La citazione biblica «la luce sotto il moggio»: significato e contesto

La citazione biblica «la luce sotto il moggio» si trova nel Vangelo secondo Matteo 5,14-16, all’interno del discorso della montagna: «Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa».

Gesù conclude l’immagine con un invito preciso: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli». Il significato è che il discepolo non deve nascondere la fede, il bene ricevuto e le opere di giustizia e misericordia, ma deve renderli visibili attraverso una vita coerente, affinché gli altri riconoscano il bene e rendano gloria a Dio.

La citazione biblica della luce sotto il moggio

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Il brano appartiene a Matteo 5,13-16 e viene immediatamente dopo le Beatitudini. Gesù parla ai suoi discepoli del modo di essere nel mondo e nella società coloro che accolgono la sua parola e vivono secondo il suo messaggio.

ElementoCitazioneSignificato nel discorso di Gesù
Sale«Voi siete il sale della terra»Dare sapore, preservare dalla corruzione, custodire la fedeltà e la sapienza.
Luce«Voi siete la luce del mondo»Illuminare la realtà, indicare una via e rendere visibili le opere buone.
Moggio«Non si accende una lampada per metterla sotto il moggio»Non nascondere ciò che deve servire a illuminare gli altri.
Candelabro«Ma sul candelabro»Collocare la lampada nel posto in cui può diffondere la luce.

Che cos’è il moggio nella Bibbia

Il moggio era l’unità di misura per il grano. Nella casa palestinese era un recipiente destinato alla misurazione dei cereali e non un supporto adatto per una lampada accesa.

La lampada accesa non viene messa sotto il moggio, un recipiente per misurare gli aridi, che la renderebbe inutile e neppure sotto il letto che non farebbe passare la luce nell’ambiente. Sia in un caso che nell’altro luce della lampada rimarrebbe soffocata.

Si mette, invece, sul candelabro, un piccolo rialzo che permette la diffusione della luce nell’ambiente. Insomma, una cosa deve essere messa nel posto che le compete.

lampada antica sopra candelabro biblico

Le diverse traduzioni di Matteo 5,14-16

Testo CEI 2008

«Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Testo CEI 1974

«Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli».

Traduzione interconfessionale in lingua corrente

«Siete voi la luce del mondo. Una città costruita sopra una montagna non può rimanere nascosta. Non si accende una lampada per metterla sotto un secchio, ma piuttosto per metterla in alto, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così deve risplendere la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano il bene che voi fate e ringrazino il Padre vostro che è in cielo».

Nuova Riveduta

«Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può essere nascosta, e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli».

Il contesto: il discorso della montagna

Vi ricordo che siamo in sosta al Monte delle Beatitudini, seduti attorno al Maestro, nuovo Mosè sulla cattedra del nuovo Sinai, proclamando la Legge della nuova Alleanza.

Gesù fa il suo primo discorso, un discorso solenne e programmatico, e rivela quali sono i destinatari privilegiati delle attenzioni di Dio: i poveri e gli oppressi, gli affamati di pace e di giustizia.

Domenica scorsa, il Signore ci ha sorpresi a tutti con il preambolo delle Beatitudini, capovolgendo i nostri parametri della felicità. Le sorprese però non finiscono qui.

Oggi il Signore si rivolge direttamente a noi suoi discepoli e ci stupisce ancora. Le sue parole non ci lasceranno indifferenti, a meno che non fossimo perdutamente immunizzati contro la carica di novità di cui esse sono portatrici.

Immediatamente dopo aver spiegato le beatitudini (Mt 5, 1-12), Gesù parla del modo di essere nel mondo e nella società coloro che accolgono la sua parola e vivono secondo il suo messaggio. Ne parla con immagini molto significative: il sale e la luce.

«Voi siete»: un’identità già ricevuta

Oggi Gesù ci rivela la nostra identità profonda, la nostra verità più autentica: “Voi siete il sale della terra. Voi siete la luce del mondo!”.

Si rivolge al gruppetto dei suoi discepoli: “Voi”! e usa il verbo al presente “siete”, non al futuro. Lo sono già, il sale e la luce!

Non è tanto un’esortazione o un imperativo a diventare qualcosa che non sono ancora, ma la constatazione o una vera investitura.

Gesù afferma, inoltre, che sono “il” sale, “la” luce. Non c’è un altro sale, un’altra luce!

La fede è chiamata a divenire luce. Ben sapendo che al credente la luce non appartiene e che lui può soltanto accoglierla e rifletterla.

È grazie all’ascolto della sua parola che i discepoli possono essere chiamati “luce del mondo” e “sale della terra”.

L’ascolto e la sequela operano la trasmissione della luce sul discepolo che ne diviene un riflesso e che a sua volta la può irradiare.

«Voi siete il sale della terra»

Tutti possiamo cogliere la forza di questo paragone. Il sale dà sapore agli alimenti, li rende saporiti! Senza sale non c’è gusto, non c’è piacere nel mangiare.

Quindi, il discepolo di Gesù porta sapore alla terra, gusto al convivio umano, senso alla vita.

La salatura degli alimenti allo scopo di conservarli aveva una grande importanza quando ancora non si disponeva degli attuali sistemi di refrigerazione, senza contare che conferiva un certo sapore.

Il sale evita la decomposizione del cibo e lo rende più gustoso; questo si ottiene facilmente mescolando il sale con gli altri ingredienti.

Nell’antico testamento si attribuisce al sale un valore purificatore (cfr. Es 30, 35) ed è simbolo di fedeltà (cfr. Nm 18-19).

In questo senso, noi discepoli di Cristo siamo invitati a essere sale in tutti gli ambienti in cui si svolge la nostra vita, purificandoli e rendendoli gradevoli.

Il sale come sapienza

Il sale è collegato anche con l’intelligenza. Ancora oggi diciamo di qualcuno che ha “sale in testa” e di una conversazione insulsa, senza sale (cfr. Colossesi 4, 6).

Il discepolo di Gesù è portatore di una sapere, una saggezza, una sapienza nuova (vedi Paolo nella seconda lettura, 1 Corinzi 2,1-5) che conferisce una nuova intelligenza!

Luce e sale indicano anche intelligenza. E l’intelligenza osa con coraggio affrontare i cambiamenti riconoscendo che non si può pretendere che le cose cambino se si continua a pensare allo stesso modo di sempre e a fare le stesse cose di sempre.

L’intelligenza analizza le situazioni e osa immaginare soluzioni inedite, gettando fasci di luce in zone d’ombra in cui si avanza a tentoni.

L’intelligenza osa creativamente dare forma concreta a modalità di presenza, a linguaggi, a contenuti che traducano l’evangelo eterno nell’oggi storico.

Il sale come difesa dalla corruzione

Il sale, inoltre, era usato per impedire la decomposizione degli alimenti. Il discepolo di Gesù allora è un antidoto alla corruzione della società.

Il cristiano è sale e luce del mondo quando, con il suo esempio e con la sua parola, pratica un’attività apostolica intensa.

Il cristiano non è uno spettatore o una persona che sta da parte, ma pienamente immerso nella realtà del mondo e della storia.

Il sale come segno di fedeltà

Da questo attributo del sale proveniva pure l’abitudine di spargere del sale sui documenti come segno della loro perennità. Un “patto di sale” era definitivo, non poteva essere violato.

Anche l’alleanza di Dio con il suo popolo era chiamata di sale o salata per dire che era eterna.

Il discepolo, dunque, è chiamato a garantire la veridicità della parola e la durevolezza dell’alleanza.

Il sale nei sacrifici e nei simboli religiosi

Spingendoci oltre, il sale era un elemento indispensabile nei sacrifici offerti al Tempio: le vittime dovevano essere cosparse di sale e all’incenso si aggiungeva anche del sale (Levitico 2, 13; Ezechiele 43, 24; Esodo 30, 35).

Con la parola “sale”, dalla stessa radice latina, sono imparentate delle parole che hanno a che fare con la salute, come salve (stammi bene!), salute, salvezza.

Per questo i neonati venivano strofinati col sale (cfr. Ezechiele 16, 4). E, in passato, era usato il sale nel nostro battesimo.

Al termine “sale” è legata la parola salario (dalla antica usanza romana di pagare soldati e magistrati), e regalare il sale era un tradizionale augurio di fortuna, salute e prosperità.

A quali significati pensa Gesù quando ci dice “voi siete il sale della terra”? Molto probabilmente all’insieme di questo simbolismo.

Quando il sale perde il sapore

«Ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente».

In Palestina, ai tempi di Gesù, il sale di uso domestico non era molto raffinato. Si trattava di un materiale salato proveniente dal Mar Morto pieno di molte impurità.

Prima di usarlo si scioglieva e così si potevano separare i corpi estranei. Certe volte questo prodotto conteneva molta più polvere che sale, per cui la soluzione era quasi insipida e ad altro non serviva che a essere gettata via.

Ci sembra un po’ strano che il sale possa perdere le sue proprietà. Forse c’è un riferimento ad un certo tipo di sale estratto nel mare Morto che perdeva facilmente il sapore.

In realtà la traduzione letterale di questa espressione è “se il sale impazzisce”. Il discepolo che “impazzisce”, che perde la sua identità e non dona più sapore e sapienza alla terra, non serve a niente e merita il disprezzo della gente.

Gesù si serve di questa esperienza della vita quotidiana per invitare a conservare l’integrità nel pensare e nel fare.

Ciò che colpisce nelle immagini usate da Gesù è che di tutte si mette in luce la possibilità del fallimento: il sale può divenire “sciocco” (così traduce Ulrich Luz, unendo felicemente le nozioni dell’insipido e della stoltezza presente nel verbo moraínein usato da Mt 5,13.22; 7,26; 23,17; 25,2.3.8) e un sale insipido non serve a niente.

«Voi siete la luce del mondo»

«Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa».

Per un altro verso, la luce è qualcosa di cui non si può fare a meno per vedere, e un lume si accende perché illumini e non per tenerlo nascosto.

La luce delle opere buone “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”.

Quali sono queste opere buone? Le opere di giustizia, di cui ci parla la prima lettura (Isaia 58, 7-10), e le opere di misericordia menzionate nel Salmo 111.

La luce nella Bibbia

Nella Bibbia, la luce è una delle realtà più cariche di simbolismo. Essa compare all’inizio, come la prima opera creata da Dio (Genesi 1, 3), e si ritrova alla fine: “Non vi sarà più notte, e non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà” (Apocalisse 22, 5).

Nel vangelo di Giovanni, Gesù dice “io sono la luce del mondo” (Giovanni 8, 12) e, nella sua prima lettera, Giovanni dichiara: “Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna” (1 Giovanni 1, 5).

E san Paolo chiama i cristiani “figli della luce”.

Il Verbo, che esisteva fin dal principio insieme a Dio e che è Dio, è “la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1, 9), e i discepoli di Cristo, partecipando della sua luminosità, sono chiamati a essere “astri nel mondo” (Fil 2, 15).

Negli antichi testi liturgici il Battesimo viene chiamato “illuminazione”, sicché il cristiano, “‘dopo essere stato illuminato’ (Eb 10, 32), è divenuto ‘figlio della luce’ (1 Ts 5, 5) e ‘luce’ (Ef 5, 8) egli stesso”.

  • «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te».
  • «Di nuovo Gesù parlò loro: “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”».
  • «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino».
  • «La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta».
  • «Svela cose profonde e occulte e sa quel che è celato nelle tenebre e presso di lui è la luce».
  • «Dio è luce e in lui non ci sono tenebre».
  • «La tua parola nel rivelarsi illumina, dona saggezza ai semplici».
  • «Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce».

La luce ricevuta e riflessa

Il vangelo aveva già detto che Gesù aveva cominciato a irradiare la sua luce nella zona della Galilea: “Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce” (Mt 4,16).

Ora, dopo aver presentato Gesù che proclama le beatitudini, Matteo mostra i discepoli e le folle che ascoltano la luce. Solo ascoltando la parola luminosa di Gesù si arriva a vedere la sua luce.

La simbologia biblica attribuisce alla parola di Dio il significato di luce: “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (Sal 119,105).

“Luce” è la prima parola che esce dalla bocca del Dio creatore (Gen 1,3). E Gesù stesso, “luce del mondo” (Gv 8,12), trasmette la sua luminosità a chi accetta di lasciarsi guidare dalla sua parola attraverso l’ascolto che diviene sequela.

“Chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).

Il credente la luce non la possiede come una proprietà autonoma: la riceve, la accoglie e la riflette. Per questo la testimonianza cristiana non consiste nel mettere se stessi al centro, ma nel lasciare trasparire la luce di Cristo.

La luce delle opere buone

Isaia e Matteo convergono nell’affermare che la luminosità del credente si manifesta in opere di giustizia e carità, in un agire corporeo e relazionale.

Le letture insistono sulle opere di giustizia e carità: il vero digiuno, afferma Isaia, consiste nel lavoro di liberazione e giustizia, di condivisione e solidarietà (Is 58,6-7); il vangelo sottolinea che la luce dei credenti si traduce in opere belle (érga kalà: Mt 5,16; la Bibbia CEI traduce “opere buone”).

L’esortazione a fare il bene è anzitutto invito a una lotta: lottare per vincere la tentazione di un’ascesi e di una mortificazione fini a se stesse, che allontanano dalla relazione con gli altri rimuovendo quella dimensione corporea che è il luogo di manifestazione dello spirito, dunque della carità e della giustizia.

È invito a lottare contro la tentazione della facilità, della superficialità e della bruttura in cui spesso cadiamo senza nemmeno accorgercene e ad opporvi azioni belle, cioè sapienti e sapide (“essere sale”), calde e luminose (“essere luce”).

La luce dei credenti deve risplendere in quella carne che spesso viene colta come opaca e opacizzante e in quelle relazioni che a volte sono considerate ostacolo a una qualità spirituale.

La luminosità dei credenti si deve pertanto declinare come bellezza, ma una bellezza che coniuga dimensione estetica e dimensione etica e che trova il suo momento più alto nel fare il bene a chi ci ha fatto il male, nel rispondere con mitezza alle offese ricevute.

Giustizia, misericordia e responsabilità

Le opere di misericordia e giustizia di cui parla il profeta (Is 58,7) e le opere “belle” di cui parla Gesù, si radicano nel cuore del credente e suppongono un lavoro interiore.

Lavoro che, secondo Is 58,9, significa il riconoscimento che l’attitudine a non lasciar spazio agli altri (“oppressione”), a giudicare e condannare (“puntare il dito”), a sparlare e calunniare (“parlare empio”), abita in noi e costituisce il buio che, una volta portato alla luce, può consentire la trasparenza e la limpidezza che rendono luminoso il credente.

Dice Isaia: “Se toglierai di mezzo a te” (dal tuo cuore e dunque anche dai tuoi rapporti con gli altri) queste cose, ecco che la tua luce si manifesterà.

C’è un lavoro di sgombero interiore, di dissodamento del profondo, c’è una ablatio necessaria per divenire capaci di amore e giustizia.

Infatti, la dinamica dell’azione buona secondo Isaia non è anzitutto un fare, ma un togliere, un eliminare da se stessi le tre attitudini appena ricordate.

Non farlo, per Isaia equivale a distogliersi dalla propria stessa carne, ovvero la carne che condividiamo con gli altri e che è anche la nostra casa.

Questo sarebbe un cadere nell’indifferenza e nel ripiegamento del cuore su se stesso.

La carne, la fragilità dell’altro è un appello che sollecita la mia responsabilità, cioè la mia risposta di cura.

Inoltre, fare il bene è sempre farsi del bene, suggerisce Isaia affermando che facendo il bene la “tua ferita si rimarginerà presto” (Is 58,8).

Colui che vede le sofferenze altrui e interviene per alleviarle, vedrà rimarginarsi le proprie ferite.

Prendersi cura degli altri è prendersi cura di sé. Il curatore è anch’egli un ferito, una persona bisognosa di cura.

La coscienza di essere noi stessi malati è essenziale per vedere le ferite altrui e prendercene cura con efficacia, così come per sperimentare effetti terapeutici positivi su di noi.

L’umanità ferita è unica, in me e nell’altro.

Essere luce senza cercare se stessi

Sale e luce hanno un elemento in comune. Entrambi sono in funzione degli “altri”, si fondono con la realtà, il sale si dissolve negli alimenti, diventa invisibile, e la luce si disperde negli oggetti che illumina.

Così il cristiano non vive per se stesso, ma per dare sapore agli altri, rendere saporita la società in cui vive e, come la luce, illuminare la realtà che lo circonda.

Una presenza discreta, che non richiama l’attenzione su di sé, ma promuove il bene degli altri.

Tanti cristiani non possono fare sentire la loro voce né esprimere la propria identità cristiana, ma dov’è un discepolo di Cristo l’Amore sta fermentando la massa del mondo!

Grande è la responsabilità del cristiano. Non c’è un altro ‘prodotto’ che possa rimpiazzarlo!

Sale o luce: due modalità di presenza

Il sale e la luce, però, hanno modalità distinte di presenza. Mentre il sale sparisce, la luce si rende visibile.

È il discernimento che ci dirà, di volta in volta e secondo le circostanze, se agire come sale o come luce.

Il sale agisce dall’interno: si mescola, si scioglie e contribuisce a dare sapore e consistenza alla realtà. La luce, invece, si rende percepibile e consente di vedere ciò che prima restava nell’ombra.

Le immagini del sale, della luce e della città rinviano nel loro insieme a quello che possiamo chiamare “senso”.

In quanto luce, i credenti percorrono un cammino e indicano una via, una direzione. La loro presenza ha un’importante dimensione etica.

In quanto sale, essi danno sapore e infondono gusto al vivere. La loro presenza è chiamata a essere sapida, non insapore e ha una valenza estetica in quanto evocazione e testimonianza di bellezza.

Quanto poi alla città posta su un monte, il suo senso è quello di attrarre, di dare un orientamento al desiderio, di fornire una meta al percorso degli umani.

La città sul monte

La “città che sta sopra un monte” potrebbe alludere alla città santa di Gerusalemme, mentre la “lampada sul candelabro” ci introduce nell’umile casa palestinese.

È significativo che queste parole di Gesù ai discepoli, così importanti e costitutive sul piano, potremmo dire, ecclesiologico, siano immagini: sale, luce, e poi città.

È un linguaggio simbolico e metaforico che non definisce e neppure norma con precisione doveri e compiti, ma costituisce un alveo al cui interno muoversi, una direzione da percorrere, uno spazio in cui immergersi.

E questo affinché la presenza e la testimonianza dei cristiani nel mondo sia sensata.

Questa immagine ha una valenza ecclesiologica se la intendiamo non tanto come agglomerato urbano situato in un luogo preciso, ma come comunità di persone che si può realizzare in qualunque luogo.

Questa comunità di persone per Matteo ha nome di fraternità: “Voi siete tutti fratelli” (Mt 23,8), dice Gesù ai discepoli e questa affermazione sta alla base dell’essere sale e luce dei discepoli stessi nei confronti dell’umanità.

Dietro all’immagine della città che, posta su monte e dunque ben visibile, diviene un polo di attrazione del cammino dei popoli, sta la tradizione veterotestamentaria del pellegrinaggio dei popoli (cf. Is 2,1-5).

Così essa simboleggia il compito della chiesa che è di “crescere non per proselitismo, ma per attrazione” (Benedetto XVI).

La responsabilità della testimonianza cristiana

Questa azione apostolica alla quale Gesù chiama i suoi discepoli appare particolarmente urgente in un mondo secolarizzato in cui, come faceva notare il beato Álvaro del Portillo, “moltissimi si allontanano da Lui, in tutti gli ambienti della società”.

Il Concilio Vaticano II, in riferimento a questo passo evangelico, così insegna: “Ai laici si presentano moltissime occasioni di esercitare l’apostolato dell’evangelizzazione e della santificazione. La stessa testimonianza della vita cristiana e le opere buone compiute con spirito soprannaturale hanno la forza di attirare gli uomini alla fede e a Dio; dice infatti il Signore: ‘Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, in modo che vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli’ (Mt 5, 16)”.

La testimonianza non è anzitutto esibizione religiosa, ma coerenza tra la parola ascoltata e la vita quotidiana. La luce diventa credibile quando prende forma in opere di bontà, giustizia, misericordia, verità e pace.

La luce può essere nascosta non soltanto dal silenzio, ma anche da una vita incoerente, dall’autoreferenzialità e dalla ricerca del proprio prestigio.

Il rischio di nascondere la luce

Gesù intravede la possibilità dell’insignificanza in cui i cristiani possono finire.

La lampada può essere messa sotto il moggio e smettere di illuminare; una città può restare nascosta e venir meno al suo compito di accogliere e farsi abitare.

E così la pagina evangelica fotografa gran parte dell’attuale situazione dei cristiani nel mondo, o almeno nei paesi di antica cristianità.

Dov’è la forza di attrazione della chiesa oggi? Dov’è la promessa di vita, di senso e di felicità, per le persone, in particolare per le giovani generazioni?

Dove e come la chiesa oggi è sale? Cioè capace di infondere sapore e dare bellezza e gusto al vivere?

E dove e come è luce? Ovvero dove e come è capace di indicare vie da percorrere, dischiudere futuro e speranza, aprire sentieri di senso?

Spesso le nostre chiese si presentano come svigorite, stanche, senza passione, esauste, logore.

L’immagine del sale divenuto insipido si accompagna alla constatazione che esso “non ha più forza per nulla (eis oudèn ischýei)” (Mt 5,13).

E non può stupire che la presenza cristiana spesso non susciti che indifferenza.

Coraggio, immaginazione e creatività

Cosa occorre? Non si tratta di indicare delle “cose da fare”, ma degli atteggiamenti da assumere: coraggio, immaginazione, creatività.

Forse così possiamo riscoprire cosa significhino quelle parole: “Voi siete il sale della terra e la luce del mondo”.

La luce non è destinata a restare chiusa in un luogo privato quando può illuminare la casa. Il sale non è destinato a conservarsi separato quando deve mescolarsi con gli alimenti.

La presenza cristiana è chiamata a entrare nella realtà, a riconoscere le sue ferite, a promuovere la giustizia e a rendere più umano il vivere comune.

La luce sotto il moggio e la parola da trasmettere

L’immagine della lampada presenta il nascosto che dovrà essere rivelato.

Gesù continua a rivolgersi direttamente ai suoi discepoli, i Dodici. Quasi abbozzando una parabola, Gesù fa due domande in vista del messaggio che sta per comunicare, due meshalim.

«Viene forse la lampada per essere messa sotto il moggio o sotto il letto? O non invece per essere messa sul candelabro? Non vi è infatti nulla di segreto che non debba essere manifestato e nulla di nascosto che non debba essere messo in luce. Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!» (Mc 4,21-23).

Gesù passando all’applicazione del precedente mashal sul “Viene la lampada” ne chiarisce la portata: «non vi è infatti nulla di segreto…».

Cioè le cose che io, Gesù, sto dicendo a voi in quanto miei discepoli non devono rimanere solo vostre, segrete per sempre. Al contrario, devono essere manifestate, messe in piena luce di tutti.

Marco presenta quindi due tempi: quello dei discepoli di Gesù durante il ministero pubblico e quello che parte dalla morte di Gesù e attraversa i millenni.

Il primo è il tempo del ricevere il messaggio e la persona del Maestro; il secondo è quello del comunicarlo.

Marco racconta che Gesù scelse i Dodici «per mandarli a predicare» (3,14), ma ciò fu un anticipo che si realizza pienamente dopo la sua morte e risurrezione quando la loro predicazione avrà un ambito mondiale: «È necessario che il Vangelo sia proclamato a tutte le nazioni» (13,10); «dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero» (14,9); «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (16,15).

«Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!». Già presente in 4,9 la frase vuole sottolineare l’impegno di ognuno per comprendere, ricordare e praticare quanto egli ha detto.

Ascoltare, accogliere e trasmettere

Questa immagine, molto diversa dalla precedente, in realtà la continua sottolineando il dovere dell’ascolto del messaggio che vi viene rivolto: «Fate attenzione a quello che ascoltate», in vista sia della memorizzazione come anche della sua assimilazione vitale: «La bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda» (Mt 12,34).

La parola di Gesù deve essere accolta e resa norma della propria vita quotidiana.

«Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi» da Dio: poca disponibilità, poca ricezione.

In più la buona ricezione e le disposizioni morali aprono le porte per la ricezione ulteriore: «a chi ha, sarà dato».

In situazione opposta, si perde man mano quello che uno aveva: «sarà tolto anche quello che ha».

Facciamoci illuminare dalla Parola; trasmettiamo ad altri quella luce di vita che la Parola ha realizzato in noi.

«Contemplari et contemplata aliis tradere» (San Tommaso, Summa theologiae, II II, q. 188, a. 6): assimilare la verità contemplata nell’ascolto e trasmetterla agli altri.

Altre citazioni bibliche sulla luce

  • «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te».
  • «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino».
  • «La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta».
  • «Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore?»
  • «Così infatti ci ha ordinato il Signore: Io ti ho posto come luce per le genti, perché tu porti la salvezza sino all'estremità della terra».
  • «Svela cose profonde e occulte e sa quel che è celato nelle tenebre e presso di lui è la luce».
  • «Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che ora vi annunziamo: Dio è luce e in lui non ci sono tenebre».
  • «La tua parola nel rivelarsi illumina, dona saggezza ai semplici».
  • «Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce».
  • «Manifesta al Signore la tua via, confida in lui: compirà la sua opera; farà brillare come luce la tua giustizia, come il meriggio il tuo diritto».
  • «Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato».
  • «Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu».
  • «Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce».
  • «Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi».
  • «Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la pone sotto un letto; la pone invece su un lampadario, perché chi entra veda la luce».
  • «Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l'iniquità, o quale unione tra la luce e le tenebre?»
  • «Il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità».
  • «Tu, Signore, sei luce alla mia lampada; il mio Dio rischiara le mie tenebre».
  • «Fà splendere il tuo volto sul tuo servo, salvami per la tua misericordia».
  • «Ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall'alto e discende dal Padre della luce, nel quale non c'è variazione né ombra di cambiamento».
  • «Rialzaci, Signore, Dio degli eserciti, fà splendere il tuo volto e noi saremo salvi».
  • «Pertanto ciò che avrete detto nelle tenebre, sarà udito in piena luce; e ciò che avrete detto all'orecchio nelle stanze più interne, sarà annunziato sui tetti».

Una luce rivolta agli altri

«Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini» non significa cercare il riconoscimento personale o trasformare la fede in una forma di esibizione.

Le opere buone devono condurre gli uomini a rendere gloria al Padre vostro che è nei cieli. Il termine della luce non è il discepolo, ma Dio.

La luce cristiana è autentica quando illumina senza accecare, orienta senza dominare e serve senza imporsi.

Il discepolo è chiamato a essere visibile nelle opere e discreto nella ricerca di sé: la sua vita deve rendere percepibile il bene, non alimentare la vanità.

Un solo virgulto basta per fare rinascere il tronco di Iesse (Isaia 11,1).

Gli apostoli davanti a Gesù sul Monte delle Beatitudini erano appena… quattro: Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni!

Dio non cerca le folle ma un uomo, una donna. Lo/la troverà? (Ezechiele 22, 30).

Cerca te, cerca me! Siamo noi assai coraggiosi per fare un passo in avanti e dire: “Eccomi, io ci sto!”?

034 - La parabola del sale e della luce (Italian)

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