Nel Vangelo dei dieci lebbrosi, sant’Agostino vede l’immagine dell’umanità ferita dal peccato e bisognosa della grazia di Cristo: tutti vengono purificati, ma uno solo torna a rendere grazie, riconoscendo nel dono il Donatore. La guarigione del corpo è un beneficio grande, ma la salvezza è il dono più profondo, perché ristabilisce l’uomo nella comunione con Dio.
Per Agostino, il samaritano che ritorna rappresenta i popoli stranieri chiamati alla fede e, insieme, ogni persona che riconosce di aver ricevuto tutto da Dio. Il suo ritorno, la sua lode e la sua prostrazione ai piedi di Gesù manifestano una fede diventata rendimento di grazie: «Uno solo rese grazie, gli altri erano Giudei; quello era uno straniero, era figura dei popoli stranieri».
Il testo evangelico: Luca 17,11-19
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!».
Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».
Il cammino di Gesù verso Gerusalemme
Il racconto si colloca durante il viaggio di Gesù verso Gerusalemme. Questo brano pone i nostri passi dentro la terza tappa del cammino che Gesù sta compiendo verso Gerusalemme; la meta ormai è vicina e il maestro chiama con ancora maggior intensità i suoi discepoli, cioè noi, a seguirlo, fino ad entrare con Lui nella città santa, nel mistero della salvezza, dell’amore.
Il passaggio si compie solo attraverso la fede, alimentata da una preghiera intensa, incessante, insistente, fiduciosa; lo vediamo ripercorrendo i capitoli che precedono e seguono questo racconto (17, 6; 17, 19; 18, 7-8; 18, 42). Gesù è in cammino e attraversa la Samaria e la Galilea; si avvicina piano a Gerusalemme, nulla Egli lascia di non visitato, non toccato dal suo sguardo d’amore e di misericordia.
Il testo evangelico si apre con un’annotazione geografica che dice che Gesù, mentre andava verso Gerusalemme, “attraversava” la Samaria e la Galilea. Penso che quell’“attraversare” vada inteso nel senso di “costeggiare”, di “passare lungo la frontiera”, dando collocazione anche fisica all’atteggiamento di Gesù quale uomo della soglia, che abita i confini.
Di fatto, subito dopo, egli incontrerà un gruppo di lebbrosi che si rivelerà composto di giudei e samaritani, popoli ormai separati da inimicizie religiose e ostilità reciproche, ed egli destinerà a tutti indistintamente la sua azione terapeutica.
Gesù entra nel villaggio e si avvicina all’uomo
Gesù entra in un villaggio, che non ha nome, perché è il luogo, è la vita di tutti e qui incontra i dieci lebbrosi, uomini malati, già intaccati dalla morte, esclusi e lontani, emarginati e disprezzati.
Gesù passa, attraversa, percorre, si muove e ci raggiunge; a volte, poi, decide di entrare, fermandosi più a lungo. Come avviene in questo racconto. Luca si sofferma su questo particolare e scrive che Gesù entrò in un villaggio.
L’entrare, in senso biblico, è una penetrazione, è l’ingresso nel profondo, che implica condivisione e partecipazione. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un verbo molto comune e molto usato; solo nel Vangelo di Luca ricorre tantissime volte e disegna chiaramente l’intenzione di Gesù di farsi vicino, farsi amico e amante.
Lui non disdegna nessun ingresso, nessuna comunione. Entra nella casa di Simone il lebbroso (4, 38), nella casa del fariseo (7, 36 e 11, 37), poi nella casa del capo della sinagoga (8, 51) e di Zaccheo il pubblicano (19, 7).
Entra continuamente nella storia dell’uomo e partecipa, mangia insieme, soffre, piange e gioisce, condividendo ogni cosa. Basta aprirgli, come dice Lui stesso (Ap 3, 20) e lasciarlo entrare, perché rimanga (Lc 24, 29).
La lebbra come immagine della separazione
La lebbra, oggi, non è più una malattia temuta. La scienza la conosce come “morbo di Hansen”, dal nome del medico norvegese che ne scoprì il batterio nel 1873.
Per la Scrittura però la lebbra è molto più di un’infezione: è simbolo di una ferita interiore, di tutto ciò che separa l’uomo da Dio e dagli altri. È la solitudine dell’anima, l’impurità che isola, il segno visibile di una lontananza spirituale.
Per la Scrittura d’Israele, il lebbroso viveva fuori dall’accampamento: «Il lebbroso colpito dalla lebbra porterà vesti strappate e il capo scoperto, si coprirà la barba e andrà gridando: Immondo! Immondo! Sarà immondo finché avrà la piaga; è immondo, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento» (Lv 13,45-46).
Dunque comprendo che il lebbroso è una persona colpita, ferita, percossa: qualcosa lo ha raggiunto con violenza, con forza e ha lasciato un segno di dolore, una ferita.
E’ una persona in lutto, in grande dolore, come dimostrano le sue vesti stracciate e il capo scoperto; è uno che deve coprirsi la bocca, perché non ha diritto di parlare, né quasi più di respirare in mezzo agli altri: è come un morto.
E’ uno che non può rendere culto a Dio, non può entrare nel tempio, né toccare le cose sante. E’ una persona piagata profondamente, un emarginato, un escluso, uno lasciato in disparte, in solitudine.
Per tutto questo i dieci lebbrosi che vanno incontro a Gesù, si fermano a distanza e solo da lontano gli parlano, gridandogli il loro dolore, la loro disperazione.
Per la Scrittura però la lebbra è molto più di un’infezione: è simbolo di una ferita interiore, di tutto ciò che separa l’uomo da Dio e dagli altri. È la solitudine dell’anima, l’impurità che isola, il segno visibile di una lontananza spirituale.
Per questo, quando Gesù guarisce i lebbrosi, non si tratta mai solo di restituire la salute, ma di ridonare la dignità e la vita.
Dieci lebbrosi: la miseria riconosciuta
Mi chiedo cosa significhi veramente questa condizione umana, questa malattia che si chiama lebbra. Parto dal testo stesso della Scrittura che descrive lo statuto per il lebbroso in Israele.
Il lebbroso è una persona colpita, ferita, percossa: qualcosa lo ha raggiunto con violenza, con forza e ha lasciato un segno di dolore, una ferita.
Il racconto evangelico presenta dieci uomini esclusi dalla vita ordinaria. Apprestandosi a entrare in un villaggio, ecco che un gruppo di dieci lebbrosi gli si fanno incontro fermandosi a distanza.
La legislazione che regolava il comportamento di quanti erano afflitti da lebbra imponeva loro di stare lontani dai centri abitati e di andare in giro gridando la propria condizione di impurità per avvertire della propria presenza contagiosa e impura.
Tuttavia, questo gruppo di uomini ci viene presentato non in atto di gridare la propria impurità, ma di supplicare aiuto. Le parole che rivolgono a Gesù sono una preghiera colma di fiducia e di speranza: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi” (Lc 17,13).
«Gesù, maestro, abbi pietà di noi!»
E’ bellissima questa esclamazione dei lebbrosi, questa preghiera. Innanzi tutto chiamano il Signore per nome, come si fa con gli amici.
Sembra che si conoscano da tempo, che sappiano gli uni dell’altro, che si siano già incontrati a livello del cuore. Questi lebbrosi sono già stati ammessi al banchetto dell’intimità con Gesù, alla festa di nozze della salvezza.
Solo chi si riconosce malato, bisognoso, povero, malfattore, diventa prediletto di Dio.
Poi lo chiamano “maestro”, con un termine che significa più propriamente “colui che sta in alto” e che ritroviamo sulla bocca di Pietro, quando, sulla barca, fu chiamato da Gesù a seguirlo (Lc 5,8) e lui si riconosce peccatore.
E qui siamo al cuore della verità, qui è svelato il mistero della lebbra, quale malattia dell’anima: essa è il peccato, è la lontananza da Dio, la mancanza di amicizia, di comunione con Lui.
Questo fa disseccare l’anima nostra e la fa morire pian piano.
Dalla richiesta dei dieci lebbrosi possiamo imparare a pregare Dio con fiducia, convinti che Egli può tutto e che non occorre aspettare di sentirci degni per chiedere e ricevere ciò di cui abbiamo bisogno.
Anche se Gesù sa tutto di noi, fa affidamento su una nostra richiesta piena di fede e di perseveranza per darci quello che chiediamo.
Come diceva sant’Agostino, in realtà il Signore ha «più voglia di dare che noi di ricevere, ed ha più voglia Lui di farci misericordia che noi di vederci liberati dalle nostre miserie».
La risposta di Gesù: «Andate a presentarvi ai sacerdoti»
Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Gesù non li tocca, non si avvicina, non compie alcun gesto straordinario. Dice soltanto: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”.
È una parola che sembra insufficiente, quasi disarmante: come possono presentarsi, se ancora sono impuri? Nonostante tutto, si fidano, non vedono ancora il segno, ma credono alla Parola.
Gesù li invia immediatamente a farsi visitare dai sacerdoti che dovevano verificare l’avvenuta guarigione e dunque riammettere alla partecipazione al culto avendo constatato la sparizione dell’impurità.
Ma i dieci uomini obbediscono a Gesù senza che la guarigione sia avvenuta. Tutti loro mostrano fede in Gesù obbedendo alla sua parola pur senza aver visto nessun gesto di cura verso di loro e tanto meno di guarigione.
Vanno a “mostrarsi” ai sacerdoti senza essere guariti!
In realtà, essi non interpretano così l’atteggiamento di Gesù, non mostrano delusione, non mormorano con rimostranze, non criticano quella che avrebbero potuto sentire come indifferenza e perfino presa in giro da parte di Gesù.
Obbediscono a Gesù mostrando fede in lui. Ed è nel cammino, “mentre andavano” (Lc 17,14), che avviene la guarigione.
La guarigione avviene lungo il cammino
La guarigione avviene lungo il cammino, non prima. Così è la fede: non si fonda sull’evidenza, ma sulla totale obbedienza, non nasce dal vedere, ma dal fidarsi senza riserve.
La fede autentica vive del tempo e dello spazio del cammino. Il miracolo non è mai un atto magico, ma la dinamica di una fiducia che cresce passo dopo passo.
È l’esperienza di ogni credente che, nella fedeltà quotidiana, scopre che la grazia agisce mentre cammina, anche quando non se ne accorge.
La Parola del Signore non forza mai, non impone, ma opera nel segreto, trasformando chi la ascolta con cuore docile.
Il loro mettersi in cammino senza essere guariti è una manifestazione straordinaria di fede nella parola di Gesù e nella sua persona. Potremmo dire che credono senza avere visto.
Sembra che abbiano fatto proprio l’atteggiamento del Salmista che crede nell’esaudimento nel mentre stesso che implora aiuto: “Quando ho gridato al Signore con la mia bocca, la sua lode era già sulla mia lingua”.
Il samaritano che torna indietro
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma uno solo di loro torna indietro per rendere grazie a Gesù: sembra quasi di vederlo correre e saltare di gioia. Loda Dio a gran voce, si prostra in adorazione e fa eucaristia.
Uno di loro, tuttavia, invece di dirigersi verso il Tempio, decise di tornare per ringraziare Gesù, cantando le glorie di Dio e manifestando l’enorme gioia per aver incontrato Uno cui appoggiarsi e seguire.
Era quello che aveva contratto non solo la lebbra fisica, ma anche la lebbra dell’anima.
Il samaritano era uno straniero, un escluso non solo dalla società, come lebbroso, ma anche dalla comunità religiosa, un eretico. È lui l’unico che riconosce nel dono ricevuto la presenza del Donatore.
Gli altri si fermano al beneficio; lui scopre che c’è qualcosa in più.
La salvezza, infatti, è per tutti, anche per i lontani, gli stranieri. Nessuno è escluso dall’amore del Padre, che salva grazie alla fede.
«Tornò indietro»: la conversione del cuore
Non è un semplice movimento fisico, un cambiamento di direzione e di marcia, ma piuttosto un vero e proprio rivolgimento interiore, profondo.
“Tornare” è il verbo della conversione, del ritorno a Dio. E’ il cambiare qualcosa in un’altra cosa; è il tornare a casa, dopo essersi allontanati, come ha fatto il figlio prodigo, perso nel peccato.
Così fa questo lebbroso: cambia la sua malattia in benedizione, la sua estraneità e lontananza da Dio in amicizia, in rapporto di intimità, come tra padre e figlio.
Cambia, perché si lascia cambiare da Gesù stesso, si lascia raggiungere dal suo amore.
Il samaritano torna da Gesù. Lascia la folla, interrompe la sua corsa verso casa, verso i suoi cari che lo aspettano, e compie un gesto controcorrente: ritorna da Gesù.
Questo «tornare indietro» è fondamentale. Nella nostra vita frenetica, dove corriamo sempre avanti, inseguendo mille cose, il Signore ci chiede di fermarci, di fare inversione di marcia, di tornare a Lui con il cuore riconoscente.
La gratitudine come eucaristia
Bellissimo questo verbo, in tutte le lingue, ma in modo particolare in greco, perché porta in sé il significato di eucaristia. Sì, è proprio così: il lebbroso “fa eucaristia”!
Si siede alla mensa della misericordia, dove Gesù si è lasciato ferire e piagare ancor prima di lui; dove è diventato il maledetto, l’escluso, il buttato fuori dell’accampamento per raccogliere tutti noi nel suo cuore.
Riceve il pane e il vino dell’amore gratuito, della salvezza, del perdono, della vita nuova; finalmente può entrare di nuovo nel tempio e partecipare alla liturgia, al culto.
Finalmente può pregare, avvicinandosi a Dio in piena fiducia. Non ha più le vesti stracciate, ma l’abito da festa, la veste nuziale; ha i calzari ai piedi e l’anello al dito.
Non deve più coprirsi la bocca, ma può ormai cantare e lodare Dio, può sorridere e parlare apertamente; può avvicinarsi a Gesù e baciarlo, come un amico fa con l’amico.
La festa è piena, la gioia traboccante.
L’autentificazione della fede è la dimensione eucaristica, ovvero la capacità di riconoscere, nel senso di entrare nel riconoscimento per giungere alla riconoscenza.
Si tratta di riconoscere l’intervento di Dio nella semplicità e opacità dell’umano, del reale. Ma il riconoscimento è pieno quando si dilata nel rendimento di grazie.
Quando lo sguardo che ha visto l’umano, da quello stesso umano risale al divino. Allora il culto è autentico e celebrato nella vita, nella trama delle relazioni, nella qualità dei gesti, delle parole e degli sguardi.
La lode a Dio si unisce in modo inscindibile al rendimento di grazie a Gesù. Nell’uomo Gesù si manifesta il volto di Dio.
Dieci guariti, uno salvato
Dei dieci guariti, però, solo uno torna indietro. E per giunta “era un samaritano”.
Gli altri hanno ritrovato la salute, mentre lui ha trovato la salvezza.
Per questo Gesù gli dice: “La tua fede ti ha salvato”. C’è una differenza profonda tra essere guariti e essere salvati.
Tutti e dieci sono stati guariti, ma solo uno è stato salvato. La guarigione libera il corpo; la salvezza apre il cuore verso Dio.
È la fede che ringrazia a trasformare il miracolo in comunione: la fede che non si accontenta del dono, ma torna a incontrare il Donatore.
La gratitudine è la forma più pura della fede, perché nasce dal riconoscere di essere amati gratuitamente.
In quel samaritano che torna indietro, l’uomo ritrova se stesso davanti a Dio. Si prostra ai piedi di Gesù, loda e ringrazia: è l’immagine del credente che ha compreso il senso profondo della fede.
Il miracolo vero non è la pelle purificata, ma il cuore che si apre alla lode, perché viene rinnovato in profondità.
Il Signore non cerca malati da guarire, ma cuori che sappiano amare. Quando compie segni, lo fa sempre per portare ad un livello ulteriore.
La lettura di sant’Agostino: il dono e il Donatore
Nel Discorso 176, sant’Agostino commenta insieme la prima lettura, il salmo e il Vangelo dei dieci lebbrosi. Fratelli, ascoltate con attenzione dalle sacre Letture ciò di cui il Signore ci fa avvertiti; egli è a dare, io servo.
Abbiamo ascoltato la prima lettura dell’Apostolo: «E’ parola sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo a salvare i peccatori e di questi il primo sono io».
Abbiamo poi cantato il Salmo, esortandoci a vicenda, ad una voce e con un cuore solo, dicendo: «Venite, adoriamo e prostriamoci davanti a lui, e in lacrime davanti al Signore che ci ha creati».
Dopo queste letture, quella del Vangelo ci ha mostrato i dieci lebbrosi mondati e uno solo di essi, uno straniero, che ringrazia colui che l’ha guarito.
L’Apostolo ci propone la scienza del rendimento di grazie. Ricordate che cosa fa risuonare l’ultima lettura del Vangelo, come il Signore Gesù lodi gli uomini grati, riprovi gli ingrati, mondi esteriormente, lebbrosi nel cuore.
La lebbra del cuore
Per Agostino, la lebbra del corpo permette di comprendere una malattia più profonda: quella dell’anima. I dieci sono mondati esteriormente, ma la loro risposta rivela lo stato interiore del cuore.
Chi dice: «Non sono peccatore» oppure: «Non lo sono stato» è ingrato verso il Salvatore.
Nessuno degli uomini in questa massa di mortali che trae origine da Adamo, assolutamente nessuno degli uomini non è malato, nessuno è risanato senza la grazia di Cristo.
Agostino insiste sulla necessità di riconoscere la propria condizione davanti a Cristo, medico dell’umanità. Chi va a Cristo ha in sé che debba essere risanato; chi non ne ha, non c’è ragione per la quale debba essere presentato al medico.
La guarigione ricevuta non deve condurre all’autosufficienza, ma alla confessione del bisogno e alla riconoscenza.
Non disperate, dunque. Siete malati? Avvicinatevi a lui e sarete risanati; siete ciechi? Avvicinatevi a lui e sarete illuminati.
E voi, i risanati, rendete grazie a lui; e voi che siete malati e correte a lui per essere risanati, dite tutti: «Venite, adoriamo, prostriamoci davanti a lui, in lacrime davanti al Signore che ci ha creati e uomini e salvati».
La grazia precede la risposta dell’uomo
Giacché, se egli ci ha creati uomini, ma da noi stessi ci siamo salvati, noi abbiamo fatto qualcosa di meglio di lui; conta di più un uomo salvato che un uomo qualsiasi.
Pertanto, se Dio ti ha fatto uomo e tu hai fatto di te un uomo buono, è migliore ciò che hai fatto tu. Non ti esaltare al di sopra di Dio: sottomettiti a Dio, adora, prostrati, riconosci colui che ti ha creato.
Nessuno infatti ricrea, tranne colui che crea; non c’è chi rinnovi, se non chi ha fatto il nuovo.
Questo si trova anche in un altro Salmo: «Egli ci ha fatti, non ci siamo fatti noi».
Senza dubbio quando ti ha fatto nulla tu avevi che potessi fare. Ma ora che già esisti, anche a te è possibile fare qualcosa: affrettarti dal Medico, invocare il Medico che è ovunque presente.
E perché tu invocassi, ha rinfrancato il tuo cuore e ti ha donato di poter invocare: «E’ Dio infatti che suscita in voi e il volere e l’operare secondo la buona volontà».
Perché tu avessi buona volontà, ha preceduto la sua chiamata.
Agostino riassume il rapporto tra grazia e libertà con una formula incisiva: tutto ciò che l’uomo possiede di buono viene da Dio, mentre il peccato appartiene all’uomo.
Riconosci che tutte queste cose, tutto ciò che hai di buono, ti viene da Dio, da te tutto ciò che hai di male.
Quanto ai tuoi beni, non lodarti trascurando lui; quanto ai tuoi mali, non accusare lui e scusare te; questa è la vera confessione.
La confessione come ritorno a Dio
Egli che ti ha prevenuto in tanti beni, verrà da te ed esaminerà i suoi doni e i tuoi mali; egli in te osserva in che modo avrai usato del suo dono buono.
Pertanto, poiché con tutti questi doni ti ha prevenuto, considera in che cosa tu possa prevenire la presenza di lui che verrà.
Ascolta il Salmo: «Preveniamo la sua venuta nella confessione». Preveniamo la sua venuta; prima che egli venga, sia reso propizio; prima che si renda presente, sia placato.
Sii nel giubilo con il Salmo; prevenendo la sua presenza nella confessione, accùsati; giubilando nel Salmo, loda lui.
Con l’accusa di te stesso e con la lode di lui che ti ha creato, chi è morto per te verrà e ti darà la vita.
Il samaritano del Vangelo compie proprio questo movimento: riconosce il dono, riconosce il Donatore, torna indietro, si umilia e loda.
La fede che salva e rende integri
Il testo di Luca mostra che tutti e dieci hanno fede, eppure una differenza radicale emerge tra di loro quando uno solo torna da Gesù per ringraziarlo.
Tutti sono guariti, ma uno solo lo vede, cioè lo riconosce e vi risponde. Quest’uomo sa vedere ciò che è avvenuto alla propria vita, riconosce che è grazie a un altro che è avvenuto ciò che è avvenuto e risponde a questo evento.
La differenza tra i nove e questo uno è nel suo saper vedere e rispondere. Si tratta di una differenza che si situa sul piano prettamente umano e precede la differenza religiosa che separava giudei e samaritani e i loro rispettivi luoghi di culto e sistemi sacerdotali.
La tua fede ti ha salvato va dunque intesa come: ti ha posto nell’unità, ti ha dato integrità, ti ha situato nella tua verità umana.
La tua fede aderisce alla tua umanità, fa tutt’uno con essa. È a questa fede, che integra pienamente l’umano, che Gesù dice il suo sì.
Gli altri nove si saranno fatti vedere dai sacerdoti e avranno certamente goduto della nuova condizione di guariti, ma non avranno visto ciò che è intervenuto nella loro vita e così saranno restati nella loro cecità, nell’inerzia di chi ha occhi e non vede, orecchie e non sente, bocca e non parla.
Guariti dalla lebbra, ma non dalla cecità.
Il ringraziamento e la presenza di Dio
Il samaritano non si presenta ai sacerdoti, ma ringrazia Gesù. E Gesù non si lamenta del fatto che nessun altro sia venuto a ringraziare lui, ma si stupisce che uno solo sia tornato indietro a dare gloria a Dio.
Uno solo ha riconosciuto il Dio che agisce nei rapporti intraumani e ha saputo discernere il Dio che lui narra nella sua umanità.
Davvero, non è più sul monte Garizim, dove celebravano il culto i samaritani, o nel tempio di Gerusalemme, dove adoravano i giudei, ma nell’umanità di Gesù che va riconosciuta la presenza di Dio.
Non nella mediazione religiosa, ma nell’immediatezza umana.
In ogni Eucaristia, “rendimento di grazie”, avviene questo ritorno. Ogni credente, come il samaritano, il credente guarito torna ai piedi di Cristo per dire grazie.
Il suo “grazie” diventa comunione e relazione con Lui. È lì che la fede raggiunge la sua maturità: non nel chiedere e ottenere, ma nel ringraziare.
La gratitudine è la porta della salvezza. Solo chi sa tornare, chi sa ricordare, chi sa apprezzare, scopre che il dono più grande non è ciò che ha ricevuto, ma Colui che dona tutto.
«Nessuno si cambi, nessuno sia lebbroso»
Agostino applica il simbolo della lebbra anche alla mente e alla fede instabile.
Questo tenete per fermo, in questo perseverate. Nessuno si cambi, nessuno sia lebbroso.
Una dottrina suscettibile di variazioni, che non ha la caratteristica dell’uniformità, significa la lebbra della mente; e questa la monda Cristo.
Tu hai forse apportato in qualcosa un cambiamento, vi hai riflettuto ed hai migliorato la tua opinione; ciò che si presentava in diversità di opinioni, è divenuto coerentemente uniforme.
Non fartene un merito personale, per non trovarti fra i nove che non furono grati.
Uno solo rese grazie, gli altri erano Giudei; quello era uno straniero, era figura dei popoli stranieri, quell’uno dette le decime a Cristo.
Dunque dobbiamo a lui l’essere, la vita, l’intelligenza; che siamo uomini, che viviamo bene, che abbiamo una retta intelligenza lo dobbiamo a lui.
Nulla è nostro di ciò che abbiamo, solo il peccato. Che cosa possiedi infatti che tu non abbia ricevuto?
Quindi voi, voi soprattutto che comprendete ciò che ascoltate, ponete in alto il vostro cuore, risanato dall’infermità, mondato dalla incostanza e rendete grazie a Dio.
La salute temporale e la salvezza eterna
In un altro discorso, sant’Agostino distingue la salute del corpo dalla salute eterna. È vero che nella situazione temporale dell’uomo niente è più prezioso di questa salute, eppure è vana.
Perciò, fratelli, aspiriamo alla salute eterna, chiediamola insistentemente con tutta la forza del desiderio, viviamo nei buoni costumi protesi verso di essa; questa vogliamo ricercare con la fede, questa con la speranza, questa con l’amore.
Ma rendiamone grazie se avrà concesso la salute fisica. Infatti, si trattava proprio di questa salute quanto fu elargito ai dieci lebbrosi; questa salute fu lo scopo per cui i dieci lebbrosi furono mondati da Cristo Signore: eppure chi si mostra grato riceve lode e gli ingrati vengono riprovati.
Pertanto, dobbiamo rendere grazie anche nel ricevere da lui questa salute, ma, se sarà necessario, disponiamoci a disprezzare anche quello che ci ha dato, al fine di raggiungere beni più grandi.
La salute del corpo è un dono, ma non è il bene ultimo. Il Vangelo conduce oltre la guarigione visibile, verso la comunione eterna con Dio.
Il medico e il malato
Agostino presenta Cristo come il medico che viene incontro all’uomo malato. «Cristo Gesù è venuto nel mondo a salvare i peccatori».
Non disperate. Siete malati? Avvicinatevi a lui e sarete risanati; siete ciechi? Avvicinatevi a lui e sarete illuminati.
La guarigione non nasce dal merito dell’uomo, ma dalla misericordia di Cristo accolta nella fede.
Ha portato a lungo il mio male, e così lo ha tolto; come il medico buono ha tollerato pazientemente il violento, egli è stato a trattenermi mentre io lo ferivo, mi ha fatto il dono di essere ferito per lui.
Cristo non respinge il malato che si avvicina, ma lo trasforma attraverso la pazienza della grazia.
La salvezza ci viene da Dio, non da noi. I benefici della grazia sono il fondamento della riconoscenza, perché l’uomo non può attribuire a se stesso l’origine del bene ricevuto.
La domanda di Gesù: «E gli altri nove dove sono?»
La domanda di Gesù non è un semplice rimprovero rivolto al gruppo assente. Essa interpella ogni credente: che cosa facciamo dopo aver ricevuto un dono?
Quando riceviamo una grazia, una benedizione, una guarigione, dove siamo noi? Pensiamo alla nostra vita quotidiana.
Quante volte chiediamo a Dio con insistenza: un lavoro, la salute per un familiare, la risoluzione di un problema economico, la pace in famiglia. E quando finalmente la grazia arriva, quante volte ci ricordiamo di ringraziare?
Siamo come quei nove lebbrosi che corrono via, felici della loro pelle risanata, ma dimentichi di Chi li ha guariti.
Continuiamo a chiedere, sempre a chiedere, come bambini capricciosi che pretendono regali ma non dicono mai «grazie».
Quando dimentichiamo di ringraziare, il nostro cuore si indurisce, diventa arido. Pensiamo a quelle persone che vivono nella lamentela continua, che non sanno vedere il bene ricevuto: sono sempre insoddisfatte, sempre arrabbiate con la vita, con gli altri, con Dio stesso.
La gratitudine nella vita quotidiana
La gratitudine non riguarda soltanto i grandi miracoli. Essa si esercita nella memoria dei doni ordinari e nel riconoscimento delle persone attraverso le quali Dio ci raggiunge.
Guardiamo ai piccoli gesti quotidiani. Un marito che non ringrazia mai la moglie per il pranzo preparato con amore; una moglie che non riconosce il sacrificio del marito che lavora; figli che considerano tutto dovuto, dai genitori che si alzano all’alba per loro.
E così la gratitudine scompare dalle famiglie, e con essa scompare la gioia.
Come possiamo coltivare un cuore grato? Iniziamo dalle piccole cose. Ogni sera, prima di dormire, prendiamoci cinque minuti per elencare almeno tre cose belle della giornata.
Può essere un sorriso ricevuto, un caffè bevuto con calma, il sole che entra dalla finestra, la salute che ci permette di camminare.
Riscopriamo il valore del «grazie» nelle nostre relazioni. Ringraziamo chi ci serve al supermercato, chi guida l’autobus, chi ci tiene la porta.
E soprattutto, torniamo da Gesù nell’Eucaristia - che significa proprio «rendimento di grazie» - per dirgli semplicemente: «Signore, grazie».
La guarigione dell’insensibilità
Un medico che ha lavorato per molti anni in un lebbrosario ha esclamato: «Sia ringraziato Iddio per il dolore!», poiché il motivo per cui i lebbrosi perdono le dita, gli arti e persino gli elementi che compongono il volto non è la malattia di Hansen, bensì l’assenza di sensibilità, l’intorpidimento, l’incapacità di provare dolore.
Un lebbroso può facilmente scavarsi la carne delle dita girando una chiave in una serratura che offre resistenza, senza accorgersi che si sta tagliando; può non accorgersi che un’infezione sta invadendo la sua carne straziata finché non gli cadono le dita.
Un lebbroso potrebbe tenere in mano il manico bollente di una pentola posta sul fuoco, senza accorgersi che si sta bruciando la mano, poiché non ha né sensibilità né dolori che lo rendono cosciente del pericolo.
Allo stesso modo, talvolta i vari disagi di cui facciamo esperienza ci mettono in guardia contro i nostri atteggiamenti distorti e paralizzanti.
Resta il fatto che possiamo imparare le lezioni del dolore solo quando l’allievo è pronto.
Ciò significa che dobbiamo essere disposti a calarci nel nostro dolore, per cercare di trarne la lezione; significa che dobbiamo reprimere l’istinto che ci spinge a fuggirlo; significa che dobbiamo rifiutare qualsiasi inclinazione a intorpidirci nell’insensibilità pur di non sentire nulla.
La preghiera del lebbroso
L’orazione iniziale del percorso spirituale può diventare la preghiera di ogni persona che si riconosce bisognosa della misericordia di Cristo.
Signore, mentre ancora camini attraversando le nostre terre, oggi ti sei fermato qui e sei entrato nel mio villaggio, nella mia casa, nella mia vita.
Non hai avuto paura, non hai disdegnato la profonda malattia del mio peccato; anzi, ancora di più Tu mi hai amato.
A distanza mi fermo, o Maestro, insieme ai miei fratelli e alle mie sorelle che camminano con me in questo mondo.
Alzo la mia voce e ti chiamo; mostro a te la ferita dell’anima mia.
Ti prego, guariscimi con l’unguento buono del tuo santo Spirito, dammi la medicina vera della tua Parola; non c’è niente altro che possa guarirmi, se non Tu, che sei l’Amore.
La preghiera non pretende di presentarsi davanti a Dio come già pura. Essa nasce dalla distanza, dalla ferita e dalla fiducia nella misericordia.
Domande per la meditazione
Se in questo momento, Gesù, passando e attraversando la mia vita, si fermasse per entrare nel mio villaggio, io sarei pronto ad accoglierlo?
Sarei gioioso nel lasciarlo entrare? Lo inviterei, insisterei, come i discepoli di Emmaus?
E com’è il mio rapporto con Lui? Riesco a chiamarlo per nome, come hanno fatto i lebbrosi, pur così a distanza, ma con tutta la forza della loro fede?
Nasce mai l’invocazione del nome di Gesù dal mio cuore, dalle mie labbra?
Quando sono nel pericolo, nel dolore, nel pianto, quali esclamazioni escono spontanee da me?
Perché non comincio a ripetere il nome di Gesù nel mio cuore, poi magari anche sulle labbra, come una preghiera, o come un canto?
Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?
La preghiera del rendimento di grazie
Signore, ho raccolto il miele buono delle tue parole dalla divina Scrittura; tu mi hai dato luce, mi hai nutrito il cuore, mi hai mostrato la verità.
So che nel numero di quei lebbrosi, di quei malati, ci sono anch’io e so che tu mi stai aspettando, perché torni, pieno di gioia, a fare Eucaristia con te, nel tuo amore misericordioso.
Ti chiedo ancora la luce del tuo Spirito per poter vedere bene, per conoscere e per lasciarmi cambiare da te.
Ecco, Signore, apro il mio cuore, la mia vita, davanti a te. Guardami, interrogami, risanami.
Allora prego, insieme agli apostoli e dico anch’io: «Signore, aumenta la mia fede!»; «Aiutami nella mia incredulità!».
Il cuore riconoscente e la misericordia verso gli altri
La gratitudine ricevuta da Dio non può restare chiusa nell’intimità personale. Chi è stato raggiunto dalla misericordia impara a riconoscere le ferite degli altri.
Insegnaci, Signore, a non amare solo noi stessi, a non amare soltanto i nostri cari, a non amare soltanto quelli che ci amano.
Insegnaci a pensare agli altri, ad amare anzitutto quelli che nessuno ama.
Concedici la grazia di capire che in ogni istante, mentre noi viviamo una vita troppo felice e protetta da te, ci sono milioni di esseri umani, che pure sono tuoi figli e nostri fratelli, che muoiono di fame senza aver meritato di morire di fame, che muoiono di freddo senza aver meritato di morire di freddo.
Signore abbi pietà di tutti i poveri del mondo; e non permettere più, o Signore, che viviamo felici da soli.
Facci sentire l’angoscia della miseria universale e liberaci dal nostro egoismo.
Maria, modello di gratitudine
Il samaritano si prostra ai piedi di Gesù e gli rende gloria. Ecco il modello della preghiera di ringraziamento: umiltà e lode.
Non parole vuote, ma un gesto concreto, un cuore che si abbassa riconoscendo che tutto è dono.
Come Maria, la Madre di Gesù, che nel Magnificat canta: «L’anima mia magnifica il Signore… perché ha guardato l’umiltà della sua serva… grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente».
Che la Vergine Maria, maestra di gratitudine, ci insegni ogni giorno a non essere smemorati ma ci conceda la grazia di un cuore grato, capace di riconoscere ogni giorno le meraviglie che il Signore compie nella nostra vita, e di tornare sempre da Gesù per dirgli, con semplicità e verità: «Grazie, Signore, perché sei buono e il tuo amore è per sempre».
