Chi ascolta le parole di Dio: il Vangelo della vera beatitudine

Nel Vangelo secondo Luca, Gesù proclama beati «coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano» (Lc 11,28). La vera beatitudine non consiste soltanto nella maternità fisica di Maria, né nei successi, nella salute, nella sicurezza o nei beni posseduti, ma nell’accogliere la Parola, custodirla nel cuore e metterla in pratica.

Ascoltare la Parola di Dio significa stabilire con Gesù una relazione di familiarità e di comunione: «Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,21). Chi ascolta e obbedisce accoglie Cristo nel proprio cuore, lo lascia crescere nella propria vita e diventa suo familiare.

La domanda sulla vera felicità

Chi è più beato? Immaginiamo la risposta a questa domanda da parte di chi sta passando sotto casa proprio in questo momento. Ci sentiremo quasi sicuramente rispondere: È beato chi ha successo nella vita, chi ha un buon posto di lavoro, la salute, una bella famiglia, una casa e nessun mutuo da pagare, un sicuro conto in banca…

Ciascuno si ritaglia sull’onda del proprio “sogno-desiderio” la “sua” beatitudine vivendo in funzione di essa, per poi accorgersi che tutto questo… non basta ancora a farlo contento. Infatti non ci si sente mai pienamente “beati”; è come se alla fine mancasse sempre un qualcosa di importante, ma al quale non si sa dare un nome preciso perché ci sfugge.

Una cosa è certa: sentiamo il bisogno di essere contenti, beati appunto! E in questo bisogno innato nel cuore scorgiamo una scintilla divina: Dio ci ha creati per questo!

Scriveva Agostino, il grande indagatore del cuore umano: “Noi tutti certamente bramiamo vivere felici e tra gli uomini non c’è nessuno che neghi il proprio assenso a questa affermazione anche prima che venga esposta in tutta la sua portata” (De moribus eccl., 1,3).

Il desiderio di beatitudine e la ricerca smarrita

Il problema sta però nel fatto che l’uomo ha perso l’orientamento nella ricerca di questa felicità alla quale aspira: intuisce che c’è ma non la trova, il più delle volte sbaglia strada, spesso alla fine rinuncia a cercarla: si rassegna miseramente mettendo a tacere la sua sete profonda di gioia e sprofondando nella tristezza e nella noia.

Che la si chiami beatitudine, felicità, realizzazione di sé, o in altri molteplici modi, una cosa è certa: l’uomo cerca sempre e comunque la gioia, la pienezza della sua vita. Si tratta di un desiderio iscritto nel cuore dell’uomo da Dio stesso che ha creato l’uomo per la gioia, la beatitudine appunto: “Questo desiderio è di origine divina: Dio l’ha messo nel cuore dell’uomo per attirarlo a sé, perché egli solo lo può colmare” (CCC 1718).

In questo “essere colmato” da-di Dio consiste la beatitudine dell’uomo! Beatitudine dell’uomo è la comunione, l’amicizia, l’intimità con Dio, il poter “passeggiare con lui alla brezza della sera” nel giardino senza più fuggire da lui.

A causa del peccato questa intimità è andata perduta: nel cuore dell’uomo si è instillato il sospetto su un “dio” che non vuole realmente il bene e la gioia per lui. Sospetto che questo “dio” pretenda solo sacrifici, mortificazioni, rinunce… la gioia all’uomo sarebbe costantemente negata e al massimo solo prospettata come promessa nell’al di là.

All’uomo tocca per ora solo meritarsi - appunto attraverso rinunce e mortificazioni - la gioia del Paradiso rinunciando alle gioie di questo mondo. Inutile dire che questa prospettiva non alletti nessuno, anzi ottenga l’effetto contrario del perdurare in noi della diffidenza e della paura.

Sotto questa angolatura anche il discorso delle beatitudini risulta ambiguo e diffidente (e il scarso annuncio che se ne fa nei pulpiti e nelle aule di catechesi lo testimonia!). Così alla fine l’uomo ha cercato e cerca tuttora la sua beatitudine altrove.

Ma se dicevamo che in noi è inscritto il desiderio-bisogno della beatitudine, permane il problema di dove realmente cercarla per poterne gustare la dolcezza e appagare la sete del cuore. Anche chi fa il male e ne percorre le vie - magari in tutta una vita spesa nella violenza, nel sesso, nella droga o altro - è convinto di trovare lì la propria beatitudine!

La Parola di Dio apre la via alla vera felicità

Ma la Parola di Dio, Gesù stesso, apre uno spiraglio - certamente si tratta di una “porta stretta” - a chi cerca la vera felicità. Ma è necessario che lo Spirito ci convinca di questa rivelazione.

È lui che ci invita alla fiducia e alla docilità del cuore: “Cerca la gioia del Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore” (Sal 36,4).

Ecco allora Dio curvarsi nuovamente sull’uomo per indicargli, partendo da Abramo (Gn 12,1) per giungere a Cristo (Col 1,19), la strada da ripercorrere (la “conversione”) per ritornare in possesso del suo autentico destino di gioia: “Beato l’uomo che teme il Signore e trova grande gioia nei suoi comandamenti” (Sal 111,1).

Un destino che Gesù incarna pienamente in se stesso perché è lui anzitutto l'”uomo beato” per antonomasia: vive nel costante ascolto della volontà del Padre e nella fedeltà ai suoi comandamenti (cfr Gv 5,30), si compiace di compierne la volontà (cfr Gv 6,38), rimane costantemente in unione con lui (cfr Gv 17,21), dinanzi alle prove si affida totalmente alle sue promesse (cfr Mt 26,42).

È Gesù che per primo sperimenta nella gioia della resurrezione la beatitudine dell’ “uomo che spera nel Signore” (Sal 39,5). Se Gesù annuncia le beatitudini lo fa perché è lui per primo a sperimentarne la realtà e la verità.

Uniti a Cristo possiamo così, con lui e in lui, a nostra volta intraprendere il cammino per vivere già ora “beati sulla terra” (cfr Sal 40,3). Se infatti la beatitudine dell’uomo è la comunione con Dio essa ci è data, in Cristo, da sperimentare sin d’ora in germe nell’attesa della sua piena manifestazione alla fine dei tempi “quando Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28) come somma ed eterna beatitudine.

Gesù annuncia la Parola alla folla

Il contesto di Luca 11,27-28

È evidente come in questo testo Luca voglia evidenziare la centralità che deve avere nella sua comunità l’ascolto della Parola. Qui infatti risiede la vera beatitudine del discepolo e della comunità che consiste nella comunione con Cristo nel quale è data ogni benedizione.

Un ascolto che produce una sintonia profonda con Cristo tale da creare una nuova consanguineità con lui, diversa ma non meno vera da quella della carne e del sangue. Come Maria attraverso l’ascolto della Parola il discepolo - e la comunità - “concepisce” in sé il verbo e lo fa “crescere” in sé mediante la custodia della sua Parola.

L’episodio narrato lo troviamo solo nel vangelo di Luca: è assente dagli altri. Ciò significa che a Luca preme sottolineare il messaggio già d’altra parte preannunciato, con altra sottolineatura, in 8,19-21 (e presente in tutti i sinottici): Un giorno andarono a trovarlo la madre e i fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla.

Gli fu annunziato: «Tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e desiderano vederti». Ma egli rispose: «Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».

“Mentre diceva ciò” (v. 27): di cosa Gesù sta parlando? Ci si riferisce alla risposta all’accusa da parte di scribi e farisei di operare guarigioni ed esorcismi in nome di Beelzebul “il capo dei demoni“.

Gesù ribadisce loro che è esattamente il contrario: questi sono segni che annunciano il compiersi in lui del regno di Dio. Sembra perciò che questo il brevissimo episodio narrato subito dopo sia un ammonimento a perseverare nell’ascolto della parola e nel custodirla al fine di poter “stare” con Cristo (v. 23) e non correre il rischio di cadere nei lacci del nemico (vv. 24-25).

Se da un lato scribi e farisei avanzano sospetti e accuse nei confronti di Gesù di Nazaret, quanto egli dice e fa suscita dall’altro lo stupore, anzi l’entusiasmo di una sua “fan”, un’attenta ascoltatrice e forse discepola.

La donna della folla e la beatitudine di Maria

Si tratta di una semplice donna del popolo, che interrompe improvvisamente il discorso di Gesù con un grido “Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!” (v. 27).

Si tratta di un’espressione tipicamente semitica che fa riferimento alla ricchezza della maternità e al suo mistero (cfr 10,23; 23,29): il ventre è il luogo della generazione, le mammelle quello della crescita, dello sviluppo del nascituro.

La reazione di questa donna è simpatica perché esprime in modo squisitamente umano, anzi femminile e materno tutta la sua gioia: ella proclama a voce alta la beatitudine della madre del Rabbi di Nazaret per avergli dato l’esistenza.

Dunque per questa donna rimane sempre Gesù il motivo della beatitudine della madre. All’interno del percorso evangelico è possibile scorgere sullo sfondo un riferimento sfumato alle profezie pronunciate sia da Elisabetta come da Maria stessa.

Elisabetta, vedendo entrare nella sua casa di Ain Karem Maria, ne proclama la beatitudine a motivo di colui che è stato generato nel suo grembo: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!” (1,42).

Subito dopo, nel canto del Magnificat, è Maria che proclama tutta la sua gioia-beatitudine alla quale invita tutti ad associarsi: “Tutte le generazioni mi diranno beata” (1,48).

La donna del popolo, Elisabetta, Maria stessa, tutta la chiesa, riconosce la sua beatitudine. Ma in che cosa essa consiste? Dove la sua sorgente più profonda?

«Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio»

Ecco allora la risposta di Gesù che è offerta anch’essa nel linguaggio del macarismo: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!» (v. 28).

Una risposta che non vuole certamente negare la prima beatitudine ma la vuole precisare andando molto più in profondità: “sì, ma…” “piuttosto…“.

Appare evidente che Gesù vuole porre l’ascolto obbedienziale della Parola al di sopra anche dello stesso privilegio della maternità fisica di sua madre.

Egli vuole così stabilire una precisa gerarchia di valori all’interno della sua comunità (di cui anche Maria fa parte!) che si vengono così a strutturare a partire proprio dall’ascolto della Parola da cui scaturisce la fede.

Con ciò Luca evita nella comunità cristiana il rischio di assolutizzare impropriamente il semplice privilegio della maternità fisica di Maria benché essa sia divina e messianica.

Detto questo occorre ribadire che Gesù non intende certamente sminuire la figura e il ruolo di Maria. Nel terzo vangelo ella è subito presentata alla Chiesa come il modello del perfetto discepolo docile e obbediente alla parola ascoltata: “Eccomi, sono la serva del Signore, si compia in me secondo la sua Parola“(1,38).

Maria, modello di chi ascolta e custodisce

Ed è proprio l’obbedienza (ob-audire!) alla Parola che rende possibile la sua maternità. Elisabetta riconoscerà per prima questa più profonda e vera beatitudine nella “madre del suo Signore“: “E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore» (Lc 1,45).

E Maria è ancora proposta come modello di coloro che accogliendo la Parola la custodiscono gelosamente del proprio cuore: “Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (2,19); “Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore” (2,51; cfr 8,15).

Appare evidente allora che la vera beatitudine di Maria non consiste anzitutto in ciò che la donna esalta, bensì nel fatto che il suo assenso alla Parola udita permette a Dio di “fare grandi cose” in lei.

Maria anticipa in sé ciò che “il Signore” vuole operare nel cuore di ogni credente. In tal modo la beatitudine pronunciata da Gesù si estende a tutti i discepoli.

Così la beatitudine pronunciata da Gesù non sminuisce in minimo modo la dignità della madre, ma la innalza ulteriormente anche se ad un livello diverso e più profondo: la sua beatitudine non consiste solo e anzitutto nell’averlo generato nella carne quanto “piuttosto” dalla sua fede e dalla piena disponibilità al disegno di Dio.

In effetti, già Elisabetta, ripiena di Spirito, aveva proclamato beata la cugina più giovane proprio per questo stesso motivo: non perché portasse nel suo utero la carne del Dio fatto uomo, bensì perché aveva ascoltato la parola dell’angelo e aveva creduto al suo adempimento (Lc 1,45).

Maria è certamente beata in quanto theotókos: in quanto cioè ha partorito (-tókos) il Dio eterno (theo-). Il problema però è capire cosa abbia reso possibile un simile miracolo.

Ebbene, come il suo ventre di donna ha potuto accogliere il Verbo della vita (1 Gv 1,1)? Ascoltando la parola dell’angelo e rispondendo «sì» al suo invito (Lc 1,38).

Come il suo seno ha potuto allattare il Dio fattosi bambino? Conservando e custodendo la parola e le azioni di Dio nel suo cuore (Lc 2,19.51).

La maternità spirituale della Parola

La donna del popolo tutto questo non l’ha ancora compreso. Ella si ferma prima non sapendo cogliere un “oltre” di fondamentale importanza.

Il suo entusiasmo, dettato da una santa invidia, rischia di distoglierla dall’essenziale; essa volge lo sguardo indietro (“il ventre… le mammelle“), ignorando che la fede che scaturisce dall’ascolto (Rm 10,17) può operare l’impossibile anche in lei.

Ma tutto questo esige la fatica dell’ascolto, dell’obbedienza, della custodia della parola. Si tratta di un balzo nella fede al di là dell’immediato, un salto che è premessa-promessa di autentica beatitudine.

Ecco allora la cosa meravigliosa: la maternità di Maria può estendersi a tutti gli uomini! Infatti chiunque ascolti ed obbedisca alla parola di Dio, accoglie in sé Cristo.

E chi rumini e faccia crescere in sé quella parola, nel silenzio e nella fedeltà (Is 30,15), fa crescere Cristo in sé stesso. In Maria la Parola si è fatta carne: ma anche in chiunque ascolti e custodisca la parola di Dio, Gesù si fa carne nella sua carne.

C’è un’incarnazione permanente, non meno reale di quella avvenuta in Maria: attraverso di essa si realizza il mistero dell’amore di Dio, finché saremo tutti una cosa sola, tra noi e con lui (1 Cor 15, 28).

Che cosa significa ascoltare la Parola di Dio

Al centro della nostra riflessione di oggi c’è l’ascolto della parola di Dio come momento fondamentale, indispensabile della formazione della persona che consente poi la trasmissione della fede, ma avendo Maria come punto di riferimento per riflettere su questo elemento dell’ascolto, che è ciò che costituisce il credente e che permette la formazione della persona.

Dunque l’ascolto con tutte le sue implicazioni. Abbiamo preso come punto di partenza la frase di Gesù, che viene riportata da Luca al cap.11,28, in risposta ad un’esclamazione di una donna.

Gesù risponde: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la custodiscono”. Cominciamo con il riflettere che cosa vuol dire “ascoltare questa parola” che, poiché la si è ascoltata, allora può essere custodita e messa in pratica.

Per riflettere su questo partiamo da quel testo assolutamente fondamentale e assolutamente ovvio che è il testo dell’ “Ascolta, Israele!”. Nel Deuteronomio cap. 6,4-9 c’è il famoso testo dello Shema Israel: Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo.

Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua forza. Queste parole che io oggi ti comando siano sul tuo cuore; le ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua e quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai.

Te le legherai alla mano come un segno; ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte!

L’ascolto biblico non è una semplice percezione acustica né un’attività intellettuale separata dalla vita. Esso coinvolge il cuore, la mente, la volontà e l’intera esistenza, fino a trasformarsi in custodia e obbedienza.

Ascolto, custodia e pratica della Parola

Una risposta da parte di Gesù che richiama immediatamente l’altro detto di Gesù, quello che Luca riporta al cap.8. Tutto ciò è molto significativo, perché quest’altro detto di Gesù del cap. 8, Matteo e Marco lo mettono, invece, proprio alla fine della controversia su qual è il potere che scaccia i demoni.

Matteo e Marco ce l’hanno da un’altra parte e fanno terminare quella controversia proprio con il detto di Gesù, quello che invece Luca riporta al cap. 8, sui veri parenti di Gesù, che è un detto che si avvicina molto a quello di cui noi oggi ci occupiamo.

Allora c’è la proclamazione: Beata la donna che ti ha portata in grembo e che ti ha allattato! No! Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono!

E questo richiama l’altro: Guarda, ci sono tua madre e i tuoi fratelli! No! Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica.

Vedete che in ambedue i casi c’è una precisazione di Gesù che dice che la vera beatitudine non è di averlo generato e di averlo allattato.

E che i suoi veri parenti, sua madre e i suoi fratelli… sua madre quella che lo ha dato alla luce e i suoi parenti quelli che hanno legami di sangue con lui; lui precisa che la vera parentela e la vera beatitudine, questa è quella di coloro che, schierandosi dalla parte di Gesù, visto che stiamo all’interno della controversia con quelli che lo accusano, riconoscendo in Gesù veramente il Messia e dunque non contrapponendosigli, ma invece credendo in lui, ecco, i veri parenti di Gesù e i veri beati sono quelli che, credendo in lui, ascoltano la parola di Dio e la custodiscono (in un detto) e la mettono in pratica (nell’altro).

Dunque i due detti vanno insieme, perché hanno la stessa tematica, perché vanno nella stessa linea e sono significativi perché in ambedue c’è assolutamente come fatto primario l’ascolto, ma poi in uno, questo è articolato alla custodia della parola che si è ascoltata e nell’altro, invece, l’articolazione è con il mettere in pratica, fare questa parola che si è ascoltata.

Espressione evangelicaSignificato
«Ascoltano la parola di Dio»Accolgono la Parola con il cuore, la mente e la volontà
«La custodiscono»Conservano la Parola e le azioni di Dio nel cuore
«La mettono in pratica»Vivono concretamente secondo l’insegnamento di Gesù
«Mia madre e i miei fratelli»Diventano familiari di Gesù attraverso la fede e l’obbedienza

La Parola come scelta e presa di posizione

Abbiamo preso come punto di partenza la frase di Gesù, che viene riportata da Luca al cap.11,28, in risposta ad un’esclamazione di una donna. Gesù, secondo questo episodio che viene riportato da Luca, stava predicando, in risposta a dei discorsi fortemente provocatori che alcuni avevano fatto, dopo aver assistito alla cacciata di un demonio, il famoso demonio sordo-muto.

Davanti a questo episodio, a questo intervento di Gesù nei confronti di ciò che dice disordine, alterazione del progetto di Dio, male, davanti a questo intervento di Gesù che si presenta come colui che opera la vittoria sul male, che ha potestà di vincere, alcuni invece reagiscono provocando Gesù, accusandolo di fare questo non perché portatore di una forza di bene, ma perché invece in qualche modo coinvolto nel male stesso.

E allora Gesù risponde con quella specie di parabola sul regno che, se è diviso in se stesso non può durare, e dunque l’accusa era: tu cacci i demoni in virtù dei demoni. Lui dice: no! Un regno diviso in se stesso, dove il demonio caccia l’altro demonio, non potrebbe durare e illustra poi questo con la parabola del forte che viene vinto da uno più forte.

Dove quindi il forte è satana, vinto da uno più forte che è Gesù, che vince il male e che libera dal potere del male e a questo fa seguito da parte di Gesù l’invito a stare con lui, a prendere posizione e a schierarsi.

Qui c’è il bene e il male; c’è il potere del bene che vince il male e Gesù invita a prendere posizione, terminando con la pericope dello spirito immondo che, cacciato, ritorna e trova la casa spazzata.

Qui Gesù introduce l’elemento della necessità dell’attenzione, perché per il convertito c’è sempre il rischio di non rimanere saldo nella fede e quindi di riaprire le porte a quelle dimensioni di male che, invece, ha abbandonato, lasciandosi convertire al regno.

La tematica di questa pericope è estremamente forte, complicata e complessa, perché è quella del confronto tra Gesù e Satana, tra il regno di Dio e il male, e quindi anche tra l’offerta, la proposta del regno di Dio e l’indurimento del cuore, che si oppone al regno di Dio.

Chi ascolta deve prendere posizione. Gesù lo dice esplicitamente a quelli che sono lì, ma anche chi legge questi testi è chiamato a prendere posizione e a decidere da che parte vuole stare.

La Parola crea una nuova famiglia

Gesù propone un modello famigliare e di relazione che supera ampiamente l’idea sociale e culturale che ci siamo fatti della famiglia e delle relazioni umane (anche noi cattolici!).

All’epoca di Gesù l’influenza del clan famigliare era determinante, fortissima, e tutto ruotava intorno alle decisioni del capo-famiglia. La Bibbia riflette lungamente sulle qualità del buon capofamiglia confermando l’impianto culturale di tale ruolo.

Gesù, invece, supera questa impostazione: l’unione fra le persone non è più determinata da legami di sangue ma dalla consapevolezza di essere figli dello stesso Dio, di fare la stessa esperienza di fede, di appartenere alla stessa comunità di vita.

Chi ascolta la Parola e la accoglie stabilisce con gli altri fratelli legami più autentici e profondi di quelli, spesso di facciata, determinati dall’appartenenza allo stesso clan.

È l’esperienza che fanno molti di noi che vivono un’intensità di relazione molto forte con chi ha fatto la nostra stessa scoperta: siamo figli amati dal Padre.

È una consolazione immensa, e non solo per chi ha vissuto una sconfortante esperienza famigliare e che ritrova nel sogno di Dio che è la Chiesa la possibilità di essere accolto e di accogliere, ma per tutti!

La Parola di Dio secondo l’insegnamento di Gesù

Per parola di Dio egli intende il proprio insegnamento: infatti tutte le parole che gli pronunciava provenivano dal Padre.

Dice anche che chi ascolta la parola di Dio e la mette in pratica, lo riconosce come suo parente. E giustamente perché ascoltare la parola di Dio e metterla in pratica è come concepire Gesù nel proprio cuore.

E l’osservarla è come un darlo alla luce. Maria senza dubbio è beata per aver dato la vita Gesù, ma è più beata ancora per avere fedelmente ascoltato e messo in pratica la parola di Dio.

Con queste parole Gesù ha fatto il più bell’elogio di sua madre, che è grande non semplicemente perché l’ha portato in grembo per nove mesi e lo ha generato, ma molto di più perché ha obbedito a Dio.

Ha detto sì, accettando anticipatamente tutto quello che il Signore aveva previsto per lei. Per questo Sant’Agostino disse che Maria ha generato Dio prima nel suo cuore che dentro il suo grembo.

La vita eterna per chi ascolta la parola di Gesù

Nel Vangelo secondo Giovanni, Gesù collega l’ascolto della sua parola alla fede, alla vita eterna e al passaggio dalla morte alla vita:

In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita.

In verità, in verità io vi dico: viene l’ora - ed è questa - in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno.

Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso, e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo.

Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna.

Da me, io non posso far nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.

Rimanere nella Parola per essere liberi

Il modo con cui si abita il Tempio, è un modo umile, non sicuro; è un modo quasi silenzioso e sommerso in cui ci si mette nelle mani del Signore e da Lui ci si lascia plasmare.

Ora tutto questo non è detto con le parole del testo, però è davvero ciò che scorre nel linguaggio di Gesù all’interno di questo testo. Le parole di Gesù sono parole un’apertura che scuote i suoi interlocutori.

Aprono un dibattito che accende frasi sempre più rancorose dei Giudei che non vogliono cogliere la grazia e l’intensità del dono di Gesù. Al centro della questione sta la certezza di essere figli e quindi eredi della promessa.

Ma, Abramo era solo l’inizio di una generazione nuova; Abramo è colui che si è lasciato guidare dalla promessa che per tanti aspetti appariva del tutto improbabile.

Promessa fatta ad un uomo una terra che non vede, promessa di una discendenza sterminata come la sabbia del mare fatta ad una coppia anziana oramai non più in grado di generare, sono promesse impegnative da accettare.

Abramo è l’uomo della promessa che ha compiuto passi attraversando tutto anche lo smarrimento e la prova estrema della richiesta del sacrificio del suo unico figlio, e lo ha fatto fidandosi della Parola di Dio.

Questa è la persona di Abramo che Gesù richiama in modo autorevole nel dialogo che si sprigiona con i Giudei; non è tanto la discendenza che porta a salvezza, ma la fede che ciascuno ha nei confronti della Parola di Dio.

Sono parole di apertura all’infinita moltitudine di uomini e di donne che non sono discendenza di Abramo, ma che possono diventarlo per fede.

Ecco che la Parola di Gesù parla di ciò che è in gioco, della situazione che stanno vivendo quei Giudei e della loro responsabilità nel guidare il popolo. «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi», è esortazione che mette in guardia tutti.

Il termine rimanere presenta un doppio significato: un significato temporale che dice il persistere che è proprio della fedeltà, ma ha anche il significato di abitare.

La parola di Gesù si fa dimora perché costituisce un mondo abitabile dagli uomini, e il suo ascolto, è la caratteristica decisiva che dice chi è l'uomo.

La Parola ci precede sempre e ci preannuncia un futuro che è lo spazio di Dio, il regno di Dio. La fede è il vettore che ci porta lì, così che abitare la Parola significa conoscere la Verità dall’interno che è qualcosa di diverso dalla certezza del sapere, perché è lo spazio stesso del regno di Dio.

Nella concretezza dei giorni il rischio vero degli uomini è che si può leggere, studiare, fin anche ascoltare la parola di Dio senza però essere nella Parola e non riuscire quindi a confortare o, meglio, a guidare il cammino dell’altro.

Paolo lo dice; lui mette in risalto come il salto di qualità richiesto non è la stretta e generica fedeltà nell’osservanza della legge che ci fa giungere alla salvezza, ma è la fedeltà alla Parola ultima che è Gesù: «È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue, a manifestazione della sua giustizia per […] rendere giusto colui che si basa sulla fede in Gesù».

Il passaggio è proprio qui, qui è il fondamento di ogni salvezza. Come figli di Abramo per la fede, dobbiamo avere gratitudine per la ricchezza e la bellezza del dono che in Gesù Cristo ci è stato dato.

Gesù quindi parlando a «quei Giudei che gli avevano creduto», parla anche a noi dicendoci che la promessa di libertà si realizza solo rimanendo con Lui per entrare in una trasformazione che permetta l’aprirsi al cambiamento.

Lui è il Figlio, l’Unigenito, il solo che può far cogliere la differenza tra la fedeltà alla scrittura e la fedeltà alla Verità della parola di Gesù che produce misericordia.

Gesù è venuto per salvare gli uomini piuttosto che la religione di facciata dei «sepolcri imbiancati» (Mt 23, ) che fa vivere con la morte dentro e l’ipocrisia fuori.

Lo sguardo che salva l'uomo non è uno sguardo opzionale perché è Parola di vita che ogni giorno, nel concreto della vita, si scontra con quella tradizione fatta solo di precetti.

Può essere libero soltanto chi si appoggia, si sostiene alla Parola sicura del Padre che Gesù il Figlio, è venuto a far conoscere e chiamare tutti ad abitare la casa del Padre.

Se dipendiamo dal sentimento, dall’emozione, dallo stato d’animo, dall’umore, inevitabilmente non potremo che essere figli del caso che vorranno ogni giorno cose diverse, perché in realtà non cerchiamo niente.

La verità che libera non è un'affermazione dottrinale che rischia di rimanere un'affermazione astratta; è atto concreto compiuto da Gesù stesso: «Se dunque il Figlio vi rende liberi, sarete veramente liberi».

Da soli non possiamo liberarci dal peccato di cui siamo prigionieri: abbiamo bisogno di un Liberatore che ci porti alla Verità facendo emergere la consapevolezza della nostra schiavitù al peccato.

La necessità di rimanere saldi nell’ascolto

Ma non è facile entrare nell’orizzonte della via indicata da Cristo per ritrovare quella beatitudine per cui siamo stati fatti. Essa ci propone un percorso controcorrente che presupponendo la docilità della fede ci appare troppo ardua, forse troppo lontana da quel mondo di desideri e aspettative immediate con cui costelliamo - anche nella vita consacrata! - le nostre esistenze e che viaggiano a raso terra.

Rischiamo così dinanzi alla proposta evangelica di un cammino costituito dalla fatica del costante ascolto della Parola, dall’umile docilità della fede, dal costante esercizio della speranza di preferire la… fermata prima.

Rischiamo di fare come la donna dell’episodio evangelico che nel suo slancio è sì entusiasta delle parole di Cristo ma giunge a riconoscere in lui una beatitudine legata ancora solo “alla carne e al sangue“(cfr Mt 16,17).

A questa donna, e a tutti noi, Gesù fa una proposta che va molto più in profondondità ed è offerta a tutti senza esclusione: si tratta di una beatitudine che è data a tutti e non solo a qualche privilegiato.

Maria è beata perché non solo e anzitutto è madre nella carne di Cristo (anche se questo per lei è un privilegio unico!), quanto piuttosto perché persevera nell’attento ascolto della Parola meditata e custodita “giorno e notte” (cfr Sal 1).

Così la donna del popolo invece di invidiare Maria è invitata da Gesù ad imitarla perché la maternità più profonda consiste nel concepire la Parola in sé attraverso l’ascolto e nel farla crescere in sé attraverso la sua gelosa custodia (cfr 8,21).

Qui Gesù introduce l’elemento della necessità dell’attenzione, perché per il convertito c’è sempre il rischio di non rimanere saldo nella fede e quindi di riaprire le porte a quelle dimensioni di male che, invece, ha abbandonato, lasciandosi convertire al regno.

Senza questo aiuto, anche noi ci comporteremmo come coloro che, dice il Vangelo: «Raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui» ritenendoci di essere sempre e costantemente nel giusto.

Il capitolo inizia con le pietre e termina ancora con le pietre. Quel luogo, il Tempio, ritenuto il più ospitale di tutti i luoghi, si fa realtà di contrapposizione che non sarà più sanabile, e Gesù sarà costretto a sottrarsi fisicamente agli occhi dei Giudei.

L’incredulità trionferà non permettendo la vera relazione con Gesù, ma l'amore e la verità del Signore Gesù Cristo che darà la sua vita, permetterà ad altri di ricevere e fare propria la salvezza.

Questa è la conciliazione per la quale Egli è il Vivente; allora, l’invito a “rimanere nella Parola” è vero sempre anche quando la Parola stessa rivela la nostra infedeltà, perché solo così ci consegniamo alla freschezza della ripartenza auspicata dal Vangelo di Gesù.

Come accogliere la Parola nella vita quotidiana

Purtroppo siamo spesso distratti da tante vicende o da tanti problemi e non sempre ci poniamo in ascolto, per questo è importante avere momenti di preghiera e di riflessione in cui ascoltare col cuore quanto il Signore vuole comunicarci.

Donami Signore il senso della tua presenza e disponi il mio cuore all’ascolto. Purifica la mia mente, il mio cuore e la mia volontà e tutto il mio essere da tutto ciò che non proviene da te ed è fonte di tristezza.

Distogli il mio sguardo da me stesso, da tutte quelle preoccupazioni terrene che mi impediscono di cercare il mio vero bene e mi rendono prigioniero di me stesso.

Abilita i miei occhi e il mio cuore a scorgere la direzione in cui devo incamminarmi se vorrò scoprire l’autentica beatitudine che non tramonta.

Apri, Spirito santo, il mio cuore, la mia mente, tutto il mio essere ad accogliere il tuo dono, a lodare e benedire il tuo nome, nel nome del Padre, nel nome del Figlio, nel nome della Santissima Trinità.

La promessa per chi ascolta e mette in pratica

A questo proposito merita di ricordare ciò che Salomone, appena fatto re, fece con sua madre. Appena gli fu detto che sua madre lo cercava, la fece entrare, scese dal trono, si prostrò davanti a lei.

Poi la fece sedere alla sua destra, come fosse il suo superiore, e le chiese di domandare tutto ciò che voleva perché gliel’avrebbe accordato.

Così chi ascolta il Vangelo e lo mette in pratica riceve questa bella promessa: Gesù lo tratta come Salomone ha trattato sua madre: non gli nega nulla.

In tal modo si realizza quello che si legge nel salmo 145,19: “Appaga il desiderio di quelli che lo temono, ascolta il loro grido e li salva”.

Il Vangelo di oggi: ascoltare e fare

Il Vangelo di oggi: Mc 8, 19-21

In quel tempo, andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti».

Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».

Colui che ascolta la parola di Dio è madre e fratello di Gesù, cioè suo familiare, suo intimo confidente. Ascoltare la parola di Dio diventa così un perno fondamentale della nostra unione a Cristo, tanto da costituire la nostra beatitudine, la nostra più profonda felicità.

La vera parentela con Gesù non è determinata soltanto dalla carne e dal sangue, ma dalla fede che accoglie la Parola e dall’obbedienza che la rende concreta.

tags: #chi #ascolta #le #parole #di #dio