo, ripariamo.
Le reti: tutto ciò che ci lega. Il giudizio degli altri, i sensi di colpa, il nostro narcisismo, l’immagine di noi stessi, le ansie da prestazione, i soldi, le relazioni famigliari possessive, l’apparire… serve continuare?
Siamo pieni di reti da abbandonare. A volte, ribadisco, le riassettiamo e magari lo facciamo pensando di far piacere a Dio. Dei geni.
Le reti non sono soltanto oggetti materiali. Rappresentano tutto ciò che impedisce di rispondere con libertà alla chiamata: paure, legami possessivi, bisogno di approvazione, risentimenti, abitudini e logiche che tengono la persona ancorata alla riva.
Chiamati a fare esperienza di fraternità, possiamo lasciare le reti che ci trattengono (paure, affari, logica mondana) per diventare pescatori di uomini e di umanità.
Lasciamo le reti che ci trattengono, i pregiudizi e le paure che ci tengono legati, le incomprensioni che ci impediscono di essere e raccontare il Regno, ci aspetta ben di meglio da fare!
Lasciare ciò che lega
Giacomo e Giovanni lasciano il loro padre Zebedeo. La più stretta delle reti.
Lui e i suoi garzoni, lui e i suoi figli. Possiede, Zebedeo. Lega a sé. Devono lasciare anche lui.
Nel racconto evangelico, la sequela non è un semplice cambiamento di attività. È una trasformazione delle priorità e dei legami. Gli uomini chiamati da Gesù devono lasciare ciò che li trattiene per rendersi disponibili al cammino.
Pietro e Andrea hanno lasciato tutto per diventare pescatori di umanità, hanno lasciato ciò che li legava, le reti, invece di riassettarle come facciamo noi tutti i giorni.
Hanno creduto che - sul serio - Dio chiede in prestito la barca della nostra vita per raccontare il Regno.
Fragilità e chiamata
Non è un ostacolo la nostra fragilità, non ferma Dio il nostro limite: proprio di noi egli ha bisogno.
La chiamata non nasce dalla presunzione di essere all’altezza. Pietro non è presentato come un uomo già compiuto, e gli altri discepoli non ricevono l’invito dopo avere dimostrato di possedere tutte le qualità necessarie.
Vede due fratelli. Poi altri due. Sembrano pescatori, sono identificati, come noi, da ciò che fanno.
Ma lo sguardo di Gesù è diverso, vede oltre, legge oltre l’apparenza.
Simone il cocciuto non sa ancora di essere Pietro. Giovanni non sa ancora di essere un boanerghes, capace di far tuonare la Parola.
Nemmeno noi sappiamo bene cosa siamo finché non ci mettiamo alla sequela del Signore, finché non abbiamo il coraggio di lasciare tutto, di osare, di credere, di vedere anche noi ciò che Dio solo vede.
Il meglio di noi stessi. Il meglio di me.
Quando scopriamo con che sguardo siamo amati, mettiamo le ali e spicchiamo il volo.
«Venite dietro a me»
Venite dietro di me, ci ripete, oggi, il Signore. Anche se non ne siamo degni, anche se abbiamo affondato i nostri sogni nel profondo del mare dell’abitudine, anche se ci siamo rasseganti a restare con le reti vuote.
Venite dietro di me, ci dice colui che ci conosce fino in fondo. Il solo, forse, che ci conosce.
Il solo che ci ama senza condizioni, senza misura, senza tentennamenti. Si fida di noi, di me.
Potrebbe farne a meno, ma chiede il nostro aiuto. Il mio.
Siamo fragili, certo. E inadeguati.
La chiamata di Gesù è personale e concreta. Egli vede Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni nella loro situazione reale, ma non li lascia prigionieri dell’identità che hanno già costruito.
La sequela apre una possibilità nuova: diventare ciò che ancora non si sa di poter essere.
La missione nasce dall’ascolto
Dobbiamo annunciare il Vangelo. A volte anche con le parole. Meglio se con le nostre scelte.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
Gesù parla e la sua Parola guarisce, mi guarisce, ci guarisce.
Perché è una Parola creativa, nuova e inattesa, gravida e feconda.
L’annuncio non è separato dalla vita. La Parola del Regno si manifesta nell’insegnamento, nella testimonianza e nella guarigione delle ferite.
La missione dei discepoli non consiste nel sostituirsi a Dio, ma nel rendere visibile la sua presenza attraverso scelte, relazioni e gesti che restituiscono umanità.
La fraternità dei discepoli
Pietro e Andrea hanno conosciuto altri come loro: pescatori del lago, uno zelota, un pubblicano.
Gente diversa, particolare: nulla sarebbe mai riuscito a metterli insieme se non la curiosità nel seguire quel Nazareno pieno di Dio.
Siamo credenti credibili se abbiamo il coraggio di lasciar prevalere il Signore nelle nostre azioni.
Se usciamo dalle nostre piccole logiche per bruciare d’amore come il Cristo.
Se impariamo ad ascoltare, a ricucire, a fare la differenza, come ci ricorda, ruggendo con garbo, papa Leone.
La comunità dei chiamati non è costruita sulla somiglianza o sull’uniformità. È composta da persone differenti, unite dalla sequela del Maestro.
La fraternità diventa così una conseguenza del lasciare le reti: si smette di vivere ripiegati sui propri interessi e si impara a collaborare per un compito condiviso.
Non chiudersi davanti alla paura
Hanno arrestato il Battista, tira una brutta aria per profeti e affini. Gesù dovrebbe prudentemente scappare, tornare nel suo buco di paese, a Nazareth.
Meglio non farsi vedere in giro, meglio non essere associato a certe compagnie. Così faremmo noi. Così farei io.
Non così opera il Figlio dell’uomo che è venuto a gettare il fuoco sulla terra. Che brucia di desiderio. Che arde.
Non fugge, inizia la sua missione.
Pagina che mi scuote, che mi spinge. In questo nostro tempo in cui corriamo il rischio di scoraggiarci, di chiuderci dentro le nostre sacrestie, in cui ci sentiamo ignorati, sviliti.
Un tempo in cui la polarizzazione sta infettando anche la Chiesa e stiamo ragionando con la logica del mondo.
Gesù, davanti a questa deriva, ad ogni deriva che spegne la fede, propone un’alternativa: svegliati, reagisci, esci, riparti, osa.
Seguiamo il Maestro, andiamo ad abitare là dove non c’è nemmeno più speranza.
Torniamo ad essere illuminati, per portare luce. Ad essere testimoni, manifestatori, illuminati che indicano la sorgente di ogni luce divina.
Gesù chiama i primi Discepoli - n°56
Accorgersi della presenza di Dio
Parla, il Maestro. Inizia a dire. Parla, la Parola.
E sono parole che consolano e scuotono. Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino.
Dio ti si è fatto vicino, è venuto lui, lui viene da te. Accorgitene. Solleva lo sguardo. Svegliati.
È sua, l’iniziativa, noi cerchiamo colui che ci cerca. È qui, Dio.
Smettila di piangerti addosso. Finisci di lamentarti. È qui, non lo vedi?
Allora cambia direzione, cambia strada, ferma l’auto che altri conducono e prendi il posto al volante della tua vita e inverti la rotta. Guidala verso il Signore.
Prega, ama, medita, opera. Svegliati.
Non aspettare che altri lo facciano per te. Nemmeno Dio.
Tuo è il sangue che serve per le analisi. Nessuno si può sostituire a te.
Allora, dice il Signore, datti una mossa.
Una Parola che scuote e guarisce
L’annuncio del Regno non lascia immutati. La Parola chiede di guardare la propria vita, di riconoscere la direzione presa e di assumere personalmente la responsabilità del cammino.
Convertirsi non significa soltanto correggere alcuni comportamenti. Significa cambiare sguardo, prospettiva, direzione e opinione.
Dio non esordisce con qualche reprimenda morale, con qualche sensato discorso teso a suscitare pentimento e cambiamento di condotta. Lui, lui per primo si offre, si dona, rischia.
La Parola consola perché rivela la vicinanza di Dio e scuote perché invita a uscire dall’immobilità, dall’autocommiserazione e dalla paura.
Il Regno come esperienza dell’amore
Il Regno è la consapevolezza della presenza entusiasmante e sorridente di Dio. Il Regno è là dove Dio regna, dove lui è al centro.
Il Regno si è fatto vicino, è a portata di mano. Il Regno che è la scoperta dell’amore come unica e somma legge che regola l’Universo e le nostre vite.
L’amore che regge ogni cosa. E l’amore, allora, guarisce.
La beatitudine è fare esperienza dell’Assoluto di Dio, del Dio di Gesù, e con lui condividere il sogno di una vita vera, ad ogni costo.
Proprio perché il Dio di Gesù è mite, e pacificatore e misericordioso e paga di persona e sa piangere, coloro che gli assomigliano ne fanno esperienza.
Non cerchiamo la povertà o le lacrime o la miseria, ma poniamo la nostra fiducia in Dio; allora sperimenteremo la felicità che è riempita di emozione e la supera.
La felicità secondo il Vangelo
«Beati» dice il Signore. Cioè: "siete felici se", "avete il cuore colmo se", "sprizzate di gioia se": una vera rivelazione.
Non è forse la gioia ciò che cerchiamo più di ogni altra cosa? Gesù sta per indicarci la strada verso la pienezza? Finalmente Dio si decide a sbottonarsi e ci dona la soluzione all'enigma della vita?
Ma, subito, l'entusiasmo si smorza: beati i poveri, beati quelli che piangono, quelli che sono perseguitati e insultati, dice il Rabbì.
Ma come? Gesù dichiara felice chi soffre? Chi è bastonato dalla vita?
Gesù conferma l'opinione di molti credenti che la vita è solo dolore e forse, ma, chissà, speriamo, un giorno riceveremo un premio?
No. Gesù non loda la condizione di fatica, dice che quella condizione può spalancare ad un'altra verità.
I perdenti, i fessi, quelli che scelgono di essere semplici, cioè poveri in spirito, quelli che scelgono di essere miti in un mondo di squali, quelli che non si arrendono all'ingiustizia cronica, quelli che giudicano tenendo conto del cuore di Dio e non della miseria degli uomini, quelli che fuggono la doppiezza, quelli che, pacificati, costruiscono la pace a costo di pagare di persona, quelli che, incontrato Dio, non mollano, sono coloro che fanno esperienza di Dio.
La responsabilità verso chi soffre
Diversamente dalla versione di Matteo, Luca sintetizza le beatitudini ed aggiunge - inattese - quattro durissime ammonizioni.
Inattese proprio perché le scrive Luca, lo scriba della mansuetudine di Cristo. Inattese proprio perché provengono dalla penna di colui che sempre attenua i toni, stempera la durezza della sequela, ammorbidisce i tratti più aspri della predicazione di Gesù.
Se Matteo dice: "Beati i poveri. ", Luca aggiunge: "Beati voi poveri. ".
Luca ha di fronte a sé i poveri, i perseguitati. E sa, dalle informazioni che ha ricevuto da chi c'era, che Gesù, ad un certo punto, ha alzato lo sguardo oltre l'orizzonte, oltre le colline di Samaria, verso Gerusalemme ammonendo i ricchi, i sazi, i gaudenti.
Ma chi vive in prima linea lo sa, e apprezza.
Dio crede nella conversione di ogni uomo, certo. Ma sa anche quanto sia forte l'ostinazione e la chiusura.
Per chi vive nel degrado e nell'illegalità, per chi, come ai tempi di Amos, calpesta il diritto del povero il giudizio sarà senza misericordia, poiché non ha avuto misericordia.
Speranza e servizio
Vedendo le tragiche immagini del terzo mondo, vedendo che l'economia si è trasformata in un mostro che tutto divora, ascoltando la testimonianza di Luca, che è dovuto andare in Germania, o di Daniele, licenziato e senza lavoro da mesi, apprezzo questa sferzata di Gesù.
E l'apprezzano i fratelli e le sorelle cristiani (e non) che combattono, che si dibattono nella barbarie crescente, facendo come Dio, che difende il diritto dell'orfano e della vedova.
Ai tanti impegnati in prima linea ad affrontare problemi immensi della quotidianità e dell'illegalità dico: abbiate speranza in Dio, curando l'uomo.
Come scrive Geremia, profeta inascoltato e perseguitato nella sua Gerusalemme, l'unica possibilità è quella di alzare lo sguardo, di non confidare solo nell'uomo.
La nostra speranza, ci ricorda Paolo, è posta nel Signore risorto, in qualcuno che è vivo e si rende presente attraverso il nostro sguardo, non in un progetto umano.
Beati noi che non ci arrendiamo, perché questo è lo stile di Dio.
Un cammino da discepoli
Così cominciamo questo anno. Da discepoli.
Venite dietro di me. Eccoci, Signore, se ancora ci vuoi, fragili e deboli, feriti e claudicanti, eccoci.
Pronti a raggiungere le periferie che ti ami abitare, perché, buon Dio!, le conosciamo così bene quelle periferie!
Ci abbiamo vissuto per tanto tempo. Le abbiamo esplorate, ci abitano, ci danno identità.
Eccoci, Signore, fragili come Pietro e Andrea, come Giacomo e Giovanni, eppure ancora disposti a diventare pescatori di umanità, a far germogliare tutta l’umanità che portiamo nel cuore e che tu hai onorato e santificato diventando uomo.
Eccoci.