Commento a Matteo 4,18-22: la chiamata dei primi discepoli

Il brano di Matteo 4,18-22 racconta la chiamata di Simone, chiamato Pietro, di Andrea, di Giacomo e di Giovanni. Gesù cammina lungo il mare di Galilea, vede due coppie di fratelli impegnati nel loro lavoro e li invita: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini».

I quattro discepoli rispondono subito: lasciano le reti, la barca e, nel caso di Giacomo e Giovanni, anche il padre, per seguire Gesù. Il racconto mostra che l’iniziativa della vocazione appartiene a Cristo, che chiama persone concrete nel luogo ordinario della loro vita e apre davanti a loro una possibilità nuova.

Il contesto: una successione e un nuovo inizio

La pagina evangelica della III domenica dell’Ordinario presenta una successione, un passaggio di testimone. Gesù, che era stato un discepolo di Giovanni Battista (“Colui che viene dietro a me è più forte di me”, Mt 3,11), una volta che Giovanni è stato arrestato, e solo allora, gli subentra proseguendo il suo annuncio, come un vero discepolo nei confronti del suo maestro.

Al tempo stesso, Gesù comincia a fare discepoli chiamando uomini alla sua sequela (“Venite dietro a me”, Mt 4,19) e diventando lui stesso un maestro. Gesù inizia il suo ministero situandosi in continuità con il suo predecessore.

In effetti, le parole della sua predicazione sono le stesse di Giovanni: “Convertitevi, perché si è avvicinato il Regno dei cieli” (Mt 4,17; cf. Mt 3,2). Tuttavia, in quelle parole pronunciate da Giovanni l’accento cadeva sulla conversione, pronunciate da Gesù invece, sulla vicinanza del Regno: Gesù stesso, nella sua persona, narra il regnare di Dio, è il Dio che regna sull’umanità di una persona.

Ora, l’unicità e la novità di ognuno rendono necessariamente nuovo lo stesso e identico messaggio annunciato da persone diverse. Qui, con Gesù, la novità è di ordine rivelativo. Infatti, se Gesù è il successore di Giovanni che ne accoglie l’eredità, egli la vivifica anche innovandola radicalmente con la sua presenza messianica.

Quando una fine diventa un nuovo inizio

L’arresto di Giovanni Battista segna la fine del suo ministero pubblico e l’inizio del ministero di Gesù. Il rapporto di discepolato tra Gesù e Giovanni fa sì che ciò che poteva essere solo una fine diventi un nuovo inizio.

Matteo annota che il luogo interiore e spirituale in cui la fine diventa inizio è il ritiro: Gesù “si ritirò nella Galilea” (cf. Mt 4,12). Gesù fa anacoresi, si ritira e nella solitudine e nel silenzio del ritiro prende coscienza della situazione, la legge realisticamente, riconosce la fine del ministero di Giovanni e assume la sua responsabilità di discepolo decidendo l’inizio del proprio ministero.

Il ritiro, cioè la solitudine e il silenzio del ritiro, diviene l’alveo di gestazione da cui nasce un Gesù rinnovato. Il ritiro appare luogo di elaborazione della perdita, di confronto con la paura, di assunzione della solitudine, di lettura della realtà alla luce della Parola di Dio (cf. la citazione del passo di Isaia in Mt 4,15-16), di accoglienza di un’eredità e infine di elaborazione della decisione nella piena assunzione della propria responsabilità.

Responsabilità che è certo, nei confronti di se stesso, della propria verità personale, ma anche nei confronti di Dio, di Giovanni e delle persone che, senza Giovanni, abitavano in zone tenebrose, prive della luce che Giovanni irradiava.

La Galilea delle genti e la luce

Persone che, per Matteo, non sono solamente dei figli d’Israele, ma anche dei pagani: la “Galilea delle genti” (Mt 4,15) comprendeva infatti una popolazione mista di ebrei e pagani. La luce postpasquale della resurrezione si riflette sul Gesù che si stabilisce a Cafarnao, anticipando la manifestazione del Risorto in Galilea (cf. Mt 28,16-20).

Il cambiamento che Gesù instaura nella sua vita, dando inizio al suo ministero pubblico, è segnato anche da un cambiamento geografico. Gesù si sposta da Nazaret, la “sua patria” (Mt 13,54), a Cafarnao, che diventerà “la sua città” (Mt 9,1).

Gesù si stanzia in una zona più a nord di Nazaret, una zona limitrofa, una zona più marginale e quasi vive lui in prima persona quella rottura che chiederà poi a quanti lo vogliono seguire: rottura con la famiglia e con il lavoro per una vita itinerante.

Matteo illumina il passaggio di Gesù da Nazaret a Cafarnao con la citazione di Isaia in cui si afferma che la zona del nord d’Israele - dove erano stanziate le tribù di Zabulon e di Neftali, in passato umiliate sotto la mano del sovrano assiro che le assoggettò, le smembrò in tre distretti e ne deportò la popolazione - conoscerà una liberazione (Is 8,23b-9,1).

Se Isaia intravede una salvezza sul piano storico e politico, Matteo, affermando che Gesù si stabilisce in quella medesima regione, suggerisce che Gesù è la salvezza di Dio fatta persona e parla di una salvezza sul piano teologico.

Se la salvezza operata un tempo da Dio per le zone settentrionali d’Israele appare come una rinascita a popolo di gente ridotta precedentemente a non-popolo, la venuta di Gesù in Galilea provoca la rinascita di alcuni uomini galilei, dei pescatori, a pescatori di uomini, a discepoli di Gesù.

La salvezza viene qui colta nella sua dimensione esistenziale. La luce che Gesù è, si irradia e suscita una chiamata alla sequela e un invio in missione: la salvezza è una nuova nascita, un venire alla luce.

Gesù chiama i pescatori Galilea

Gesù cammina lungo il mare

La chiamata che Gesù rivolge è a seguirlo, perché egli è sempre in movimento. Nel nostro passo Matteo annota che Gesù “camminava” (Mt 4,18), “andava oltre” (Mt 4,21), “percorreva…” (Mt 4,23).

Gesù è l’uomo che cammina. Ha scritto Christian Bobin a proposito di Gesù: “Cammina. Senza sosta cammina. Va qui e poi là. Trascorre la propria vita su circa sessanta chilometri di lunghezza, trenta di larghezza. E cammina. Senza sosta. Si direbbe che il riposo gli è vietato … Se ne va a capo scoperto. La morte, il vento, l’ingiuria: tutto riceve in faccia, senza mai rallentare il passo. Si direbbe che ciò che lo tormenta è nulla rispetto a ciò che spera. Che la morte è nulla più di un vento di sabbia. Che vivere è come il suo cammino: senza fine”.

Camminare, infatti, gesto umano elementare e basilare, è esperienza del corpo e dello spirito, è forma di conoscenza del mondo secondo una modalità umile e paziente, è ri-creazione dello spazio e del tempo nella mitezza.

Camminare non riguarda solo lo spazio, ma è anche intrattenere un rapporto amichevole con il tempo e con gli altri: camminando, Gesù vede due coppie di fratelli e rivolge loro la parola e li chiama dietro a sé. Il cammino diviene occasione di creazione di una comunità.

Uno sguardo che riconosce e illumina

Ed ecco che la “luce sorta per chi abitava in regione di morte” si manifesta attraverso lo sguardo e la parola di Gesù. Gesù “vede” (Mt 4,18) Pietro e Andrea, quindi “vede” Giacomo e Giovanni (Mt 4,21).

Lo sguardo esprime la luminosità dell’intero corpo, dell’animo, della persona (“Se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso”, Mt 6,22), e diviene capace di illuminare, di proiettare luce su chi è visto.

Lo sguardo di Gesù non si limita a vedere coloro che lui chiamerà alla sua sequela, ma riesce a far vedere a loro il loro futuro, apre una prospettiva di futuro in cui impegnare l’intera propria vita.

Il vero sguardo non si limita a vedere, oggettivando colui che è guardato, ma dà la vista, soggettivando colui che è visto e conducendolo a vedersi lui stesso al futuro.

E così è della parola, luce e lampada per i passi dell’uomo (cf. Sal 119,105; Pr 6,23), capace di indicare una via da percorrere. Insomma, lo sguardo e la parola di Gesù danno vita.

Suscitano vita, creano possibilità di futuro, illuminano di luce nuova la vita che una persona stava vivendo offrendole un nuovo punto di vista da cui osservarla e dunque osservarsi e scegliersi.

Attraverso lo sguardo e la parola di Gesù passa la sua chiamata (Mt 4,18-22). Simone e Andrea e poi Giacomo e Giovanni sono, prima di tutto, guardati.

Quante persone saranno passate di lì prima di Gesù? Eppure nessuno li aveva guardati e poi riconosciuti così. Nei nostri gesti quotidiani (nel lavoro, nello studio, in famiglia o fra gli amici) siamo capaci di accorgerci che c’è uno sguardo rivolto proprio verso di noi?

Quel tipo di sguardo che ci fa sentire amati e riconosciuti. Nonostante le nostre imperfezioni, le nostre ferite, le nostre paure e anzi soprattutto per queste.

La parola, la voce, il sentirsi chiamati, arrivano dopo. Lo sguardo non fa rumore, è intimo. La parola invece irrompe nella realtà, ci mette al muro, chiede risposta.

La vocazione nasce nella vita ordinaria

È interessante annotare anzitutto che essa avviene non nel Tempio o in qualche luogo religioso e sacro, ma si svolge nella ferialità laica di un lavoro quotidiano molto umile: essi infatti erano intenti a gettare le reti in mare, e l'Evangelista sottolinea infatti che erano pescatori.

Gesù, nella chiamata dei suoi primi discepoli, si rivolge a loro sul piano concreto della loro umanità! Solo così infatti essi potevano essere in grado di capire qualcosa del linguaggio del divino Maestro che li chiamava ad una vocazione misteriosa.

Essi erano dei modesti lavoratori, talvolta anche considerati dai benpensanti come impuri e di dubbia reputazione. Eppure proprio a loro Gesù affida una vocazione straordinaria: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini».

Gesù non chiama degli sfaccendati, chiama due già affaccendati. Gesù passa oggi in mezzo a noi, sulle strade del nostro quotidiano, vede e vede oltre, vede quello che noi possiamo essere: pescatori di uomini, e ci chiama.

Ci chiama nei nostri posti di lavoro, ci chiama nelle nostre case, ci chiama sulle nostre strade: ci chiama e ci ama; vede e ci illumina.

Pensiamo sovente che Dio cominci ad esistere da quando ce ne accorgiamo noi. Il Vangelo di oggi ci ricorda che è esattamente il contrario: non siamo noi ad accorgerci di Dio, ma Dio ad accorgersi di noi; non siamo noi a vedere Gesù ma è Gesù a vedere noi.

L’iniziativa è la sua, non la nostra. Questa è una buona notizia perché tante volte pensiamo che esistano persone “lontane” da Dio, ma così non è perché proprio quando sembra che siamo più lontani, più presi da altro, più affaccendati in cose che apparentemente sembrano lontane dalla fede (Simone e Andrea stanno pescando, non pregando) ciò non toglie che siamo guardati, amati, scelti, benedetti, sostenuti.

Il Signore non aspetta che siamo perfetti per chiamarci, e neanche che siamo raccolti in preghiera, ma ci chiama come siamo e dove siamo.

«Vi farò pescatori di uomini»

Il Signore proponeva loro, nell'unico linguaggio umano concreto che potevano intendere, una nuova prospettiva di vita, non più dedita alla pesca quotidiana, con le reti usuali, bensì una nuova esistenza immersa in un altro mare, quello della storia della salvezza, protesi ormai a "pescare" gli uomini e a salvarli dalle acque turbolenti del mondo.

La parola di Gesù è una promessa: «vi farò pescatori di uomini». Difficile non pensare ai salvataggi in mare, a chi pesca uomini che stanno annegando, portandoli in salvo.

Questa è la promessa: sarete capaci di salvare, di tirare fuori dall’acqua gelida, dall’acqua di morte, mostrando che c’è un’altra vita, un’altra bellezza perché di questo farete esperienza, seguendo me.

La chiamata non riguarda soltanto il cambiamento personale dei discepoli, ma li orienta verso gli altri. Pescati da lui capiremo veramente la chiamata quando accetteremo di essere inviati per pescare a nostra volta.

Un Apostolo è un uomo pescato mandato a pescare a sua volta. Un inseguito che impara a seguire.

Lasciare le reti, la barca e il padre

La chiamata chiede all’uomo di realizzare il proprio nome (Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni) nella sequela di Cristo; di ordinare la propria umanità alla luce di Cristo, del suo cammino e della sua promessa (“Vi farò pescatori di uomini”, Mt 4,19); di lasciare tutto con atto di libertà e di impegnare anche il futuro in un “sì” che viene detto in un momento preciso e di cui non si possono sapere le conseguenze (“subito … lo seguirono”, Mt 4,20.22).

Seguirlo significa “lasciare”, lasciare le reti, il padre, la barca. Gesù non ci chiama quando non abbiamo nulla da fare o non abbiamo niente fra le mani: quando il mondo non mi vuol più mi rivolgo al buon Gesù. Non funziona.

Gesù ci chiama al nostro posto di lavoro, nelle nostre case e sulle nostre strade: lì dobbiamo rispondere. Lì dobbiamo subito manifestare la nostra disponibilità a lasciare le nostre sicurezze.

Sul lavoro, in famiglia e per strada noi assumiamo dei comportamenti che ci mettono al riparo dalle fregature, dai fraintendimenti, dal perdere tempo e carriera: sono le nostre reti.

Lasciare queste sicurezze per seguire Gesù, per essere pescatori di uomini, per camminare verso il Padre, significa ricercare un’altra sicurezza che è il seguire le orme di Cristo.

Significa basare la nostra esistenza e la nostra vita solo su Gesù che cammina innanzi a noi. Non mi fido più delle mie strategie, ma mi fido di quello che Gesù mi dice e mi fa comprendere ogni giorno.

Il Signore viene anche nella nostra vita, non per stravolgerla o mortificarla, ma per liberarla da tutte le reti inestricabili e ingarbugliate del mondo.

Questa chiamata non implica necessariamente l’abbandono materiale di ogni attività, ma chiede di vivere ogni realtà secondo una logica nuova. Siamo chiamati ad uscire dal caos del nostro quotidiano per entrare nella luce.

Facendo le stesse cose di prima magari, ma facendole in modo diverso. Oppure facendone altre, ma sempre e comunque come concretizzazione di una sequela.

Il significato di «subito»

Il Vangelo annota che i quattro discepoli «subito lasciarono le reti e lo seguirono». Subito si fanno le cose che ci piacciono o quelle da cui pensiamo di ricavare un guadagno.

Può sembrare allora stridere che i discepoli subito abbiano lasciato: il loro lavoro, le loro cose, il padre, la famiglia… Hanno lasciato, però, perché hanno trovato.

Hanno trovato in Gesù il senso della loro vita, il tesoro, per cui vale la pena lasciare tutto. Dirà S. Paolo: «Ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo» (Fil 3, 8).

La chiamata è attuale anche per noi, oggi. Si tratta anzitutto di avere il cuore in ascolto.

Perché la Parola è "lampada ai nostri passi" ci illumina circa i nostri percorsi esistenziali, circa le scelte che ogni giorno ci si presentano. La Parola è anche rimedio.

La lettera agli Ebrei la dice "spada affilata". Sì, è esigente la Parola. Sembra farci male quando penetra in noi mettendo a nudo certi "bubboni" di egoismo e di orgoglio che si annidano nel cuore.

Ma è liberatrice, additandoci tra l'altro quali sono le "reti" da cui distaccarci. E infine la Parola è seme di vita nuova, di comunicazione vera con Dio e tra noi.

Una risposta che non elimina le fragilità

È impressionante la stringatezza con cui Matteo racconta queste chiamate, e non solo lui, ma anche gli altri evangelisti (Mc 1, 16-20; Lc 5, 1-11). Gesù parla e loro neanche rispondono.

La loro risposta è che lo seguono offrendo la loro vita, che non è davvero poco come risposta, anzi! Diciamo la verità, noi avremmo argomentato un bel po’ per capire: prima di tutto chi era questo rabbi, in che cosa consisteva esattamente diventare pescatori di uomini, cosa comportava seguirlo, e per quanto tempo poi…

Loro niente, non fiatano. Le cose sono due: o sono folli, o sono rimasti affascinati da Gesù. Propendo per questa ipotesi: sicuramente sono stati conquistati dal suo sguardo, dalla sua voce e da quello che le sue parole lasciavano intuire di lui, che cioè non era un rabbi come gli altri, ma tanto tanto di più.

Però certo una vena di follia fa parte del mistero di queste vocazioni, come di ogni vocazione, perché non si può argomentare lucidamente e razionalmente quanto passa nel nostro cuore quando c’innamoriamo - perché di questo parliamo quando parliamo di vocazione.

Dice il filosofo Pascal che «Il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce». Ed è così anche per i discepoli, che sicuramente non avevano tutto chiaro quando hanno deciso di seguire Gesù.

Lo sappiamo poi come l’hanno seguito: talora non comprendendo, fraintendendo, e persino rinnegando, tradendo e fuggendo… Eppure, nonostante tutte queste contraddizioni, lo hanno seguito fino alla fine.

Fanno parte del seguire anche le incertezze e le infedeltà, perché l’uomo è fatto così.

La fraternità dei primi discepoli

Gesù chiama dei fratelli. I suoi primi discepoli sono “pescati” da una fraternità. Li chiama insieme.

E anche se la loro storia sarà singolarmente unica per ciascuno, ciò che impressiona è la predilezione che Gesù ha per la fraternità, per le relazioni, per gli “insiemi”.

Tra l’altro queste coppie di fratelli si mescoleranno. Infatti alla fine del Vangelo vedremo Simon Pietro e Giovanni, che come due facce diverse della stessa medaglia, correranno insieme verso il Sepolcro dopo l’annuncio sconvolgente della Maddalena.

L’uno la verità e l’altro l’amore. A volte da alcune relazioni significative che abbiamo Dio può palesarsi meglio e più decisamente.

La scena evangelica non presenta una vocazione isolata da ogni legame, ma una chiamata che nasce dentro relazioni concrete e conduce alla formazione di una comunità.

Seguire Gesù sulle strade del quotidiano

Gesù cammina, non sta fermo, va verso la casa del Padre e passa sulle strade degli uomini. Cammina sui sentieri di questo mondo seguendo però un percorso particolare e perseguendo una meta particolare: la casa del Padre.

Gesù camminando, lui che è l’illuminato, luce che viene nel mondo, vede. Vede una scena quotidiana, due fratelli che gettano le reti per pescare: assai usuale lungo il lago di Galilea in quei giorni.

Cammina sulle strade di questo mondo, vede cose quotidiane eppure scorge tutt’altro rispetto a quello che scorgeremmo noi. Vede due sulle strade di questo mondo che possono camminare dietro a lui seguendo il percorso che porta alla casa del Padre, divenendo come lui pescatori di uomini, lui che pesca loro per primi.

Vede e chiama: seguitemi. Venitemi dietro. Gesù chiama due pescatori che subito lasciano e seguono.

Troppo spesso noi ci perdiamo nelle strade di questo mondo, strade che non siamo chiamati ad abbandonare, ma a riconoscere: chiamati ad individuare un percorso su queste strade.

È il percorso che ci porta al Padre divenendo pescatori di uomini. Subito lo seguirono: non c’è spazio per rimandare la sequela, o la fai subito o non la fai più.

Qui, oggi, il Signore ci chiama, o rispondiamo subito, comunitariamente e personalmente, oppure l’occasione sarà già persa: ogni lasciata è persa.

Ma non capisco, non sento, non vedo: facciamo come le tre scimmiette. Ma non è vero che non capisci, non senti e non vedi.

Tu ogni giorno vedi, senti e capisci qualcosa: solo vivendo quel qualcosa puoi comprendere di più e vivere di nuovo e di più.

Certo per fare questo dobbiamo essere attenti, non possiamo essere distratti e, soprattutto, dobbiamo seguire la strada giusta, che è quella seguita da Gesù.

Una nuova identità e una nuova vita

Così, per i quattro pescatori iniziava un nuovo tempo, una nuova storia, una nuova vita in compagnia, non più con i pesci, ma con Gesù e con gli uomini del loro tempo.

Essere pescati per diventare pescatori significa cambiare la nostra natura: i pesci vivono nell’acqua e muoiono fuori di essa.

Essere pescati significa abbandonare l’habitat naturale per riceverne uno soprannaturale. Abbiamo paura di questo passaggio.

Noi siamo abituati a vivere nell’acqua delle nostre convenzioni sociali, accettare di essere dei diversi che vivono all’aria, non è una cosa facile, ma è la cosa più vera che ci possa capitare.

È la cosa che il Signore ci invita a fare chiamandoci a diventare pescatori. Gente che chiama i fratelli ad uscire dalle acque stagnanti della vita per entrare nell’acqua viva che è il Cristo.

Convertirci, cioè innamorarci di lui e delle orme che lui lascia dietro a sé perché noi possiamo andare a metterci dentro i nostri piedi.

Solo a partire da questo sguardo può accadere anche la nascita di una scelta diversa per la nostra vita: la decisione di non vivere più “a caso” ma seguendo Qualcuno.

E questo Qualcuno diventa il motivo per cui esistiamo. Allora ci si può fare santi partendo in missione nel più sperduto posto del mondo, o rimanendo anche semplicemente davanti ai fornelli della propria cucina.

I santi non sono tali per le imprese che compiono ma per la qualità di come compiono qualunque cosa essi facciano.

La luce di Cristo nell’umanità

La “grande luce” vista da chi era nelle tenebre trova così una concretizzazione nelle vite di alcuni uomini precisi: ciò che in Gesù illumina, ieri come oggi, è la sua umanità, la pratica della sua umanità, la forma del suo vivere.

E ciò che da lui viene illuminato è l’umanità di chi si pone a seguirlo, di chi si affida a lui con l’atto di fede. Ciò che in Gesù illumina è anche ciò che viene illuminato in ogni essere umano.

Gesù insegna l’infinita dignità dei senza dignità; insegna la responsabilità di cura nei confronti di chi conosce l'umano opacizzato e menomato dalla malattia, dalla violenza, dalla miseria; Gesù mostra che l'umano è il luogo di culto autentico (cf. Mt 4,23).

“La narrazione di Dio è una vita umana, umanissima, è fatta di parole e di silenzi, di gesti e di incontri, di tenerezza e di forza. Ciò che in Gesù illumina è l'umano, è come lui ha vissuto quella condizione umana che accomuna ogni essere che viene all'esistenza.”

“Lo straordinario portato da Gesù non si situa sul piano religioso, ma umano. Ciò che in Gesù illumina è anche ciò che viene illuminato in ogni essere umano.”

“Gesù insegna l'infinita dignità dei senza dignità; insegna la responsabilità della cura nei confronti di chi conosce l'umano opacizzato e menomato dalla malattia, dalla violenza, dalla miseria; Gesù mostra che l'umano è il luogo di culto autentico. è il luogo di Dio”.

Lumen Christi: la luce, realtà eminentemente relazionale, mentre rivela Dio, rivela anche l’uomo.

La chiamata dei primi discepoli - Padre Matteo La Grua

Domande per la meditazione

In quali occasioni ti è capitato di sentirti guardato così, come Gesù può avere guardato i primi discepoli?

Quali reti stai tenendo fra le mani, quali certezze ti tengono saldamente nel tuo quotidiano?

In quali acque senti di rischiare di annegare?

Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi.

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