La colletta della Prima Domenica di Quaresima presenta questo tempo liturgico come un segno sacramentale della conversione e chiede a Dio di concedere ai fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita.
La liturgia invita inoltre a intraprendere, con la forza della Parola di Dio, il cammino quaresimale, per vincere le seduzioni del maligno e giungere alla Pasqua nella gioia dello Spirito.
La colletta della Prima Domenica di Quaresima
O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Seconda colletta
O Dio, che conosci la fragilità della natura umana ferita dal peccato, concedi al tuo popolo di intraprendere con la forza della tua parola il cammino quaresimale, per vincere le seduzioni del maligno e giungere alla Pasqua nella gioia dello Spirito.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Il significato della colletta
La colletta interpreta la Quaresima come un tempo di conversione vissuto nella celebrazione liturgica e orientato alla Pasqua. La conversione non è soltanto un cambiamento esteriore, ma un ritorno del cuore a Dio, una rinnovata disponibilità ad accogliere la sua Parola e a conformare a essa le proprie scelte.
La preghiera chiede anzitutto di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo. Si tratta di una conoscenza che non si limita all’apprendimento intellettuale, ma coinvolge l’intera persona e conduce a una relazione sempre più profonda con il Signore.
La conoscenza del mistero di Cristo diventa testimonianza attraverso una degna condotta di vita. La fede ricevuta nella liturgia è chiamata a tradursi in comportamenti, decisioni e relazioni coerenti con il Vangelo.
La seconda formula mette in luce la fragilità della natura umana ferita dal peccato. L’uomo cerca la felicità perché Dio stesso gli ha messo nel cuore tale desiderio.
L’uomo infatti è stato creato per vivere. Cosa è dunque il peccato? Tendere alla felicità escludendo dalla propria vita Dio, che ne è la fonte, l’unico che può permetterci di raggiungerla.
La Quaresima come cammino verso la Pasqua
La Quaresima è presentata come un cammino che conduce alla Pasqua. Il credente non percorre questo itinerario contando soltanto sulle proprie forze, ma riceve dalla Parola di Dio la luce e la forza necessarie per affrontare la prova.
La fede matura di pari passo con la speranza, ovvero con l’attesa che è propria del povero in spirito. Egli, consapevole della sua condizione precaria e insufficiente attende da Dio l’aiuto necessario e apre il proprio cuore ad accoglierlo.
Si pone in una condizione di accoglienza del dono. Tuttavia, quando l’attesa diventa pretesa cambia anche l’orientamento del cuore che, invece di disporsi a ricevere con gratitudine, si getta su ciò che vuole possedere per afferrarle.
La celebrazione quaresimale diventa così un’occasione per rinnovare la vita, riconoscere la propria fragilità e lasciarsi guidare dalla grazia. La proposta di Gesù, davanti alla tentazione, è invece quella di rendere così rilevante l’alleanza con il Padre, da scegliere sempre la sua felicità nella volontà di Dio e non contro o nonostante essa.
Egli ci incoraggia a fidarci di lui e non della persuasione maligna, perché proprio quel legame con Dio reso rilevante per noi sarà la nostra felicità. E questo non solo nella risurrezione finale, come se questo dovesse bastare a giustificare una vita di rinunce e di infelicità, ma già adesso, nell’esperienza gioiosa della misericordia, ricevuta e condivisa.
La tentazione e la libertà dell’uomo
La tentazione è la seducente possibilità di realizzare la nostra vita fuori dalla volontà di Dio. L’ “Avversario” ci suggerisce che la volontà di Dio non sia la strada migliore per la nostra felicità, che ci siano altre strade per la propria soddisfazione nel cammino della vita.
In definitiva la tentazione è sempre quella di considerare Dio non propriamente utile, d’aiuto alla mia realizzazione, pertanto che io sia molto più felice quanto più tengo a distanza questa presenza così ingombrante.
Cosa dobbiamo fare allora dell’alleanza con Dio, del legame che ci unisce a lui? Dobbiamo forse spezzarlo, decidendo per una strada autonoma e indipendente?
Crediamo che la nostra libertà si realizzi proprio quanto più ci opponiamo al comandamento di Dio. Oppure dobbiamo semplicemente ignorare il legame di fede, ricordandolo come reliquia del nostro passato o come proposta esigente che non è proporzionata al nostro contesto?
Certamente siamo cristiani, ma questa appartenenza ci risulta alla fine irrilevanza, indifferente rispetto alle dinamiche attuali della nostra vita. La Quaresima invita invece a riconoscere nuovamente la rilevanza dell’alleanza con Dio e a verificare la direzione concreta della propria libertà.
Il verbo tentare designa l’azione del diavolo che induce l’uomo a peccare ovvero ad allontanarsi da Dio o ad allontanarlo. La tentazione è quella situazione lungo il cammino della vita nella quale ci si trova in una particolare condizione di debolezza e vulnerabilità nella quale si potrebbe cadere oppure uscirne più forti.
Tutto dipende da quale logica ispira le nostre scelte. Non è Dio che tenta ma è il Diavolo perché cerca di far cadere l’uomo allontanandolo da Lui.
Le letture della Prima Domenica di Quaresima
| Momento della liturgia | Testo | Tema principale |
|---|---|---|
| Prima Lettura | Dt 26,4-10 | Professione di fede del popolo eletto |
| Salmo Responsoriale | Salmo 90 (91) | Resta con noi, Signore, nell’ora della prova |
| Seconda Lettura | Rm 10,8-13 | Professione di fede di chi crede in Cristo |
| Vangelo | Lc 4,1-13 | Gesù fu guidato dallo Spirito nel deserto e tentato dal diavolo |
La Prima Lettura: la professione di fede del popolo eletto
La Prima Lettura presenta la professione di fede del popolo eletto. Mosè parlò al popolo e disse: «Il sacerdote prenderà la cesta dalle tue mani e la deporrà davanti all’altare del Signore, tuo Dio, e tu pronuncerai queste parole davanti al Signore, tuo Dio: “Mio padre era un Araméo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa.
Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi.
Ci condusse in questo luogo e ci diede questa terra, dove scorrono latte e miele. Ora, ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato”. Le deporrai davanti al Signore, tuo Dio».
La fede biblica nasce dalla memoria riconoscente dell’azione di Dio. Il popolo ripercorre la propria storia, dalla condizione di forestiero e schiavo fino alla liberazione e al dono della terra.
La professione di fede non è una dichiarazione astratta, ma il racconto di una relazione nella quale Dio ascolta il grido, vede l’umiliazione, interviene nella storia e conduce il suo popolo verso la libertà.
La fede è l’esperienza fatta gradualmente e per tappe per giungere alla pienezza dell’amore e della vita. Il cammino quaresimale riprende questa dinamica: il credente riconosce ciò che Dio ha compiuto, confessa la propria dipendenza dal dono e presenta a lui i frutti ricevuti.
Il Salmo Responsoriale: Dio è rifugio nell’ora della prova
Resta con noi, Signore, nell’ora della prova.
Chi abita al riparo dell’Altissimo passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente. Io dico al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio in cui confido».
Non ti potrà colpire la sventura, nessun colpo cadrà sulla tua tenda. Egli per te darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutte le tue vie.
Sulle mani essi ti porteranno, perché il tuo piede non inciampi nella pietra. Calpesterai leoni e vipere, schiaccerai leoncelli e draghi.
«Lo libererò, perché a me si è legato, lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome. Mi invocherà e io gli darò risposta; nell’angoscia io sarò con lui, lo libererò e lo renderò glorioso.
Il Salmo esprime la fiducia di chi riconosce nel Signore il proprio rifugio e la propria fortezza. La prova non viene negata, ma viene attraversata nella certezza della presenza di Dio.
Nel Vangelo il diavolo cita proprio il Salmo 91 per presentare Dio come colui che si prenderebbe cura della sua creatura proteggendolo da ogni pericolo o dolore. Gesù, tuttavia, rifiuta di trasformare la fiducia in una richiesta di prova.
Nei momenti di pericolo la supplica può assumere quasi il tono della sfida con la quale si esige una “prova” della fedeltà di Dio, ma riducendo la preghiera a scambio di favori.
La Seconda Lettura: la Parola della fede
La Seconda Lettura presenta la professione di fede di chi crede in Cristo. Fratelli, che cosa dice [Mosè]? «Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore», cioè la parola della fede che noi predichiamo.
Perché se con la tua bocca proclamerai: «Gesù è il Signore!», e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza.
Dice infatti la Scrittura: «Chiunque crede in lui non sarà deluso. Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato».
La Parola è vicina: sulla bocca e nel cuore. La fede coinvolge interiorità e parola, convinzione personale e professione pubblica, ascolto e testimonianza.
La professione «Gesù è il Signore!» non è separabile dalla fiducia nella risurrezione. La salvezza nasce dall’adesione del cuore e trova espressione nella bocca, nella preghiera e nella condotta di vita.
Il Vangelo secondo Luca: Gesù nel deserto
In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame.
Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: "Non di solo pane vivrà l’uomo"».
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo».
Gesù gli rispose: «Sta scritto: "Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto"».
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: "Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano"; e anche: "Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra"».
Gesù gli rispose: «È stato detto: "Non metterai alla prova il Signore Dio tuo"».
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato. Parola del Signore.

Il deserto come luogo della prova
Il racconto della tentazione è l’ultima scena del trittico, comune ai tre vangeli sinottici (3,1-4,11). Nell’ordine viene prima la presentazione di Giovanni Battista e della sua opera (3, 1-12), segue poi la narrazione del battesimo di Gesù (3, 13-17) e, infine, si conclude con la prova a cui è sottoposto dal tentatore (4, 1-11).
Il terzo pannello narrativo è strutturato in tre scene (4, 2-4. 5-7. 8-10) con una introduzione (4,1, in cui si presentano gli attori del dramma (Gesù, lo Spirito, il diavolo) e una conclusione (4,11) che accenna alla partenza del tentatore e al contestuale arrivo degli angeli per servirlo.
L’introduzione mette in evidenza l’azione dello Spirito e quella del diavolo. L’uno guida Gesù, l’altro lo tenta.
Il deserto è il luogo che Gesù attraversa ma è anche la situazione nella quale il diavolo lo mette alla prova. Il lettore si trova di fronte non ad una cronaca ma ad un midrash, ovvero ad un racconto che da una parte aiuta a comprendere il dramma della croce di Gesù e dall’altra aiuta il credente a dare un senso a quello della propria vita.
La narrazione ha un valore ermeneutico sia per cogliere la sapienza della Croce, sia per attualizzarla nella vita. Il racconto delle tentazioni, richiamando l’esperienza dell’Esodo di Israele (passaggio del Mar Rosso, cammino del deserto, ingresso nella Terra promessa attraversando il Giordano) e la Pasqua di Gesù (passione, morte e risurrezione), offre al lettore la chiave di lettura della propria vita affinché abbia consapevolezza di essere in cammino pasquale.
Il digiuno di 40 giorni e 40 notti richiama Es 34, 28 e Dt 9,9 in cui si fa riferimento a Mosè che non mangiò pane e non bevve acqua. La domanda sorge spontanea: come si vive senza mangiare e bere?
La Parola di Dio è il nutrimento dello spirito che ha il primato su quello del corpo, senza escluderlo. Il digiuno di Gesù nel deserto indica il primato che egli ha dato alla relazione con il Padre: si è nutrito della Sua Parola, scrivendola nel suo cuore.
Questo naturalmente non fa venir meno le esigenze del corpo, rappresentate dalla fame. Essa è indice della debolezza che caratterizza il corpo, anche se lo spirito è pronto (Mt 26,41).
La prima tentazione: trasformare le pietre in pane
Il tentatore si avvicina presentandosi come un amico che si fa prossimo nel bisogno offrendogli un suggerimento. Gesù è il figlio di Dio, come il Padre stesso aveva attestato nel Battesimo.
Come tale si è nutrito della sua Parola. Il ragionamento del Diavolo è il seguente: se hai acquisito la sapienza di Dio la tua parola è diventata certamente autorevole.
La tua parola è efficace perché quello che dice si realizza. Ora tu sei nel bisogno come gli uomini che vuoi aiutare con la tua parola, allora usala per soddisfare anche le tue esigenze.
Usare la parola per trasformare le pietre in pane significa voler impiegare la propria autorità per eliminare ogni forma di durezza della vita al fine di crearsene una comoda ma artificiale.
Gesù replica al demonio citando Dt 8, 3 e affermando che dalla bocca di Dio esce il pane e la Parola. La Parola di Dio, che a volte può sembrare dura come la pietra (cf. Gv 6) è morbida e commestibile come il pane.
Il pane della Parola non trasforma le durezze della vita in comodità ma cambia il cuore dell’uomo perché il suo corpo sia pane da mangiare e la sua vita sia dono che dà gioia.
L’antifona alla comunione riprende questa risposta di Gesù: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
La seconda tentazione: mettere alla prova Dio
La seconda tentazione è ambientata nel cuore di Gerusalemme, che è il Santuario, e nel suo punto più alto. La Città è santa perché Dio vi ha posto la sua dimora che è la casa della preghiera, nella quale s’incontra il Signore e con lui s’instaura una relazione di fiducia.
Citandosi il Salmo 91 il diavolo presenta Dio come colui che si prenderebbe cura della sua creatura proteggendolo da ogni pericolo o dolore. L’amore paterno/materno di Dio è presentato come protettivo e garanzia di assenza di ogni forma di turbamento e sofferenza.
Il Dio che presenta satana non è conforme all’idea che si fa l’uomo che imposta con il Signore un rapporto di scarsa fiducia, perché chiede continue conferme. Non è un rapporto di amore vero quello che mette continuamente sotto esame l’altro affinché dimostri la veridicità delle sue intenzioni.
Gesù rinuncia a piegare Dio ai propri bisogni per lasciarsi innalzare a Lui. Rispondendo ancora una volta con il Libro del Deuteronomio (6, 16), attesta la sua piena fiducia nel Padre al quale non chiede di essere soddisfatto ma si dichiara pronto a compiere la sua volontà fino alla fine (Mt 26, 39-42).
La terza tentazione: il potere e l’adorazione
Nel secondo e nel terzo tentativo il demonio conduce Gesù prima nella Città santa, ponendolo sul punto più alto del Santuario, e poi su un monte molto alto. I luoghi nei quali il diavolo conduce Gesù richiamano gli eventi della morte e della risurrezione.
Infatti, il pinnacolo del Santuario evoca la croce sulla quale viene innalzato il Messia e il monte ritorna alla fine del Vangelo dove Gesù in Galilea raduna i suoi discepoli (Mt 28, 16) come aveva anticipato nell’ultima cena profetizzando la sua morte ma anche la sua risurrezione (26, 30-32).
La tentazione del potere propone una gloria ottenuta attraverso l’adorazione di satana. Gesù rifiuta una signoria fondata sul dominio e riconosce che soltanto Dio deve essere adorato.
La risposta «Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto» custodisce il centro dell’alleanza. La libertà di Gesù non consiste nell’indipendenza dal Padre, ma nella sua adesione piena alla volontà del Padre.
Adamo e Cristo: disobbedienza e obbedienza
La narrazione della tentazione accomuna il “Adamo” e il “secondo Adamo”, Gesù Cristo. La cronaca è come una fotografia, il mito invece è come un quadro nel quale il lettore può immedesimarsi perché racconta la sua vita e aiuta a interpretarla.
L’albero della vita e quello della conoscenza del bene e del male stanno ad indicare le prerogative di Dio. Solo a Lui appartiene il potere di mettere nel corpo il soffio vitale e di toglierlo.
Dio è il Sapiente perché è la fonte della Sapienza, Lui che opera il bene e limita il male. La sapienza di Dio è l’amore: dove c’è la carità c’è anche il bene, dove è assente c’è il male.
La creazione è la relazione tra Dio e l’uomo, l’Amante e l’Amato, nella quale il primo dona tutto, perché è la sorgente della vita e della sapienza, e il secondo tutto riceve.
Paolo nella Lettera ai Romani istituisce un paragone tra la disobbedienza di Adamo e l’obbedienza di Gesù Cristo, tra il peccato che ha aperto la porta alla morte e il dono di grazia che invece ha inaugurato la strada della vita, tra la colpa che ha fatto ricadere il giudizio di condanna su tutti gli uomini, rendendoli peccatori, e l’opera di giustizia che ha giustificato tutti i figli di Dio facendoli santi.
In Cristo è la nostra speranza. Con il suo sacrificio si è reso solidale con ogni uomo peccatore perché tutti possano conformarsi a Lui che è l’uomo pienamente realizzato secondo la volontà di Dio.
La nudità, la fragilità e la fiducia
La nudità è la condizione creaturale dell’uomo. Essere nudi vuol dire essere poveri, spogli, fragili e delicati come un bambino appena nato o una persona anziana che si consuma fino alla morte.
Quando l’uomo vive il suo limite naturale nell’ambito della fede, grazie alla quale si dispone a ricevere l’aiuto di Dio che si prende cura delle sue creature, vi è pace e serenità.
L’equilibrio s’incrina nel momento in cui alla fiducia subentra la diffidenza per cui Dio e il compagno/la compagna non sono più l’altro da accogliere e verso cui andare ma l’estraneo da cui allontanarsi e il nemico da cui difendersi.
Il peccato nasce quando l’uomo pretende di diventare autonomo dalla fonte della vita e della sapienza. La Quaresima invita invece a riconoscere nuovamente la propria condizione creaturale e ad accogliere con gratitudine il dono di Dio.
Il digiuno, la preghiera e la Parola
Nel racconto della passione Gesù narra della tristezza e dell’angoscia che aveva preso il cuore di Gesù nelle ore in cui stava per essere tradito e consegnato nelle mani degli uomini che lo avrebbero oltraggiato e ucciso.
Nell’orto del Getsemani Gesù chiede agli apostoli che erano con lui di pregare per non entrare in tentazione (26, 41). La vigilanza nasce dalla consapevolezza della propria debolezza e dalla fiducia nella grazia di Dio.
La colletta chiede di intraprendere «con la forza della tua parola il cammino quaresimale». La Parola non è un elemento accessorio, ma il nutrimento che orienta il cuore e sostiene il credente nella prova.
La celebrazione eucaristica collega la Parola ascoltata al pane ricevuto. Dopo la comunione la Chiesa prega: «Il pane del cielo che ci hai dato, o Padre, alimenti in noi la fede, accresca la speranza, rafforzi la carità, e ci insegni ad aver fame di Cristo, pane vivo e vero, e a nutrirci di ogni parola che esce dalla tua bocca».
Gli altri testi propri della celebrazione
Antifona d’ingresso
Egli mi invocherà e io lo esaudirò; gli darò salvezza e gloria, lo sazierò con una lunga vita. (Sal 90,15-16)
Non si dice il Gloria.
Acclamazione al Vangelo
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!
Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. (Mt 4,4b)
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!
Sulle offerte
Si rinnovi, Signore, la nostra vita e col tuo aiuto si ispiri sempre più al sacrificio, che santifica l'inizio della Quaresima, tempo favorevole per la nostra salvezza.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Mt 4,4)
Oppure: Il Signore ti coprirà con la sua protezione, sotto le sue ali troverai rifugio. (Sal 91,4)
Dopo la comunione
Il pane del cielo che ci hai dato, o Padre, alimenti in noi la fede, accresca la speranza, rafforzi la carità, e ci insegni ad aver fame di Cristo, pane vivo e vero, e a nutrirci di ogni parola che esce dalla tua bocca.
Per Cristo nostro Signore.
Il significato liturgico della colletta nella vita cristiana
La colletta riunisce in una sola preghiera i temi fondamentali della Prima Domenica di Quaresima: la conversione, la conoscenza di Cristo, la testimonianza della fede, la fragilità umana, la forza della Parola, la vittoria sulle seduzioni del maligno e la gioia della Pasqua.
La proposta di Gesù, davanti alla tentazione, è quella di rendere così rilevante l’alleanza con il Padre, da scegliere sempre la sua felicità nella volontà di Dio e non contro o nonostante essa.
La preghiera liturgica conduce quindi a una scelta concreta: non spezzare il legame con Dio, non ridurre la fede a reliquia del passato e non considerare l’appartenenza cristiana irrilevante rispetto alle dinamiche della vita.
La Quaresima diventa un tempo favorevole per riconoscere la voce della tentazione, rinnovare la fiducia nel Padre e lasciare che la Parola trasformi il cuore. La vita cristiana trova così il suo orientamento nella misericordia ricevuta e condivisa, nella fedeltà all’alleanza e nell’attesa gioiosa della Pasqua.