Il Venerdì Santo nelle parole di Paolo VI: la Croce, il silenzio e la speranza della Risurrezione

Il Venerdì Santo invita a contemplare la Passione e la morte di Cristo come il centro del mistero della salvezza: «Con la tua Croce hai redento il mondo». La Croce, che nell’ordine umano sembra rappresentare la sconfitta e la morte, nella fede cristiana diventa il luogo in cui l’amore di Dio vince il peccato e apre la strada alla Risurrezione.

La meditazione di Paolo VI sul Venerdì Santo si comprende alla luce di una spiritualità profondamente cristocentrica, fondata sulla Parola di Dio, sulla liturgia, sulla preghiera e sull’adorazione. In essa la sofferenza di Cristo non rimane un evento del passato, ma diventa una chiamata a riconoscere le sofferenze dell’umanità e a vivere con fede, carità e responsabilità il mistero pasquale.

«Con la tua Croce hai redento il mondo»

“Adoramus Te, Christe, et benedicimus Tibi, quia per sanctam Crucem tuam redemisti mundum - Noi ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo, perché con la tua Croce hai redento il mondo”. Con la tua Croce! Ad ogni stazione della Via Crucis abbiamo cantato quest’invocazione che esprime non solo il senso del Venerdì Santo, ma il mistero stesso della nostra salvezza.

Con la Croce Gesù ci ha strappati dal potere della morte e del peccato; con la Croce ci ha redenti e ci ha riaperto le porte dell’eterna beatitudine. Al termine di questo giorno di penitenza e di preghiera, restiamo in silenziosa contemplazione di Dio che ha sacrificato il suo Figlio, il suo unico Figlio, per la salvezza del mondo.

La Via Crucis ci ha fatto rivivere la passione di Cristo, passione che misteriosamente continua nel nostro tempo e fino alla fine dei tempi. Quanti nostri fratelli e sorelle stanno rivivendo nella loro carne il dramma del Calvario! Quanto numerose sono le “vie crucis” dimenticate!

Penso alle tragiche immagini di violenza, di guerre e di conflitti, che quotidianamente ci giungono da tanti luoghi; all’angoscia e al dolore di individui e di popoli d’ogni Continente; alla morte per fame e per stenti di migliaia di adulti e di bambini innocenti; allo sfregio della dignità umana, purtroppo perpetrato a volte nel nome di Dio.

Possiamo restare indifferenti dinanzi a questo lancinante grido di dolore che si leva da tante parti del Pianeta? Quando gli esseri umani tacciono impotenti dinanzi a queste inquietanti domande, la risposta è offerta dalla fede.

La Croce come mistero della fede

È una risposta racchiusa nell’evento stesso che quest’oggi commemoriamo: la morte di Cristo. Mentre, in effetti, la notte è ancora scura, si intravede già l’alba del giorno nuovo, il giorno della risurrezione.

La vittoria definitiva non è della morte. L’ultima parola è di Dio, che risusciterà, il terzo giorno, il Figlio unigenito immolato per noi.

«Ecce lignum crucis in quo salus mundi pependit… Venite adoremus». Abbiamo sentito questa parola nell’odierna liturgia: ecco il legno della croce. È la parola chiave del Venerdì Santo.

Ieri, nel primo giorno del «Triduum Sacrum», il Giovedì Santo, abbiamo sentito «Hoc est corpus meum quod pro vobis tradetur. Ecco il mio corpo che sarà dato per voi». Oggi noi vediamo come queste parole di ieri, Giovedì Santo, si sono realizzate: ecco il Golgota, ecco il Corpo di Cristo sulla Croce.

«Ecce lignum Crucis in quo salus mundi pependit». Mistero della fede! L’uomo non poteva immaginare questo mistero, questa realtà. La poteva rivelare Dio solo.

L’uomo non ha la possibilità di donare la vita dopo la morte. La morte della morte. Nell’ordine umano, la morte è l’ultima parola.

La parola che viene dopo, la parola della Risurrezione, è parola solamente di Dio e per questo noi celebriamo con tanto profondo affetto questo «Triduum Sacrum».

Il Triduo pasquale: dalla morte alla Risurrezione

Oggi preghiamo Cristo deposto dalla Croce e sepolto. Viene sigillato il suo sepolcro. E domani in tutto il mondo, in tutto il cosmo, in tutti noi, sarà profondo il silenzio. Silenzio di attesa.

«Ecce lignum Crucis in quo salus mundi pependit». Questo Legno della morte, il Legno che ha portato alla morte il Figlio di Dio, apre la strada verso il giorno dopo: Giovedì, venerdì, sabato, domenica.

Domenica sarà Pasqua! E sentiremo le parole della liturgia. Oggi abbiamo sentito: «Ecce lignum Crucis in quo salus mundi pependit». Salus mundi! Sulla Croce!

E dopodomani, canteremo: «Surrexit de sepulchro… qui pro nobis pependit in ligno». Ecco la profondità, la semplicità divina, di questo Triduo pasquale.

Auguro a tutti noi di vivere questo Triduo il più profondamente possibile. Auguro a tutti voi, carissimi fratelli e sorelle, di vivere questo «Triduum Sacrum» - Giovedì, Venerdì, Sabato Santo, Vigilia pasquale, e poi la Pasqua -, di viverlo sempre più profondamente e anche di testimoniarlo.

Il Venerdì Santo e il simbolo del Colosseo

Siamo come ogni anno qui, intorno al Colosseo. È un simbolo. Questo Colosseo è un simbolo. Soprattutto ci parla dei tempi passati, di quel grande impero romano che è crollato.

Ci parla di quei martiri cristiani che qui hanno testimoniato con la loro vita e con la loro morte. È difficile trovare un altro posto dove il Mistero della Croce parli più eloquentemente che qui, davanti a questo Colosseo.

«Ecce lignum Crucis in quo salus mundi pependit». Salus mundi!

Via Crucis al Colosseo

La Croce e le sofferenze del mondo

Seguendo Gesù nella via della Sua passione vediamo non soltanto la passione di Gesù, ma vediamo tutti i sofferenti del mondo ed è questa la profonda intenzione della preghiera della Via Crucis: di aprire i nostri cuori e aiutarci a vedere con il cuore.

I Padri della Chiesa hanno considerato come il più grande peccato del mondo pagano la insensibilità, la durezza del cuore e amavano la profezia del profeta Ezechiele: “Vi toglierò il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (cf Ez 36,26).

Convertirsi a Cristo, divenire cristiano voleva dire ricevere un cuore di carne, un cuore sensibile per la passione e la sofferenza degli altri.

Il nostro Dio non è un Dio lontano, intoccabile nella sua beatitudine: il nostro Dio ha un cuore. Anzi ha un cuore di carne, si è fatto carne proprio per poter soffrire con noi ed essere con noi nelle nostre sofferenze.

Si è fatto uomo per darci un cuore di carne e per risvegliare in noi l’amore per i sofferenti, per i bisognosi.

Preghiamo in questa ora il Signore per tutti i sofferenti del mondo. Preghiamo il Signore perché ci dia realmente un cuore di carne, ci faccia messaggeri del Suo amore non solo con parole, ma con tutta la nostra vita. Amen.

Il Crocifisso come gloria e vittoria

Gesù “innalzato da terra” sopra la croce è simile al chicco di grano in terra e così può portare molto frutto (cf Gv 12,24). La Gloria non è premio alla croce, ma la stessa Croce è la Gloria: Elevatio Crucis, Exaltatio Gloriae.

La croce, lungi dall’essere un segno di fallimento, è trionfo e gloria. L’esaltazione designa, infatti, il potere regale di Cristo.

“Oggi è sospeso al legno Colui che ha sospeso la terra sulle acque, Cinto di una corona di spine, il Re degli angeli. Una porpora vergognosa riveste Colui che ha avvolto il cielo di nubi.

Riceve degli schiaffi, Colui che nel Giordano liberò Adamo. Appeso con dei chiodi, lo Sposo della Chiesa. Trafitto da una lancia, il Figlio della Vergine.

Adoriamo la tua passione, o Cristo; mostraci anche la tua gloriosa Risurrezione. La tua croce, o Signore, è vita e risurrezione per il popolo tuo.!” (Inno della Liturgia bizantina del VII secolo)

Il grido di Gesù sulla Croce

In questo momento così grave e solenne nel quale celebriamo la Passione e Morte di Gesù nostro Salvatore, siamo invitati, sull’onda del racconto evangelico, a contemplare con lo sguardo della fede gli istanti supremi della sua vita.

Diciamo subito che nel momento stesso in cui Gesù ha consegnato lo spirito (cf. Gv 19,30) - momento che, per l’evangelista Giovanni, coincide con la sua glorificazione - al battito del suo cuore di carne si è sostituito quello del cuore di Dio suo Padre.

Così, se dal punto di vista umano la vicenda terrena di Gesù sembrava essersi conclusa con un fallimento, dal punto di vista di Dio, invece, tutto riprendeva vita in maniera inedita.

La morte di croce, abbracciata volontariamente da Gesù per amore è divenuta per tutti noi veicolo di vita nuova. È il paradosso racchiuso nella sua morte di croce.

Ed è anche la ragione per cui noi cristiani adoriamo la croce di Gesù e la definiamo gloriosa. Gloriosa perché l’esito del suo sacrificio sul Calvario - ossia la vittoria dell’Amore di Dio sul male e sulla morte - troverà il suo suggello con la sua Risurrezione nella notte di Pasqua.

Ma trasportiamoci per un momento accanto a Maria, la madre di Gesù, e alle altre donne che, assieme a Giovanni, l’apostolo che Gesù amava, stavano con lei ai piedi della croce (cf. Gv 19,25).

Con loro fissiamo lo sguardo su Gesù morente e accogliamo e facciamo nostre le ultime parole da Lui pronunciate, così come ce le ha riportate l’evangelista Giovanni: «“È compiuto!” E, chinato il capo consegnò lo spirito» (Gv 19,30).

Sulla soglia della morte Gesù proferisce una semplice, serena costatazione nella quale è racchiusa la consapevolezza della sua immolazione: «È compiuto!».

In altre parole, Egli è consapevole che, solo abbracciando la morte di croce fino in fondo, avrebbe portato a termine la missione affi datagli dal Padre, quella di rivelare il suo disegno di amore e di salvezza per l’umanità intera.

Diversamente da Giovanni, gli altri tre evangelisti, Matteo, Marco e Luca, riferiscono che subito prima di morire Gesù «gridò a gran voce» (Mt 27,50).

Marco descrive il contenuto di questo grido con le parole: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34) - parole che nel vangelo di Matteo Gesù aveva già pronunciato in precedenza (cf. Mt 27,46) - mentre secondo Luca Gesù gridò: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46).

Se per l’evangelista Luca le ultime parole di Gesù esprimono la serena fiducia con cui riconsegna al Padre lo spirito - alludendo con esso allo Spirito Santo che l’aveva sempre accompagnato e sostenuto nella sua vita terrena - per Marco e Matteo l’accento è posto sulla drammaticità della morte di Gesù, sperimentata come negazione estrema della vita.

E tuttavia, anche in quelle parole, che sembrano dire l’abbandono di Dio, c’è tutta la fiducia del Figlio verso il Padre suo, fiducia con la quale esprime anche tutta la solidarietà con cui ha voluto condividere fino alla fine il destino degli esseri umani.

Solidarietà che non si è manifestata solo nel sottomettersi alla morte fisica - morte che avrebbe poi sconfitto dal di dentro con la sua risurrezione - ma che si è espressa anche nel contrastare tutto ciò che è apportatrice di morte sul piano morale e spirituale.

Pensiamo alle tante ingiustizie, alle oppressioni, alle devastazioni, ai genocidi, alle guerre, note e sconosciute, e alle violenze di ogni genere, perpetrate soprattutto a danno dei più deboli, che - oggi come allora - imperversano sulla faccia della terra.

Il grido di Gesù raccoglie e fa sue tutte le grida che salgono dall’umanità, incluse quelle dell’angoscia e della disperazione che sembrano pervadere il nostro tempo e attanagliare in una morsa letale il cuore di molti.

È un urlo spesso solo interiore che, per l’appunto, descrive bene l’animo dell’uomo contemporaneo, intriso di passioni tristi e corroso dal proprio, esasperato individualismo, dell’uomo che crede di potersi affrancare da Dio e che finisce, invece, col ritrovarsi prigioniero della propria solitudine.

Non così il grido di Gesù sulla croce. In esso c’è sì tutta la crudezza della derelizione e l’atrocità del dolore, ma vi è anche tutta l’incontaminata e illimitata fiducia che Gesù ripone nel Padre suo.

Gesù sa di non essere solo. Nel dire: «Tutto è compiuto!», è come se Gesù avesse detto: «Ho dato tutto me stesso e ho preso su di me il peso indicibile del peccato del mondo affinché gli uomini abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.

Ora ritorno al Padre, felice di avere obbedito alla sua volontà e di essermi immolato per la salvezza del mondo».

Nel grido di Gesù che si consegna alla morte sul Calvario, avvertiamo dunque distintamente l’infinito amore con cui si è fatto e continua a farsi solidale con le nostre miserie, le nostre povertà e le nostre sofferenze.

Sì, contemplando il Crocifisso, noi abbiamo la certezza che dalla sua morte promana una luce nuova, la luce dell’amore, una luce che può rischiarare anche l’esperienza più buia, dolorosa, drammatica della nostra esistenza.

Niente e nessuno, infatti, può smorzare il grido dell’amore, tanto più se questo amore ha una radice divina.

Se è stato possibile - perché Gesù stesso lo ha voluto - spegnere il suo cuore e il suo corpo, non è però stato possibile far morire l’amore di Dio che pulsava nelle sue vene e che ha trascinato con sé ogni particella del suo essere in disfacimento spalancandolo alla gloria sfolgorante della Risurrezione.

Sì, in Gesù tutto giunge a compimento in virtù della forza luminosa e travolgente dell’Amore, e grazie alla sua Passione e Morte anche tutti noi, possiamo accedere alla sovrabbondante grazia dell’Amore che tutto può.

Cristo crocifisso e alba pasquale

Maria Addolorata ai piedi della Croce

Stabat Mater dolorosa iuxta crucem lacrimosa. Ai piedi della Croce c’eri Tu, Madre Addolorata, speranza e sostegno di tutti gli uomini pellegrini sulla terra.

Anche sotto la Croce hai sperimentato il silenzio e l’abbandono, ma la tua fede non ha vacillato. O Vergine fedele, fa’ che restiamo in orante contemplazione del mistero che quest’oggi commemoriamo.

Aiutaci ad abbracciare con amore Cristo crocifisso, il tesoro più prezioso che l’Onnipotente ci abbia donato.

“Adoramus Te, Christe, et benedicimus Tibi, quia per sanctam Crucem tuam redemisti mundum “. La tua Croce, o Cristo, è la nostra salvezza!

Il Sabato Santo e il silenzio dell’attesa

Il Sabato Santo è il giorno del silenzio. Gesù, morto sulla Croce, è nel sepolcro mentre, nell’ora più buia, Maria veglia nell’attesa e custodisce la speranza.

Nelle tenebre di questo giorno irrompono nella Veglia la gioia e la luce per quanto sta per avvenire: l’incontro con Cristo Risorto.

La Chiesa, ancora una volta, si identifica con Maria: tutta la sua fede è raccolta in Lei, la prima e perfetta discepola, la prima e perfetta credente.

Nell’oscurità che avvolge il creato, Ella rimane sola a tenere accesa la fiamma della fede, sperando contro ogni speranza.

Nella grande Veglia Pasquale celebriamo Cristo Risorto centro e fine del cosmo e della storia; vegliamo pieni di speranza in attesa del suo ritorno, quando la Pasqua avrà la sua piena manifestazione.

La Veglia pasquale nella spiritualità di Paolo VI

Paolo VI, nell’omelia pronunciata durante la Veglia Pasquale del 9 aprile 1966, ricorda i tratti distintivi della vigilia e cioè “l’attenzione ascetica, l’esercizio della nostra volontà, l’impegno di tutte le nostre facoltà”.

Questo aspetto ascetico, aggiunge Papa Montini, diviene evidente “per il fatto che il Rito dovrebbe essere celebrato nel tempo destinato al riposo, al sonno, durante la notte. Perciò è molto lungo”.

“Lo sforzo per vincere il sonno assume in questa notte uno spiccato aspetto penitenziale, e cioè di grande, buona volontà, nel desiderio di andare al Mistero Pasquale preparati con qualche sacrificio e rinunzia, con un raffronto fra ciò che ci è abituale e caro e quel ch’è insolito e ancor più soave: l’incontro con Cristo Risorto”.

Nell'omelia della Veglia del 17 aprile 1965, Paolo VI ricorda invece che "la prima conseguenza della Resurrezione di Cristo sta nella resurrezione dell'uomo, nella partecipazione dell'intera umanità a così ineguagliabile vittoria".

"In che modo la Liturgia Pasquale presenta tale realtà?", si domanda Papa Montini. "Lo sappiamo: con il riferimento principe al Santo Battesimo".

E aggiunge: "Il Battesimo è il Sacramento pasquale per eccellenza".

«Cristo, tu sei necessario»

O Cristo, nostro unico mediatore, tu ci sei necessario per venire in comunione con Dio Padre, per diventare con te, che sei suo Figlio unico e Signore nostro, suoi figli adottivi, per essere rigenerati nello Spirito Santo.

Tu ci sei necessario, o solo vero maestro delle verità recondite e indispensabili della vita, per conoscere il nostro essere e il nostro destino, la via per conseguirlo.

Tu ci sei necessario, o Redentore nostro, per scoprire la miseria morale e per guarirla; per avere il concetto del bene e del male e la speranza della santità; per deplorare i nostri peccati e per averne il perdono.

Tu ci sei necessario, o fratello primogenito del genere umano, per ritrovare le ragioni vere della fraternità fra gli uomini, i fondamenti della giustizia, i tesori della carità, il bene sommo della pace.

Tu ci sei necessario, o grande paziente dei nostri dolori, per conoscere il senso della sofferenza e per dare ad essa un valore di espiazione e di redenzione.

Tu ci sei necessario o vincitore della morte, per liberarci dalla disperazione e dalla negazione e per avere certezza che non tradisce in eterno.

Tu ci sei necessario, o Cristo, o Signore, o Dio con noi, per imparare l’amore vero e per camminare nella gioia e nella forza della tua carità la nostra via faticosa, fino all’incontro finale con te amato, con te atteso, con te benedetto nei secoli. Amen.

Il rendimento di grazie

Signore, ti ringrazio che mi hai chiamato alla vita, e ancora di più che facendomi cristiano, mi hai generato e destinato alla pienezza della vita. Tutto è dono, tutto è grazia.

Come è bello il panorama attraverso il quale passiamo; troppo bello, tanto che ci lasciamo attrarre e incantare, mentre deve apparire segno e invito.

Questa vita mortale, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, è un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente, un avvenimento degno d’essere cantato in gaudio e in gloria.

Dietro la vita, dietro la natura, l’universo, tu ce lo hai rivelato, sta l’Amore. Grazie, o Dio, grazie e gloria a te, o Padre. Amen.

L’abbandono in Dio nelle difficoltà

Ricordati, Signore, che sono tua creatura; ricordati che tu mi hai suscitato alla vita. Ed ecco sono creatura nelle tue mani, argilla deforme e immagine del tuo volto.

Io sono fragile nelle tue mani potenti, ma le tue mani sono pietose, sono pietose anche quando ci opprimono. Le tue mani sorreggono e sostengono, le tue mani puniscono e vivificano.

Io abbandonerò ad esse la vita mia, il dono che tu mi hai fatto io ti confiderò. Dove niente si perde, perderò l’essere mio, in te, Signore, mio principio e mia fine. Amen.

Paolo VI: Cristo centro della storia e della vita

Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivo; Tu sei il rivelatore di Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura, il fondamento di ogni cosa; Tu sei il Maestro dell'umanità.

Tu sei il Redentore: Tu sei nato, sei morto, sei risorto per noi; Tu sei il centro della storia e del mondo; Tu sei colui che ci conosce e ci ama; Tu sei il compagno e l'amico della nostra vita; Tu sei l'uomo del dolore e della speranza.

Tu sei colui che deve venire e che deve essere un giorno il nostro giudice, e, noi speriamo, la nostra felicità.

Io non finirei mai di parlare di Te; Tu sei la luce, la verità, anzi; Tu sei "la Via, la Verità e la Vita"; Tu sei il pane, la fonte dell'acqua viva per la nostra fame e la nostra sete.

Tu sei il pastore, la nostra guida, il nostro esempio, il nostro conforto, il nostro fratello, Gesù Cristo.: io ti annuncio!

Tu sei il principio e la fine: l'alfa e l'omega; Tu sei il re del nuovo mondo; Tu sei il segreto della storia; Tu sei la chiave dei nostri destini.

Tu sei il mediatore, il ponte fra la terra e il cielo; Tu sei per antonomasia il Figlio dell'uomo, perché Tu sei il Figlio di Dio, eterno, infinito.

Tu sei il figlio di Maria, la benedetta tra tutte le donne, tua madre nella carne, e madre nostra nella partecipazione allo Spirito del Corpo Mistico.

Io voglio gridare: Gesù Cristo! Voglio celebrarti, o Cristo, non soltanto per ciò che Tu sei per te stesso, ma esaltarti ed amarti per ciò che Tu sei per noi, per ciascuno di noi, per ciascun popolo e per ciascuna civiltà.

Tu sei il nostro Salvatore, Tu sei il nostro supremo benefattore, Tu sei il nostro liberatore, Tu ci sei necessario, per essere degni e veri nell'ordine temporale e uomini salvati ed elevati all'ordine sovrannaturale. Amen.

Paolo VI: biografia e spiritualità della Croce

Paolo VI (1897-1978) è ricordato come Sommo Pontefice, mite e rivoluzionario, cristiano autentico; Grande timoniere del Concilio, è stato uno strenuo sostenitore della missione ad gentes.

"La santità, la vera aristocrazia del cristiano, può essere accessibile a tutti; può essere, per così dire, democratica"

Formazione e vita sacerdotale

Giovanni Battista Montini nacque a Concesio (Brescia) il 26 settembre 1897, in una famiglia impegnata nella vita religiosa e civile.

Con la testimonianza dei genitori gli venne trasmesso il senso della vita interiore, della preghiera, dell’impegno cattolico da perseguire con coerenza nella vita pubblica e l’attaccamento alla dottrina della Chiesa e al Papa.

Presso il collegio Arici di Brescia fu alunno dei Gesuiti nelle scuole elementari e ginnasiali, quindi frequentò il circolo studentesco tenuto dai Filippini del celebre Oratorio della Pace.

In età adolescenziale, dopo alcuni ritiri spirituali presso benedettini e camaldolesi, percepì i segni della vocazione al sacerdozio.

Consigliato dal direttore spirituale, entrò nel Seminario diocesano, dove frequentò i corsi da esterno per motivi di salute. Compiuto l’iter formativo fu ordinato sacerdote il 29 maggio 1920.

Il Beato si stava orientando verso un impegno parrocchiale, quando fu inviato a Roma per proseguire gli studi: alunno del Seminario Lombardo e della Gregoriana, si laureò in filosofia.

Per qualche anno seguì il corso di laurea in Lettere e Filosofia dell’Università degli studi La Sapienza; poi frequentò l’Accademia dei Nobili Ecclesiastici; quindi conseguì la laurea in Diritto Canonico a Milano.

Nel 1923, chiamato a far parte del personale diplomatico della Santa Sede, venne inviato in Polonia, come addetto della nunziatura di Varsavia, dove rimase solo quattro mesi perché il clima troppo rigido non si addiceva alla sua debole salute.

Al ritorno, si laureò in Diritto Civile alla Lateranense. Nell’ottobre 1924 entrò come addetto nella Segreteria di Stato e tra il 1930 e il 1937 insegnò storia della diplomazia pontificia all’Università Lateranense.

Intanto, il 27 novembre 1923 fu nominato assistente del Circolo romano della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) e due anni dopo assistente centrale: a questo apostolato fra la gioventù studentesca rimase sempre profondamente affezionato.

Ai giovani studenti trasmise una fede intelligente e libera, anche davanti alle opposizioni del regime vigente; una cultura assetata di verità e aperta al dialogo; una liturgia limpida ed elevata, alla quale essi dovevano partecipare fattivamente; una morale rigorosa ma confidente nel bene di Dio e dell’uomo; una carità fattiva.

Nel 1933 visse con dolore le dimissioni forzate da questo incarico, ma sopportò la prova con umiltà, spirito di obbedienza e amore alla Chiesa.

Il 13 dicembre 1937 venne nominato Sostituto della Segreteria di Stato. Durante la Seconda Guerra Mondiale, diresse l’Ufficio Informazioni del Vaticano per la ricerca dei soldati e dei civili prigionieri o dispersi, così da lenire le sofferenze delle popolazioni coinvolte nel conflitto bellico.

Condivise, inoltre, in prima persona, la sollecitudine di Pio XII per la città di Roma, organizzando l’assistenza caritativa e di ospitalità per i perseguitati dal nazifascismo, in modo particolare per gli ebrei.

Alla caduta del fascismo, collaborò alla fondazione delle ACLI (Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani), contribuendo alla ricostruzione dell’Italia. Il 29 novembre 1952 venne nominato Pro-Segretario di Stato per gli Affari ordinari.

Arcivescovo di Milano

Il 1° novembre 1954 fu eletto Arcivescovo di Milano e venne consacrato nella basilica di S. Pietro il 12 dicembre 1954, compiendo il solenne ingresso nel Duomo di Milano nel pomeriggio dell’Epifania del 1955.

Il Beato si trovò proiettato in una straordinaria esperienza pastorale che, attraverso nuovi percorsi di evangelizzazione, lo impegnò a fondo per avviare soluzioni valide ai problemi della crescente immigrazione e del diffondersi del materialismo e dell’ideologia marxista, soprattutto all’interno del mondo del lavoro.

In quest’opera seppe coinvolgere le migliori forze culturali, sociali ed economiche, nello sforzo di ricostruire il volto cristiano della Diocesi.

Stimolò la nascita di nuovi strumenti operativi − uffici, istituti, periodici − per aiutare Milano ad aggiornare la gloriosa tradizione ambrosiana, rimanendole fedele.

Sempre sollecito dei lontani, in una città che ormai andava scristianizzandosi, organizzò una grandiosa Missione cittadina (novembre 1957), invitandoli esplicitamente, con grande finezza e riconoscendo le colpe della Chiesa nel loro allontanamento.

Con preveggenza profetica e in perfetta linea con quella che sarebbe stata la preoccupazione principale del suo pontificato, egli individuava nell’evangelizzazione la necessità prioritaria della Chiesa del nostro tempo.

Per questo s’impegnò fortemente anche nella costruzione di ben centoventitré nuove chiese per i quartieri periferici della città e per i paesi della cintura industriale milanese, ingranditi dall’immigrazione interna del secondo dopoguerra.

Nell’ottobre 1958, morto Pio XII, venne eletto Giovanni XXIII, il quale nominò Mons. Montini Cardinale nel Concistoro del 15 dicembre 1958.

Durante la prima sessione del Concilio Vaticano II, aperto da Papa Giovanni XXIII l’11 ottobre 1962, il card. Montini fu significativamente apprezzato per gli interventi sugli schemi De Sacra Liturgia e De Ecclesia.

Sommo Pontefice e guida del Concilio

Alla morte di Papa Giovanni (3 giugno 1963), dopo un breve Conclave, fu eletto Pontefice il 21 giugno 1963, assumendo il nome di Paolo, scelto, come scrive in un appunto, «per ammirazione all’Apostolo-missionario, che porta il Vangelo al mondo, al suo tempo, con criteri di universalità, il prototipo della cattolicità».

Primo compito del nuovo papa fu la conduzione del Concilio compito tutt’altro che semplice e che seppe portare a compimento manifestando una statura spirituale e culturale straordinaria.

La sua azione si caratterizzò subito per la volontà di portare a termine il discorso innovatore ormai iniziato, anche se essa non poteva prescindere dalla prudenza di un temperamento e di una personalità per molti aspetti diversi da quelli di Giovanni XXIII.

Uomo di grande carità e mitezza non riuscì ad inserirsi in pieno nel mondo dei mass media, spesso poco ben disposto nei confronti della sua figura.

Il Concilio Vaticano terminava l’8 dicembre 1965; cominciava quella che molti - forse impulsivamente - consideravano una nuova era della storia della Chiesa romana.

Papa Montini fu da una parte prudente in talune aperture d’ordine disciplinare o ecumenico e fu dall’altra molto sensibile ai problemi del Terzo Mondo e della pace mondiale.

Basti considerare la lettera enciclica Populorum Progressio del 26 marzo 1967 che ben si colloca accanto a quel coraggioso documento conciliare che è la Gaudium et Spes (7 dicembre 1965).

La lettera apostolica Octogesima Adveniens (1971) rivela ulteriormente la condanna dell’ideologia marxista e del liberalismo capitalistico, ma anche la sua sensibilità sociale.

Particolare coraggio e spirito pastorale animerà poi Paolo VI nella questione della regolamentazione delle nascite (enciclica Humanae vitae) e del problema della fede e dell’obbedienza alla gerarchia.

Uno dei momenti forti del suo pontificato fu l’anno giubilare (1975), caratterizzato dal massiccio concorso di 8 milioni di pellegrini.

L’anno santo si chiuse l’8 dicembre con la pubblicazione dell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, il più lungo documento papale del suo pontificato.

Dal 1975 al 1978 perseguì con determinazione, fino alla sua morte, sia la politica ecumenica sia quella verso i Paesi dell’Est europeo.

Innumerevoli furono le iniziative alle quali il Pontefice diede vita, segno della sua viva sollecitudine verso la Chiesa e il mondo contemporaneo.

Fu il primo Papa a compiere nei tempi moderni i viaggi apostolici, dalla Terra Santa all’ONU, dal Portogallo alla Turchia, dalla Colombia all’Uganda, fino all’Asia, dove subì un attentato a Manila, il 27 novembre 1970, rimanendo leggermente ferito, l’Australia e l’Oceania.

Fu artefice di un costante magistero per la pace, soprattutto in Vietnam, Medio Oriente e Africa, con vigile attenzione alla «Chiesa del silenzio» e ai Paesi dell’Est; istituì la Giornata mondiale della pace.

Dotato di spiccata coscienza ecumenica, avviò iniziative di incontro con le altre confessioni e con le grandi religioni del mondo.

Si pose a confronto con il pensiero e i testimoni del suo tempo, attraverso lo strumento del dialogo, con entusiasmo e coscienza critica (Lettera Enciclica Ecclesiam Suam, 1964).

Ben note sono le vicende che caratterizzarono il suo pontificato: la guida e la conclusione del Concilio, con l’applicazione dei suoi documenti, particolarmente la riforma della liturgia e della Curia romana, sulla linea della semplicità della Chiesa.

Le crisi che a più riprese investivano in quegli anni il corpo ecclesiale, alle quali egli rispose ponendosi come guida per una coraggiosa trasmissione della fede.

La riaffermazione della tradizione teologica sulla transustanziazione, per rispondere a nuove letture che deviavano dalla sua piena comprensione (Lettera Enciclica Mysterium fidei, 1965).

La presentazione più consona ai tempi delle ragioni profonde della scelta celibataria presbiterale (Lettera Enciclica Sacerdotalis caelibatus).

Il rapporto difficile della Chiesa con il mondo del lavoro, da lui coltivato nella fedeltà all’insegnamento del magistero e nell’apertura ai nuovi contesti sociali (Lettera Apostolica Octogesima adveniens, 1971).

L’azione lungimirante con cui si rapportò ai regimi comunisti per affermare il valore della fede e della persona umana.

L’emergenza dei Paesi del terzo mondo e le sue proposte sullo sviluppo solidale (Lettera Enciclica Populorum progressio, 1967) e l’inculturazione della fede (Esortazione Apostolica Evangelii nuntiandi, 1975), in una compartecipazione affettuosa alle sofferenze dei poveri.

L’attacco ai valori della vita, specialmente quella nascente, e della famiglia, contrastato con innumerevoli discorsi e la proposizione dell’enciclica sull’amore coniugale e la regolazione della natalità (Humanae vitae, 1968).

La contestazione studentesca, alla quale rispose con una nuova e apprezzata modalità di dialogo con la gioventù.

Gli attacchi personali, ai quali reagì abbracciando la Croce e proponendo il Vangelo con umile fortezza e straordinario amore alla Chiesa.

Le tensioni politiche e sociali che in alcune nazioni culminarono nella stagione del terrorismo, cui oppose accorati interventi umanitari che commossero il mondo intero.

Dopo una brevissima malattia, morì a Castel Gandolfo la sera del 6 agosto 1978, mentre recitava con fede il Padre Nostro.

La spiritualità di Paolo VI

Il Beato Paolo VI fu un uomo di spiritualità profonda - fondata sulla Parola di Dio, i Padri della Chiesa e i mistici - e dal carattere riservato.

Umile e gentile, era assolutamente sobrio nella vita quotidiana; dotato di animo fiducioso e sereno, manifestava una eccezionale sensibilità e umanità, arricchite da una vasta cultura.

Rivelò una spiccata capacità di mediazione in tutti i campi, garantendo la solidità dottrinale cattolica in un periodo di rivolgimenti ideologici.

Proprio in un tale contesto risaltano ancora di più le sue virtù non comuni: una fede forte e coinvolgente, una speranza indomita e incarnata, una carità vissuta in uniformità alla volontà di Dio come dono a tutti gli uomini.

La preghiera, radicata nella Parola di Dio, nella liturgia, nella quotidiana adorazione del Santissimo Sacramento, lo sosteneva e fondava il cristocentrismo del suo pensiero e della sua azione, corroborato da una significativa ed esemplare venerazione per la Madonna: da qui le motivazioni delle sue scelte e dei suoi orientamenti.

Fu prudente nelle decisioni, tenace nell’affermazione dei principi, comprensivo per le umane debolezze, sempre zelante Pastore della Chiesa.

Uno dei più stretti e fidati collaboratori, il Card. Ugo Poletti, suo Vicario Generale per la diocesi di Roma, così ne ha tracciato, lapidariamente, la personalità umana e spirituale in rapporto alle virtù: «La sua fede, l’amore alla Chiesa, la padronanza assoluta di sé, il lungo soffrire − credo anche di solitudine spirituale, abituato come era a dare amore più che a riceverne − l’avevano allenato a una “linearità di espressione” che gli sprovveduti chiamavano “freddezza”.

[…] Solo chi ha potuto avvicinare Paolo VI può essere testimone della sua autentica santità eroica. La sua vita pubblica, severa e austera, era come un “velo di pudore” dietro il quale amava nascondere la sua verità di intimo rapporto con Dio, per amore della Chiesa e degli uomini».

La Croce quotidiana e la missione cristiana

Dio grande, ricco di bontà e di sapienza, Tu hai voluto lasciare un’impronta profonda del tuo Spirito nella vita del beato Giovanni Battista Montini, papa Paolo VI.

Attraverso la testimonianza della famiglia hai posto in lui il seme prezioso della fede e, nei diversi eventi della vita, lo hai fatto crescere verso un amore personale verso Gesù e verso un servizio senza riserve alla Chiesa.

Gli hai dato un’intelligenza chiara, capace di apprezzare la bellezza e di cogliere le ambiguità del mondo contemporaneo; e nello stesso tempo, gli hai messo in cuore una passione viva per il vangelo e il desiderio instancabile di comunicarlo agli uomini d’oggi.

Noi ti ringraziamo per il dono che in questo modo hai fatto alla tua Chiesa e Ti preghiamo: Metti dentro di noi un amore integro, senza riserve per Gesù, che hai mandato per noi e per la nostra salvezza.

Fa’ che sappiamo custodire nel cuore tutte le sue parole, arricchire la nostra immaginazione con la memoria delle sue azioni, portare insieme a lui la croce quotidiana del nostro dovere.

Che il nostro cuore sia riempito dall’amore di Gesù e non trovi riposo se non in Lui. Donaci un amore incondizionato verso la Chiesa.

Fa’ che riconosciamo in essa la presenza attiva del tuo Figlio e la guida dello Spirito; che non ci lasciamo scandalizzare dai limiti nostri e degli altri, ma che sappiamo vedere in Lei la sposa “tutta gloriosa, senza macchia né ruga”, fatta tale dal sacrificio di Gesù.

Donaci infine, un amore grande per tutti gli uomini: l’ammirazione sincera per le conquiste del pensiero e del lavoro umano; la condivisione delle gioie e delle sofferenze di tutti; la partecipazione attiva e consapevole alla costruzione del mondo futuro.

Fa’ che non confondiamo l’amore per il mondo con l’accettazione della mondanità o la giustificazione del peccato; che il nostro amore sia fondato sulla verità e sulla fedeltà al vangelo.

La memoria di Paolo VI sia per noi modello e stimolo; la sua intercessione sorgente di fiducia e di energia spirituale sempre nuova. Amen.

La Croce, lo Spirito Santo e la Chiesa

Paolo VI, esperto in umanità e spiritualità, è stato definito grande maestro di spirito perché esperto dello Spirito Santo. La sua vita è segnata dalla presenza e assistenza dello Spirito.

Per papa Montini, la festa della Pentecoste era molto importante e in occasione di essa ha sviluppato varie catechesi, omelie e discorsi.

La visione che innanzitutto ha il Papa, riguardo lo Spirito Santo, è che Egli è il principio della gioia della Chiesa: Gesù risorto dona lo Spirito ai suoi discepoli, affinché rimanga sempre con loro.

Lo Spirito Santo è principio sia della nostra interiorità, sia della nostra attività apostolica. Tramite la sua presenza si realizza la duplice unione della Chiesa con Cristo e con Dio, e della Chiesa con tutti i suoi figli.

Egli è colui che guida la Chiesa verso la piena verità, è colui che la unifica nella comunione e nel mistero, anche perché la istruisce e la dirige riversando i suoi doni e i suoi carismi, l’abbellisce dei suoi frutti.

La costante che denota il magistero petrino di Paolo VI, è che la Chiesa è innanzitutto nata dalla Pentecoste, è manifestazione visibile dell’opera dello Spirito Santo nel mondo e continua, in maniera perpetua, ad essere animata dall’azione e dalla presenza dello Spirito; egli è fonte e motivo e guida della Chiesa di Cristo.

La Pentecoste non è solamente il momento della nascita della Chiesa, ma è anche la continuazione dell’opera di Cristo, l’espansione del volere divino nella storia, la manifestazione della comunione di Cristo e del popolo santo.

Lo Spirito Santo agisce in maniera prediletta soprattutto per le singole anime e per la Chiesa. Ovviamente, per Paolo VI, l’effusione dello Spirito non riguarda solo ed esclusivamente le singole anime e la Chiesa, ma interessa l’umanità tutta intera.

Il messaggio della Pentecoste ha un carattere universale, inclusivo e non escludente che non ha confini geografici, etnici, storici e sociali.

Lo Spirito Santo è il Dono del Padre, che deve essere onorato, lodato e glorificato insieme al Padre e al Figlio.

Il Paraclito, nel momento in cui si accoglie, rende santa la Chiesa: «Lo Spirito Santo è il principio divino animatore della Chiesa. È vivificante […]. È unificante. È illuminante. È operante. È consolante. È santificante, in una parola: conferisce alla Chiesa questa nota, questa prerogativa, d’essere santa»; sono suo tempio i fedeli di Gesù: «rende le singole anime, che sono in grazia di Dio, un tempio della divina presenza».

Cristo, col dono dello Spirito Santo, annunzia tra Lui e l’uomo, un nuovo rapporto intimo e interiore. Il rapporto che il Signore vuole stabilire con i suoi fedeli non è etereo ma esistenziale, reale, rinnovato, che si fonda su una relazione intima che è data dalla presenza dello Spirito.

L’uomo è chiamato a ricordarsi sempre dello Spirito Santo, ad invocarlo per divenire capace di «captare questa voce interiore e silenziosa, questa presenza di Dio, e a pregustare in questo colloquio che si chiama vita spirituale cristiana, qualche cosa del colloquio eterno a cui siamo invitati per il Paradiso».

Solo l’uomo spirituale riesce a cogliere le ispirazioni che provengono dall’ascolto della voce silenziosa interiore, essa vibra nel nostro cuore.

Chi ha aperto il cuore alle sofferenze dei fratelli, ai bisogni e alle esigenze della Chiesa riesce ad ascoltare la voce dello Spirito trasformandolo da uomo egoista, arrivista, chiuso, in uomo nuovo, pieno di coraggio e generosità, dunque, in santo.

Per Paolo VI, la vera vita cristiana è dono dello Spirito Santo, essa proviene da Lui insieme ai frutti di cui parla San Paolo.

Dallo Spirito arrivano alla vita cristiana la consolazione, il conforto, l’ausilio. La genuina vita cristiana, presieduta dalla presenza e dall’azione performante dello Spirito Santo, «è austera […]; conosce il dolore e la rinuncia, esige la penitenza, fa propria il sacrificio, accetta la croce e, quando occorre, affronta la sofferenza e la morte.

Ma nella sua espressione risolutiva la vita cristiana è beatitudine» perché «Lo Spirito consolatore, lo Spirito di Cristo, che la conforta, la sorregge, la abilita a cose superiori, la dispone a credere, a sperare, ad amare.

È sovranamente ottimista. È creativa. È felice oggi, in attesa d’una piena felicità domani».

L’opera santificatrice del Paraclito anima continuamente la Chiesa. La Pentecoste sta all’origine della Chiesa, non è solamente un fatto importante storicamente avvenuto, ma si manifesta «come un principio vitale, come l’inizio della animazione soprannaturale della Chiesa, come la sorgente d’un miracolo permanente, quello dell’infusione dello Spirito Santo negli Apostoli e nei credenti in ordine alla formazione di Cristo nelle loro singole vite e nell’intera comunità, unita ma interamente differenziata e gerarchica».

Allora, è ben chiaro, come la Chiesa non è solo istituzione e nemmeno solo Spirito, ma è sia pneumatica che istituzionale, in questo modo viene meno la dicotomia carisma/potere.

La grazia dello Spirito Santo arriva, in via ordinaria, attraverso i sacramenti. Essi sono mezzi di salvezza, di istituzione divina, che vengono amministrati attraverso il presbitero.

I sacerdoti diventano veicoli dello Spirito Santo, mezzi che donano la grazia e vanno ritenuti dispensatori diretti dei misteri di Dio.

Nell’apostolato ecclesiale, papa Montini non considera solamente il clero ma inserisce anche i laici che, già a partire dal Concilio Vaticano II, avevano avuto riconosciuto tale ruolo, e invita alla presa di coscienza di essere tutti apostoli per vocazione.

Il rammarico di Paolo VI è quello che la “cultura di Pentecoste” non sia stata ancora del tutto recepita, come era successo durante i primi anni di vita della Chiesa.

Il cuore di pastore spinge Paolo VI a porre attenzione alla questione ecumenica rilevando che i progressi compiuti in tale direzione sono frutto dello Spirito Santo.

Colui che immette nei cuori il desiderio di un sereno e verace confronto e unità è lo Spirito Santo; è lui che ci fa convergere gli uni verso gli altri e che porterà a compimento l’opera iniziata dal Signore Gesù.

L’unità chiesta dallo Spirito è necessaria perché il mondo creda.

Paolo VI in Meditazioni inedite fa menzione del ritiro spirituale tenuto a Castel Gandolfo per sei giorni, dal 18 luglio 1974. Egli annota come il quinto giorno è dedicato allo Spirito Santo.

Lo schema della giornata ha come inizio la “Preghiera allo Spirito Santo” dopo la quale scrive: «L’effusione dello Spirito Santo è un fatto reale, storico e soprannaturale che interessa in pieno la nostra teologia, la vita della Chiesa e la nostra vita interiore; bisogna tenerlo ben presente e bisogna meditarlo senza fine».

Memoria e riconoscimento della santità di Paolo VI

La memoria liturgica di Paolo VI ricorre il 29 maggio. La sua beatificazione è stata celebrata il 19 ottobre 2014 da Papa Francesco.

La canonizzazione è stata celebrata il 14 ottobre 2018 da Papa Francesco in Piazza San Pietro.

La memoria di Paolo VI sia per noi modello e stimolo; la sua intercessione sorgente di fiducia e di energia spirituale sempre nuova. Amen.

Omelia Venerdì Santo.- Pasolini: la Croce, misterioso trionfo di Dio

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