Commento del Vangelo di lunedì 15 dicembre: «Il battesimo di Giovanni da dove veniva?»

Nel Vangelo di lunedì 15 dicembre, Gesù entra nel tempio e viene interrogato dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo: «Con quale autorità fai queste cose? E chi ti ha dato questa autorità?». Gesù non risponde direttamente, ma pone a sua volta una domanda sul battesimo di Giovanni: «Dal cielo o dagli uomini?». In questo modo svela che il problema dei suoi interlocutori non è davvero conoscere la verità, ma difendere la propria posizione.

Il brano invita a riconoscere l’autorità di Gesù non attraverso titoli o spiegazioni astratte, ma attraverso la coerenza della sua vita, la verità delle sue parole e i frutti del suo agire. L’autorità di Cristo è l’autorità dell’amore: illumina, guarisce e libera, ma diventa visibile soltanto a chi smette di calcolare e comincia a fidarsi.

Il Vangelo del giorno

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,23-27).

In quel tempo, Gesù entrò nel tempio e, mentre insegnava, gli si avvicinarono i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo e dissero: «Con quale autorità fai queste cose? E chi ti ha dato questa autorità?». Gesù rispose loro: «Anch’io vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, anch’io vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?».

Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, ci risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Se diciamo: “Dagli uomini”, abbiamo paura della folla, perché tutti considerano Giovanni un profeta». Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo». Allora anch’egli disse loro: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

Parola del Signore.

Una domanda che mette a nudo il cuore

I capi del tempio interrogano Gesù per sospetto, non per cercare la verità. Vogliono incasellarlo, capire da dove viene la sua autorità per poterla giudicare. Ma Gesù non entra nella loro trappola.

«Con quale autorità fai queste cose?» è la domanda che nasce quando ci accorgiamo che la presenza di Gesù mette in crisi i nostri equilibri, costringe le nostre sicurezze a tremare. In fondo, gli uomini del tempio non temono Gesù perché fa il male, ma perché sconvolge un ordine che per loro funzionava. È paradossale: a volte preferiamo un ordine sterile a una verità che ci libera.

Gesù non risponde alla loro domanda perché sa che non è una vera ricerca. È una difesa. Per questo ribalta la situazione chiedendo loro del battesimo di Giovanni. È come dire: «Se non avete riconosciuto la verità seminata nel vostro cuore dai profeti, come potete riconoscere la verità davanti a voi?».

Il battesimo di Giovanni: dal cielo o dagli uomini?

La domanda di Gesù riguarda l’origine del battesimo di Giovanni. Se i capi riconoscono che viene dal cielo, devono ammettere di non aver creduto a Giovanni; se invece lo definiscono un’iniziativa soltanto umana, rischiano la reazione della folla, che considera Giovanni un profeta.

Essi discutono non per comprendere, ma per calcolare le conseguenze della risposta. La loro esitazione è la nostra: sanno cosa pensare, ma non sanno cosa conviene dire. La verità è chiara, ma non è conveniente secondo la logica di questo mondo.

«Non lo sappiamo». È la risposta più triste, perché non nasce dall’ignoranza, ma dalla mancanza di coraggio. È la risposta di chi vede la luce ma preferisce restare nell’ombra.

Quante volte non scegliamo ciò che è giusto, ma ciò che ci tutela? Quante volte la paura di perdere la stima degli altri ci impedisce di riconoscere la voce di Dio? Eppure, la vita spirituale cresce solo quando accettiamo di farci raggiungere dalla verità, anche quando ci mette in crisi.

L’autorità di Gesù è coerenza e testimonianza

Qual è l’autorità che ha Gesù? È quello stile del Signore, quella 'signoria' - diciamo così - con la quale il Signore si muoveva, insegnava, guariva, ascoltava.

Gesù aveva autorità perché era coerente tra quello che insegnava e quello che faceva, cioè come viveva. Quella coerenza è quello che dà l’espressione di una persona che ha autorità: “Questo ha autorità, questa ha autorità, perché è coerente”, cioè dà testimonianza.

L’autorità si fa vedere in questo: coerenza e testimonianza. L’autorità di Cristo è l’autorità dell’amore: illumina, guarisce, libera. Ma diventa visibile solo a chi smette di calcolare e comincia a fidarsi.

Gesù non rivela la sua autorità a chi non desidera la verità, perché essa si comprende solo vivendola. Solo quando smettiamo di difenderci, Gesù riesce finalmente a parlarci.

Giovanni, il profeta che prepara la venuta di Cristo

In pieno Avvento, la Parola di Dio presenta il Santo Precursore di Gesù, Giovanni Battista. Dio Padre ha ordinato la preparazione per la venuta, vale a dire, l’Avvento, di suo Figlio nella nostra carne, nato da Maria Vergine, in molti modi, come si dice all’inizio della Lettera agli Ebrei (1,1).

I patriarchi, i profeti e i re hanno preparato la venuta di Gesù. Vediamo le due genealogie, nei vangeli di Matteo e Luca. Egli è figlio di Abramo e di Davide. Mosè, Isaia e Geremia annunciarono il suo Avvento e descrissero le caratteristiche del suo mistero.

Ma Giovanni Battista, come dice la liturgia (Prefazio della sua festa), lo segnalò con il dito, e gli spettò -misteriosamente!- Battezzare del Signore. Fu l’ultimo testimone prima della venuta di Gesù. E lo fù con la sua vita, la sua morte e la sua parola.

Anche la sua nascita è stata annunciata, come quella di Gesù, e preparata, secondo il Vangelo di Luca (caps. 1 y 2). E la sua morte da martire, vittima della debolezza di un re e l’odio di una donna malvagia, prepara anche la morte di Gesù.

Per questo, ricevette straordinari elogi da Gesù, come leggiamo nei Vangeli di Matteo e di Luca (cf. Mt 11,11; Lc 7,28): «Tra i nati di donna non c’è nessuno più grande di Giovanni».

Lui, davanti a ciò che non può ignorare, è modello di umiltà: «al quale io non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali» (Lc 3,16), ci dice oggi. E, secondo Giovanni (3,30): «Egli deve crescere e io invece diminuire».

La verità richiede un cuore libero

La scena evangelica mostra la differenza tra chi cerca la verità e chi cerca soltanto una risposta conveniente. I capi dei sacerdoti e gli anziani hanno davanti a sé il segno di Giovanni e la presenza di Gesù, ma non vogliono lasciarsi interrogare da ciò che vedono.

Quando il cuore si chiude, nemmeno Dio può convincerci. La verità può essere riconosciuta soltanto da chi accetta di lasciarsi cambiare. La fede non consiste nel possedere una spiegazione, ma nel lasciarsi illuminare dalla presenza di Dio.

Gesù invita a non cercare titoli o spiegazioni, ma a guardare i frutti, la verità che Lui porta, il bene che nasce dal suo passare. L’autorità di Gesù non si comprende con ragionamenti, ma con un cuore che ascolta.

Nel suo silenzio finale scopro che solo chi si lascia illuminare può riconoscere l’origine della sua vita.

La Parola dell’Avvento: gioia, fiducia e conversione

La liturgia dell’Avvento richiama il popolo alla gioia e alla fiducia: «Rallègrati, figlia di Sion, grida di gioia, Israele, esulta e acclama con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme!». Il Signore ha revocato la condanna, ha disperso il nemico e rimane in mezzo al suo popolo come salvatore potente.

«Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente. Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia».

Il Salmo responsoriale proclama: «Canta ed esulta, perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele». E invita ad attingere con gioia alle sorgenti della salvezza, a rendere grazie al Signore e a proclamare fra i popoli le sue opere.

Paolo scrive ai cristiani di Filippi: «Fratelli, siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti». La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino!

Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù.

La conversione diventa concreta

Giovanni Battista non propone una conversione astratta. Quando le folle gli chiedono: «Che cosa dobbiamo fare?», egli risponde indicando gesti concreti e quotidiani.

«Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Ai pubblicani dice: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Ai soldati raccomanda: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».

Le risposte del profeta sono sconcertanti: consigli banali, semplici, non propone nessuna scelta radicale impossibile, nessun sogno eccessivo: condividete, non rubate, non siate violenti…

Al popolo, credente e devoto, Giovanni chiede di condividere, di non lasciare che la fede resti solo preghiera o vaga appartenenza, ma di farla vibrare nella vita questa fede, di lasciare che contagi le nostre vite e le nostre scelte concrete, per non rendere schizofrenica la nostra religiosità.

Ai pubblicani, appaltatori delle tasse e ladri, chiede di essere onesti, di non esigere troppo nascondendosi dietro ad un dito. Ai soldati, abituati alla violenza, Giovanni chiede mitigazione e giustizia, di non spadroneggiare.

Giovanni ha ragione: dalle cose piccole nasce l’accoglienza. Giovanni ha ragione, fai bene ciò che sei chiamato a fare, fallo con gioia, fallo con semplicità e diventa profezia, strada pronta per accogliere il Messia.

Una somma di piccoli gesti

Era normale per i pubblicani rubare, normale per i soldati essere prepotenti, normale per la gente accumulare quel poco che guadagnava. Allora come oggi. Giovanni mostra una storia “altra”: sii onesto, non essere prepotente, condividi.

Questa storia “altra” è la nostra civiltà, quella da difendere con la ragione e la profezia. Questo possiamo fare, oggi, per contrastare ogni violenza, ogni sopruso, ogni scoraggiamento. Per accogliere Dio che viene.

Diventa eroico, anche oggi, essere integerrimi nell’onestà sul lavoro, profetico essere persone miti in un mondo di squali, sconcertante porre gesti di gratuità. Dio si fa piccolo. Nei piccoli atteggiamenti ne rintracciamo la scia luminosa.

E questo dona gioia, sin d’ora. Perché il Dio felice ama le persone felici e che creano felicità.

Il Dio che viene e chiede di essere accolto

È nato nella storia, tornerà nella gloria e ora chiede di farlo nascere in ciascuno di noi. Così è il Dio che diventa carne. Il Dio che sorride, canta con gli amici, piange, ama. Il Dio venuto, che verrà, che viene.

Che mi chiede di diventare mangiatoia, culla per accoglierlo. Io, proprio io, adesso, qui. Non quando mi sono avvicinato alla fede. Non quando le cose andavano bene. Non quando le chiese erano quasi piene e la vita di fede condivisa.

In questo deserto di anime siamo chiamati a fare Natale. Facendo a gomitate con l’altro natale, quello farlocco, quello mieloso, quello finto. Per farlo sono chiamato ad alzare lo sguardo sopra il caos che ci assale.

Per farlo sono chiamato a dire sì come ha saputo fare Maria. Per farlo sono chiamato a fare piccoli gesti, una somma di piccole cose, piccoli passi possibili. Come ci insegna il battezzatore arso dai sole e dal vento. E che non si prende per Dio.

La gioia come segno della presenza di Dio

Dio è felice. Questa racconta il profeta Sofonia al popolo in esilio. Non è felice perché il popolo soffre, ma perché sa che lo ricondurrà a Gerusalemme. Dio è felice. Di creare, di amare, di esistere, di salvare, di essere.

Dio è felice, perché ha deciso di intervenire, di forzare la mano anche se si era preso l’impegno di restare nascosto, defilato, perché l’Amore non può che lasciarci liberi. Dio è felice perché viene, perché nasce, perché libera, perché motiva.

È un Dio felice quello che aspettiamo. Un Dio che porta felicità quando meno ce la aspettiamo. Dio è felice e noi con lui.

Nella Bibbia si usano più di venticinque termini per descrivere la felicità. Così, per ricordare a noi cattolici spesso depressi e dolenti che la fede ha a che fare con la gioia.

Paolo scrive ai cristiani di Filippi: è vero, ci sono fatiche, ci si lascia cadere le braccia vedendo le tante contraddizioni che viviamo, siamo continuamente travolti da mille notizie che ci scoraggiano. Ma se Dio è vicino, scrive Paolo, nulla ci può veramente spegnere, angustiare, allontanare. Da lui.

E in questo consiste la speranza: in una attesa che si compia una promessa fatta da qualcuno di affidabile. Avvento è questo: tornare a credere che Dio è felice e che ci rende felici.

Giovanni indica una strada accessibile a tutti

Come la folla di Gerusalemme che scende fino al Mar Morto per incontrare il profeta Giovanni. Hanno il tempio, e i sacerdoti, e il culto, ma non hanno il cuore colmo. Riti, non verità. Stanca abitudine, non parole che scuotono e fanno risorgere.

Vanno da Giovanni, chiedono aiuto, chiedono un percorso, tappe, indicazioni. Cosa dobbiamo fare? Per essere felici. Per vivere, finalmente. Per fiorire.

Ed è qualcosa di straordinario, inatteso, essenziale. Cosa dobbiamo fare? Siamo noi a dover fare. Nessuno fa al posto nostro, nessuno ci regala la felicità e la pienezza. Solo io posso prendere in mano la mia vita lasciandola illuminare dalla pienezza di Dio.

Sono io il capitano della mia barca. E Giovanni indica.

Il battesimo nello Spirito Santo

Giovanni dice: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco».

Che cosa significa battezzare? Immergere. Viene Gesù che immerge nello Spirito Santo.

Che cos’è lo Spirito Santo? Il Figlio esiste perché è amato infinitamente dal Padre, e quell’amore che il Padre ha verso il Figlio per cui lo fa esistere perché lo ama, ed esiste solo perché lo ama, quell’amore è lo Spirito Santo.

Il Figlio ama il Padre e il Padre esiste perché è amato infinitamente dal Figlio, e quell’amore è lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è amore, è lo Spirito di Gesù e del Padre.

Noi siamo incapaci di amare, ma il Signore ci immerge nel suo Spirito per cui amiamo come ama lui. Lo Spirito Santo ti dà la facoltà di far esistere gli altri perché li ami come li ama Dio!

Fate esistere tutti! Lasciatevi vincere dall’amore di Dio! È il canto della gioia!

Umiltà e testimonianza

«Imparate da Giovanni stesso un esempio di umiltà. Non si lasciò confondere, si umiliò se stesso. Capì dove aveva la sua salvezza; capì che non era più che una fiaccola, e temette che il vento della superbia la potesse spegnere».

Giovanni non si attribuisce il posto di Cristo. Egli prepara, indica, testimonia e poi si fa da parte. «Egli deve crescere e io invece diminuire».

La sua umiltà non è svalutazione, ma verità. Giovanni conosce la propria missione e non cerca di oltrepassarla. Proprio per questo la sua testimonianza è credibile.

Giovanni Battista, che cammina innanzi al Signore è «con lo spirito e la forza di Elia» (Lc 1,17), annunzia Cristo come colui che «battezzerà in Spirito Santo e fuoco» (Lc 3,16), quello Spirito di cui Gesù dirà: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49).

Ascoltiamo oggi la sua parola, che ci esorta a condividere ciò che abbiamo e a rispettare la giustizia e la dignità di tutti. Prepariamoci così a ricevere Colui che viene ora a salvarci e verrà nuovamente a “giudicare i vivi ed i morti”.

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