«Non guardate dunque al vostro Patriarca come a un uomo politico, a un diplomatico, cercate il sacerdote, il pastore d’anime, che esercita tra voi il suo ufficio in nome del Signore».
Queste parole, pronunciate dal cardinal Roncalli nella prima omelia tenuta nella Basilica di San Marco, esprimono il centro della sua identità: prima della diplomazia, degli incarichi episcopali e del pontificato, Angelo Giuseppe Roncalli fu un sacerdote attento alle persone, ai giovani, ai soldati, ai poveri, ai profughi e a quanti cercavano nella Chiesa una presenza umana e spirituale.
Chi era il sacerdote Roncalli
Angelo Giuseppe Roncalli nacque a Sotto il Monte, precisamente nella frazione Brusicco, in provincia e diocesi di Bergamo, il 25 novembre 1881. Era il quarto dei tredici figli, nonché il primo maschio, di Giovanni Battista Roncalli e Marianna Mazzola, contadini. Fu battezzato la sera stessa del 25 novembre nella chiesa di Santa Maria, vicina alla casa della sua famiglia.
Oltre ai genitori, fu fondamentale nella sua educazione alla fede il prozio Zaverio Roncalli, primo degli zii del padre. Rimasto celibe, si dedicò alla cura dei numerosi pronipoti: di Angelo Giuseppe fu anche padrino di battesimo. Il bambino trascorse i primi anni nel cascinale detto “Palazzo” perché molto ampio, mentre i genitori lavoravano come mezzadri per i conti Morlani di Bergamo.
La famiglia Roncalli gode fama di grande religiosità e i figli vengono educati dall'esempio e dalla disciplina familiare: rosario e preghiere della sera in comune, amore e concordia accompagnano la dura fatica dei campi. A quei tempi, a Sotto il Monte la scuola comprende solo le prime tre classi elementari: a dieci anni, i figli dei contadini incominciano il lavoro dei campi e aiutano nelle faccende domestiche.
Ma per Angelo Giuseppe si fa un'eccezione: vista la sua profonda passione per lo studio, può continuare a studiare, prima in privato, presso il parroco di Carvico e poi, come esterno, al Collegio di Celana, riuscendo così a terminare le elementari e a compiere i primi studi di latino, tanto che, nell'autunno 1893, a dodici anni, può entrare nel Seminario di Bergamo ed essere ammesso alla terza classe ginnasiale.
La formazione cristiana e l’ingresso in seminario
La prima istruzione Angelo iniziò a frequentare le elementari nell’ottobre 1887, prima a Ca’ Maitino, poi a Bercio, in una pluriclasse maschile. Negli stessi anni cominciò a seguire le lezioni di catechismo tutte le domeniche. Il 13 febbraio 1889, a Carvico, ricevette la Cresima e il 31 marzo 1889 la Prima Comunione, nella chiesa di Santa Maria a Brusicco.
Sia perché mostrava una notevole capacità negli studi, sia per la sua inclinazione verso la religione, i genitori decisero di fargli prendere lezioni private a Carvico da don Luigi Bonardi e don Pietro Bolis, due sacerdoti amici del suo parroco, don Francesco Rebuzzini. Con quel bagaglio di conoscenze, Angelo affrontò la terza ginnasiale nel Collegio vescovile di Celana, nell’anno scolastico 1891-’92.
Trovandosi lontano da casa, in mezzo a ragazzi maggiori d’età e di condizione sociale più elevata, incontrò le prime difficoltà: nel luglio 1892, perciò, non si presentò agli esami finali. Si diede quindi a uno studio ancora più intenso sotto la guida di don Rebuzzini, così da poter essere ammesso nel Seminario di Bergamo.
Negli esami sostenuti il 5 e il 6 ottobre 1892, Angelo riuscì molto bene e venne ammesso a frequentare la terza ginnasiale nel Seminario di Bergamo. Entrò ufficialmente il 7 novembre 1892, anche grazie agli aiuti economici che gli fornirono il suo parroco e uno dei proprietari dei campi lavorati dalla famiglia Roncalli, don Giovanni Morlani.
Gli inizi non furono facili, ma Angelo si fece presto notare sia per l’impegno sui libri, sia per la propensione alla preghiera. Nel giugno 1895 ricevette l’abito talare e fu ammesso tra i candidati agli Ordini minori.
La vocazione al sacerdozio nasce nel ragazzo quasi naturalmente e da Pontefice, Angelo Giuseppe dirà di "non aver mai dubitato che la vita dovesse riservargli altra sorte" che quella di essere sacerdote. In Seminario viene a contatto non solo con le scienze sacre, ma anche con i problemi umani e sociali che filtrano in quel cenacolo attraverso gli echi della vivace operosità del movimento cattolico presente a Bergamo.
Gli studi a Roma, il servizio militare e l’ordinazione
Il 4 gennaio 1901 iniziò la II Teologia, ma non a Bergamo, bensì a Roma: era stato scelto, con altri due compagni, come beneficiario di una borsa di studio per chierici poveri. Divenne quindi allievo del Pontificio Seminario Romano dell’Apollinare.
A causa del servizio militare, tuttavia, dovette interrompere gli studi: nel luglio 1901 chiese volontariamente che gli venisse anticipato il periodo del servizio in modo che il fratello Zaverio non lasciasse il lavoro nei campi. Per dodici mesi, quindi, fu arruolato nel 73° reggimento fanteria e destinato nella caserma Umberto I di Bergamo: il 30 novembre 1902 fu congedato.
Angelo diventa sacerdote. Poi, un'altra eccezione per il giovane chierico: è così in anticipo negli studi - alla fine del 1900, a soli 19 anni,ha già iniziato il terzo corso di Teologia - che i superiori lo inviano a Roma per perfezionarsi, visto che le leggi ecclesiastiche permettono l'ordinazione sacerdotale solo a 23 anni, e il 13 luglio 1904 egli si laurea in sacra Teologia.
Il 13 luglio 1904 conseguì il dottorato in Sacra Teologia. Quasi un mese dopo, il 10 agosto 1904, fu ordinato sacerdote nella chiesa di Santa Maria in Montesanto, in piazza del Popolo a Roma.
Il 10 agosto dello stesso anno, nella chiesa di Santa Maria in Monte a Piazza de Popolo, Angelo Roncalli è ordinato sacerdote, e il giorno seguente celebra la sua prima S. Messa nella Basilica di San Pietro. Quel giorno, per lui indimenticabile, si conclude con un altro fausto evento.
Confuso fra la folla dei pellegrini, don Angelo si trova vicino al Papa, e chi l'accompagna lo presenta a Pio X dicendo: "Santità, questo è un giovane sacerdote di Bergamo che ha celebrato stamattina la sua prima Messa". Il Papa si ferma, si china su di lui e gli dice: "Bravo, vi incoraggio a fare onore ai vostri propositi".
Poi fa alcuni passi verso altri pellegrini, ma subito torna indietro e gli chiede:
- E quando canterete la prima Messa al vostro paese?
- Per l'Assunta, Padre Santo.
Il vecchio Pontefice fa un sorriso e soggiunge: -Per l'Assunta. Chissà che festa! E quelle campane bergamasche, che sonare. che sonare.
E così il 15 agosto 1904, Sotto il Monte accoglie in festa il giovane sacerdote per la prima Santa Messa. Al Vangelo don Angelo va sul pulpito per la prima predica. Ai suoi piedi, nascosto dal parapetto, c'è il sagrestano che ha ricevuto l'incarico di tirargli la tonaca se la predica è troppo difficile; don Angelo infatti, dopo tanti anni di studi, non vuole correre il rischio di non essere più compreso dai suoi compaesani.
Ma il sagrestano non interviene e così il prete novello fa una pausa e lo guarda per chiedergli consiglio. "Forza don Angelo, - mormora il sacrestano; - si capisce proprio tutto. E' chiaro come l'acqua!".
Accanto al vescovo Radini Tedeschi
Gli fu chiesto dal rettore del Seminario Romano di restare per approfondire gli studi di Diritto Canonico, ma dovette interromperli: nel febbraio 1905, infatti, fu scelto come segretario da monsignor Giacomo Maria Radini Tedeschi, vescovo di Bergamo.
Fu al suo fianco per dieci anni, durante i quali ebbe altri compiti: docente in Seminario di Storia ecclesiastica, Patrologia e Apologetica, direttore e fondatore nel 1909 del periodico “La vita diocesana”, responsabile del movimento cattolico femminile. Imparò quindi a conoscere nuove realtà della Chiesa, ma dovette difendersi anche dalle accuse di modernismo.
Con la morte di Radini nel 1914 termina l’esperienza che Roncalli riterrà sempre punto di riferimento fondamentale per la sua formazione.
Se è vero che, accanto a monsignor Radini Tedeschi, Roncalli contribuì all’elaborazione di una pastorale scolastica, è soprattutto durante l’episcopato del successore Luigi Marelli, che si assiste al suo dinamismo in questo settore.
Il cappellano militare nella Prima guerra mondiale
Monsignor Radini Tedeschi morì nel 1914: l’anno seguente, don Roncalli fu arruolato nell’esercito per la prima guerra mondiale. Come accadeva ai sacerdoti, fu inserito nei reparti di Sanità: inizialmente come sergente, poi, dal 1916, come tenente cappellano.
Nei tre anni successivi allo scoppio della prima guerra mondiale nel 1915, si prodiga come cappellano col grado di sergente nell'assistenza ai feriti ricoverati negli ospedali militari di Bergamo. Nel luglio del 1918 accetta di prestare servizio ai soldati affetti da tubercolosi, consapevole di rischiare la vita per il pericolo di contagio.
Riusciva però a seguire ugualmente le attività di cui era responsabile in quanto fu inviato a Bergamo, che era stata dichiarata città ospedaliera. La geopolitica della pace di Giovanni XXIII passa anche per l’esperienza del cappellano Angelo Giuseppe Roncalli, in servizio accanto ai soldati che toccarono con mano quella “inutile strage” che fu la grande guerra.
Dopo l’anno del servizio di leva nel 1901, dal maggio 1915 al marzo 1916 Roncalli prese parte alla Prima guerra mondiale. Come lui stesso ebbe modo di dire più volte, anche da Papa, la vita militare ha influito fortemente sulla sua maturazione umana, cristiana e sacerdotale.
«…Tante volte ci siamo chinati ad ascoltare, sul petto ansante dei nostri giovani fratelli che morivano, il respiro affannoso della patria durante la sua passione e la sua agonia. Morti, semplici e sante, di tanti poveri figli del nostro popolo, modesti lavoratori dei campi […] che si spegnevano col Sacramento di Gesù sul petto e col nome di Maria sulle labbra, non bestemmiando al duro destino, ma lieti di offrire la loro fiorente giovinezza in sacrificio a Dio per i fratelli».
Così il cappellano don Roncalli nel suo diario alla fine della Prima Guerra mondiale, dove è facile per imbattersi in episodi che hanno come protagonisti i «suoi» soldati in fin di vita avvicinati sempre con affetto.
«Io mi commuovo pensando alla facilità con cui il sacerdote, se vuole, può trovare la via dei cuori, e alla bellezza di quelle giovani anime non ancora sfiorate dai contatti malsani del mondo e del vizio. Confirma hoc, Deus, quod operatus es in nobis [Conferma, o Dio, quanto hai fatto per noi] - d’altra parte questi cari giovani soldati non si può non amarli quando si sono avvicinati una volta: e sono tanto, tanto degni di ogni cura e di ogni conforto. Per me, confesso che vorrei potermi per loro sacrificare anche di più di quello che faccio».
Promotore della consacrazione dei soldati al Sacro Cuore, insieme a padre Agostino Gemelli e alla Serva di Dio Armida Barelli, don Giuseppe riconosce nei volti dei suoi uomini in divisa il volto di Cristo sofferente, ma anche di una Italia da amare.
Da qui «quella sua visione della Nazione come terra, come popolo, come grembo che genera, dona identità e consegna al mondo - spiega Santo Marcianò, vescovo ordinario militare per l’Italia che firma l’introduzione del volume - che lega l’amore della Patria all’amore della pace come epifania dell’universale fraternità».
Per il “Papa buono”, insomma, la Patria e la Pace hanno il volto dei tanti militari feriti, morenti, impauriti, sconfitti e disperati, coraggiosi e scoraggiati «ai quali cercò sempre di portare il sorriso di Dio - prosegue il vescovo -. Ecco perché il suo volto ci appare, come sarà sempre, sorridente, anche dinanzi alla tragedia del conflitto.
Sorridente perché carico della profonda e sofferta speranza che viene dalla lettura provvidenziale della storia e che si traduce in operosa carità».
Nella visione di Roncalli la pace mette insieme l’amore per la Patria, per i fratelli e per Dio, ed è “indivisibile”. Inoltre ha un triplice aspetto: interiore, sociale e internazionale.
La cura dei giovani e la Casa dello studente
In realtà, già verso la fine del periodo bellico, don Angelo Roncalli aveva intuito gli effetti disastrosi che la guerra avrebbe lasciato comunque, e la conseguente necessità di ricostruire i giovani nel loro tessuto spirituale.
Le loro sofferenze, ansie, crolli di ideali, gli avevano fatto avvertire l’urgenza di una rinnovata pastorale nel mondo della gioventù, specie nell’ambito della scuola. Ne parlò nell’ultimo anno di guerra al vescovo Marelli, che lo incaricò del problema.
Buttatosi a capofitto nell’impresa, steso in pochi mesi un progetto organico e ambizioso, ecco l’ex segretario del vescovo Radini Tedeschi darsi da fare per rivitalizzare opere già esistenti, rilanciando l’Opera Sant’Alessandro per farne il centro propulsore di tutte le attività a favore degli studenti (formazione diretta nei collegi esistenti e nei pensionati, assistenza religiosa e morale in case di ritrovo, circoli e scuole di religione).
Con una novità: le nuove strutture di assistenza per i giovani dovevano essere aperte a tutti gli studenti, anche a quelli - ed erano la maggioranza - che vivevano fuori da collegi e pensionati, oppure venivano scaricati a frotte ogni giorno dai paesi vicini e vivevano in pensioni private o presso conoscenti, che comunque si trovavano esposti a quelli che don Angelo chiamava «pericoli» per le loro «anime».
L’ottica pastorale del progetto roncalliano si innestava nel solco della tradizione religiosa locale, volta a preservare la gioventù dai «pericoli del mondo», però con uno sguardo al futuro, per contribuire alla maturazione complessiva del giovane, adulto in formazione e inserito nella società del domani.
Appunta il futuro Pontefice: «Provvedere alle varie opere di educazione e di assistenza della gioventù studiosa significa contribuire in una forma efficacissima alla preparazione del sicuro trionfo di Cristo e della sua civiltà nella nuova generazione. Compito importante, apostolato nobilissimo per ogni uomo di cuore, sacerdote o laico».
Era il compito che egli si attendeva da tempo, annunciato al fratello Saverio già nell’aprile precedente. «Quando tornerai a Bergamo, troverai una novità. Io non abiterò più in seminario, ma in un palazzo poco lontano, dove il vescovo mi ha incaricato di aprire una “Casa per gli studenti” e dove io passerò definitivamente a guerra finita».
Così, il 25 novembre 1918, alla presenza di monsignor Marelli, era stata inaugurata l’attività della Casa dello studente, in un antico palazzo nel cuore della Bergamo Alta.
Lì il vescovo aveva individuato la sede adatta per la nuova istituzione che, grazie al lavoro di don Angelo e pochi collaboratori, avrebbe assolto molteplici scopi: pensionato per studenti convittori, ritrovo pomeridiano, luogo di svago e sostegno per gli studenti presenti in città, ritrovo serale per gli studenti della città alta.
Con tanto di stanzette, aule per la preghiera, una biblioteca, una sala di lettura e una di musica e persino un biliardo.
| Iniziativa | Anno | Funzione |
|---|---|---|
| Casa dello studente | 25 novembre 1918 | Pensionato, ritrovo, formazione e sostegno per gli studenti |
| Circolo studentesco Sant’Alessandro | 1920 | Attività a favore della gioventù studentesca |
| Seconda Casa dello studente in via Mazzini | 1921 | Accoglienza e assistenza agli studenti |
| Assorbimento della Casa di via San Salvatore | 1924 | Riorganizzazione delle strutture esistenti |
Subito dopo sarebbero sorte altre iniziative: costituzione del Circolo studentesco Sant’Alessandro (1920); nascita di una seconda Casa dello studente in via Mazzini (nel 1921), destinata tre anni dopo ad assorbire quella di via San Salvatore (decisione che farà soffrire parecchio don Roncalli).
Non sarebbe invece andato in porto il progetto di una terza Casa dello studente a Pignolo, un borgo della città. Inoltre, l’improvvisa partenza di don Angelo per Roma (nel 1921 fu nominato presidente del Consiglio centrale per l’Italia della pontificia Opera della propagazione della fede), avrebbe fatto sentire i suoi effetti negativi sull’Opera Sant’Alessandro, rivelandosi senza la guida di Roncalli un’istituzione sempre più asfittica.
Per un po’ dal 1919 la nuova istituzione sotto la sua direzione fu pienamente operante. E piegata la divisa di cappellano militare, don Angelo indossò i panni del pedagogista, convinto che l’immenso campo dell’educazione e dell’assistenza spirituale della gioventù studentesca costituisse il suo destino.
Convinzione affiorante anche dalle pagine del Giornale dell’anima dove si legge: «Ci furono giorni nel passato in cui non sapevo che cosa avrebbe voluto il Signore da me nel dopoguerra. Ora non c’è più ragione di incertezza o di cercare altro: l’apostolato per la gioventù studiosa, ecco la mia missione principale, ecco la mia croce».
Educare alla libertà, alla responsabilità e alla disciplina
La nuova attività lo pose di fronte a tanti problemi, portandolo a moltiplicare gli incontri con confratelli e laici, non sempre pronti a condividere i suoi orientamenti e soprattutto i suoi modi di relazionarsi con i ragazzi.
Nel Diario in più occasioni registra le sue divergenze, sia nei fini che nei mezzi, con i suoi interlocutori bergamaschi o di fuori. Ad esempio con il conte Medolago Albani, definito con una frase sibillina «l’uomo unius verbi [di una parola]», mentre Roncalli spiega di preferire «il loquebantur variis linguis magnalia Dei [proclamavano in varie lingue le grandezze di Dio]».
O con il rettore di un collegio in provincia, con il quale non condivide la scelta di «escludere ogni contatto dei pensionati cogli studenti esterni». Annota Roncalli: «Per me quest’anno questa cosa è impossibile. Riflettendoci bene trovo che non è neppure necessaria.
Ci si deve ben persuadere che la situazione dei miei giovani qui è ben diversa da quella dei collegi. Altro è l’ideale, altro è il fatto. Evitare i contatti esterni qui è impossibile: e allora converrà, invece, volgere ogni cura a renderli innocui, ad educare attraverso i medesimi l’uso e il rispetto della propria libertà. Forse con questo spirito i vantaggi della educazione saranno anche migliori».
Educare alla libertà: ecco il vero pensiero del futuro Giovanni XXIII che sul “Giornale dell’anima” arrivava a scrivere: «Amerò i giovani come una mamma, ma sempre nel Signore e nella intenzione di preparare in loro degni figli alla Chiesa».
È il modello di tanti santi educatori, antichi e moderni, fabbricatori di anime.
Ma ci sono pagine, in questo caso dal Diario di Roncalli, capaci persino di farci sorridere e che ce lo rendono ancor più vicino. Sotto la data 28 gennaio 1919 eccolo annotare che gli tocca buttar fuori dalla Casa uno studente innamorato di una ragazza che gli fa perder tempo alla finestra.
Ci spiega che espelle il giovanetto «abbacinato dalle prime, improvvise spontanee impressioni», perché «fila deliziosamente il suo primo idillio colla signorina che sta alle finestre di fronte». Innamorarsi non fa parte del programma.
Comunque don Angelo si rende perfettamente conto della sofferenza causata. Esegue, ma commenta: «Ma il cuore, ah! che ferita al cuore».
Altra annotazione - che dice del suo modo di agire - è quella scritta l’antivigilia del Natale 1919: «In seguito ad atti di indisciplina commessi ieri sera dai più grandi in dormitorio, stamattina dopo la messa ne ho dichiarati dimessi due dal Pensionato; e sono rimasto fermo tutto il giorno nella decisione nonostante le molte lacrime e le scuse.
Voglio che la disciplina, specialmente in dormitorio, sia rispettata ad ogni costo, e che i prefetti godano della stessa autorità del direttore. […] Per me trattasi di dare l’impronta e questa vuol essere di giusta larghezza e di rispettosa libertà, ma insieme di sincerità, di ordine, di disciplina. Il cuore però, come mi sanguina nel dover prendere queste risoluzioni».
Non mancheranno più in là altri momenti di sconforto o amarezza. I ragazzi del pensionato di cui si fida di più se li vede «cadere uno per uno». Così ammette alla fine dell’inverno del 1919.
Ma ci sono pure giornate serene nella consapevolezza di un ministero che resta di carattere religioso e nient’affatto burocratico: «Quante volte raccogliendo a sera gli episodi della giornata trascorsa fra le cure per i miei cari giovani, sento in me qualche cosa di ciò che faceva tremare come nel contatto divino, il cuore dei due discepoli sulla via di Emmaus».
Da Bergamo all’Opera della Propagazione della Fede
Nel dicembre 1920 papa Benedetto XV lo rivolle a Roma, come presidente del Consiglio centrale dell’Opera per la Propagazione della Fede in Italia.
Don Roncalli inizialmente era sul punto di rifiutare: aveva tanti compiti a Bergamo e, peraltro, non si sentiva all’altezza. Alla fine accettò, in ubbidienza al Pontefice e alla volontà di Dio, che parlava attraverso di lui.
Nel dicembre 1920, Papa Benedetto XV lo invita a presiedere l'opera di Propagazione della Fede in Italia. Roncalli ha da poco avviato a Bergamo l'esperienza della Casa degli studenti, un'istituzione a metà tra il pensionato e il collegio.
Dopo forti titubanze, accetta l’incarico che si presenta molto delicato per i rapporti con le organizzazioni missionarie già esistenti. Con slancio e grande senso di responsabilità, assume l’incarico e riesce nell’intento di allontanarlo dalle logiche strettamente burocratiche che caratterizzano invece molti uffici della curia.
Per far conoscere l’Opera e raccogliere fondi, viaggiò per i vari centri di animazione missionaria, italiani ed esteri: visitò più della metà delle diocesi italiane. In vista dell’Esposizione missionaria vaticana allestita per l’Anno Santo 1925, fu incaricato della stampa di propaganda.
Nel novembre 1924, poi cominciò a insegnare Patrologia al Seminario del Laterano.
Il vescovo e il diplomatico: Bulgaria, Turchia e Grecia
Nel febbraio 1925 fu nominato Visitatore apostolico in Bulgaria: il 19 marzo seguente fu ordinato vescovo, col titolo di Areopoli. Scelse come motto episcopale «Oboedientia et pax», “Obbedienza e pace”.
La sua permanenza in Bulgaria doveva essere a breve termine, ma le difficoltà che dovette incontrare la protrassero per circa dieci anni. La situazione dei cattolici bulgari, sia di rito latino, sia di rito orientale, lo richiedeva: era segnata da una povertà diffusa e dalla tensione con la vicina Turchia.
Monsignor Roncalli fece del suo meglio per riallacciare i rapporti tra la Chiesa, il governo e la casa reale bulgara, mentre imparava a conoscere la varietà dei riti e cercava di alleviare le miserie della popolazione.
Nel 1925, con la nomina a Visitatore Apostolico in Bulgaria, inizia il periodo diplomatico a servizio della Santa Sede, che si prolunga fino al 1952, e con esso la riflessione sul problema dell’unità delle Chiese.
È proprio durante l’esperienza bulgara che si forma in Roncalli una visione meno centralizzata e più articolata della Chiesa, basata sul riconoscimento dell’importanza delle realtà locali.
Dopo l'ordinazione episcopale nel marzo 1925, parte per Sofia con il compito di provvedere ai bisogni della comunità cattolica in un paese di religione ortodossa. L'incarico di pochi mesi si trasforma in una permanenza decennale durante la quale avvia i primi contatti con la Chiesa Ortodossa, getta le basi per la costruzione di una Delegazione Apostolica e instaura relazioni amichevoli con il Governo e la Casa Reale bulgara, nonostante l'incidente del matrimonio ortodosso di re Boris con la principessa Giovanna di Savoia.
Il 27 novembre 1934 segnò una nuova destinazione per monsignor Roncalli: venne inviato alla Delegazione apostolica di Turchia e Grecia, che aveva contribuito a fondare nel 1931. Allo stesso tempo, fu nominato amministratore apostolico dei latini di Costantinopoli.
Nella Turchia proclamata “Stato aconfessionale” si adoperò perché i cattolici non si sentissero esclusi dalla vita della società e cercò di mediare con il governo. In Grecia, invece, riuscì dopo molto tempo a migliorare le relazioni col Patriarca e coi metropoliti ortodossi, organizzando i primi passi per il cammino ecumenico, incoraggiato da Pio XI e Pio XII.
Il 27 novembre 1934 è nominato Delegato Apostolico in Turchia e Grecia. Giunge a Istanbul nel pieno del processo di laicizzazione messo in atto dal governo di Mustafa Kemal Ataturk, alla vigilia del secondo conflitto mondiale.
Grazie al suo tatto e alla sua abilità, Roncalli, che celebra messa in turco, riesce a organizzare alcuni incontri ufficiali con il Patriarca di Costantinopoli, i primi dopo secoli di separazione con la Chiesa Cattolica.
Gli anni in Turchia sono improntanti alla carità e segnati dalla visione ecumenica di Roncalli che in ogni modo si adopera per aiutare i bisognosi. Intraprende viaggi frequenti in Grecia e nel 1941, con l’aggravarsi della carestia che strazia il Paese, chiede al Vaticano di intercedere presso gli inglesi affinché consentano alle navi cariche di grano di raggiungere la penisola.
Il soccorso ai profughi durante la Seconda guerra mondiale
Durante la seconda guerra mondiale, in Turchia, rimasta neutrale, affluirono numerosi profughi, ebrei e non solo. Monsignor Roncalli intervenne spesso in loro favore, sia chiedendo aiuti alle organizzazioni internazionali e alla Santa Sede, sia, per quanto possibile, agendo di persona.
L’impegno a favore dei profughi ebrei costituisce un capitolo fondamentale della permanenza nel Paese della Mezzaluna. I diari del delegato e i documenti vaticani riferiscono di contatti costanti con i rabbini e la Jewis Agency per aiutare migliaia di profughi ebrei a sfuggire alla persecuzione nazista attraverso il corridoio neutrale della Turchia.
Sono molte le azioni di soccorso messe in atto da Roncalli. Procura per via diplomatica i “certificati di immigrazione”, preziosi lasciapassare per la Palestina.
Grazie al suo intervento, una nave carica di bambini ebrei proveniente da Costanza ottiene l’autorizzazione ad attraversare lo stretto dei Dardanelli e raggiungere un porto sicuro.
Nel1943 scrive a re Boris di Bulgaria pregandolo di disobbedire a Hitler impedendo la deportazione di migliaia di ebrei nel suo Paese.
Nunzio apostolico a Parigi
Inaspettatamente, per decisione di Pio XII, è promosso alla Nunziatura di Parigi, dove arriva il 30 dicembre 1944, mentre il governo provvisorio chiede la destituzione di trenta Vescovi accusati di collaborazionismo con il governo di Vichy.
Un ulteriore incarico di grande responsabilità fu quello a cui venne chiamato da papa Pio XII: il 6 dicembre fu nominato Nunzio apostolico a Parigi. La Francia dell’epoca era appena uscita dalla Liberazione e stava avviando un processo di laicizzazione dello Stato.
Monsignor Roncalli dovette mettere in campo tutte le sue doti umane e le sue competenze per affrontare questioni spinose come l’ingerenza statale nelle nomine dei vescovi, la richiesta di sussidi statali da parte delle scuole cattoliche e l’esperienza dei preti operai.
Roncalli riesce a limitare il numero dei Vescovi destituiti e guadagnarsi la stima dell'ambiente diplomatico e politico parigino. Svolge numerose visite nelle diocesi della Francia, Algeria compresa.
Patriarca di Venezia: «Cercate il sacerdote»
Nell'ultimo Concistoro tenuto da Pio XII, il 12 gennaio 1953, monsignor Roncalli fu creato cardinale prete del titolo di Santa Prisca e, contemporaneamente, nominato Patriarca di Venezia.
Secondo un’antica prerogativa, ora non più in vigore, se un Nunzio chiamato a essere cardinale aveva prestato servizio per l’ultima volta in un paese cattolico per tradizione, il capo dello Stato avrebbe potuto sostituire il Papa nell’imporre la berretta cardinalizia. Nel caso di monsignor Roncalli, fu il presidente francese Vincent Auriol.
Il cardinal Roncalli giunse a Venezia il 15 marzo 1953. Nella prima omelia tenuta nella Basilica di San Marco fece subito capire ai suoi nuovi fedeli come avrebbero dovuto considerarlo: “Non guardate dunque al vostro Patriarca come a un uomo politico, a un diplomatico, cercate il sacerdote, il pastore d’anime, che esercita tra voi il suo ufficio in nome del Signore”.
Effettivamente s’impegnò realmente come pastore: ricercò l’incontro con ogni categoria di fedeli, compì una visita pastorale negli anni 1954-1957 e indisse il Sinodo diocesano dal 25 al 27 ottobre 1957.
Pur restando fedele alle indicazioni della Santa Sede, osservò con attenzione i mutamenti sociali ed ecclesiali, favorendo un confronto autentico grazie al suo carattere al tempo stesso equilibrato e disponibile.
L’elezione a Giovanni XXIII
PAPA GIOVANNI XXIII (Angelo Roncalli) era stato eletto il 28 ottobre 1958, dopo il pontificato di EUGENIO PACELLI. Nel Conclave seguito alla morte di papa Pio XII, gli succedette, il 28 ottobre 1958, proprio il cardinal Roncalli, settantasettenne.
Assunse, ventitreesimo tra i Pontefici legittimamente eletti, il nome di Giovanni. Come già a Venezia, così il giorno dell’incoronazione, il 4 novembre, ribadì che la sua missione da Papa doveva essere soprattutto pastorale.
I Padri conciliari che elessero ANGELO RONCALLI, dopo la imponente figura del papa precedente, vollero un periodo pacifico, un uomo mite, condiscendente, non piu' giovane (aveva 77 anni) nonostante Pio XII avesse gia' designato GIOVANNI MONTINI e gli stessi padri conciliari lo avevano gia' indicato come suo successore.
La vocazione di Roncalli, sembra essere quella della cura delle anime. Nel Conclave di apertura, il Cardinale Segretario Antonio Bacci traccia il profilo di quello che dovrebbe essere il nuovo papa "Eminentissimi padri, non un papa dotto, dev'essere soprattutto un pontefice santo".
Angelo Roncalli pochi sanno chi e', non ha mai fatto parlare di se', non e' un anticonformista, non e' un progressista, e' animato da una fede genuina pastorale da curato di campagna, ed e' quello che ci vuole in questo periodo.
Un papa di "transizione", un papa "pausa", un papa "tregua", dopo il grande potere di Pio XII, in cui ha esercitato un'egemonia assoluta verticale e orizzontale su tutto il clero, chiedendo una totale sottomissione tradottasi poi in soggezione.
Il Papa della prossimità
Ma gia' nei suoi primi passi, Giovanni XXIII cambia stile, da mite diventa quasi rivoluzionario. Si muove e parla, e anche molto; affermerà "C'e' chi aspetta dal pontefice l'uomo di Stato, il diplomatico, lo scienziato, l'organizzatore della vita collettiva, ovvero uno dall'animo aperto a tutte le forme di progresso della vita moderna.
Venerabili fratelli e diletti figli, tutti costoro sono fuori dal retto cammino. A noi sta a cuore in maniera specialissima il compito di pastore di tutto il gregge".
Parla e si muove nel gregge. Per la prima volta fa cadere il "muro" del Vaticano e va' fuori Roma partendo da una stazione -quella Vaticana- da dove non era mai partito un treno, nè poteva farlo visto che era stato costruito un cavalcavia in territorio italiano.
Prima parte per Loreto, poi ad Assisi; lungo il percorso anche dove non si fermava il treno, nelle stazioncine, nei passaggi a livello, ma anche in aperta campagna, una folla immensa.
Poi al ritorno va' in giro per Roma, visita gli ammalati negli ospedali, va a trovare i detenuti di Regina Coeli, ma soprattutto appare in televisione e parla; in Piazza San Pietro le domeniche sempre più affollata, parla.
Famosa quella domenica in cui concluse un suo discorso con ". Ritornando a casa, date una carezza ai vostri bambini e dite loro che questa è la carezza del papa".
Nei piu' sperduti paesi d'Italia i curati delle parrocchie scoprono che il papa parla come loro ed e' fatto come loro, NON con quella voce metallica che arrivava da anni dall'etere di Pio XII.
Insomma la figura di Giovanni XXIII conquisto' la platea, la sua preghiera, il culto, la devozione, la pieta', l'ottimismo, quell' affabilita' dimessa ma profondamente umana, turbo' e conquisto' non solo i laici, gli atei, le anime piu' rozze, ma anche i politici di sinistra intervennero più volte.
Il Concilio Vaticano II
Dopo aver a lungo pregato ed essersi consultato, tra gli altri, col Segretario di Stato, il cardinal Domenico Tardini, papa Giovanni XXIII prese una decisione inaspettata. Il 25 gennaio 1959, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, annunciò l’indizione del Concilio Ecumenico Vaticano II.
In contemporanea, comunicò anche l’indizione di un Sinodo diocesano per Roma, dal 24 al 31 gennaio 1960, e l’aggiornamento del Codice di Diritto Canonico, con un’apposita commissione.
Il 25 aprile del 1959 nella basilica di S. Paolo viene annunciato il Concilio Vaticano II. Nato da una decisione personale del Papa, rappresenta il più grande tentativo di modernizzare la Chiesa e avvicinarla alla società.
Lo scopo del Concilio Vaticano II, come fece presente il Pontefice nel discorso d’apertura, l’11 ottobre 1962, doveva essere che la Chiesa desse nuove risposte di fronte ai problemi e alle sfide della società contemporanea.
La dottrina non doveva variare, né dovevano essere definite nuove verità di fede: bisognava invece ripresentare il contenuto della fede agli uomini del tempo.
In apertura del Concilio, Giovanni XXIII sottolinea la necessità di “guardare al presente, alle nuove condizioni e forme di vita introdotte nel mondo moderno, le quali hanno aperto nuove strade all’apostolato cattolico”.
Deciso a opporre ad atteggiamenti di condanna e di contrapposizione quelli improntati al dialogo e alla comprensione, volle che tra gli osservatori del Concilio ci fossero anche esponenti delle varie confessioni cristiane.
Con i lavori dell’assise, inizia il periodo di “solitudine istituzionale” che vede Roncalli lontano dalle posizioni più conservatrici e intransigenti della maggior parte della Curia.
I lavori conciliari si concludono tuttavia con importanti cambiamenti non solo nella liturgia ma anche nella “cultura” della Chiesa che, per la prima volta, riconosce l’esistenza di principi di verità nelle altre confessioni religiose.
Dialogo, diritti umani e pace
Giovanni non revoca il patrimonio teologico, il magistero ecclesiastico, ma insiste sui diritti dell'uomo come tale, sulla liberta' religiosa (non dimentichiamo che e' stato molti anni in Medio Oriente), sui problemi sociali.
Vuole: "trasformare la Chiesa in uno strumento di dialogo e di cooperazione" offrendo l'assicurazione che la stessa Chiesa "contribuira' al progresso sociale, all'emancipazione degli oppressi, al disgelo dei due blocchi".
Il Papa l'11 settembre '61 affermava "credenti e non credenti sono tutti nostri figlioli, appartengono tutti a Dio per diritto di origine".
Le "aperture", il "disgelo fra i due blocchi" non tardò a venire: "La Tass di Mosca scrive: "Il Concilio discuterà molte questioni riguardanti soprattutto la dottrina teologica, ma non potrà fare a meno di tener presenti le questioni relative all'odierna situazione internazionale.
Felicitandosi con il capo della Chiesa cattolica, in occasione del suo ottantesimo compleanno, Nikita Kruscev gli ha augurato buona salute e pieno successo nel suo nobile desiderio di contribuire alla salvaguardia della pace mondiale".
Il Papa rispose, e le polemiche non mancarono, mentre i comunisti gioivano. Ma Papa Giovanni XXIII prosegue imperterrito.
La primavera del 1963 è segnata anche dal riconoscimento del suo impegno a favore della pace, tema fondamentale e punto di forza del suo papato, come testimoniano bene le Encicliche Mater et Magistra (1961) e Pacem in terris (1963) e il suo decisivo intervento in occasione della grave crisi di Cuba nell'autunno del 1962.
Le encicliche di Giovanni XXIII
Otto furono le lettere encicliche di Giovanni XXIII. In quelle del 1959 appaiono evidenti i temi della conoscenza della verità («Ad Petri cathedram»), della preghiera, anche tramite la devozione del Rosario («Grata recordatio), della fedeltà nel sacerdozio («Sacerdotii nostri primordia», per il primo centenario della morte del Santo Curato d’Ars), delle missioni («Princeps pastorum»).
Nell’enciclica «Mater et magistra» del 1961, invece, ripresentava il magistero sociale della Chiesa a settant’anni dalla «Rerum novarum» di Leone XIII.
Nello stesso anno, in occasione del quindicesimo centenario della morte di san Leone Magno, scrisse l’«Aeterni Dei sapientia». Con l’enciclica «Paenitentiam agere» del 1962 raccomandò a tutti i fedeli di offrire preghiera e penitenza per il buon esito dei lavori del Concilio Vaticano II.
Infine, con la «Pacem in terris» del 1963, prima enciclica indirizzata anche «a tutti gli uomini di buona volontà», espresse i concetti della pace e del giusto ordine sociale.
L'11 aprile del 1963, con la sua enciclica Pacem in Terris, fa addirittura crollare muraglie secolari, preconcetti inveterati, altezzose preclusioni.
"Pacem in Terris" di Giovanni XXIII esterna la sensibilità di un papa nei problemi correnti, che sono le ansie e le aspettative che ha il mondo. Indica i "segni dei tempi" dei lavoratori, il diritto di libertà e la libera manifestazione di pensiero.
Clamorosamente giustifica la collaborazione tra credenti e non credenti. E' una svolta epocale!!
Il rapporto con i giovani fino alla fine
Uno «spirito giovane» ha attraversato tutta l’esistenza di Roncalli, fino alla cattedra di Pietro.
Un’attenzione ribadita anche quando il 19 maggio 1960 rivolgendosi alla gioventù studentesca delle scuole cattoliche di Roma disse: «È stato detto che la vita è il compimento di un sogno di giovinezza.
Abbiate ciascuno il vostro sogno, da portare a meravigliosa realtà: sogno di generosità, di rettitudine, di elevazione; proposito di ben fare, di pagare di persona, di edificare; fedeltà a una linea di condotta sempre pura, sempre diritta, che non scenda a compromessi, a patteggiamenti, a cedimenti: per il bene della vostra vita di domani, della famiglia che avrete, della società in cui lavorerete».
Ha ragione il vescovo di Bergamo Francesco Beschi, che questa sera a Sotto il Monte, il paese natale di San Giovanni XXIII, presiederà la celebrazione eucaristica per la festa liturgica del santo Pontefice che lì nacque il 25 novembre 1881.
Rileggere le pagine del futuro Papa dedicate alla gioventù, ai seminaristi, agli studenti, significa «prendere atto e seguire la determinazione di un uomo di Chiesa che decide di dedicarsi a loro per amarli - detto con le sue stesse parole usate nel Giornale dell’anima - “come una mamma”.
E questa determinazione è appunto di tutta la Chiesa che - lo ricorda il Concilio - guarda ai giovani con fiducia e con amore. Chiede loro molto… Nello stesso tempo si impegna a essere al loro fianco, indicando anzitutto la sorgente della vera giovinezza, Gesù…».
Certo il lessico è ben datato e si leggono parole un po’ desuete, ma, nella sostanza, a reggere ogni sfida con il tempo sono l’autenticità dei sentimenti e la credibilità di chi li ha manifestati.
La morte, la canonizzazione e la memoria
Giovanni XXIII, 261° Papa della Chiesa Cattolica, avviò il Concilio Vaticano II, ma non ne vide la conclusione: morì infatti il 3 giugno 1963.
Nel suo breve ma intenso pontificato, durato poco meno di cinque anni, riuscì a farsi amare dal mondo intero.
Il 23 maggio, giorno dell’Ascensione, Giovanni XXIII si affaccia su piazza San Pietro e impartisce per l’ultima volta la benedizione. Il mondo accoglie con profondo dolore e grande partecipazione la notizia della sua scomparsa la sera del 3 giugno 1963.
Giovanni XXIII è stato dichiarato beato da Papa Giovanni Paolo II il 3 settembre 2000. Il 5 luglio 2013 Papa Francesco ha firmato il decreto per la canonizzazione di Giovanni XXIII che avverrà il 27 aprile 2014, contestualmente a quella di Giovanni Paolo II.
È stato beatificato il 3 settembre del 2000 e canonizzato il 27 aprile 2014. I suoi resti mortali riposano dal 2001 nella Basilica di San Pietro a Roma, precisamente nella navata destra, sotto l’altare di San Girolamo.
Martirologio Romano: A Roma, beato Giovanni XXIII, papa: uomo dotato di straordinaria umanità, con la sua vita, le sue opere e il suo sommo zelo pastorale cercò di effondere su tutti l’abbondanza della carità cristiana e di promuovere la fraterna unione tra i popoli; particolarmente attento all’efficacia della missione della Chiesa di Cristo in tutto il mondo, convocò il Concilio Ecumenico Vaticano II.
Patronato: Esercito Italiano.
