La Cena del Signore nelle chiese evangeliche: riflessione biblica, teologica ed ecumenica

Nelle chiese evangeliche la Cena del Signore è un’ordinanza istituita da Gesù Cristo, nella quale la comunità riunita mangia il pane e beve dal calice per ricordare la sua morte, annunciare il Vangelo e vivere, mediante la fede, la comunione con lui e con gli altri credenti.

La Cena del Signore non è soltanto un ricordo simbolico né un rito separato dalla vita della chiesa: è memoria della morte e della risurrezione di Cristo, promessa della sua presenza, annuncio del suo ritorno e richiamo concreto all’unità, alla riconciliazione e al servizio reciproco.

Che cos’è la Cena del Signore

La Santa Cena, chiamata anche Eucaristia, celebrazione della Messa o Cena del Signore, è uno dei due sacramenti che vengono celebrati nella Chiesa evangelica luterana.

La Cena del Signore è un’ordinanza del Signore in cui i fedeli, riuniti, mangiano il pane, simbolo del corpo di Cristo dato in dono al Suo popolo, e bevono dal calice del Signore, simbolo della Nuova Alleanza nel sangue di Cristo.

Lo facciamo in memoria del Signore, quindi annunciamo la sua morte fino a che Lui venga.

Secondo la testimonianza biblica, nella Cena del Signore l’azione fisica consiste nel mangiare il pane e nel bere dal calice, mentre l’azione interiore consiste nel ricordare consapevolmente Gesù Cristo, la sua morte, la sua risurrezione e il significato della sua opera per il perdono dei peccati.

Coloro che mangiano e bevono in maniera degna partecipano del corpo e del sangue di Cristo, non fisicamente ma spiritualmente, poiché, con la fede, ricevono il nutrimento e i benefici che Lui ha pagato con la Sua morte, e quindi crescono nella grazia.

L’origine della Cena del Signore nei Vangeli

Nei loro Vangeli Matteo (26: 2 segg.), Marco (14: 22 segg.) e Luca (22: 14 segg.) narrano la Cena del Signore, celebrata da Gesù con i suoi discepoli la sera prima di morire.

Tutti descrivono Gesù che rende grazie o benedice il pane e il calice, li dà ai suoi discepoli e afferma che il pane è il suo corpo e il calice è il sangue dell’Alleanza, o la Nuova Alleanza nel suo sangue.

In Luca 22: 19 Gesù dice: “Fate questo in memoria di me”.

Il racconto dell’ultima cena si colloca nel contesto della Pasqua ebraica. Dicendo questo, Gesù stava designando se stesso come il vero Agnello della Pasqua ebraica, la cui morte avrebbe liberato il popolo di Dio dalla schiavitù del peccato.

“Poi prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, diede loro il calice dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi»” (Luca 22:19-20).

Nel Vangelo di Giovanni non si parla del bere e del mangiare, ma piuttosto degli insegnamenti e delle azioni che hanno caratterizzato la serata.

Durante quella stessa cena Gesù lavò i piedi ai discepoli e disse: “Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri”.

La Cena del Signore richiama quindi non soltanto il pane spezzato e il calice condiviso, ma anche la forma di vita indicata da Gesù: una comunione capace di abbassarsi, servire, perdonare e accogliere.

La testimonianza di Paolo

Secondo le testimonianze più antiche, la Chiesa ha fatto ciò che Gesù aveva detto: ha ricreato quella cena per ricordare Gesù e la sua morte.

Le prime testimonianze a questo riguardo si trovano nelle lettere di Paolo: in 1 Corinzi 11:20 egli fa riferimento ad un evento della vita della Chiesa chiamato “Cena del Signore”, che probabilmente ha questo nome perché è stato istituito o ordinato dal Signore Gesù e perché il suo significato più profondo è quello di celebrare la memoria della morte del Signore.

In 1 Corinzi 11:20, Paolo dice: “Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me»”.

L’espressione “ho ricevuto dal Signore” probabilmente sta a significare che il Signore stesso ha confermato a Paolo, che a differenza degli altri apostoli non era presente all’ultima cena, che ciò che gli altri avevano raccontato riguardo all’Ultima cena era realmente accaduto.

L’origine storica della Cena del Signore, quindi, risale all’ultima cena celebrata dal Signore assieme ai suoi discepoli, la notte prima di essere crocifisso.

Le azioni e il significato della Cena del Signore riprendono quello che Gesù ha detto e fatto nel corso di quell’ultima notte.

L’origine della Cena del Signore è Gesù stesso. Lui ha ordinato che continuasse e lui ne è fulcro e contenuto.

La Cena del Signore in 1 Corinzi 11

17E mentre vi do queste istruzioni, non posso lodarvi per il fatto che le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio.

18Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo.

19E’ necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi.

20Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore.

21Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco.

22Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo!

23Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane

24e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me».

25Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me».

26Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga.

27Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore.

28Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice;

29perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna.

30E’ per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti.

31Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati;

32quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti per non essere condannati insieme con questo mondo.

33Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri.

34E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi raduniate a vostra condanna. Quanto alle altre cose, le sistemerò alla mia venuta.

Il significato comunitario della Cena

Il testo di Paolo mostra che la Cena del Signore non può essere separata dalla qualità delle relazioni all’interno della comunità.

A Corinto alcuni trasformavano il raduno ecclesiale in un pasto diseguale: uno aveva fame, l’altro era ubriaco, e chi non aveva nulla veniva fatto vergognare.

In altre parole, la Cena del Signore veniva sminuita perché collocata sullo stesso piano di una normale cena e perché alcuni avevano più da mangiare ed altri meno.

Quindi qui si dice: mangiate la vostra cena a casa e radunatevi per celebrare la Cena del Signore.

La celebrazione non è autentica quando il gesto liturgico convive con l’umiliazione dei poveri, l’indifferenza, le divisioni e la mancanza di attesa reciproca.

“Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore”.

La Cena richiama perciò la chiesa a riconoscersi come un unico corpo e a rendere visibile, nella pratica, la comunione annunciata dal pane e dal calice.

Il corpo di Cristo e l’unità della chiesa

La Santa Cena non è solo comunione con Dio, verticale, ma anche comunione gli uni con gli altri, orizzontale.

“Siccome v’è un unico pane, noi, che siamo molti, siamo un corpo unico”.

Questo pane della Cena ci rappresenta il corpo di Cristo: come questo pane è formato da tanti chicchi di grano, così noi siamo tanti chicchi del “Buon grano” e formiamo il corpo di Cristo.

La nostra comunione passa per Gesù. Se io sono in comunione con Lui, sono in comunione con tutti i fratelli.

Prendendo il calice rendiamo testimonianza del sangue di Gesù che ci ha riscattati.

Paolo mette in relazione la partecipazione al pane e al calice con la costruzione della comunione ecclesiale: “Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane”.

La dimensione verticale della comunione con Cristo diventa il fondamento della dimensione orizzontale della comunione tra i credenti.

La Cena del Signore come memoria

All’atto fisico del bere e del mangiare dobbiamo unire anche quello mentale del ricordare.

Ciò significa ricordare, consapevolmente, la persona di Gesù, morto e risorto, e ciò che la sua opera ha significato per il perdono dei nostri peccati.

La Cena del Signore ci ricorda duramente, ogni volta, che la Cristianità non è una spiritualità new-age.

Non consiste nell’entrare in contatto con il nostro essere interiore.

Non è misticismo.

È radicata in fatti storici.

Gesù ha vissuto. Aveva un corpo, un cuore che pompava sangue e una pelle che sanguinava.

È morto pubblicamente su una croce romana, nel luogo destinato ai peccatori, in modo che chiunque creda in Lui possa salvarsi dall’ira del Signore.

Questo è successo una volta per tutte nella storia.

L’azione mentale della Cena del Signore è quindi quella di ricordare.

Non di immaginare.

Non di sognare.

Non di fungere da medium.

Non di ascoltare.

Non di mantenere una posizione neutrale.

Si tratta di proiettare coscientemente la nostra mente verso il passato, ripercorrendo la storia di Gesù e di quello che, tramite la Bibbia, sappiamo su di Lui.

Ogni volta la Cena del Signore ci radica alla sostanza della storia.

Pane e calice. Corpo e sangue. Esecuzione e morte.

La Cena del Signore come partecipazione spirituale

Secondo la Bibbia, la Santa Cena è molto di più di un ricordo della morte di Cristo.

Anzi, è un vero mezzo della grazia santificante di Dio che sostiene la fede del credente facendolo entrare in comunione con il corpo e il sangue di Cristo.

Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?

La parola greca è koinania. Significa “partecipazione”; mette in luce la nostra unione e condivisione comunitaria nell’effettivo corpo e sangue di Cristo.

Qui entra in gioco qualcosa più profondo del semplice ricordare.

Qui ci sono i credenti, coloro che si fidano di Gesù Cristo e lo rispettano, e Paolo ci dice che questi partecipano al corpo e al sangue di Cristo.

Stanno letteralmente sperimentando una condivisione, koinōnia, nel suo corpo e nel suo sangue.

Stanno partecipando alla sua morte.

Quindi, cosa significa questa condivisione, partecipazione, comunione?

Credo che un indizio importante si possa trovare nel Versetto 18, dove viene usata di nuovo la stessa espressione per fare un paragone con quello che succede durante i sacrifici degli Ebrei: “Guardate Israele secondo la carne: quelli che mangiarono le vittime sacrificali non sono forse in comunione con l’altare?”

Cosa significa quindi partecipare, condividere, essere in comunione con l’altare?

Vuol dire condividere ciò che avviene sull’altare e beneficiarne.

Godere, per esempio, del perdono e della ritrovata vicinanza con Dio.

Quindi, secondo me, i Versetti 16 e 17 stanno a significare che i credenti, che fisicamente mangiano il pane e bevono dal calice, stanno compiendo anche un’azione spirituale.

Mangiamo e beviamo, quindi introduciamo nella nostra vita, ciò che è successo sulla croce.

Con la fede, confidando in ciò che Dio rappresenta per noi in Gesù, ci nutriamo dei doni che Gesù ha ottenuto per noi con il suo sangue e con la sua morte sulla croce.

Giovanni 6 e il pane della vita

Nel capitolo 6 del Vangelo di Giovanni Gesù interpreta il segno della manna nel deserto e orienta l’attenzione verso un nutrimento più profondo del cibo materiale.

In altre parole, Gesù stava parlando di qualcosa di più importante di un pasto.

Stava parlando di cibo spirituale.

Stava parlando del nostro più grande bisogno.

Vedete: il punto di Gesù è che l’umanità ha un bisogno più grande del cibo.

Nessun altro “pane” di cui godiamo in questa vita, nessun altro dono che abbiamo ricevuto può fare per noi ciò che Cristo ha fatto.

Ecco perché Gesù ci dice: «In verità, in verità vi dico che se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete vita in voi. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me, e io in lui».

Quindi, Gesù disse chiaramente ai suoi discepoli che se avessero voluto la vita eterna avrebbero dovuto cibarsi di lui.

Il rapporto tra Giovanni 6 e i racconti dell’ultima cena è stato interpretato in modi diversi nelle tradizioni cristiane.

Il linguaggio di Giovanni sottolinea la necessità di ricevere Cristo come il pane della vita, mentre le parole dell’istituzione collegano il pane e il calice alla memoria della sua morte e alla nuova alleanza.

La Cena del Signore rende liturgicamente visibile questa dipendenza radicale da Cristo e dalla sua opera.

La presenza di Cristo nella Cena

Nel protestantesimo, la cena del Signore è stata oggetto di vivaci dibattiti già a partire dalla Riforma del 16. secolo.

Su di un punto tutti i riformatori sono concordi, e cioè che nella cena Cristo è realmente presente.

Nessuno dei riformatori ha mai sostenuto l’assenza di Cristo.

Il problema è però costituito dal modo in cui tale presenza si realizza.

L’interpretazione di Lutero

Per Lutero la cena è “parola di Dio fatta pane”.

Per esprimere la propria posizione, il riformatore di Wittenberg usa il termine “consustanziazione”, adoperato anche da molti teologi medievali: tutto il Cristo, natura divina e natura umana, è nel pane e nel vino.

Eppure, anche se rifiutasse la dottrina della transustanziazione e il sacrificio della Messa, Lutero credeva che Cristo è corporalmente presente nella Cena del Signore e che il suo corpo è ricevuto da tutti coloro che partecipano agli elementi.

Scrisse Lutero: «Su questo fondamento il nostro ragionamento e anche crediamo e insegniamo che nella Cena mangiamo e prendiamo su noi veramente e fisicamente il corpo di Cristo».

Riconoscendo il mistero, egli era certo della reale presenza corporale di Cristo, il quale aveva affermato istituendo la Cena “Questo è il mio corpo”.

Lutero sosteneva che se non si interpreta letteralmente la Scrittura in questo brano, non si può fare altrimenti in altri e ci si avvia sulla strada della “negazione virtuale di Cristo, Dio ed ogni altra cosa”.

La posizione di Lutero è conosciuta come “consustanziazione”.

L’interpretazione di Zwingli

Zwingli obietta che il corpo di Cristo è asceso in cielo e dunque il pane resta pane e il vino vino.

Secondo il riformatore di Zurigo, che non vuole ricadere nella dottrina romana della transustanziazione, Cristo è presente, ma in Spirito nella comunità che celebra il memoriale.

A Marburgo, nel 1529, Lutero e Zwingli si dividono sul modo di intendere la presenza di Cristo nella cena.

L’interpretazione di Calvino

A Ginevra, qualche anno dopo, Calvino propone una terza via: il Cristo è presente nello Spirito, e in forza dello Spirito il dono di grazia legato anche alla carne di Cristo è offerto nel pane e nel vino della cena.

In tal modo, in forza dello Spirito e della Parola predicata, gli elementi presentano “la vera, ma spirituale comunicazione del suo corpo e del suo sangue” (“Catechismo di Ginevra”, 1537).

Non si tratta, come qualcuno potrebbe pensare, di contrapporre una presenza “spirituale” a una presenza reale, perché nulla è più reale, secondo il pensiero del riformatore di Ginevra e secondo tutta la teologia cristiana, dello Spirito di Dio.

La posizione cattolica e il confronto con la Riforma

La posizione della Chiesa Romana va oltre quella della chiesa primitiva.

Secondo la Chiesa Cattolica Romana, durante la messa, la sostanza del pane e del vino è trasformata nella sostanza del corpo e del sangue di Cristo, mentre esteriormente, vale a dire nell’apparenza, nel sapore, nell’odore, rimangono la stessa cosa.

La Chiesa romana arrivò a questa idea applicando una distinzione metafisica del filosofo Aristotele.

Secondo Aristotele, ogni cosa ha la propria “sostanza”, realtà interna, e un proprio “accidente”, apparenza.

La transustanziazione immaginava l’opposto: nella Messa, la “sostanza” del pane e del vino si trasforma letteralmente nel corpo e nel sangue di Cristo, mentre gli “accidenti” originali del pane e del vino rimangono immutati.

Ecco perché l’ostia della comunione ha l’apparenza, il sapore e l’odore di pane, ma, secondo la Chiesa Romana, la sua sostanza si trasforma miracolosamente nel corpo fisico di Cristo quando il sacerdote lo consacra durante la Messa quando il sacerdote pronuncia le parole: Hoc est corpus meum: “Questo è il mio corpo”.

Quest’idea non apparve fino al IX secolo con il teologo Radberto.

Poi, l’insegnamento e la pratica della chiesa medievale si sviluppò lentamente verso la dottrina della transustanziazione, anche se il termine non venne utilizzato ufficialmente fino al Quarto Concilio Laterano nel 1215.

Poi, nel 1562, il Concilio di Trento confermò questa dottrina, aggiungendo che la venerazione dovuta agli elementi consacrati è adorazione, la stessa che è dovuta a Dio.

Inoltre, il Concilio di Trento, che è la dottrina cattolica romana ufficiale, dice inequivocabilmente che l’Eucaristia è un sacrificio visibile e propiziatorio di Cristo.

«E poiché in questo divino sacrificio, che si compie nella messa, è contenuto e immolato in modo incruento lo stesso Cristo, che si immolò una sola volta cruentemente sull’altare della croce, il santo sinodo insegna che questo sacrificio è veramente propiziatorio. Si tratta, infatti, della stessa, identica vittima e lo stesso Gesù la offre ora per mezzo dei sacerdoti, egli che un giorno si offrì sulla croce».

Inoltre, il Concilio di Trento dichiarò: «Se qualcuno dirà che nella messa non si offre a Dio un vero e proprio sacrificio, o che essere offerto non significa altro se non che Cristo ci viene dato a mangiare, sia anatema».

Questa è la dottrina ufficiale della Chiesa Cattolica Romana, sia nel XVI secolo che oggi.

I riformatori protestanti erano concordi nel condannare la dottrina della transustanziazione.

Essi sostenevano trattarsi di un grave errore, contrario alle Scritture, distruttiva del vero significato di un sacramento e tendente alla peggiore superstizione ed idolatria.

Nel 1520, Martin Lutero scrisse suo libro, La cattività babilonese della chiesa in cui si trattava di un attacco all’affermazione di Roma secondo cui la grazia di Dio per la giustificazione fluiva esclusivamente attraverso i sacramenti gestiti dai sacerdoti.

Lutero affermava che, in realtà, se è alla Bibbia e non al papa che bisogna credere, allora ci sono solamente due sacramenti, il battesimo e la Santa Cena, e non sette, come insegnava Roma.

Inoltre, siamo giustificati non per mezzo dei sacramenti, ma solo per grazia, solo a motivo di Cristo, e solo mediante la fede.

I sacramenti, tuttavia, sono mezzi di grazia per la nostra santificazione e sicurezza.

Per Lutero, la dottrina del sacrificio della Messa era “la più malvagia di tutte” poiché in essa il sacerdote dichiara di offrire a Dio il corpo e il sangue di Cristo autentici in quanto ripetizione del sacrificio espiatorio della croce, mentre il vero sacramento dell’Eucaristia è una “promessa del perdono dei peccati fatta a noi da Dio, che è stata confermata dalla morte del Figlio di Dio”.

Trattandosi di una promessa, l’accesso a Dio non è conquistato da opere o meriti attraverso i quali proviamo a piacergli, ma solo per fede.

Dalla controversia della Riforma alla Concordia di Leuenberg

Il protestantesimo ha impiegato quasi cinque secoli per lasciarsi alle spalle i contrasti e le divisioni scaturite dallo scontro sulla cena del Signore.

Solo nella seconda metà del 20. secolo, finalmente, luterani e riformati hanno riconosciuto che le loro divergenze nell’interpretazione della cena non impediscono alle chiese di accogliere, insieme, quello che tutte riconoscono come dono del Signore.

La Concordia di Leuenberg, firmata nel 1973, nei pressi di Basilea, ha sancito il ristabilimento della comunione di mensa tra luterani e riformati sulla base della comprensione comune della cena.

“Le divergenze che dal tempo della Riforma in avanti resero impossibile una piena comunione tra le chiese luterane e riformate, e sfociarono in condanne reciproche”, recita il testo della Concordia, “riguardavano la dottrina della santa cena, la cristologia e la dottrina della predestinazione.

Prendiamo sul serio le decisioni dei Padri, ma oggi possiamo dire insieme quanto segue: Nella santa cena Gesù Cristo risorto si dona nel suo corpo e nel suo sangue dati per tutti, attraverso la parola della sua promessa, con pane e vino.

Così egli dà se stesso senza riserve a tutti coloro che ricevono il pane e il vino: la fede li riceve per la salvezza, l’incredulità per il giudizio.

Non possiamo separare la comunione con Gesù Cristo nel suo corpo e nel suo sangue dall’atto di mangiare e bere.

Un interesse circa il modo in cui Cristo è presente nella santa cena, che prescinda da questo atto, corre il rischio di offuscare il senso della Cena.

Dove, tra chiese, esiste questo consenso, le condanne contenute nelle confessioni di fede della Riforma non colgono la posizione dottrinale di queste chiese.

La Concordia di Leuenberg mostra che una comunione reale può essere riconosciuta anche quando persistono differenze nel modo di descrivere la presenza di Cristo.

La grazia e la comunione ricevute non cancellano la riflessione teologica, ma impediscono che una particolare formulazione diventi automaticamente una barriera assoluta tra le chiese.

La frequenza della celebrazione

In molte chiese protestanti la cena non viene celebrata tutte le domeniche.

La prassi tradizionale prevedeva quattro celebrazioni annuali: Natale, Pasqua, Pentecoste e la prima domenica di settembre.

Da qualche anno in alcune chiese è stata introdotta una cadenza mensile.

Il Nuovo Testamento non dà indicazioni riguardo alla frequenza con cui celebrare la Cena del Signore.

Alcuni credono che sarebbe bene celebrarla ogni settimana, altri lo fanno ogni tre mesi: noi ci collochiamo a metà, e la celebriamo la prima domenica di ogni mese.

Credo che, in questo senso, siamo liberi e che sia necessario valutare 1) quale frequenza è adeguata all’importanza che la Cena riveste in relazione al ministero della Parola di Dio e 2) quale frequenza ci aiuta a capire il vero valore della Cena e a non avere un atteggiamento indifferente.

Sono valutazioni difficili da fare, ogni Chiesa giudica e decide in maniera diversa.

Il pastore valdese Paolo Ricca, moderatamente favorevole a una celebrazione domenicale della cena del Signore, ha osservato: “Il problema principale, riguardo alla cena, non è la frequenza maggiore o minore della sua celebrazione, ma la qualità del rito e della nostra partecipazione.

Importante non è quante volte, ma in che modo la si celebra.

Se la si celebra male, è peggio, e non meglio, moltiplicarne le celebrazioni.

La celebrazione della cena come avviene, di solito, nelle nostre chiese, ma purtroppo non solo nelle nostre, lascia molto a desiderare.

Che essa abbia un gran bisogno di rinnovamento è impressione diffusa e condivisa da molti.

Ma a questo tema si dedica nelle chiese poca attenzione, mentre ne meriterebbe molta”.

Le indicazioni del Nuovo Testamento

La descrizione dell’istituzione della Cena del Signore contenuta nei Vangeli, nel passaggio in cui si riferisce alla periodicità della celebrazione, si esprime con questa frase ricca di significato pronunciata da Gesù stesso: “… fate questo in memoria di me” (Luca 22:19).

Nel resto del Nuovo Testamento troviamo i seguenti riferimenti all’argomento: i primi cristiani “…erano perseveranti nell’attendere all’insegnamento degli apostoli, nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere” (Atti 2:42).

“E tutti i giorni, … rompendo il pane nelle case, prendevano il loro cibo assieme con letizia e semplicità di cuore” (Atti 2:46).

“E nel primo giorno della settimana, mentre erano radunati per rompere il pane, …” (Atti 20:7).

“Poiché ogni volta che voi mangiate questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finch’egli venga” (I Corinzi 11:26).

  • Gesù stesso ha ordinato di celebrare la “Cena” come memoriale della Sua morte, risurrezione e come attesa del Suo imminente ritorno.
  • I credenti di Gerusalemme inizialmente celebravano ogni giorno la Cena del Signore, che definivano “rompere il pane”.
  • In seguito, almeno nei casi citati, la Chiesa sembra aver celebrato la Cena del Signore ogni primo giorno della settimana.
  • La celebrazione domenicale non era obbligatoria.
  • La frase “… ogni volta che voi mangiate …” (I Corinzi 11:26) sembra lasciare la regolarità della celebrazione all’iniziativa della comunità locale, sottolineando che la periodicità è legata all’amore verso il Signore e all’attesa del Suo imminente ritorno.

Diverse consuetudini evangeliche

Le comunità che adottano la consuetudine delle chiese evangeliche inglesi celebrano la Cena del Signore ogni domenica.

Tra queste, le Chiese dei Fratelli, le Assemblee di Dio britanniche e quelle francesi.

Le Chiese Valdesi, Metodiste e Battiste, come anche la maggioranza delle chiese evangeliche ed anche le Assemblee di Dio in America, celebrano la Cena del Signore ogni prima domenica del mese.

La nostra posizione dunque, a questo riguardo, è veramente unica.

Tuttavia, l’aderenza all’insegnamento biblico non impone una periodicità fissa, ma almeno consiglia la celebrazione ravvicinata, che possa esprimere il profondo amore per Gesù Cristo e per la Sua opera redentrice, unitamente ad una ardente attesa della “beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Iddio e Salvatore, Cristo Gesù” (Tito 2:13).

FrequenzaIndicazione presente nel materiale
Ogni domenicaPrassi di alcune chiese evangeliche inglesi, delle Chiese dei Fratelli e di alcune Assemblee di Dio
Ogni prima domenica del mesePrassi indicata per Chiese Valdesi, Metodiste, Battiste e molte chiese evangeliche
Quattro celebrazioni annualiPrassi tradizionale: Natale, Pasqua, Pentecoste e prima domenica di settembre
Frequenza variabileIl Nuovo Testamento non impone una periodicità fissa

Perché alcune chiese celebrano raramente la Cena

Questa domanda ci è stata posta da numerosi lettori, i quali ritengono che la celebrazione della Cena del Signore avvenga troppo di rado nelle nostre comunità, e spesso in seguito ad una insindacabile decisione dei pastori e dei consigli di chiesa.

Il problema esiste, e nonostante che tutti riconoscano la necessità di celebrare la Cena del Signore più spesso si fa poco o nulla per cambiare.

La reazione al formalismo

Il motivo fondamentale che spiega questa situazione è da ricercare nel fatto che le nostre chiese sono sorte dal risveglio evangelico pentecostale e in Italia sono composte in massima parte da membri di estrazione cattolico-romana, anche se in maggior parte non sono ex professanti.

Questi, una volta convertiti a Cristo mediante l’Evangelo, hanno voluto recidere ogni legame con le tradizioni liturgiche, desiderando rimanere saldi sulla libertà in Cristo senza lasciarsi “di nuovo porre sotto il giogo della schiavitù” del formalismo.

Per questa ragione, fin dall’inizio hanno evitato qualsiasi celebrazione sistematica della Cena del Signore, perché poteva facilmente essere ricollegata alla tradizionale partecipazione al rito eucaristico.

Il timore di una partecipazione abitudinaria

Prima dell’adesione all’Evangelo i credenti erano abituati ad un rito quotidiano che rappresentava un mezzo forse psicologicamente valido di liberazione dai peccati, nei quali però si ricadeva con estrema facilità.

Si ritenne così che l’autoesame, del quale parla la Sacra Scrittura, da compiersi in occasione della “Cena” doveva essere scrupoloso, severo e non formale ed abitudinario.

Ciò con la lodevole intenzione di non accostarsi indegnamente al pane ed al calice del Signore, attitudine che avrebbe reso i credenti colpevoli “… verso il corpo ed il sangue del Signore” (I Corinzi 11:27).

Si ritenne perciò che la Cena del Signore non dovesse essere celebrata con regolarità, in una data stabilita, e neppure di frequente perché questo metodo poteva spingere i credenti ad un autoesame superficiale e quindi consuetudinario.

L’idea di una comunità senza problemi

La logica conseguenza del motivo appena esposto è stata quella di ritenere che soltanto una comunità unita, in pace, senza problemi, nella quale poteva manifestarsi il “pari consentimento”, si trovava nella condizione di poter celebrare la Cena del Signore.

Quando questa situazione “ideale” non era realizzabile si rimandava la celebrazione.

In certi momenti di crisi, per ragioni dottrinali interne, qualche comunità non ha celebrato la Cena del Signore anche per anni.

Tutti questi motivi, anche se dettati dal sincero desiderio di aderire con rigore all’insegnamento della Scrittura e quindi degni di considerazione, non trovano, però, un riscontro obiettivo nel Nuovo Testamento, anzi in alcuni casi, hanno alimentato una pericolosa forma di legalismo.

Tuttavia, bisogna ammettere che le preoccupazioni delle giovani comunità evangeliche pentecostali possono risultare comprensibili se valutate in base alle circostanze storiche.

Il significato dell’autoesame

Il richiamo della Parola di Dio è alla consacrazione e comunione individuali; infatti, è scritto: “Or provi l’uomo se stesso, … se esaminassimo noi stessi, …” (1 Corinzi 11:28, 31).

È evidente da tutto l’insegnamento della Scrittura che l’auto-esame è fondamentale ed inoltre, esiste la disciplina della chiesa per disordinati, i reprobi, gli intriganti e per quanti fomentano divisioni e sostengono dottrine errate.

L’autoesame non significa attendere che la comunità raggiunga una condizione ideale e priva di conflitti.

Gesù stesso afferma: “Se dunque tu stai per offrire la tua offerta sull’altare, e quivi ti ricordi che il tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia quivi la tua offerta dinanzi all’altare, e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello; e poi vieni ad offrir la tua offerta” (Matteo 5:23, 24).

L’altro equivoco da chiarire è quello dell’astensione dalla Cena del Signore di coloro che si reputano indegni, i quali non partecipano per non essere giudicati.

Nella maggior parte dei casi si tratta di credenti che non sono disposti a perdonare e che preferiscono rimanere con il proprio cruccio e la propria amarezza.

Questo atteggiamento di rigore apparente, che vorrebbe rivelare un alto grado di spiritualità, evidenzia, invece, risentimento e ribellione.

L’umiltà e la coerenza cristiane ci inducono a mettere in pratica la norma biblica: “… il sole non tramonti sopra il vostro cruccio … Sia tolta via da voi ogni amarezza, ogni cruccio …” (Efesini 4:26, 31).

È necessario ricercare il fratello offeso ed accostarsi alla Tavola del Signore con gioia e gratitudine.

Se un credente non si reputa degno di accostarsi alla Cena del Signore come potrà essere pronto per partecipare alle “Nozze dell’Agnello”?

La serietà della celebrazione

La Cena del Signore non è un gioco: anzi, dovremmo celebrarla con serietà.

Le azioni fisiche del mangiare e del bere non esauriscono il significato della celebrazione.

Infatti, i non credenti sono in grado di fare tutto quello di cui abbiamo parlato finora: anzi, se avesse sembianze umane potrebbe farlo anche il diavolo.

Mangiare, bere e ricordare: non c’è nulla di prettamente spirituale in questo.

Quindi, per fare in modo che la Cena del Signore sia ciò che Gesù voleva che fosse, oltre al bere, mangiare e ricordare deve esserci altro.

Qualcosa che i non credenti e il diavolo non possono fare.

La serietà non consiste in una paura paralizzante, in un perfezionismo rituale o nel rinvio indefinito della celebrazione.

Essa consiste nel riconoscere il corpo del Signore, vivere nella fede il dono di Cristo e trattare la comunità come il corpo nel quale quel dono deve diventare concreto.

La Cena del Signore e il servizio

Nel racconto della lavanda dei piedi, Gesù lega la comunione con lui al servizio reciproco.

“Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”.

La via percorsa da Gesù e indicata a noi suoi discepoli non parla dunque di rinuncia o di resa, ma di responsabilità.

Gesù sa e ama.

L’amore vero richiede consapevolezza, e poi richiede perseveranza: “Fino alla fine”.

Conoscendo tutto questo, ecco il gesto, in cui Gesù raccoglie la sua esistenza intera e indica a noi la via.

Il suo lavare i piedi dei discepoli è il gesto con cui il Maestro esprime il suo desiderio di vita per tutti loro: desidera che vivano, che continuino a camminare con quei piedi che egli sta lavando loro, anche se lui sta per andarsene.

Da vero maestro gioisce della vita dei discepoli più che della sua.

Questa è la via indicata da Gesù.

Questa è la via per la quale è possibile crescere nella consapevolezza di essere un unico corpo, un’unica umanità.

Il gesto della lavanda dei piedi, che ora ripeteremo, sia per noi impegno ad accoglierci, a perdonarci, a cercare di fare nostro il sentire di Cristo, perché la sua Pasqua diventi anche la nostra Pasqua; e sia Pasqua per questo nostro mondo.

La Cena del Signore nella prassi evangelica

La Cena del Signore è un atto in cui la famiglia formata da coloro che credono in Gesù, la chiesa, si riunisce.

Non è un atto per i non credenti.

I non credenti possono prendervi parte, anzi sarebbero i benvenuti qualora volessero partecipare: non c’è nulla di segreto riguardo la Cena del Signore.

Si svolge in pubblico ed ha un significato pubblico.

Non è un rituale segreto di una setta, con poteri magici.

È un atto pubblico fatto dalla chiesa che si riunisce.

In 1 Corinzi 11:26, Paolo dice “Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga”.

Nella Cena del Signore è quindi presente una annunciazione: è questo l’aspetto da sottolineare, non la segretezza.

In 1 Corinzi 11, Paolo per cinque volte parla della chiesa che “si raduna” per celebrare la Cena del Signore.

Questo è il corpo di Cristo: l’assemblea dei seguaci di Gesù, coloro che si sono allontanati dagli idoli e hanno confidato in Lui per il perdono dei peccati, per la speranza della vita eterna e per la salvezza della propria anima.

Questi sono i Cristiani.

Partecipano quindi alla Cena del Signore coloro i quali credono in Gesù, radunati in assemblea.

Forme pratiche nelle comunità luterane

Dal punto di vista evangelico luterano tutti i battezzati sono cordialmente invitati a partecipare insieme alla Santa Cena, bambini e adulti, che siano evangelici, cattolici od ortodossi, coloro che sono sicuri nella fede e anche coloro che hanno dubbi di fede.

Fin dai tempi dei primi cristiani, nei culti viene celebrata anche la Santa Cena.

Essa si ricollega all’ultima cena di Pesach cui partecipò Gesù con i suoi discepoli.

Durante essa Gesù ha promesso di rinnovare in modo definitivo e sicuro l’alleanza fra Dio e gli esseri umani, che si era rotta.

Nella Santa Cena pertanto le persone possono provare la predilezione che Dio ha per loro, la comunione che lui vuole vivere insieme a loro e che egli rinforza attraverso il pane e il vino.

Fino ad oggi esistono grandi differenze fra le chiese nella concezione della Santa Cena.

La Chiesa luterana celebra, al di là di tali differenze, la Santa Cena insieme a tutti i battezzati che lo desiderino, partendo dalla convinzione che è Gesù Cristo in sé l’ospite che invita tutti coloro che cercano la comunione con lui e gli altri credenti.

Le modalità di celebrazione della Santa Cena nelle comunità luterane possono essere varie.

Vengono assunte ostie, pane bianco o anche pezzetti di focaccia.

Per riguardo ai bambini e alle persone che soffrono di alcolismo il vino viene spesso rimpiazzato da succo d’uva.

Si beve da un calice comune oppure da calici ognuno destinato ad un piccolo gruppo o a persone singole.

Solitamente la Santa Cena viene celebrata all’incirca mensilmente durante un culto, spesso i partecipanti si riuniscono in un grande cerchio intorno all’altare.

Le persone che sono impossibilitate a partecipare ad un culto possono anche ricevere la Santa Cena nella propria abitazione o, per esempio, all’ospedale.

Ospitalità eucaristica tra le chiese

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le voci di coloro i quali ritengono che tra cattolici ed evangelici siano maturi i tempi per forme di ospitalità eucaristica che escano dalla clandestinità nella quale sono state tenute finora.

In Svizzera, nell’estate del 2014, questa convinzione ha portato un gruppo di pastori riformati e sacerdoti cattolici, riuniti nell’associazione Symbolon, ad annunciare pubblicamente di volere celebrare insieme l’eucaristia o cena del Signore in occasione di una cerimonia ecumenica pubblica a Gfen, nel Canton Zurigo.

L’iniziativa è poi naufragata, in seguito a non meglio specificate “pressioni dall’alto”, e si è risolta in un mesto annuncio, fatto dagli organizzatori del culto ecumenico, dell’impossibilità di celebrare la comunione tutti insieme.

La mensa divisa

Il caso ha messo in luce, ancora una volta, le divergenze esistenti in materia di ospitalità eucaristica tra esponenti della base cattolica, e alcuni sacerdoti e forse anche vescovi, e magistero cattolico.

A ribadire questa situazione ci ha pensato, nel novembre dello scorso anno, il vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo, Charles Morerod, pubblicando un testo, “Réflexions sur l’eucharistie dans un contexte oecuménique”, apparso sul sito ufficiale della sua diocesi.

Il vescovo Morerod ha ribadito che protestanti e cattolici non possono accostarsi alla medesima mensa eucaristica perché le concezioni teologiche relative al significato della cena del Signore espresse dai protestanti sarebbero troppo diverse da quella cattolica e nel protestantesimo non esisterebbero sacerdoti correttamente ordinati e dunque in grado di amministrare validamente il sacramento.

La questione della comune partecipazione di tutti i cristiani all’unica mensa del Signore è un nodo ecumenico irrisolto “e non sembra che la sua soluzione sia alle porte”, fa notare il teologo cattolico Brunetto Salvarani nel suo recente “Non possiamo non dirci ecumenici” (Gabrielli, 2014).

Il pastore valdese Paolo Ricca, intervenendo sullo stesso argomento dalle pagine del settimanale protestante italiano “Riforma”, parla addirittura di una situazione di “apartheid eucaristico”.

Egli denuncia il fatto che proprio la cena che Gesù ha celebrato per unire i discepoli a sé e tra di loro, segno e strumento di unità e comunione, è diventata nelle mani dei cristiani “occasione e ragione di dispute infinite, reciproche scomuniche, perduranti divisioni”.

Le diverse posizioni evangeliche

Ricapitolando la situazione dell’ospitalità eucaristica, prassi sviluppatasi nel corso del 20. secolo e adottata oggi da ampi settori del protestantesimo, il quadro si presenta piuttosto differenziato.

Le chiese evangeliche riformate hanno recepito, oltre cinquant’anni fa, l’appello lanciato dall’Alleanza riformata mondiale che nella sua assemblea generale di Princeton, nel 1954, ha raccomandato l’ammissione alla mensa del Signore di “ogni persona battezzata che ama e confessa Gesù Cristo come Signore e Salvatore”.

La medesima posizione è condivisa dalle chiese che fanno parte della Comunione anglicana mondiale: quelle chiese praticano la cosiddetta comunione aperta, open communion, cioè accolgono alla loro mensa tutti i cristiani battezzati che partecipano alla vita liturgica della loro chiesa.

Riformati, luterani e altri evangelici che hanno sottoscritto la già citata Concordia di Leuenberg, condividono dal 1973 la cena del Signore.

Più difficile descrivere ciò che succede nel variegato mondo delle chiese libere, evangelicali o pentecostali.

Il movimento è di tipo congregazionalista, sottolinea cioè l’autonomia delle singole parrocchie ed è difficilmente riconducibile a un’autorità di tipo sinodale: ogni comunità locale regola da sé questa e altre questioni relative al funzionamento della chiesa.

In generale, si può osservare che molte chiese hanno adottato la prassi della reciproca ospitalità eucaristica.

La chiesa cattolica e le chiese ortodosse rifiutano, come detto, l’ospitalità eucaristica, cioè non accolgono alla loro mensa cristiani di altre chiese praticando, di fatto, la scomunica nei confronti dei non cattolici e dei non ortodossi.

La domanda ecumenica

Nella visuale protestante, l’attenzione si è spostata, dopo un lungo processo di riflessione, dal problema del modo in cui Gesù Cristo è presente nell’eucaristia al dono che la cena costituisce per la chiesa.

Questo non significa smettere di riflettere sulla presenza del Signore, ma smettere di pretendere che la propria particolare comprensione di quella presenza sia l’unica possibile e legittima.

Significa anche porre l’accento sul dono di grazia e comunione di Dio e intendere perciò la cena come un evento al quale Dio, e non la chiesa, sebbene per suo mezzo, invita tutti, secondo i suoi criteri di misericordia, perdono e inclusione.

Va da sé che il protestantesimo ignora, come del resto fa anche il Nuovo Testamento, la questione della presidenza dell’eucaristia, divenuta invece discriminante per il cattolicesimo romano e l’ortodossia.

Al protestantesimo è estranea anche la concezione cattolica e ortodossa secondo cui la comunione eucaristica sarebbe espressione della piena comunione ecclesiale, ritenuta possibile solo fra chiese che abbiano la stessa fede, lo stesso sacerdozio e gli stessi sacramenti.

Oggi alcuni protestanti suggeriscono di considerare la cena, celebrata insieme da tutti i cristiani, senza distinzioni, come un punto di partenza di un cammino verso l’unità nella diversità e non come un punto di approdo, al termine di un percorso che, per certi versi, potrebbe essere definito di omologazione e uniformizzazione.

Il problema ecumenico non riguarda quindi soltanto la possibilità pratica di condividere pane e calice, ma anche il significato ecclesiologico attribuito a quella condivisione.

Per alcune chiese, la comunione eucaristica presuppone l’unità già raggiunta nella fede, nel ministero e nei sacramenti.

Per altre, la celebrazione condivisa può diventare una forma concreta di testimonianza e un passo verso un’unità ancora da costruire.

Riconoscere il corpo del Signore

Riconoscere il corpo del Signore, come si evince dal contesto in cui queste parole sono pronunciate, non significa solo riconoscere che in quel pane e in quel vino vi è la realtà del corpo e sangue di Cristo, significato cui spesso riconduciamo e riduciamo queste parole.

Ma significa discernere il corpo del Signore formato dalla comunità in cui e per cui l’eucaristia è celebrata.

Significa discernere il corpo del Signore di cui ogni essere vivente è parte, riconoscersi parte di un corpo che raccoglie la comunità credente e, attraverso di essa, l’umanità intera.

E dunque ogni misconoscimento di quel corpo, dell’unità di quel corpo di cui tutti siamo parte, perché tutti membra dell’unico corpo del Signore, è causa di infermità e di morte.

Queste realtà che ci feriscono sono effetto del non riconoscimento del corpo del Signore, presente non solo nelle specie eucaristiche, ma anche nella carne viva di fratelli e sorelle.

La Cena del Signore richiama quindi la chiesa a una responsabilità concreta verso le persone, la società e la creazione.

Non siamo qui per compiere dei riti, uno dopo l’altro.

Ma per vivere questo tempo, attraverso i suoi vari momenti, come un unico movimento che ci introduce nel mistero del Figlio di Dio morto e risorto per noi, morto e risorto con noi, morto e risorto in noi.

È per questa nostra umanità, per tutti e tutte, nessuno escluso, e per la creazione intera, che noi celebriamo e riviviamo questa Pasqua, rimettendoci in ascolto delle Scritture e spezzando il Pane offerto per noi.

La celebrazione sarebbe contraddetta se diventasse un momento di evasione dalla realtà, separato dalle sofferenze e dalle speranze del mondo.

La Cena del Signore non è una fuga dalla storia, ma una memoria che orienta la storia verso la riconciliazione, la giustizia, la speranza e il servizio.

Una prassi equilibrata

Queste brevi riflessioni non possono condurci altro che ad una posizione equilibrata, che sia equidistante da quelle estreme, per evitare una partecipazione poco meditata ed abitudinaria alla Cena del Signore ed anche una celebrazione fatta tanto di rado che la svuota del suo significato più profondo.

È sempre utile vivere una vita di comunione con il Signore, allora saremo tutti ispirati e predisposti a celebrare la Cena del Signore non come una festa pubblica alla quale accorrono credenti da tutte le chiese circonvicine creando certamente una preziosa occasione d’incontro che però non è aderente al carattere stesso della riunione, ma come una “festa intima”, che ogni comunità locale celebra con Cristo Gesù il Signore.

La frequenza deve essere abbastanza regolare da custodire la memoria, la comunione e l’attesa del ritorno di Cristo, senza trasformare la celebrazione in un gesto automatico.

La preparazione deve comprendere l’ascolto della Parola, l’esame di sé, la riconciliazione e la disponibilità a ricevere il dono di Dio.

La partecipazione deve essere legata alla fede, non alla presunzione di perfezione personale o comunitaria.

La celebrazione deve mantenere insieme la dimensione verticale della comunione con Cristo e quella orizzontale della comunione fraterna.

La Cena del Signore dovrebbe essere celebrata con gioia, gratitudine, consapevolezza e serietà, nella memoria della croce, nella forza della risurrezione e nell’attesa del ritorno del Signore.

Ci aiuti il Signore ad accostarci con gioia alla Cena del Signore “finché Egli venga”.

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