La chiesa di Sant’Eusebio e la parrocchia di Santo Stefano ad Alessandria

La chiesa di Sant’Eusebio di Pasturo è un edificio di origine medievale, ricostruito e ampliato più volte tra il Trecento e il Seicento, con importanti affreschi, dipinti, cappelle e testimonianze della storia religiosa locale. La parrocchia di Santo Stefano, invece, è documentata nel territorio di Alessandria e presenta una storia distinta da quella della chiesa di Sant’Eusebio.

Il materiale storico disponibile riunisce infatti informazioni relative a edifici e comunità diverse: la chiesa del Santissimo Rosario di Pecetto, la chiesa di Sant’Eusebio a Pasturo, la parrocchia di Santa Caterina d’Alessandria e le notizie sul sacerdote don Cesare Pavese ad Alessandria. Per evitare sovrapposizioni, ciascun complesso viene presentato nella propria identità storica e territoriale.

La chiesa del Santissimo Rosario di Pecetto

Il 6 dicembre 1632 Giulio Cesare Salomoni, nobiluomo, giunto ormai al termine dell’esistenza terrena e non avendo eredi diretti, dispose che una cospicua parte del suo patrimonio andasse a garanzia del mantenimento di una rappresentanza di ordine religioso da insediarsi nel proprio paese e che fosse di appoggio alle attività intraprese dal rettore della parrocchia.

Con atto di donazione datato 6 dicembre 1632 disponeva quanto sopra a favore della Provincia domenicana di S. Pietro Martire, con l’impegno da parte del beneficiario di fondare in Pecetto un convento dell’Ordine. Venne iniziata così la costruzione della chiesa del Rosario, su un terreno pagato 25 scudi d’oro.

Nonostante una successiva lite con la famiglia Salomoni e il cambio di testamento, convalidato nella sua prima versione dal Senato milanese, il convento godette di bene per un totale di 25.000 lire oro e 443 pertiche di terreno.

I Domenicani di Pecetto videro la loro comunità definitivamente soppressa il 15 settembre 1789 con bolla di Pio VI. I beni vennero alienati a privati, mentre la chiesa passò alla confraternita del SS. Rosario che ne assunse la direzione occupandosi delle celebrazioni ed assumendo un cappellano scelto tra il clero libero domiciliato nel territorio della parrocchia e procurando anche l’alloggio.

Posizione e architettura

L’edificio è incuneato nel bel centro storico di Pecetto, nella sua parte alta. Spicca, in un paesaggio architettonico caratterizzato dal mattone, la sua facciata intonacata di bianco, con semplice profilo a capanna e cornici marcapiano, mossa solo da quattro nicchie ai lati del portale e del finestrone nella parte alta del prospetto.

Si lega in ogni caso al territorio per l’alto campanile in laterizio.

Chiesa del Rosario di Pecetto facciata

Il culto del Rosario

Il culto del Santissimo Rosario ha origine dai Padri Carmelitani, Ordine Religioso riconosciuto da Innocenzo IV nel 1247. Fu nel Medioevo che S.Beda il Venerabile aveva suggerito l'adozione di una collana di grani per conteggiare le preghiere.

Nacque così la devozione alla corona del rosario, che ha il significato di una ghirlanda di rose offerta alla Madonna. La festa liturgica si celebra sia il 16 luglio per commemorare l'apparizione mariana che sarebbe avvenuta nel 1251 a San Simone Stock, all'epoca priore generale dell'ordine carmelitano, sia il 7 ottobre, data istituita da San Pio V in ricordo della vittoria riportata a Lepanto sui Turchi del 1571.

La Madonna del Carmine è venerata anche come protettrice delle anime sante del Purgatorio, raffigurata mentre le trae dalle fiamme dell’espiazione, e anche per questo è invocata come “Madonna del Suffragio”.

Il Crocifisso dell’altare maggiore

La maggiore opera oggetto di devozione nella chiesa del SS. Rosario è il Crocifisso di ambito ligure-piemontese, risalente alla metà del XV secolo, che oggi campeggia sull'altare maggiore.

Accanto ad altre sculture che richiamano una tradizione lombarda, come il Crocifisso esposto nella chiesa dei SS Maria e Remigio di Pecetto, in questo caso siamo davanti a un esempio che non ignora ciò che accade artisticamente fra le Alpi e il mare.

E' probabile che fra Valenza e Alessandria lavorassero botteghe di influsso lombardo ma che non rinunciavano a cercare altre suggestioni. Di gusto ponentino è la lavorazione in piccola scala, con braccia che si allungano partendo da spalle molto strette, connotando il pezzo di una certa tensione ravvisabile nella linea del diaframma toracico oltremodo sottolineata.

La chiesa di Sant’Eusebio a Pasturo

La chiesa di S. Eusebio esisteva già alla fine del Duecento e fu ricostruita nella prima metà del Trecento. La ristrutturazione è legata all’importanza raggiunta in quel periodo dall’edificio che fu scelto come sede della nuova parrocchia di Pasturo e Baiedo, staccatasi dalla matrice di Cremeno nel 1343.

Alcuni anni dopo la fine dei lavori, il 18 novembre 1355, l’altare fu consacrato dal frate agostiniano Agostino, vescovo salubrense (ovvero di Salubria, oggi Silivri, diocesi suffraganea di Costantinopoli in Turchia) e vicario generale dell’arcivescovo di Milano Roberto Visconti. Nel 1373 era dotata di un portico sotto cui venivano rogati atti notarili.

Ampliamenti e consacrazioni

La chiesa fu consacrata dal vescovo frate Guglielmo da Barlassina il 14 marzo 1401, ma pochi anni più tardi fu nuovamente ampliata e i tre altari, il maggiore e i minori dedicati a S. Biagio e a S. Apollinare, furono riconsacrati il 1° luglio 1425 dal frate minore Bartolomeo da Cremona, vescovo di Castoria, diocesi suffraganea di Ohrid in Macedonia.

Nel Quattrocento diversi pasturesi contemplarono nel testamento opere a favore della chiesa: una pittura della Madonna con Bambino e S. Antonio disposta da Giacomo della Crotta nel 1429 e migliorie da Giacomina de Prato nel 1445.

Fino a questa fase, la chiesa mantenne l’originaria orientazione verso est con l’abside dove oggi è la prima cappella sinistra, a cui fu aggiunta una navata laterale a meridione, con accesso preceduto dalla torre campanaria ancora in uso.

L’orientazione fu modificata verso sud con il notevole ampliamento iniziato nel 1596 e terminato nel 1613. Chiesa ed altare maggiore furono consacrati il 5 luglio 1628 da mons. Francesco Maria Abbiati, vescovo di Bobbio.

L’architettura della chiesa, al termine dei lavori, assunse un aspetto molto prossimo a quello attuale, ad eccezione del coro realizzato dagli Aliprandi nel 1775.

Restauri e trasformazioni

Campagne di restauro furono condotte nel 1845, nel 1929 con il riordino della mensa pericolante all’altare di S. Rocco e la sistemazione dei balaustri e del tetto e nel 1961 per opera di Luigi Garoli; nel 2000 la volta fu ritinteggiata in beige e panna rosati in luogo del verde precedente.

La facciata principale a capanna fu realizzata all’inizio del Seicento, quando fu modificato l’orientamento della navata, con timpano, finestrone a mezzaluna e portale lapideo a timpano spezzato (Domenico Marchioni, 1609) con ante lignee (Bartolomeo Ticozzi, 1810).

Il “tabernacolo” ancora esistente fu elaborato da Domenico Pigazzi nel 1609. Le decorazioni a stucco dell’ordine superiore con insegne ecclesiastiche, cherubini, elementi fitomorfi e cornici (ascritte agli stuccatori pasturesi Aliprandi) risalgono al 1675, come indica il millesimo graffito.

Le tre specchiature dell’ordine inferiore furono ridipinte nel 1873 da Luigi Tagliaferri: a sinistra due Santi vescovi, ragionevolmente identificabili coi Ss. Eusebio e Calimero, l’Annunciazione al centro e i Ss. Giuseppe e Rocco a destra.

La facciata fu restaurata nel 2004; il piccolo sagrato fu sistemato nel 1982.

Facciata storica chiesa Sant’Eusebio Pasturo

La facciata antica e gli affreschi esterni

L’antica facciata principale, a seguito della rotazione secentesca della pianta, è stata inglobata in quella laterale destra, alla quale è addossata una cappella-ossario.

Si conservano ancora una parte del portale maggiore, ad arco ogivale, eseguito in conci di pietra ben squadrati e la soprastante finestra ad oculo con la strombatura ancora in parte decorata da un fregio affrescato.

Questa parete mostra ancora ampi brani affrescati nel secondo Quattrocento con una figura intera di S. Giorgio ed un viso femminile, probabilmente parte di una Madonna in trono, che attestano l’evoluzione del linguaggio tardogotico in senso quasi umanistico.

Quest’ultimo riquadro fu commissionato dalla locale famiglia notabile degli Zucchi che suggellò l’opera con il proprio stemma parlante con tre zucche; in alto corre un’iscrizione quasi illeggibile.

A lato sono tre stemmi di fine secolo che aprono interessanti prospettive sull’importanza un tempo assunta da questa chiesa: in alto sulla destra spicca per dimensioni quello degli Sforza, all’epoca signori di Milano, alla cui base è un secondo non chiaramente leggibile che potrebbe rimandare alla medesima famiglia con la rosa dei venti, che rimanda alla fermezza della mente (simbolo utilizzato dai duchi nella decorazione della piazza di Vigevano) e motivi vegetali a girale molto prossimi alla decorazione sul vestito indossato da Luchino Visconti nel ritratto incluso nelle Vite dei dodeci Visconti di Paolo Giovio.

Il terzo emblema appartiene ancora al repertorio visconteo-sforzesco: è l’impresa del morso (simbolo di equità, moderazione e giudizio) utilizzata da Gian Galeazzo Visconti nel 1394 e ampiamente ripresa soprattutto da Galeazzo Maria e Francesco Sforza.

Altra figura umana è dipinta sul basamento del campanile. A lato si sviluppa il portico con l’ingresso secondario con portale decorato da fregi in arenaria.

Il portico, la sacrestia e le testimonianze confraternali

Il prospetto orientale ha, sopra la porta laterale, decorazione geometrica a tondi e losanghe del 1511. In quell’epoca veniva formato o riformato il portico d’accesso alla casa del curato, con locali superiori forse ad uso dei cappellani.

Qui era anche la sacrestia che conserva tuttora una vasca in pietra a pianta rettangolare, datata 1667, bipartita e dotata di coperchio in legno, e una finestra con inferriata in ferro battuto su cui è stata letta la data 1445.

Nel fronte su strada sono murati due frammenti di una lapide già servita come lastra tombale per il sepolcro riservato in chiesa ai confratelli della Scuola di S. Rocco in cui si legge “[SCH]OLA E[…] / S. ROCHI / MDLXX[…]” e databile su base documentaria agli anni Novanta del Cinquecento.

Gli interni della chiesa di Sant’Eusebio

La controfacciata, illuminata da un lunettone, ha bussola in vetro, una coppia di pile per l’acqua santa in marmo nero (1631), e due importanti dipinti ad olio su tela con episodi della vita di S. Eusebio firmati e datati nel 1645 da Aloisio Reali.

A sinistra è il Battesimo di S. Eusebio, con l’apparizione dell’angelo nel momento in cui il futuro vescovo di Vercelli venne battezzato da papa Eusebio.

Le linee diagonali delle spade dei soldati e della parete scandita dagli archi, che rimandano a Morazzone e Domenico Passignano, amplificano la profondità dello spazio; raffinati sono i contrasti tra le tonalità chiarissime e scure e il rosso del manto papale.

Tra i cinque cardinali che attorniano il pontefice si riconoscono i ritratti degli ultimi arcivescovi di Milano: Gaspare Visconti (primo da sinistra), Carlo Borromeo (secondo), Cesare Monti (quarto) e Federico Borromeo (quinto).

A destra è invece S. Restituta presenta i figli Eusebia ed Eusebio al papa i cui colori chiari del fondo conferiscono grandiosità ed eleganza; l’armigero in basso a sinistra verrà ripreso da Giuseppe Antonio Petrini nella Caduta di S. Paolo di Altavilla Monferrato (AL).

Nel 1987 Luigi Parma e Anna Pirovano restaurarono tutte le sette tele del Reali presenti in questa chiesa e sostituirono i telai.

La navata, le volte e il pavimento

La struttura interna è mononavica coperta da volta a botte con unghie su quattro campate, alla prima e all’ultima delle quali si affiancano cappelle minori.

Nel 1903 fu tolto il pavimento in marmo di Varenna del presbiterio e in cotto della navata e fu rifatto in piastrelle di cemento e sabbia; probabilmente durante questi lavori furono asportate la lapide tombale della confraternita di S. Rocco e le altre due con iscrizioni attualmente nel giardino della casa parrocchiale.

La pavimentazione fu nuovamente sostituita nel 1986 da una in botticino classico e rosso magnaboschi e nel 1999.

Le volte, i cornicioni e le lesene, pericolanti per il degrado del tetto, furono spogliate degli stucchi e rifatte nel 1808 su progetto del capomastro Giacomo Rossini, che imbiancò tutto l’interno e rifece anche gli scalini del sagrato.

Le decorazioni pittoriche

Nell’estate del 1885 Antonio Sibella dipinse i quattro medaglioni della volta con le allegorie delle virtù Fede (il calice con l’ostia, una croce e un libro), Speranza (l’àncora), Carità (i bambini) e Giustizia (la spada e la bilancia), il presbiterio con gli Angeli in adorazione del Ss. Sacramento e le velette con i Quattro Dottori (questi ultimi andati distrutti); contemporaneamente il decoratore Luigi Follatelli eseguì gli ornati.

Nel 1911 i fratelli Tagliaferri dipinsero le pareti, dal cornicione al suolo e nel 1935 Giovanni Maria Tagliaferri jr restaurò le opere del 1885.

Le unghie della volta furono dipinte nel 1962 da Giancarlo Vitali e Luigi Garoli con figure di Santi a cui corrispondono nelle lunette l’attributo iconografico ed una citazione latina.

L’intero ciclo è carico di citazioni erudite frutto della collaborazione tra il pittore e l’allora parroco don Tullio Vitali.

Il ciclo del 1962

Nella prima campata è rappresentata la chiesa apostolica con S. Paolo raffigurato come Apostolo delle genti in cammino tra i nomi in caratteri greci delle città che visitò e S. Pietro come pescatore di anime.

Nella seconda è invece rappresentata la chiesa diocesana coi suoi due patroni: S. Ambrogio in abiti vescovili con il bambino che lo acclamò vescovo e le api del miracolo infantile e S. Carlo benedicente in ambiente montano col cavallo a ricordo delle sue visite in Valsassina; nella lunetta è il motto programmatico “Humilitas”.

La terza presenta la chiesa pasturese con il patrono S. Eusebio di Vercelli in abiti vescovili con alle spalle le due facciate della chiesa pasturese e a lato una statua della Madonna nera, memoria delle tre che, secondo la tradizione, avrebbe portato in Italia nel 345 di ritorno dall’esilio in Cappadocia e ora custodite nei santuari di Oropa e di Crea e nella cattedrale di Cagliari.

La figura è fronteggiata da altra, parzialmente nascosta dell’organo, di S. Calimero effigiato come eremita con sulla destra il fuoco in cima alla montagna, a ricordo della leggenda dei sette fratelli, e a sinistra la chiesa a lui dedicata sui monti sopra il paese (nella conformazione precedente la trasformazione del 1968).

Le ultime due unghie raffigurano invece la chiesa attuale, con le figure dell’allora Pontefice e dell’allora arcivescovo.

Papa Giovanni XXIII è presentato come l’iniziatore dell’ultimo concilio ecumenico in preghiera davanti alla basilica di S. Pietro; la torre, il triregno e il leone di S. Marco, che sono dipinti nella lunetta, sono gli elementi costitutivi del suo stemma.

Di fronte è il card. Giovanni Battista Montini in preghiera davanti al Duomo, anch’egli accompagnato nella lunetta dal proprio emblema araldico.

Nel 2014 Giovanni XXIII la chiesa ha proclamato Santo Giovanni XXIII e Beato Giovanni Battista Montini.

Affreschi interni Sant’Eusebio Pasturo

Le cappelle laterali

Ai lati della prima campata si aprono a destra la grotta della Madonna, ricavata accanto al basamento del campanile con la statua della Madonna di Medjugorje in materiale sintetico, e a sinistra la cappella del Sacro Cuore.

La cappella del Sacro Cuore

Questa era la cappella dell’altare maggiore fino ai rimaneggiamenti primosecenteschi. Le strutture appartengono alla ricostruzione trecentesca pur essendo la pianta semicircolare inconsueta per il mondo gotico.

Ai lati si aprono due monofore ad arco ogivale tipicamente gotiche. Quella di sinistra ha strombatura non eccessivamente pronunciata fornita di cornice interna che si conclude superiormente con un elegante fregio floreale e affrescatura a motivi floreali; quella di destra è frutto di restauro.

Della decorazione pittorica rimane solo il frammento di una mano.

L’ambiente, chiuso da cancellata secentesca, fino al 1970 fu utilizzato come cappella battesimale per il quale Giancarlo Vitali e Luigi Garoli realizzarono gli affreschi che furono coperti in occasione della posa di sei mosaici di Andrea Salvador (2003) raffiguranti la vita di Gesù: al centro è il Sacro Cuore, in alto l’Ultima cena, ai lati la Predicazione, l’Ascensione, il Battesimo e le Nozze di Cana.

Al centro dell’ambiente è il grande Crocifisso in legno di sorbo policromato originariamente posto al sommo dell’arcone (Calimero Cimpanelli, 1821).

Gli affreschi medievali riemersi

Quando nel Seicento la chiesa fu ruotata, per evitare di abbattere e ricostruire murature ritenute solide, la parete di testata della vecchia navata destra fu fatta coincidere con quella laterale sinistra della seconda campata della nuova navata.

Durante i lavori di decorazione del 1960/1961 furono scrostati gli intonaci e riemerse buona parte dei cicli affrescati tre-cinquecenteschi disposti su tre ordini e attribuiti a tre differenti artefici.

L’ordine superiore occupa il lunettone descritto dall’arco della volta ed è interamente occupato da un’unica composizione di metà Quattrocento articolata su due piani.

In secondo piano è la Madonna in trono con il Bambino tra Santi che tiene una rosa tra le dita e, accompagnata da S. Caterina d’Alessandria, S. Ambrogio, S. Antonio abate e S. Maria Maddalena, assiste alla scena in primo piano.

Qui è rappresentato un episodio della vita di S. Giuliano l’ospitaliere, L’uccisione dei genitori, in cui il Santo, scambiandoli per la moglie con un amante, uccise il padre e la madre che dormivano nel suo letto.

Per penitenza fece edificare un ospedale a beneficio dei pellegrini e quindi la sua devozione si diffuse lungo le vie di transito verso i luoghi sacri.

La realizzazione del dipinto è stata messa in relazione all’ospizio fondato pochi anni prima al Cantello di Concenedo.

Il letto ligneo con alta testata e le fogge dei costumi e delle acconciature sono anche una preziosa testimonianza sull’aristocrazia lombarda quattrocentesca.

Sono stati evidenziati legami con la cultura figurativa tardogotica e con il polittico di Giovanni Pietro Brentani di Varenna.

Un deteriorato cartiglio in basso a destra fornisce preziose, ancorché incomplete, informazioni storiche sull’affresco, come la commissione da parte della famiglia pasturese dei Della Chiesa.

Il registro intermedio è tripartito con ai lati due affreschi unitariamente concepiti nel tardo XIV sec.: una Crocifissione con la Madonna e S. Giovanni evangelista e una Madonna del latte in trono con S. Giacomo.

Nella nicchia centrale, ricavata dalla tamponatura di una finestra con strombatura dipinta a girali e frutti, nel Cinquecento fu dipinto un Santo vescovo in trono, identificabile con S. Eusebio.

Il registro inferiore è pressoché interamente perduto per la caduta degli intonaci. Sono visibili solo poche tracce dei paramenti di un Santo vescovo nel centro.

La parrocchia di Santa Caterina d’Alessandria

La Parrocchia fu istituita durante il XIII secolo. Testo datato 20 dicembre 1280, ancora oggi conservato in originale nell’archivio parrocchiale, del “Venerabile Consorzio del Borgo Plorzano seu S. Cattarina” che testimonia l’esistenza di una chiesa e di una comunità pia e attiva.

Il Consorzio di Carità

Il consorzio di Carità documenta l’importanza acquisita dal laicato. Provvedeva ad aiutare i più bisognosi attraverso la distribuzione di elemosine e viveri alle famiglie dei più poveri, dei carcerati e degli infermi.

Ne facevano parte parrocchiani detti ‘confratelli’, eletti ed accettati dagli altri confratelli, e dovevano essere di specchiata onestà e pietà, né giocatori, né bevitori, né barattieri, né usurai, ‘di buona ed onesta parola’.

Tenuti alle pratiche religiose in parrocchia e ad elargire in proprio elemosine, provvedevano a distribuire gli aiuti per mezzo di un ‘canepario’, ossia tesoriere e segretario, che si recava nelle varie case accompagnato da due confratelli.

Diversi documenti testimoniano l’importanza e l’efficienza del Consorzio che, più volte, in assenza di parroci, amministrò i beni stessi della parrocchia.

Venuto in possesso di un notevole patrimonio, dovuto a lasciti testamentari, il Consorzio continuò nei secoli la sua preziosa attività.

Dalla visita pastorale alla Fabbriceria

Notizie relative al Consorzio sono contenute anche nei verbali e nei decreti seguiti alla famosa visita di S. Carlo Borromeo del 1575.

Nel 1596 la sua presenza è ricordata nella nota relazione di Giovanni da Lezze; nel 1803 se ne trova notizia nel Maironi da Ponte che, nelle sue “Osservazioni sul Dipartimento del Serio”, riferisce che il patrimonio era molto ridotto, probabilmente in seguito alle leggi emanate dopo il 1798.

Nel 1807 anno in cui per tali leggi infine il Consorzio venne trasformato nella ‘Fabbriceria’.

La chiesa e la devozione a Santa Caterina

La chiesa parrocchiale del XIII secolo venne sostituita da una del ‘500. Dedicata a Santa Caterina d’Alessandria.

Storia e leggenda si intrecciano sulla vita di questa principessa di Alessandria d’Egitto, vissuta nel secolo quarto.

Dotata di eccezionali virtù di bellezza, intelligenza e cultura, battezzata da un eremita, sposata misticamente col Cristo, venne martirizzata per ordine dell’imperatore Massenzio, dopo aver sostenuto vittoriosamente un contraddittorio con i più dotti filosofi del tempo ed averne battezzati alcuni oltre all’imperatrice stessa.

Condannata al supplizio della ruota che avrebbe dovuto straziarla, ne uscì vittoriosa con il miracoloso spezzarsi della ruota stessa.

Infine fu decapitata ed il suo corpo fu trasportato dagli angeli sul monte Sinai, dove poi sorse un convento, oggetto di grande venerazione nei secoli.

La parrocchia, unica nella diocesi dedicata a S. Caterina, fu a lei intitolata probabilmente da alcuni abitanti del borgo che avevano partecipato direttamente o indirettamente ad una delle crociate che avevano fatto conoscere all’Europa quel mondo orientale che, dopo la caduta dell’impero d’occidente ed ancor più dopo l’invasione araba, era stato del tutto dimenticato.

La santa fu considerata protettrice dei filosofi, in quanto dottissima, e dei mugnai, forse per la ruota, nonché dei vasai e delle modiste, che furono appunto chiamate ‘caterinette’.

La parrocchia tra Medioevo e Cinquecento

Si hanno notizie di parroci solo dopo il 1304, prima dei quali i beni della parrocchia erano amministrati, come si è detto, dal Consorzio della Misericordia.

Della chiesa cinquecentesca ben poco resta. Da notizie d’archivio si sa che dovette essere orientata diversamente dall’attuale.

Nelle “Effemeridi” del padre Donato Calvi si dice che aveva quattro altari, varie pitture di notevoli artisti e un ‘nobilissimo Battisterio’ con organo.

Nel 1725 in una relazione la chiesa era giudicata angusta ed insufficiente.

Da altri registri d’archivio si deduce che gli abitanti della parrocchia erano artigiani, mugnai, fornaciari, fabbri, tessitori, ma il livello di vita doveva essere piuttosto basso se un quarto degli abitanti erano assistiti dal Consorzio.

Il Santuario della Beata Vergine Addolorata e la nuova chiesa

Nei primi anni del ‘600 si verificò il Miracolo dell’Apparizione del 18 agosto 1602.

Avvenimento più importante della parrocchia che causò la costruzione del Santuario della B. V. Addolorata.

Fra il 1733 e il 1738 la nuova chiesa parrocchiale fu eretta per merito di don Pier Antonio Mutti, parroco dal 1733 al 1772.

Ma già dal 1725 don Marco Antonio Facco, parroco dal 1723, aveva fatto presente alle autorità religiose e civili la necessità di una chiesa più ampia.

Il progetto e l’esecuzione del nuovo edificio furono affidati all’architetto Gian Battista Caniana, che realizzò un’opera armoniosa, lodata anche dal Fornoni che rileva “doti non comuni nel suo autore”.

Il 2 marzo 1738 la chiesa fu consacrata ufficialmente dal vescovo di Bergamo Mons. Antonio Redetti, come ricorda una lapide ancor oggi visibile sotto il pulpito.

Nei secoli successivi continuò l’opera di completamento, di periodici restauri, di arricchimento con opere d’arte di varia entità, rese possibili dalla volontà dei parroci succedutisi e dalla generosa disponibilità dei parrocchiani che non lasciarono mai mancare il proprio sostegno finanziario necessario.

La successione dei parroci di Santa Caterina

Dei ventinove parroci succedutisi ad oggi molti sarebbero degni di memoria.

Nelle diverse situazioni politiche, dal comune medievale agli anni della secolare dominazione veneta, dalla breve stagione di egemonia francese, ai decenni del periodo austriaco del Lombardo-Veneto fino all’unità, tra guerre, protezioni pesanti o situazioni di ostilità più o meno esplicite di governi dittatoriali o solo apparentemente liberali e democratici, i parroci succedutisi nei secoli si sono sempre comportati con ragionata fermezza, con rispetto dell’autorità ma anche con piena difesa dei diritti della chiesa e dei parrocchiani.

Ai parrocchiani hanno sempre assicurata l’assistenza spirituale e materiale, l’attività pastorale intelligente e convinta da veri pastori e guide morali, soprattutto nei momenti di difficoltà e di pericoli durante pestilenze, epidemie e guerre.

Dei parroci che si susseguirono vi sono notizie desunte dall’archivio parrocchiale, nelle quali sono registrati i lavori compiuti per restaurare, ampliare ed arricchire la parrocchia, ma soprattutto l’assistenza prestata ai fedeli nei giorni lieti e tristi e la loro genuina pietà cristiana.

Dei parroci da don Francesco Garbelli a Mons. Benigno Carrara, da Mons. Guido Sala a Mons. Silvio Ceribelli, da don Cesare Bardoni a Mons. Andrea Paiocchi, e l’attuale Mons. Pasquale Pezzoli, molto è già stato scritto in diverse occasioni, testimoniando di quanto hanno operato per la chiesa nella secolare tradizione ricca e luminosa della parrocchia di S. Caterina.

PeriodoParroco
1304Don Simone Della Piazza
1370 - 1400Don Antonio Bonati
1470Don Girolamo Plebano d’Arravia
1528Don Antonio Minolo
1535 - 1558Don Francesco Cremasco da Caravaggio detto Pecchio
1574 - 1600Don Giovanni Giacomo Dolci
1600 - 1639Don Benedetto Gargano
1639 - 1646Don Stefano Viani
1646 - 1648Don Carlo Alessandri
1648 - 1651Don Girolamo Mussita
1651 - 1664Don Tomaso Tirabosco
1664 - 1668Don Ventura Ferabo’
1668 - 1685Don Giuseppe Trido
1685 - 1723Don Marco Antonio Facco
1723 - 1730Don Francesco Mutti
1730 - 1733Don Pietro Antonio Mutti
1733 - 1772Don Giuseppe Vegini
1772 - 1790Don Giuseppe Biffi
1790 - 1815Can. Giuseppe Acerboni
1815 - 1842Don Domenico Mazzi - Amadei
1843 - 1887Don Pietro Palazzini
1887 - 1896Don Ambrogio Piccoli
1896 - 1903Don Francesco Garbelli
1904 - 1936Mons. Benigno Carrara
1937 - 1948Mons. Guido Sala
1948 - 1964Mons. Silvio Ceribelli
1964 - 1982Don Cesare Bardoni
1982 - 1991Mons. Andrea Paiocchi
1991 - 2016Mons. Pasquale Abele Pezzoli

Don Cesare Pavese e il ministero ad Alessandria

A pochi giorni dall’anniversario dell’ordinazione sacerdotale, il Signore ha chiamato a partecipare alla liturgia del cielo il carissimo Don Cesare Pavese Cappellano dell’Istituto Michel.

Il vescovo di Alessandria monsignor Guido Gallese con il presbiterio, le Piccole Suore della Divina Provvidenza e i familiari, ricordandone con gratitudine i 68 anni di ministero sacerdotale, svolto in Alessandria e Chiavari, lo affidano a Cristo buon pastore e alla Beata Vergine Maria della Salve.

La liturgia di speranza sarà celebrata sabato 26 giugno alle ore 9.30 nella parrocchia di Santa Maria del Carmine in Alessandria.

Don Cesare riposerà in attesa della risurrezione nel cimitero di Bassignana.

ALESSANDRIA - A pochi giorni dall’anniversario di ordinazione presbiterale, il Signore ha chiamato a sè, Don Cesare Pavese, sacerdote dell’alessandrino che, per alcuni anni, aveva svolto il suo ministero anche nella diocesi di Chiavari.

Ordinato il 28 giugno del 1958, tra due giorni avrebbe raggiunto il traguardo di 68 anni di sacerdozio.

Nella nostra diocesi era stato parroco nella comunità di San Bartolomeo a Leivi e rettore del Santuario delle Grazie a Chiavari.

Attualmente ricopriva l’incarico di Cappellano dell’Istituto “Divina Provvidenza” Madre Teresa Michel ad Alessandria.

La Santa Messa esequiale, presieduta dal vescovo mons. Guido Gallese, è stata celebrata questa mattina nella parrocchia di Santa Maria del Carmine ad Alessandria.

Don Cesare riposerà nel camposanto di Bassignana.

tags: #cesare #eusebio #don #santo #stefano #parrocchia