Mostra di Andy Warhol al Vittoriano: 170 opere all’Ala Brasini fino al 3 febbraio

Andy Warhol è il protagonista di un percorso espositivo che ne ripercorre la carriera al Complesso del Vittoriano, Ala Brasini, a Roma, dal 3 ottobre 2018 al 3 febbraio 2019. A novanta anni dalla nascita, la mostra presenta oltre 170 opere e illustra le fasi salienti dell’esperienza artistica e umana del padre e/o figlio della Pop Art.

L’esposizione, curata da Matteo Bellenghi, parte dalle origini artistiche del movimento e dalla serie Campbell’s Soup del 1962 per arrivare ai ritratti serigrafici di Marilyn Monroe, Mao Zedong, Elvis Presley e Liz Taylor, alle copertine dei dischi, ai disegni, alle Polaroid e agli autoritratti. Il percorso ricostruisce il sogno americano di Warhol di essere protagonista dello star system e mostra come il suo linguaggio abbia superato i confini dell’arte per incontrare la musica, il cinema, la moda e la pubblicità.

Mostra Andy Warhol al Vittoriano

La mostra di Andy Warhol a Roma

Roma celebra la creatività di Andy Warhol con una mostra di 170 opere che illustrano le fasi salienti della sua esperienza artistica e umana. La mostra è stata realizzata in occasione del novantesimo anniversario della sua nascita.

Il 3 ottobre apre i battenti a Roma, negli spazi del Complesso del Vittoriano - Ala Brasini, un’esposizione interamente dedicata al mito di Warhol, realizzata in occasione del novantesimo anniversario della sua nascita. La mostra Andy Warhol è prodotta e organizzata da Arthemisia in collaborazione con Eugenio Falcioni & Art Motors srl e curata da Matteo Bellenghi.

Andy Warhol al Vittoriano di Roma è un’antologica da non perdere. Le 170 opere in mostra ripercorrono l’opera del maestro della Pop Art in modo completo e coinvolgente.

Alta la qualità del materiale esposto: una grande opportunità per gustare gli straordinari colori dell’artista americano. Il curatore, Matteo Bellenghi, ha così impostato il percorso della mostra per consentire al visitatore sia di assaporare le famose serie dedicate ai grandi personaggi che di entrare in contatto con un Andy Warhol - quello dei disegni e delle polaroid - forse meno noto al grande pubblico.

Un artista tra arte, pubblicità e cultura di massa

Andy Warhol, al massimo successo tra gli anni ‘60 e fine ‘80 del ‘900, è stato un pubblicitario, pittore, scultore, sceneggiatore, regista, fotografo, montatore e attore… oltre a questo, uno dei più famosi e influenti artisti di tutto il secolo.

Un mito, un genio, un profeta. Un artista, pubblicitario e visionario. Colui che ha consacrato all’eternità le icone intramontabili del suo tempo, persone e oggetti.

Warhol, artista timido, dalla pelle bianchissima e dalla parrucca argentea, ha innovato il linguaggio dell’arte: gli oggetti di uso comune, l’inosservato sono stati sottratti alla quotidianità e innalzati a forma d’arte. Un caso su tutti: la zuppa Campbell.

L’arte è diventata, cioè, un bene di consumo. In una società consumistica, ove regna la massificazione delle idee e delle cose, decade il concetto di unicità, individualità e originalità.

Warhol stravolge le concezioni estetiche tradizionali e ricorre alla serigrafia e alla ripetitività dei soggetti. Il suo “manierismo Pop”, come l’ha definito il curatore Bellenghi, così versatile, non può non incontrare il favore di un pubblico ampio ed eterogeneo, per età, nazionalità e sensibilità estetica.

Il percorso espositivo

Una serie di stanze ben organizzate che, una dopo l’altra, fanno scoprire passo dopo passo tutto quello che c’è da sapere di Andy Warhol. Dalle opere chiamate “Niente di speciale” all’“arte del consumismo”, passando per le icone pop, la musica, lo Star System, per finire tra i suoi disegni e le sue mitiche foto Polaroid ritoccate.

Ogni opera, ogni stile e ogni tecnica… un universo di significati che portano dritti nella mente e nella società di Andy Warhol. In questa stanza, su un maxi schermo, viene mostrata per sommi capi la vita di Andy Warhol.

Si scopre la sua personalità alternativa, gli aneddoti più strani e la sua incredibile storia da artista e pubblicitario visionario. Un lucidissimo osservatore della sua, e ancora nostra, società, ingorda di pubblicità, simboli e apparenze, dove l’omologazione è un valore.

L’ingresso alla mostra Andy Warhol richiama le atmosfere dello Studio 54, con l’insegna luminosa “Icone”, che anticipa il mondo di Andy Warhol: dentro ci sono disegni di gioielli, accessori di moda, vasi di fiori e scarpe realizzati negli anni Cinquanta, poco prima delle prime opere ispirate alla cultura di massa e ai beni di consumo come la Campbell’s Soup, il Ketchup Heinz e la Coca-Cola.

La serigrafia e la ripetizione delle immagini

Icone che, replicate in serie con la tecnica della “serigrafia”, simboleggiano la produzione di massa di simboli e icone utili a soddisfare i desideri della società di massa omologata.

Nelle sale - caratterizzate da un’illuminazione perfetta - si vanno così dipanando i ritratti multipli di Marilyn e Mao ed i marchi della grande distribuzione USA. Il colore si impadronisce della scena, diventa forma e illusione.

La ripetizione all’infinito del modello rende quell’immagine l’icona di un’epoca. Concezione dalla quale nasce la galleria dei ritratti con caratteristiche fisiognomiche assenti: volti di personaggi celebri, alcuni dei quali mai incontrati, si moltiplicano su sfondi neutri, vuoti, piatti, con lievi differenze, come quelli ad esempio di Marilyn e Mao.

Ritratti che divengono icone Pop, al pari della Monna Lisa di Leonardo, strappata ad un possibile feticismo museale per essere trasformata anch’essa in una star.

Marilyn Monroe e le icone pop

È nella prima stanza della mostra che ci si trova davanti alla strafamosissima serigrafia di Marilyn. Non una serie di dipinti né foto ma stampe in serie, simbolo e significato di quell’icona del cinema mondiale, voluta e creata dallo stesso cinema, prodotta in serie per darla in pasto alla massa assetata e desiderosa di icone da venerare e imitare.

La concezione dalla quale nasce la galleria dei ritratti con caratteristiche fisiognomiche assenti si ritrova nei volti di personaggi celebri che si moltiplicano su sfondi neutri, vuoti, piatti, con lievi differenze, come quelli ad esempio di Marilyn e Mao.

Una vita nella Pop Art tra quelle celebrità e icone che conosceva, frequentava e che con la sua arte ha deciso di renderle immortali. E tutto questo alla mostra di Andy Warhol a Roma è più che evidente.

I barattoli Campbell’s Soup

Una mostra che parte dalle origini artistiche della Pop Art: nel 1962 il genio di Pittsburgh inizia a usando la serigrafia crea la serie Campbell’s Soup, minestre in scatola che Warhol prende dagli scaffali dei supermercati per consegnarli all’Olimpo dell’arte.

È la prima e famosa opera dell’artista, esposta alla mostra di Andy Warhol a Roma. Sono i famosi barattoli di zuppa americani che l’artista mangiava ogni sera con la madre.

Li aveva sempre lì sul tavolo… poi l’idea. Così i barattoli Campbell’s Soup di zuppa sono diventati l’icona Pop per eccellenza.

Consacrati da Warhol nell’Olimpo dell’arte… non sono semplicemente barattoli. Un prodotto commerciale, di massa, con tanto di prezzo, la sua etichetta inconfondibile, icona e simbolo della società consumatrice e consumista.

Apparentemente incomprensibili, anti estetici e inutili da esporre in un museo… sono lì a significare la serialità della produzione di cibi in scatola, tutti uguali, per un’omologazione anche dei gusti.

Questo per Warhol era positivo e valeva per tutti i prodotti di massa. Seguono le serie su Elvis, su Marilyn, sulla Coca-Cola.

La Coca-Cola e il consumo come linguaggio comune

“Ciò che è grande di questo paese è che l’America ha iniziato la tradizione per cui i consumatori più ricchi comprano per la maggior parte le stesse cose di quelli più poveri. Tu puoi vedere alla TV la pubblicità della Coca-Cola e sai che il Presidente beve Coca-Cola, Liz Taylor beve Coca-Cola e anche tu puoi bere Coca-Cola.”

“Una Coca-Cola è una Coca-Cola e non c’è denaro che ti consenta di berne una più buona di quella che sta bevendo un barbone all’angolo.”

La Coca-Cola diventa così un’immagine riconoscibile e condivisa, capace di mettere sullo stesso piano il presidente, una diva del cinema e una persona qualunque. Il prodotto di massa entra nel linguaggio dell’arte come simbolo della società consumistica.

La Gioconda di Warhol

Il simbolo dell’arte per eccellenza: la Gioconda di Leonardo, l’enigmatica Monna Lisa. Ripresa, dissacrata, modificata da tantissimi artisti che hanno provato a cimentarsi con la Gioconda cercando di sfruttare la sua fama.

Ma Warhol no. Come icona Pop, non l’ha stravolta o ritoccata alla maniera dei Dadaisti che le hanno messo baffi, occhiali e altro ancora.

Pop Art vuol dire arte popolare e ancora una volta Warhol ha ripreso un simbolo, un’icona dell’arte che per la sua fama è diventata un luogo comune, un bene di massa consumata come un qualsiasi prodotto.

Per questo non cambia la Gioconda ma la consuma e basta.

Mao, Elvis, il Vesuvio e le altre icone

Nella prima parte della mostra di Andy Warhol a Roma è tutto un trionfo di icone. Dalle Marilyn alle zuppe viste prima, da Mao Zedong al Vesuvio… dai divi del cinema ai cantanti come Elvis Presley… fino ai travestiti dei locali a luci rosse… ognuno una storia da raccontare.

Apparentemente semplici icone e immagini… ma in fondo difficili significati. Simboli e luoghi comuni dati in pasto alla massa per identificarsi, riconoscersi e venerare come divinità senza tempo.

La serigrafia rende possibile la riproduzione dello stesso volto o dello stesso oggetto in serie, modificando colori e contrasti e trasformando un’immagine conosciuta in un segno immediatamente riconoscibile.

Warhol e la celebrità

Un’ossessione unica: la celebrità, la fama, l’eternità. Diceva che ognuno, prima o poi, avrebbe avuto diritto ai suoi 15 minuti di celebrità nella vita… e lui se li sta ancora godendo!

“Ho cominciato come artista del commerciale e voglio finire come artista del business”. Così disse Warhol quando la sua arte divenne famosa in tutto il mondo.

Capì che poteva farci soldi, gli piacque… e ci lavorò su. “Fare soldi è arte e lavorare è arte e essere bravi negli affari è la forma d’arte più affascinante. Non c’è niente di male, se con la mia arte posso farci soldi, perché no?!”.

Anche lui era diventato un’icona. Quel simbolo dell’arte da consumare, venerare e riprodurre per la celebrità.

La Factory e lo Star System

Il percorso espositivo e l’allestimento, con corridoio immersivo e postazioni di ascolto di brani dei Rolling Stones, ricostruiscono il parallelismo tra le vicende biografiche dell’artista e la sua vasta produzione, influenzata anche dalla conoscenza dell’arte pubblicitaria.

La Factory sulla 47esima East a Manhattan era egli stesso parte dello Star System imperante. Del resto Warhol con la sua Factory sulla 47esima East a Manhattan, che non credo avesse molto in comune con il nostro concetto di “bottega”, era egli stesso parte dello Star System imperante.

E dunque, gli artisti che rappresentava, o per i quali realizzava le cover, erano parte del suo mondo e della sua ispirazione. È nota, del resto, la propensione di Andy Warhol ad essere protagonista di quell’entourage.

Warhol entra a far parte di quel sistema di celebrità di massa che lo consacrerà per sempre. L’artista che diceva di non volersi occupare di politica, ma che condizionava le masse, e che sosteneva di non ricercare alcun messaggio impegnato, ma che sapeva cogliere l’essenza della modernità, sollecita ancora oggi riflessioni e rielaborazioni critiche non solo sulle sue opere ma sull’arte stessa.

La moda, il cinema e la musica

Accanto alla raffigurazione del mondo effimero dei vip, che frequentavano i locali alla moda di New York dagli anni ’50 agli ’80, a personaggi del mondo dello spettacolo tra cantanti - per alcuni dei quali ha ideato copertine di successo -, attori e stilisti, emerge il suo tabù nei confronti della morte.

I ritratti degli stilisti Valentino e Giorgio Armani, ma anche dei cantautori Stevie Wonder e Carly Simon, i volti di Liz, Silvester Stallone, Arnold Schwarzenegger, costituiscono l’omaggio della mostra e dell’intramontabile genio della Pop Art al mondo della moda, della musica, del cinema.

E poi gli autoritratti, Marilyn Monroe, Mao, Liz Taylor, Basquiat, Man Ray, Mick Jagger, le copertine dei dischi dei Rolling Stones e dei Velvet Underground & Nico, le Polaroid di personaggi come Silvester Stallone, Michael Jackson, Valentino, Versace, Arnold Schwarzenegger, Giorgio Armani, Grace di Monaco, Liza Minnelli.

Ecco che nascono i famosi scatti di Armani, Valentino e molti altri. Poi scatti per pubblicità e riviste di moda.

Le copertine dei dischi

Ma è forse la sezione dedicata al rapporto tra Andy Warhol e il mondo della grande musica rock americana a farci meglio assaporare l’atmosfera di quegli anni.

Non ci sono solo i ritratti fatti a grandi musicisti e gruppi dell’epoca, Mick Jagger in testa, ma anche le copertine dei dischi.

A questi si affiancano le copertine realizzate per gli album, con i loro intramontabili simboli e le immagini passate alla storia, dalla banana “sbucciabile” di The Velvet Underground & Nico del 1967, ai jeans “incernierati” di Sticky Fingers dei Rolling Stones, da Love You Live by Rolling Stones del 1977, a Menlove Ave di John Lennon.

Copertine musicali disegnate da Andy Warhol

The Velvet Underground & Nico

La mitica copertina con la banana di Warhol dei The Velvet Underground. Una copertina bianca con una banana gialla, sbucciabile!

E sotto la buccia?! La banana colorata di rosa… allusione neanche molto velata… sicuramente provocante.

Famosa la banana per The Velvet Underground & Nico (1967).

Sticky Fingers dei Rolling Stones

Il celeberrimo album dei The Rolling Stones con la copertina che in primo piano riporta un paio di jeans. Indossati da un misterioso modello, hanno un prorompente rigonfiamento all’altezza dei gioielli di famiglia.

In pieno stile Warholiano la copertina del disco era progettata in modo che la cerniera si potesse tirare giù… e sotto?

Famosi anche i jeans di Sticky Fingers dei Rolling Stones (1971), ma anche Menlove Ave di John Lennon (1986).

La musica nel percorso della mostra

In questa sala, oltre che ammirare le copertine dei dischi più famose di Andy Warhol, si possono anche ascoltare le canzoni di questi dischi.

Basta mettersi le cuffie sotto le opere e godersi il viaggio indietro nel tempo.

La sala psichedelica

La sala psichedelica, piazzata dal curatore inevitabilmente in mezzo al percorso, è però fantastica. La risposta è stata che vuole rendere l’atmosfera della Factory: credo ci riesca benissimo.

Luci fantastiche e musica dei Rolling Stones.

Il percorso espositivo e l’allestimento, con corridoio immersivo e postazioni di ascolto di brani dei Rolling Stones, ricostruiscono il parallelismo tra le vicende biografiche dell’artista e la sua vasta produzione.

I disegni e l’artista meno conosciuto

E poi si entra nella sala dove si conosce l’artista meno conosciuto. Una sala della mostra di Andy Warhol a Roma è, infatti, dedicata a opere non proprio famose come quelle prima, ma comunque particolari.

Schizzi di ritratti, forme strane, svariate scenette, un camion e oggetti quotidiani schizzati su grandi fogli bianchi.

L’idea è sempre quella: “l’arte di diventare celebri”. Il curatore, Matteo Bellenghi, ha così impostato il percorso della mostra per consentire al visitatore sia di assaporare le famose serie dedicate ai grandi personaggi che di entrare in contatto con un Andy Warhol - quello dei disegni e delle polaroid - forse meno noto al grande pubblico.

Le Polaroid

Le Polaroid di Warhol sono, in realtà, abbastanza note ma forse non tutti hanno avuto occasione di vederle. Nella mostra del Vittoriano è loro riservata una sala e sono bellissime.

Una sala dalle pareti argentate, completamente foderata di quadretti con foto Polaroid. È questa una delle ultime tecniche artistiche di Warhol.

Fotografava, con le sue mitiche Polaroid, amici e personaggi famosi dei suoi anni. Faceva diversi scatti, poi si divertiva a truccarli e ritoccarli.

Ed ecco che nascevano altre icone da consacrare e ammirare nell’Olimpo della celebrità eterna. In mezzo lui, il re della Pop Art, il ritratto di Andy Warhol.

Andy Warhol, Fashion (Two female torsos), 1983, acrilico e serigrafia su tela, 81,5 x 51 cm. Collezione Eugenio Falcioni, Monaco (MC) © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc. by SIAE 2018 per A. Warhol.

Autoritratti e identità

Una vita celebre e eterna come un’opera d’arte immortalata nel suo unico autoritratto. I ritratti di alcuni assidui frequentatori del celebre studio sulla Quarantasettesima Est, con le sue pareti rivestite in carta stagnola, e quelli dei grandi personaggi - alcuni dei quali mai incontrati - trasformati da figure storiche in icone pop, come Marilyn, Mao e gli stessi Self portrait - corrono lungo le pareti del Vittoriano a cucire la lunga carriera del genio.

Un’ossessione unica: la celebrità, la fama, l’eternità. Andy Warhol è scomparso nel 1987 ma il suo mito continua a vivere ancora oggi… altro che 15 minuti di celebrità!

Il tema della morte

Accanto alla raffigurazione del mondo effimero dei vip emerge il suo tabù nei confronti della morte, sia quando affiora nell’inchiostro colante dal bel volto di Marylin o nell’etichetta strappata della soup, sia quando erompe nell’apparente raffigurazione impassibile della sedia elettrica.

Monito al consumismo del dolore e alla sua assuefazione.

Il colore brillante, la serialità e l’apparente neutralità delle immagini convivono con temi inquietanti e con la consapevolezza della fragilità delle icone, delle merci e della celebrità.

Warhol e la tecnologia

A testimoniare la sua facilità di relazione con la tecnologia e la riproduzione dell’immagine nella mostra a Roma su Andy Warhol c’è anche il Commodore Amiga 1000, di cui fu il testimonial nel 1985.

La mostra, allestita al Complesso del Vittoriano e curata da Matteo Bellenghi, parte dall’opera-simbolo di Andy Warhol, la Campbell’s Soup del 1962, per svilupparsi poi con oltre 170 opere, molte delle quali provenienti da collezioni private.

Un artista, pubblicitario e visionario. Colui che ha consacrato all’eternità le icone intramontabili del suo tempo, persone e oggetti.

Warhol come influencer ante litteram

A Roma inaugura una mostra dedicata ad Andy Warhol, che oggi avrebbe 90 anni e probabilmente non avrebbe nessun problema a capire il mondo delle immagini e degli influencer, né ad analizzarlo e a trasformarlo in opera d’arte, come ha fatto per tutta la sua vita.

Anzi, possiamo dire che Warhol sia stato il primo influencer della storia, con la sua capacità di condizionare le masse e di trasmettere denunce contro il consumismo celate dietro opere disimpegnate.

Un “influencer” ante litteram insomma, che rivoluzionò i canoni della pubblicità, della moda, della musica e del cinema.

Il significato della Pop Art

Alla mostra di Andy Warhol a Roma si impara a conoscere un’arte nuova e diversa, per molti nemmeno arte. Uno sguardo su Warhol e sul mondo, che alla fine è anche il nostro.

Un’arte che non è quella classica che ricerca il bello universale o la sacralità dei momenti. Un modo di comunicare che va oltre le immagini.

La Pop Art che si scopre alla mostra di Andy Warhol a Roma è unica nel suo genere. Ho sempre detto a Rachele che l’arte di Warhol, come del resto di tutta la Pop Art, è difficile da spiegare e per molti nemmeno è arte.

A prima vista banale, ma nel profondo di un realismo disarmante.

La sala riflettente e la critica al conformismo

Così finisce la mostra di Andy Warhol a Roma. In una stanza riflettente circondati da decine di foto, pose ed espressioni di personaggi famosi.

Ognuno cerca di mostrare la sua personalità e unicità… ma alla fine sono tutti uguali! Decine di volti e profili diversi ma tutti uguali.

La lotta per la celebrità e il conformismo come simbolo di unicità… che alla fine rende tutti uguali!

L’artista che diceva di non volersi occupare di politica, ma che condizionava le masse, e che sosteneva di non ricercare alcun messaggio impegnato, ma che sapeva cogliere l’essenza della modernità, sollecita ancora oggi riflessioni e rielaborazioni critiche non solo sulle sue opere ma sull’arte stessa.

Informazioni sulla visita

La mostra è ospitata presso il Complesso del Vittoriano - Ala Brasini, a Roma, dietro l’Altare della Patria.

InformazioneDettaglio
MostraAndy Warhol
SedeComplesso del Vittoriano, Ala Brasini, Roma
Periodo3 ottobre 2018 - 3 febbraio 2019
OpereOltre 170
CuratoreMatteo Bellenghi
Biglietto intero13€
Biglietto ridotto11€
AudioguidaInclusa nel biglietto

Orari ordinari

  • Dal lunedì al giovedì: 9.30 - 19.30.
  • Venerdì e sabato: 9.30 - 22.00.
  • Domenica: 9.30 - 20.30.
  • La biglietteria chiude un’ora prima.

Aperture straordinarie

  • Giovedì 1 novembre: 9.30 - 19.30.
  • Sabato 8 dicembre: 9.30 - 22.00.
  • Lunedì 24 dicembre: 9.30 - 15.30.
  • Martedì 25 dicembre: 15.30 - 20.30.
  • Mercoledì 26 dicembre: 9.30 - 20.30.
  • Lunedì 31 dicembre: 9.30 - 15.30.
  • Martedì 1 gennaio: 15.30 - 19.30.
  • Domenica 6 gennaio: 9.30 - 20.30.

I biglietti possono essere acquistati online. Nel biglietto è compresa l’audioguida.

Non è consentito l’accesso agli animali a tutela delle opere esposte.

Per l’audioguida è possibile portare un paio di cuffiette da attaccare e godersi la visita senza problemi.

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