Il Crocifisso è risorto! Questo è l’annuncio che attraversa la nostra notte, la notte dell’uomo, la notte del mondo; un annuncio che, facendoci rivivere nelle letture ascoltate alcuni momenti della storia della salvezza, ci avvicina al mistero del Dio della vita. “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto”.
Pasqua non è il sogno di chi - per non vedere e soffrire - evade dai drammi del presente; nemmeno è soltanto un modo per dire che il messaggio di Gesù continua, che non ha perso vitalità: la risurrezione è un fatto reale, concreto, storico, davanti al quale il vecchio detto del Qohelet - “Non c’è niente di nuovo sotto il sole” - svanisce come nebbia del mattino: a Pasqua qualcosa di veramente nuovo è avvenuto in un mondo che sembrava governato dalla legge della caducità e della morte.

Il mistero centrale della fede
Cristo è risorto! Cristo è veramente risorto! Celebriamo oggi, con più chiarezza del solito, l’evento decisivo e sempre attuale della Risurrezione, mistero centrale e fondante la nostra fede cristiana. “Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo”.
La luce di Cristo, la luce che è Cristo, simboleggiata dal cero pasquale, acceso e splendente, illumina l’umanità, vincendo per sempre le tenebre del peccato e della morte. Ci ha aiutato anche il linguaggio dei simboli: il fuoco, la luce, l’acqua.
Al fuoco nuovo abbiamo acceso il cero pasquale, affinché la sua luce disperda le tenebre dal cuore; tra poco nella liturgia battesimale benediremo l’acqua, che da memoria del passaggio del Mar Rosso diventa possibilità e richiamo a “camminare in una vita nuova”.
La lunga storia della redenzione, che abbiamo ripercorso nelle meravigliose letture della Veglia, dal momento così gratuito in cui Dio volle creare la stirpe umana, con un amore infinitamente creativo, dando la vita a ognuno di noi, dai primi fino a me e a te ora, dandoci la libertà, la coscienza, adesso arriva a un punto assolutamente nuovo.
Gesù, l’uomo che è Dio, il Dio che è uomo, si è fatto ammazzare per mostrare il tessuto segreto, l’ordito del mondo e della vita che è l’amore, ma ora è risorto. Non è più stretto nel vincolo del tempo e dello spazio, e percorre il tempo e lo spazio in una presenza nuova.
“Cristo, risorto dai morti, non muore più - afferma San Paolo -; la morte non ha più potere su di lui”: in Lui il Padre ci assicura che anche la nostra morte e quella dei nostri cari non rimane l’atto finale: come non ha abbandonato il Figlio, così Dio non abbandonerà nessuno nella polvere.
«Non è qui, è risorto»
E proprio oggi, ancora oggi, riecheggiano le potenti parole che, più di due millenni orsono, lasciarono sbigottite le donne giunte al sepolcro all’alba di quel primo giorno dopo il sabato. Arrivate al luogo della sepoltura, tristi e sconsolate, esse trovarono il grande masso rotolato ed entrando videro che il corpo amato non c’era più.
Restarono bloccate, incerte, smarrite, e due uomini in vesti sfolgoranti le sorpresero dicendo: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato” (Lc 24, 5 - 6). Da quell’alba radiosa, queste parole non cessano di risuonare nella Chiesa e, con la Chiesa, nel mondo intero quale annuncio di gioia e di speranza che attraversa i secoli della storia segnati dalle ferite causate dalle iniquità umane e dalle ingiustizie degli uomini e dei popoli.
“Non è qui”. Il Figlio di Dio non è restato nel sepolcro, non poteva rimanere prigioniero della morte, la tomba non poteva trattenere “il Vivente” (Ap 1,18). “Non è qui”. Non può trovarsi nella tomba colui che è la vita stessa e la sorgente inesauribile della vita.
No, lui non è fatto per la morte. Il Signore ha infatti vinto la morte e, per un atto di puro amore, ha talmente spalancato la terra al cielo da cambiare decisamente la destinazione della vicenda umana.
Questa era diretta verso la morte, da allora conosce un’altra direzione, un’altra meta: la vita eterna e la pienezza dell’amore di Dio Trinità. La risurrezione del Capo è partecipata, con abbondanza di grazia, alle membra tutte del corpo che è la Chiesa.
La vita nuova in Cristo
Nella resurrezione questo abbraccio con cui Cristo dalla croce aveva abbracciato il mondo, diventa esperienza di possibile oggi. Ora, qui, è possibile la vita nuova che nasce dall’amore infinito che riceviamo e dalla nostra disponibilità a lasciarlo agire in noi.
Non è tolto il dolore e la morte, ma sono attraversati dalla speranza, dalla certezza che Lui ha vinto il male e la morte. Ne facciamo esperienza, ora e qui.
La Pasqua di Resurrezione non è però solamente un fatto del passato e non riguarda solamente Gesù Cristo. La sua Resurrezione è l’inizio di una nuova condizione per ogni uomo: il Signore risorto vive in noi e noi possiamo vivere in lui e per lui, gustando già ora la gioia che non finisce della vita eterna.
Noi, infatti, in virtù del battesimo, siamo già stati sepolti nella morte di Cristo e siamo resuscitati con lui. E poiché già ora partecipiamo della sua vita risorta, possiamo comprendere e adempiere l’ammonimento ascoltato da San Paolo nella seconda lettura di questa liturgia: Cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio! (Col 3,1).
“Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d’Israele” (Ez37,12). Oggi, anche oggi, in questo tempo segnato da inquietudine e incertezza, riviviamo l’evento che ha cambiato la storia dell’umanità, il fatto che ha radicalmente mutato il volto e la direzione della nostra esistenza.
A volta sembra che noi cristiani diamo per scontato il fatto che ha cambiato la storia: ma anche noi «possiamo camminare in una vita nuova», perché «l’uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui»: non c’è da aggiungere nulla se non la nostra gratitudine che diventa desiderio di servire l’annuncio di Cristo con la nostra vita.
La speranza nelle ferite dell’umanità
Quanti sono tuttora oppressi dalla sofferenza e dal dolore, quanti subiscono violenza e morte possono ricevere dal Risorto la speranza che non delude, la speranza cioè che in lui ogni violenza può essere sconfitta, ogni dolore può ricevere balsamo di consolazione, ogni morte può conoscere albe di luce e di vita.
Non è tolto il dolore e la morte, ma sono attraversati dalla speranza, dalla certezza che Lui ha vinto il male e la morte. In Gesù Cristo, Dio si è caricato delle piaghe dell’umanità ferita: “Dalle sue piaghe siete stati guariti” (1 Pt 2, 24).
Quelle piaghe non sono un ostacolo alla fede, certamente sono il segno di un fallimento vissuto per amore, e della sconfitta che perciò è solamente momentanea ed apparente. Quelle ferite nelle mani, nei piedi e sul costato sono, per tutti i secoli dei secoli, il segno e la prova dell’amore e dell’amore vittorioso: Mio Signore e mio Dio!
La sofferenza non è stata cancellata, ma trasfigurata. Soprattutto: essa non è stata vana, ma ha costituito la porta attraverso la quale è entrata nel mondo la vita che non finisce.
Alla prepotenza della cattiveria egli ha opposto l’onnipotenza del suo amore. Alla violenza dei cuori il Crocifisso ha proposto il perdono che del cielo anticipa la gioia. Alle angosce della vita il Signore ha annunciato la speranza dell’eternità.
Al calcolo della meschinità l’Amico ha mostrato la bellezza del dono di sé. Il Crocifisso risorto ha lasciato e donato l’amore che non teme la morte. E ci rende apostoli di pace, messaggeri della gioia della Risurrezione.
Il Risorto nella quotidianità
L’annuncio risuonato in quella domenica - che da allora è diventato il primo giorno della settimana, quello che dà senso ai giorni dell’uomo - è il più bello di tutta la storia: “Non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto e vi precede in Galilea”.
“Vi precede” significa: è già lì, è presente, opera. Dove? “In Galilea”, in quella che allora era una regione semi-pagana, incrocio di lingue e di culture, e che oggi rappresenta a buon titolo il nostro contesto.
Pasqua ci fa tornare con uno sguardo nuovo proprio nella Galilea della nostra quotidianità, della nostra esistenza familiare, sociale ed ecclesiale. Vi riconosciamo i segni del Risorto in chi accoglie la vita e si spende per educare i figli come per assistere i genitori; in chi investe con fiducia, offrendo opportunità di lavoro e di crescita; in chi interpreta la propria professione con senso di responsabilità e disponibilità; in chi pone gesti di condivisione e di solidarietà.
La vita è altro, rispetto al modello interpretato dai potenti di questo mondo; cammina su altre vie, dove ci si incontra, ci si rispetta, ci si aiuta, sapendosi partecipi di un comune destino.
Che la liturgia di questa notte ci faccia sentire di più l’urgenza che questa vita nuova raggiunga tutti. Preghiamo stanotte perché il fuoco nuovo della resurrezione incendi la nostra vita e risplenda nella notte del male, della violenza, dell’ingiustizia che avvolgono il mondo.
I discepoli di Emmaus e la fede della Chiesa
Questa messa della sera con i suoi testi, vuol essere, per noi, come un mettere l’ultimo tassello ad un mosaico già bellissimo, stupendo, avvincente: la contemplazione del mistero della resurrezione di Gesù. Questo è il mistero centrale della nostra vita e della nostra fede.
Tanto é vero che se Cristo non fosse risorto noi sicuramente non staremmo qui a fare tanta festa. Potremmo avere stima di Lui come abbiamo stima di tanti maestri dell’antichità che hanno detto delle cose belle, hanno lanciato dei principi morali altissimi.
Invece la novità sconvolgente, unica, incredibile di Gesù é proprio la sua resurrezione. Ebbene noi oggi, a distanza di duemila anni, ci ritroviamo di fronte a questo mistero: un po’ ci crediamo e qualche volta dubitiamo.
Gesù era risorto e la condizione del Risorto é diversa dalla condizione di prima: Gesù é lo stesso però non é lo stesso. E’ contraddittorio questo discorso, lo so, però vuol dire che accostarsi a Gesù risorto non é la stessa cosa che accostarsi a un uomo qualunque, vivente fisicamente in mezzo a noi.
La resurrezione é un mistero che esce fuori da ogni schema, da ogni programma, da ogni previsione. Non lo riconoscono perché il loro cuore é ancora legato al Gesù di prima, al maestro, ma ormai dire “maestro” é troppo poco.
Ora bisogna dire “Il Signore”. Dire “Il Signore” é molto di più che dire il “maestro”, perché di maestri ce ne sono tanti, di Signore ce ne é uno solo ed é Gesù Cristo.
“Noi speravamo! Ma adesso ormai non speriamo più! Le delusioni, le tristezze della vita ormai ci hanno segnato per sempre. Noi speravamo!”. Allora Gesù comincia a riportare questi due discepoli da una dimensione umana delle cose a una dimensione spirituale.
Prende la Scrittura e comincia a citarla, comincia a dire tante cose, a leggere la Parola di Dio. Possiamo dire che l’episodio dei discepoli di Emmaus é un po’ come la nostra messa, la prima parte, la liturgia della parola, una liturgia itinerante, in cammino, a ricordarci che noi come popolo di Dio non dobbiamo essere dei sedentari ma un popolo in cammino e la Parola di Dio deve essere sempre suscitatrice di cammini, di passi nuovi, di sforzi nuovi.
Loro sentivano che mentre Gesù parlava il cuore bruciava, non si riuscivano a spiegare il perché, però sicuramente avvertivano qualcosa, anche se non lo sapevano ancora definire.
Finisce il cammino, arrivano a casa e secondo le regole dell’ospitalità ebraica offrono allo sconosciuto la possibilità di restare, anzi gli chiedono: “Dove vai? E’ tardi, rimani con noi. Ormai si é fatto buio. E’ sera!”.
Gesù rimane e c’é una bella espressione del Vangelo: Gesù entrò per rimanere con loro. E si ferma con loro a cena, a mensa, e lì Gesù compie un gesto, un gesto che era rimasto impresso nei discepoli, si era parlato di quel gesto che Gesù aveva fatto nella cena: aveva preso il pane, lo aveva spezzato e lo aveva dato ai dodici e aveva detto: “Prendete e mangiate questo é il mio corpo”.
Gesù quella sera fa lo stesso gesto ma non smette di farlo che scompare dalla loro vista. Che strano! Il Vangelo però ci dice un particolare: mentre Gesù fece quel gesto lo riconobbero.
Ormai i discepoli hanno capito: E’ vivo! E’ risorto! Allora le cose che avevano detto le donne non erano chiacchiere, non erano vaneggiamenti, non erano sogni, era vero che Gesù era risorto.
Che cosa fanno? Tornano a Gerusalemme. Avevano fatto il viaggio di andata tristi, piangenti quasi, fanno il viaggio di ritorno di corsa, perché hanno una notizia sconvolgente da portare ai discepoli, agli altri.
Ecco ci si comunica la fede e da questa fede comunicata nasce la Chiesa, come comunità dove si condivide la fede come gioia.
La Chiesa, il pane spezzato e l’amore
La Chiesa non é un luogo dove si va a pagare il tributo a Dio. La Chiesa non é il luogo dove si va a fare il dovere, magari sbuffando, magari noiosamente, magari trovando a volte mille scuse per non andare.
La Chiesa é il luogo, la Chiesa é la casa, la Chiesa é la famiglia dove si condivide la gioia della fede, dove si vive la fede come fatto comunitario; dove ognuno comunica, trasmette ai fratelli la gioia del suo credere.
Questa é la Chiesa! E’ il luogo dove si vive la fede come gioia di vivere, dove si vive la fede come incontro perenne, continuo, sempre nuovo col Cristo risorto.
La fede nasce, matura, si sviluppa, cresce dentro una comunità che celebra la sua fede. La fede non é un’avventura privata. La fede é un fatto eminentemente comunitario, di famiglia, di popolo.
La fede nasce laddove c’é un pane che si spezza - “riconobbero Gesù allo spezzare il pane” - allora capirono: E’ risorto! Anche noi spezzeremo il pane sull’altare stasera e anche i nostri occhi in quel momento si apriranno perché si ripeterà quel gesto e anche noi come gli apostoli in quel momento, come i discepoli di Emmaus, riconosceremo il Signore ed esulteremo nella gioia dicendo: “Davvero il Signore é risorto!”.
Dov’é il Risorto? Il Risorto é laddove c’é un pane che si spezza; laddove c’é qualcuno che spezza il pane; laddove c’é qualcuno che vive l’Amore.
La Chiesa é laddove si spezza il pane, laddove si vive l’Amore. Per cui se nelle nostre case si spezza il pane del perdono anche della solidarietà, allora c’é il Risorto.
Se il nostro pane non si spezza perché si accumula e si ammassa nei nostri granai e non c’é lo sforzo dell’Amore, del perdono, della condivisione, allora vuol dire che il Venerdì Santo non é ancora finito, non é ancora passata l’ora della croce e della sofferenza per tanti nostri fratelli.
Il servizio come risposta alla Pasqua
Riscopriamo in questa notte il nostro essere figli di Dio, il dono immenso del battesimo. Le letture che hanno preceduto il canto dell’alleluia costituivano l’ultimo insegnamento ai catecumeni prima del Battesimo e a tutti noi, che ci prepariamo a rinnovare le promesse battesimali, ricordano i fatti salienti della storia della salvezza e il dono della nuova vita dei figli di Dio.
Qual è la vita dei figli di Dio? Riascoltiamo la preghiera di colletta: ”Dio, che illumini questa santissima notte con la gloria della risurrezione del Signore, ravviva nella tua famiglia lo spirito di adozione, perché tutti i tuoi figli, rinnovati nel corpo e nell’anima, siano sempre fedeli al tuo servizio”.
Ma in che cosa consiste il servizio di Dio? Ce lo indica e lo fa comprendere la preghiera dopo la comunione: “Infondi in noi, o Padre, lo Spirito della tua carità, perché nutriti con i sacramenti pasquali viviamo concordi nel vincolo del tuo amore”.
Solo la nostra filiale obbedienza a Dio nell’ascolto della sua Parola, nel nostro essere attenti ai suoi insegnamenti e nella fedele celebrazione dei Sacramenti - che ci nutrono e ci danno luce e forza per vivere nel vincolo del suo amore - ci farà capaci di amarci gli uni gli altri.
É questo il compito, il servizio che Dio Padre vuole da noi a imitazione del Figlio suo “vero Agnello che ha tolto i peccati del mondo e che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita”(Prefazio di Pasqua I).
Dobbiamo ripartire da Gesù Cristo, andare a Lui, rimettere Lui al centro della Chiesa, delle parrocchie, delle comunità religiose, delle famiglie, della nostra vita, farsi mendicanti in questa notte santissima della grazia che scaturisce dal mistero di morte e risurrezione che celebriamo.
Questo mistero che ora celebriamo ci è dato di viverlo nella vita di ogni giorno, quando sperimentiamo una presenza che ci educa e ci plasma a ricevere e a dare amore.
Carissimi, dobbiamo dire al mondo il nostro essere figli di Dio, soprattutto testimoniarlo nel servire ogni uomo come il Signore ci ha insegnato e con la grazia che ci dona in questi Sacramenti pasquali.
Solo rimettendo Dio al centro rimetteremo l’uomo al centro, l’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio, e che ai nostri giorni si cerca di illuminare con luci artificiali che vorrebbero, paradosso dei paradossi, offuscarne il luminoso mistero e la sacrosanta dignità.
La pace e la testimonianza cristiana
La pace e la giustizia tra gli uomini non possono realizzarsi pienamente se non nella fatica della carità che noi cristiani dobbiamo vivere attraverso il nostro servizio umile e spesso disprezzato perché è un servizio di verità nella carità come fu quello di Cristo, e come quello di Cristo avrà tribolazioni e persecuzioni, ma stiamo certi è questa la vittoria, Lui ce l’ha detto: “Non abbiate paura. Io ho vinto il mondo!” (Gv. 16,33).
“Non abbiate paura!”: la fede pasquale ci libera dalla paura come dalla superficialità; ci unisce agli altri, ci fa comunità, ci fa Chiesa, riunita nell’ascolto della Parola e nello spezzare il Pane.
Ci rende capaci di camminare in dialogo con ogni uomo che cerca e ama la verità e la bellezza; ci fa attenti alla causa della pace, nella consapevolezza della dignità infinita di ogni vita umana.
Gesù che sei tra noi, facci attenti e disponibili alla tua parola, alla tua presenza nella Chiesa, al tuo volto che riconosciamo nei fratelli, facci disponibili a dire il nostro sì al compito che ci dai: amarci come tu ci hai amato, perché tutti ti conoscano e amandoti scoprano la vita vera, per essere «viventi per Dio, in Cristo Gesù».
La nostra fede è gioia. Una gioia pacata, ma sicura. Una gioia che ci rende indomiti e operatori di bene, testimoni desiderosi di condividere con tutti gli uomini e le donne del mondo il dono che abbiamo ricevuto.
Preghiamo stanotte perché il fuoco nuovo della resurrezione incendi la nostra vita e risplenda nella notte del male, della violenza, dell’ingiustizia che avvolgono il mondo.
Perciò i verbi della Pasqua non sono al passato “noi speravamo….”, ma al presente: noi speriamo, noi crediamo, noi amiamo. Oggi, qui, al presente!!
Buona Pasqua! Ciascuno possa essere raggiunto da un riflesso di quella pace che lo Spirito del Risorto non si stanca di diffondere nella Chiesa e nel mondo.