Il Vangelo del 31 gennaio, commentato da don Luigi Maria Epicoco, racconta Gesù e i discepoli sulla barca durante una grande tempesta. Il brano mostra che Dio non è colui che ci evita le tempeste, ma colui che sta con noi durante quelle tempeste.
La domanda centrale del racconto è: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?». La fede consiste nel continuare ad avere fiducia in Dio anche quando abbiamo la sensazione di essere perduti e che non ci sia più nessuna via di uscita.
Vangelo secondo Marco: Gesù placa la tempesta
Dal Vangelo secondo Marco Mc 4,35-41
In quel medesimo giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena.
Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia.
Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».
Parola del Signore.

La paura dei discepoli e il silenzio di Gesù
Una tempesta sembra la protagonista principale della pagina del Vangelo di oggi. Ma la cosa che conta di più è la capacità che ha Gesù di saper dominare le tempeste. Eppure ciò che salta all’occhio è la paura dei discepoli, che quando si trovano in difficoltà, smettono di avere fiducia in quel Gesù che è sulla barca insieme con loro.
C’è una barca, i discepoli e Gesù. Egli non è altrove come in altri racconti. Non è sulla riva mentre i discepoli sono nella barca. Questa volta Gesù è lì, nella barca insieme ai suoi discepoli.
Si scatena una tempesta, e nei discepoli si affaccia la possibilità che sia la fine: “Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che moriamo?»”.
Sembra quasi paradossale, ma alla situazione di difficoltà, paura e sofferenza dei discepoli si contrappone un Gesù presente ma dormiente. Dorme, come se non gli importasse, o perlomeno è questa la sensazione che hanno i discepoli.
In grande sincerità dovremmo dire che non di rado abbiamo anche noi la stessa sensazione. Ci accadono cose che non ci siamo scelti, situazioni troppo grandi per le nostre piccole forze, e la barca della nostra vita è così sballottolata da una parte e dall’altra che ci sorge il dubbio che Dio esiste ma dorme.
La fede non elimina le tempeste
Dio non è colui che ci evita le tempeste, ma colui che sta con noi durante quelle tempeste. Avere fede significa continuare ad avere fiducia in Dio anche quando abbiamo la sensazione che siamo perduti e che ormai non c’è più nessuna via di uscita.
Se crediamo che attraverso Gesù Dio è entrato definitivamente nella storia di ciascuno di noi, allora dobbiamo credere profondamente che nella barca della nostra vita non siamo più soli, ma Lui è sempre con noi, anche quando abbiamo la sensazione che dorma o che apparentemente non gli importi nel nostro destino.
Il Vangelo di oggi ci mostra quanto si possa essere attanagliati dalla paura, come accade ai discepoli, in balìa del vento. Sembra che Dio dorma, che non faccia nulla, ma proprio nel silenzio, si rivela la Sua presenza.
Gesù non rimuove subito la tempesta, ma smaschera prima la paura, per poi far sì che tutto torni a posto. E dunque, ognuno di noi dovrebbe porsi la domanda: quando tutto è in tempesta, dov’è la mia fede?
Pregare con sincerità
La lezione dei discepoli è bellissima: trovano il coraggio dirlo. Pregano con sincerità. Dovremmo anche noi imparare la parresia con cui dicono a Gesù quello che sentono dentro di loro.
Ma come loro dobbiamo essere disposti ad accettare anche la lezione che Gesù impartisce proprio a partire da questa sensazione: “Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?»”.
Ci è difficile ragionare se non a partire sempre da ciò che sentiamo. Se sentiamo paura ragioniamo con paura. Gesù dice che la fede è disobbedire alla paura e ricordarsi di ciò che si crede anche quando non lo si sente.
Credere è fidarsi di Gesù non della tempesta.
La barca della vita e la presenza di Cristo
La tempesta del Vangelo restituisce in una maniera quasi plastica la situazione interiore che molti di noi vivono costantemente senza trovare mai davvero il coraggio di dirlo ad alta voce, o senza trovare quasi mai le parole giuste per esprimerla.
La barca della nostra vita può essere sballottata da una parte e dall’altra da situazioni troppo grandi per le nostre piccole forze. In questi momenti può sorgere il dubbio che Dio esista ma dorma.
La fede, però, non nasce dalla certezza che non accadrà nulla di difficile. La fede nasce dalla fiducia che, anche dentro ciò che accade, Gesù non ci lascia soli.
Gesù non è sulla riva mentre i discepoli affrontano il mare: è nella barca insieme a loro. La sua presenza precede il miracolo della bonaccia e costituisce già una risposta alla paura.
San Giovanni Bosco e la nave della Chiesa
Oggi festeggiamo un grande santo che ha fatto della sua vita un’immensa professione di fede in Gesù. È San Giovanni Bosco, il santo di oggi.
Ed è interessante che a un certo punto San Giovanni Bosco racconta ai suoi ragazzi un sogno particolare che egli fa. Nel sogno egli vede il mare agitato, scosso da onde violente e da venti impetuosi.
Al centro di questo mare in tempesta c’è una grande nave, simbolo della Chiesa, attaccata da ogni parte, colpita, urtata, apparentemente destinata ad affondare. I nemici sono forti, la confusione è grande e la situazione sembra senza via di uscita.
Eppure quella nave non è abbandonata: al timone c’è il Papa, che con grande fatica cerca di guidarla tra i flutti. A un certo punto, nel mare compaiono due colonne: una più alta, sormontata dall’Eucaristia, e un’altra più bassa, sulla quale sta la statua di Maria Ausiliatrice.
Quando la nave riesce ad ancorarsi saldamente a queste due colonne, la tempesta si placa, gli attacchi cessano e la nave trova finalmente stabilità e salvezza.

L’Eucaristia e Maria Ausiliatrice
Il messaggio del sogno è chiaro e profondissimo: nelle tempeste della storia e della vita personale, la Chiesa e ogni credente non si salvano con le proprie forze, ma restando ancorati a Cristo presente nell’Eucaristia e affidandosi con fiducia a Maria.
Don Bosco voleva insegnare ai suoi ragazzi che la fede non elimina le difficoltà, ma dà un punto fermo a cui aggrapparsi quando tutto sembra crollare.
Ecco il vero educatore: non è colui che ti toglie le difficoltà, ma colui che ti insegna come affrontarle.
La domanda del Vangelo
La conclusione del racconto non è soltanto la descrizione della bonaccia. Dopo aver visto il vento cessare e il mare calmarsi, i discepoli sono presi da grande timore e si chiedono chi sia Gesù.
La domanda «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?» apre alla rivelazione dell’identità di Cristo. Gesù non è soltanto colui che accompagna i discepoli: è colui al quale obbediscono le forze che sembrano dominare l’uomo.
La paura dei discepoli, quindi, si trasforma in stupore e in un timore nuovo. Prima temevano la tempesta; ora si trovano davanti al mistero di Gesù.
La fede non consiste nel fingere di non avere paura. Consiste nel portare la paura davanti a Cristo e nel lasciare che la sua presenza cambi il modo in cui attraversiamo la tempesta.
La fede come fiducia concreta
La fede è disobbedire alla paura e ricordarsi di ciò che si crede anche quando non lo si sente. Per questo non basta cercare una sensazione di sicurezza: occorre continuare a fidarsi di Gesù quando la situazione esterna non è ancora cambiata.
La preghiera dei discepoli è drammatica, ma autentica. Essi non nascondono la loro angoscia e non cercano parole corrette: dicono a Gesù ciò che stanno vivendo.
Questa sincerità può diventare una forma di preghiera. Anche quando la fede è fragile, la persona può rivolgersi a Cristo e presentargli la propria paura, la propria confusione e la sensazione di essere abbandonata.
La presenza di Gesù non dipende dalla percezione che ne abbiamo. Egli è nella barca anche quando sembra dormire, anche quando ci sembra che non gli importi del nostro destino.
Il regno di Dio e il seme della fede
Il Vangelo del 31 gennaio è collegato anche all’immagine del seme e del granello di senape, che descrivono il modo in cui opera il regno di Dio.
«Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga».
Il Vangelo di oggi ci chiede un unico gesto. Tutta la vita racchiusa in un gesto: “gettare il seme”. Il resto non compete a noi, non dipende da noi.
È un po' come voler dire che la vita è tale solo se la metti in condizioni di portare frutto. E sono le scelte le cose che mettono in condizioni la vita di portare frutto.
Noi vogliamo sempre controllare tutto, e stiamo male perché non ci riusciamo, forse perché siamo convinti che alla fine tutto dipende sempre da noi. Ma non è così. Da noi non dipende tutto.
C'è una parte della vita che accade, che viene fuori al di là delle nostre capacità e delle nostre forze. Noi possiamo solo essere come quel contadino che con fiducia getta il seme.
Il potenziale nascosto delle cose piccole
«A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi».
La seconda caratteristica che Gesù sottolinea sta nel potenziale nascosto delle cose piccole fatte e vissute con fede.
In fondo molte famiglie si sono salvate per piccoli atti di amore vissuti con fede da donne (soprattutto) e uomini che hanno sperato in tempi difficili.
Lo sforzo di Gesù nel cercare di spiegare cosa sia e in che modo operi il regno di Dio aiuta a capire anche a noi in che modo fargli spazio e favorirlo.
Infatti, il regno di Dio altro non è che quel dono della fede che man mano prende spazio nella nostra vita e in noi fino al punto di salvarci, cioè di strapparci dalla morte e dalla mancanza di senso e di speranza.
Il seme che cresce senza che ce ne accorgiamo
Troppe volte ci convinciamo che la fede e la vita spirituale funzionino un po' come la sequenza di una tecnica che alla fine ha come risultato ciò che desideravamo, ma la fede è come un seme che opera in noi anche quando noi non ce ne accorgiamo o non siamo sempre capaci di assecondarlo.
Questo dovrebbe molto rasserenarci perché significa che molte cose passano per le nostre scelte e le nostre capacità, ma molte altre no: ci sono date come dono e agiscono in noi senza che nemmeno ce ne rendiamo conto fino in fondo.
Ad esempio, quando qualcuno ti vuole bene veramente, quel bene agisce nella tua vita anche quando tu non ne sei all’altezza, anche quando non te ne accorgi e soprattutto quando senti di essere più fragile.
Dio continua ad amarci anche quando noi non ce ne rendiamo conto o magari non lo assecondiamo fino in fondo. L’unica cosa che ci viene chiesta è non smettere di accoglierlo, di fargli spazio o, per lo meno, di provarci.
Le scelte, il rischio e la fiducia
Non bisogna avere paura di scegliere qualcosa nella vita. Non bisogna avere paura di fidarsi. Non bisogna avere paura di rischiare in una scelta.
C'è qualcosa di più brutto di sbagliare, e cioè il non provarci nemmeno. Non verrà fuori nessun grano da un campo dove non è stato seminato nulla.
Da quello seminato potrebbe venir fuori anche erbaccia insieme al grano. Ma è meglio correre il rischio di non avere la perfezione, che non avere nulla per paura dell’imperfezione.
La fede non chiede di controllare ogni passaggio della crescita. Chiede di compiere il gesto possibile, di seminare, di accogliere il dono e di rimanere disponibili alla sua azione.
Come accogliere il dono della fede
La preghiera, i sacramenti, la carità sono alcuni modi attraverso cui accogliamo questo dono. Poi esso agisce in noi come nemmeno noi stessi sappiamo.
Il nostro impegno quindi è non smettere di provare a pregare, di accostarci nel migliore dei modi ai sacramenti, e di migliorare quanto più possibile le relazioni di bene presenti dentro la nostra vita.
Il seme della fede può crescere nel silenzio, nelle scelte quotidiane, negli atti di amore e nella perseveranza. Anche quando non vediamo subito il frutto, ciò che viene vissuto con fiducia può continuare ad agire nella nostra vita.
La tempesta e il seme mostrano due aspetti dello stesso cammino: da una parte l’uomo è chiamato a fidarsi di Gesù nel pericolo, dall’altra è chiamato a seminare senza pretendere di controllare tutto ciò che accadrà.
La fede nelle tempeste della storia
Il sogno di Don Bosco unisce la tempesta del mare, la nave della Chiesa e il bisogno di trovare punti saldi. La salvezza non viene dalla presunzione di farcela con le proprie forze, ma dall’ancoraggio a Cristo presente nell’Eucaristia e dall’affidamento a Maria.
La fede non elimina le difficoltà, ma dà un punto fermo a cui aggrapparsi quando tutto sembra crollare. Per questo la presenza di Gesù nella barca non deve essere misurata soltanto dalla calma del mare.
Anche quando il vento è ancora forte, il discepolo può ricordare che Cristo è presente. Anche quando il seme non è ancora visibile, può continuare a custodire la fiducia che la vita porti frutto.
La domanda del Vangelo rimane aperta dentro ogni esperienza di paura: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Essa non nega la tempesta, ma invita a non lasciare che la tempesta diventi più grande della fiducia.