Nel Catechismo di Pio X i peccati contro lo Spirito Santo sono sei: disperazione della salvezza, presunzione di salvarsi senza merito, impugnare la verità conosciuta, invidia della grazia altrui, ostinazione nei peccati e impenitenza finale. Il Catechismo Maggiore di San Pio X li presenta come peccati particolarmente gravi perché si commettono per pura malizia, contraria alla bontà attribuita allo Spirito Santo.
La tradizionale elencazione in sei forme è una conclusione teologica condivisa nella catechesi cattolica, non un dogma di fede formulato come tale. È invece verità di fede l’esistenza del peccato contro lo Spirito Santo, poiché il Vangelo ne parla esplicitamente: «Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata» (Mt 12,31).
Che cos’è il peccato contro lo Spirito Santo
Il peccato è una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all’amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Esso ferisce la natura dell’uomo e attenta alla solidarietà umana. È stato definito «una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna».
Il peccato è un’offesa a Dio: «Contro di te, contro te solo ho peccato. Quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto» (Sal 51,6). Il peccato si erge contro l’amore di Dio per noi e allontana da lui i nostri cuori. Come il primo peccato, è una disobbedienza, una ribellione contro Dio, a causa della volontà di diventare «come Dio» (Gn 3,5), conoscendo e determinando il bene e il male.
La spiegazione dei peccati cosiddetti contro lo Spirito Santo altro non è quindi che l’opporsi alla distribuzione delle grazie che vien fatta, appunto, dalla Terza Persona della Trinità. I peccati contro lo Spirito Santo sono dei più gravi e funesti, perché con essi l’uomo si oppone ai doni spirituali della verità e della grazia, e perciò, anche potendolo, difficilmente si converte.
Il vero funesto danno è che chi si oppone alla grazia, che lo Spirito Santo porta ad ognuno, difficilmente si salva, perché di fatto chiude la porta al Signore, “impedisce a Dio di salvarlo” (Dragone).
La misericordia di Dio e la possibilità del perdono
La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna.
Il danno grave che comporta questo tipo di peccato non è l’impossibilità che sia perdonato (ogni peccato, finché si è in vita, potrà essere perdonato, affermare il contrario significa continuare ad andare contro la Verità rivelata; semmai ci vorrà più fatica, sarà più difficile degli altri, dato che si continua ad opporsi alla verità e alla grazia).
Questo andrebbe però contro l’istituzione della Confessione e tutte le verità rivelate. Gesù, con questa espressione, si riferiva alla suddetta chiusura del peccatore che non dà con questo atteggiamento sbocchi alla grazia divina portata dallo Spirito Santo.
Il Vangelo è la rivelazione, in Gesù Cristo, della misericordia di Dio verso i peccatori. «Dio, che ci ha creati senza di noi, non ha voluto salvarci senza di noi». L’accoglienza della sua misericordia esige da parte nostra il riconoscimento delle nostre colpe.
«Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa» (1 Gv 1,8-9).
Il fondamento nella dottrina cristiana
Le verità rivelate da Dio sono principalmente quelle compendiate nel Credo o Simbolo apostolico, e si chiamano verità di fede, perché dobbiamo crederle con piena fede come insegnate da Dio, il quale né s’inganna né può ingannare.
Il Credo o Simbolo apostolico è una professione dei misteri principali e di altre verità rivelate da Dio per mezzo di Gesù Cristo e degli Apostoli, e insegnate dalla Chiesa.
Mistero è una verità superiore ma non contraria alla ragione, che crediamo perché Dio l’ha rivelata. I misteri principali della Fede professati nel Credo sono due: l’Unità e Trinità di Dio; l’Incarnazione, Passione e Morte del Nostro Signor Gesù Cristo.
Dio è uno solo, ma in tre Persone uguali e distinte, che sono la santissima Trinità. Le tre Persone della santissima Trinità si chiamano Padre, Figliuolo e Spirito Santo.
La terza Persona della santissima Trinità è lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è presentato nella dottrina cristiana come colui che comunica la grazia, illumina l’intelligenza, muove alla conversione e sostiene l’uomo nel cammino verso Dio.
L’elenco dei sei peccati nel Catechismo di Pio X
| Numero | Peccato contro lo Spirito Santo |
|---|---|
| 1 | Disperazione della salvezza |
| 2 | Presunzione di salvarsi senza merito |
| 3 | Impugnare la verità conosciuta |
| 4 | Invidia della grazia altrui |
| 5 | Ostinazione nei peccati |
| 6 | Impenitenza finale |
Il Catechismo Maggiore di San Pio X formula così la dottrina: «I peccati contro lo Spirito Santo sono sei: 1.° disperazione della salute; 2.° presunzione di salvarsi senza merito; 3.° impugnare la verità conosciuta; 4.° invidia della altrui grazia; 5.° ostinazione nei peccati; 6.° impenitenza finale».
Questi peccati si dicono in particolare contro lo Spirito Santo, perché si commettono per pura malizia, la quale è contraria alla bontà, che si attribuisce allo Spirito Santo.
1. Disperazione della salvezza
La disperazione è “perdere ogni fiducia di poter raggiungere l’eterna felicità e di avere i mezzi indispensabili a questo fine” (E. Jone, Compendio di teologia morale).
“Gesù non mi può salvare”, questa è la bestemmia contro lo Spirito Santo. Egli infatti ha reso e continua a rendere testimonianza che Gesù è il Signore, il Figlio di Dio venuto a cancellare i peccati del mondo con la sua morte e risurrezione.
Dio, dice la Scrittura, vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità. (1 Tm 2,4). Il credente non deve vivere nella paura di non essere salvato. Ciò costituisce un grave affronto alla bontà di Dio, Padre di infinita misericordia.
Neppure dobbiamo dar credito alle tentazioni, per quanto siano terribili, o agli scrupoli che ci tormentano e ci fanno dubitare di essere salvati. Neanche per scherzo si deve dire: Chissà se mi salvo?
Dio offre a tutti la salvezza e i mezzi per raggiungerla. Chi si dispera rischia di rompere in modo definitivo, da parte sua naturalmente, tutti i buoni rapporti con Dio.
Ha combinato tanti pasticci, ha infranto ogni buon comportamento con il suo prossimo, ha offeso profondamente Dio, scartando il suo amore, ha messo il suo “io” al di sopra di “Dio”, insomma si è scapricciato fino alla frenesia e, infine, si è convinto che Gesù non ha il potere di perdonare i suoi errori.
Un simile pensiero e comportamento non è altro che uno schiaffo a Dio che è impastato di amore e di misericordia e che per i peccatori ha inviato suo Figlio. Il mio grido, e non solo mio, è questo: Permettete che Gesù vi perdoni e vi inondi del suo amore.
Se tu non vuoi che questo ti succeda bisognerà che tu stesso vinca questa terribile tentazione, questo angoscioso dubbio, ti decida di tornare presto nella casa del Padre.
Come? Tieni bene a mente che Dio è un vero Padre, con un cuore che ama e non odia mai. Dio è Amore. Se ti rivolgi a lui vedrai che egli già ti corre incontro, ti butta le braccia al collo, ti fa nuovo.
Riconosci i tuoi peccati e permettigli di perdonarti e di darti una mano perché l’amore vero prenda possesso del tuo cuore.
Per non aver paura della morte, il tuo impegno deve essere questo: fa’ bene il tuo dovere, fidati di Dio, fa’ del bene a tutti e del male a nessuno e sta allegro. Così diceva Don Bosco.
La crisi di San Francesco di Sales
Francesco di Sales, quando era giovane studente a Parigi, si trovò sprofondato in una grande tribolazione: la Chiesa Cattolica insegnava che Dio è Amore infinitamente misericordioso, mentre al contrario la dottrina di Calvino, che imperversava in quel tempo, sbandierava nelle scuole la teoria che Dio da sempre destina alcuni alla salvezza e altri alla dannazione.
La tentazione lo ghermì al punto che fu convinto di essere un dannato. Durante questa terribile crisi le sue invocazioni a Dio erano queste: “Io, miserabile, sarò dunque privato della grazia di Dio? O amore, o carità, o dolcezza, non godrò più di queste delizie? O Vergine, bella tra le figlie di Gerusalemme, non vi vedrò nel regno del vostro Figlio? E il mio Gesù non è morto anche per me? Signore, che almeno vi ami in questa vita se non posso amarvi in quella eterna”.
Un giorno Francesco entra in una chiesa e si dirige subito alla cappella della Vergine. Si inginocchia e compie un atto eroico di abbandono.
“Qualunque cosa abbiate deciso, o Signore, nell’eterno decreto della vostra predestinazione, io vi amerò, Signore, almeno in questa vita, se non mi è concesso di amarvi nella vita eterna”. Poi recita la Salve Regina, il “Ricordati” di San Bernardo e la tentazione svanì completamente.
2. Presunzione di salvarsi senza merito
Pecca di presunzione di salvarsi senza merito chi trascura di fare le opere buone, dicendo che Dio è misericordioso e che lo salverà all’ultimo momento.
Questa è una convinzione che, purtroppo, va sempre più diffondendosi ed è frutto di un malinteso significato della Misericordia divina.
Non si tiene conto in particolare del comando di Cristo “se vuoi entrare nella vita, osserva i Comandamenti” (Mt 19, 17) e la successiva ammonizione di San Giacomo sull’importanza delle opere (Gc 2, 24-26).
Davanti a un regalo così grande - perché si tratta di regalo -, tu pretendi, tu esigi? Sei certo che Dio sia un Dio di infinita bontà e che non gli costi nulla a dare il perdono e il premio?
Come puoi dire che non gli costa? Presumere di salvarsi senza fare nulla pensando e sperando di ottenere il perdono e il premio senza bisogno di chiedere scusa a nessuno è proprio il modo con il quale si nega l’amore con cui lo Spirito Santo ha accompagnato e sostenuto il Figlio della Vergine Maria, Gesù, nei momenti più terribili della sua passione e morte.
Gesù Cristo per salvarci soddisfece per i nostri peccati patendo e sacrificando se stesso sulla Croce, e c’insegnò a vivere secondo Dio.
Per vivere secondo Dio, dobbiamo credere le verità rivelate da Lui e osservare i suoi comandamenti, con l’aiuto della sua grazia, che si ottiene mediante i sacramenti e l’orazione.
3. Impugnare la verità conosciuta
Il terzo peccato contro lo Spirito Santo, impugnare la verità conosciuta, è ben comprensibile. Si parla di chi, pur conoscendo le verità rivelate, decide di non seguirle, di non comportarsi di conseguenza, dando maggior valore alle proprie convinzioni, cioè a se stesso.
E’ una sorta di paziente che non segue le prescrizioni del medico.
Vuol dire contestare soprattutto la persona di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, che per noi è morto e il terzo giorno è risorto. Lui solo ha vinto sulla croce il peccato e la morte. Non vi è altra salvezza.
Lo Spirito Santo, che procede dal Padre e dal Figlio, è lui che ci ha rivelato che Gesù Cristo è l’unico Salvatore del mondo. Ma negare che il Cristo detiene il potere di togliere i peccati del mondo, vuol dire offendere gravemente lo stesso Spirito, garante di questa verità.
Un peccato imperdonabile, come affermò il Signore Gesù in risposta ai Farisei, i quali osarono dire che egli cacciava i demoni nel nome di Beelzebul.
Impugnare la verità evangelica, custodita e trasmessa dalla Chiesa nei secoli e alle generazioni di tutti i tempi, significa mettere in discussione i dogmi fondamentali su cui si fonda la fede in Cristo oppure anche l’alterazione di taluni essenziali passaggi del suo divino insegnamento.
Se uno, solo per esemplificare, mette in discussione l’Immacolata Concezione di Maria santissima o la realtà trinitaria dell’unico Dio esistente e rivelatosi in Cristo, se uno attenua la radicalità dell’invito di Gesù a mettere i propri beni al servizio dei più bisognosi con spiegazioni artificiose e parziali o tende ad avallare per motivi di comodo una concezione permissiva o “tollerante” della riconciliazione sacramentale oppure ancora tende a disconoscere o a ridimensionare la realtà fisica e spirituale dell’inferno, non solo non è un cattolico ma è una persona che non potrà salvarsi, perché avrà posto in discussione tutto ciò che Dio stesso ha stabilito essere bene o essere male.
La radice del peccato è nel cuore dell’uomo, nella sua libera volontà, secondo quel che insegna il Signore: «Dal cuore provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono immondo l’uomo» (Mt 15,19-20).
4. Invidia della grazia altrui
Invidia della grazia altrui è “il peccato di chi è dispiacente delle buone qualità, dei successi e delle grazie altrui, quasi fossero un suo male personale, ed è contento del male degli altri, quasi fosse un bene per lui” (Dragone).
Sentire volontariamente un profondo dispiacere e astio verso una persona che ha ricevuto da Dio doni e grazie più eccellenti dei suoi, accusando il Signore stesso di fare ingiuste preferenze, questo è un grave peccato contro lo Spirito Santo, perché è lui il datore dei doni.
Non puoi accusare Dio di fare preferenze. Fa’ bene il tuo dovere ed egli ti mostrerà il suo gradimento al di là di ogni tuo merito.
Ognuno ha qui in terra il sovrabbondante amore del Signore con tribolazioni, che non mancano mai, e in cielo la beata visione del volto di Gesù.
È quel che capita al diavolo. Egli è invidioso dei beati in Cielo, ove lui non potrà mai accedere, e anche per questo tenta gli uomini e cerca di trascinare quante più anime possibile nella dannazione eterna.
Gli invidiosi della grazia altrui, sono come il demonio che non ha sopportato che i nostri progenitori fossero cari a Dio e li fece cadere. L’invidia è sempre una cattiva consigliera. Ti riempie di dubbi e di brutti pensieri fino a perdere la fede e forse anche a commettere qualcosa di irreparabile.
I carismi nella comunità cristiana
E peccato altrettanto grave e preclusivo della salvezza eterna è infine quello per cui uno porta un sentimento implicito o esplicito di invidia a coloro, credenti o non credenti, cui Dio abbia concesso la grazia di illuminare le menti e di fortificare i cuori in modo diretto o indiretto.
Ove poi gli “incaricati” di Dio appartengano organicamente alla comunità cattolica, sia in qualità di presbiteri sia in qualità di credenti laici, tale peccato appare ancora più ripugnante perché compiuto nei confronti di fratelli o sorelle “battezzati” in Cristo ai quali il Signore ha inteso concedere in forme evangelicamente ineccepibili e spiritualmente inequivocabili determinati e particolari “carismi” in funzione del bene altrui.
Come dicono san Pietro: «Chi parla lo faccia con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l'energia ricevuta da Dio, perché in tutto venga glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartiene la gloria e la potenza nei secoli dei secoli» (1 Pt 4, 10-11); e san Paolo: «Abbiamo pertanto doni diversi, secondo la grazia data a ciascuno di noi. Chi ha il dono della profezia, la eserciti secondo la misura della fede; chi ha un ministero, attenda al ministero; chi l'insegnamento, all'insegnamento; chi l'esortazione, all'esortazione. Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia» (Rm 12, 6-8, ma anche Lettera agli Efesini 4, 11).
Scriveva Giovanni Paolo II, nella sua esortazione apostolica postsinodale “Christifideles Laici” del 30 dicembre 1988, che «i carismi vanno accolti con gratitudine, da parte di chi li riceve, ma anche da parte di tutti nella Chiesa» (CL 24).
Se il popolo di Dio non è capace di distinguere, indipendentemente dai ruoli ufficiali ricoperti nell’ambito della comunità ecclesiale, non solo tra falsi profeti e veri profeti ma anche tra testimoni di Cristo più ispirati ed autentici e testimoni di Cristo più scolastici e convenzionali, mettendo quindi tutti sullo stesso piano o anteponendo addirittura i secondi ai primi, il soffio dello Spirito di Dio non può giungere a destinazione con tutta la forza e l’efficacia con cui vi giungerebbe se lo stesso popolo di Dio fosse spiritualmente più pronto ed esercitato a percepire e a recepire i segnali più importanti dello Spirito Santo.
E cosí se, nel popolo di Dio, ognuno di noi crede di poter cogliere i segni dello Spirito solo nei limiti delle predicazioni liturgiche e dei servizi ministeriali di natura ecclesiastica e non anche o soprattutto in qualunque altro ambito lo Spirito voglia manifestarsi, non può che contribuire a limitare o a rallentare colpevolmente l’effondersi delle intenzioni e dei piani divini nelle molteplici e complesse trame, che solo Dio conosce perfettamente, delle vicissitudini umane.
A Gesù che faceva cose prodigiose dissero, bestemmiando contro lo Spirito Santo, che esse erano opera del Maligno.
Se uno ha dei talenti e li vuole mettere umilmente a disposizione della comunità, quest’ultima o qualcuno nel nome e per conto di quest’ultima non può chiudergli la porta in faccia, specialmente se quei talenti producano nella comunità stessa effetti imprevisti e destabilizzanti ma virtualmente benefici, senza prima preoccuparsi onestamente di verificare con perizia e tatto che i suoi talenti siano veri e i suoi avvertimenti siano fondati e sensati, perché un siffatto atteggiamento di chiusura si configura inevitabilmente come irresponsabile e peccaminosa rinuncia ai doni stessi dello Spirito.
E’ anche vero che noi cattolici attribuiamo non di rado allo Spirito Santo ispirazioni fasulle, intuizioni o ragionamenti personali piuttosto contorti o fantasiosi, nonché scelte obiettivamente discutibili o errate, ma questo significa solo che occorre stare sempre molto attenti, senza mai dare niente per scontato o per definitivamente acquisito.
La fede perfetta è, in questo senso, solo la fede che si sa sempre imperfetta sia in senso assoluto che in senso relativo.
5. Ostinazione nei peccati
Uno è ostinato nel peccato quando insiste tenacemente nella sua determinazione al male, combattendo Gesù Cristo e la sua Chiesa.
L’ostinazione nei peccati si verifica anche quando uno non c’è la fa ad abbandonare la sua vita disordinata, gli piace troppo, ne è conquistato, non potrebbe vivere senza.
Ha pregato, ma con poca fede. Altri invece, convinti da certe compagnie, ritengono che è tutto inutile esser buoni.
È meglio afferrare ogni occasione e godersi la vita, tanto tutto finisce come un pallone che scoppia, ma dentro non sono felici.
Altri ancora, per scandali o scontri con persone del clero, si decidono di ignorare Dio, Cristo Signore e la Chiesa, senza un giusto ragionamento.
La cosiddetta impenitenza finale è l’ostinazione a rimanere nel peccato fino al termine della propria vita. L’indurimento del cuore può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna.
6. Impenitenza finale
L’impenitenza finale consiste nel rifiuto della conversione fino al termine della vita. Chi si ostina anche in punto di morte e alla fine della vita continua a rifiutare la conversione commette il peccato con le conseguenze più funeste, perché dopo quel momento non ci sarà più possibilità di salvezza.
Una vita in peccato mortale. Trascorsa senza rimorsi, né pentimenti, conduce all’impenitenza finale.
Uno rischia di trovarsi in punto di morte senza sapere che fare, né che cosa dire, né se ci sarà un dopo. Questo succede a chi non pensa mai alla morte.
Però è anche vero che Colui che ci ha creato, ama le sue creature e vuole che tutte si salvino e per ottenere ciò ha mandato il suo Figlio in terra per riscattare i peccatori.
Ed è verissimo che Colui che ci ha creato senza il nostro permesso, non ci salva senza il nostro libero consenso. Morire da impenitenti è peccato imperdonabile contro lo Spirito Santo.
Perché? Questo Santo Spirito, che procede dal Padre e dal Figlio, comunica e dona a tutte le creature l’Amore del Padre e i meriti del Sangue prezioso del Figlio, per convincere tutti a chiedere perdono di cuore dei loro peccati.
Peccato mortale, peccato veniale e indurimento del cuore
Il peccato attuale è quello che l’uomo, arrivato all’uso della ragione, commette con la sua libera volontà. Vi sono due sorta di peccato attuale: il mortale ed il veniale.
Il peccato mortale è una trasgressione della divina legge, per la quale si manca gravemente ai doveri verso Dio, verso il prossimo, verso noi stessi.
Si dice mortale perché dà morte all’anima, col far perdere la grazia santificante, che è la vita dell’anima, come l’anima è la vita dal corpo.
Oltre la gravità della materia per costituire un peccato mortale si richiede la piena avvertenza di tale gravità e la deliberata volontà di commettere il peccato.
Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: «È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso».
Il peccato mortale distrugge la carità nel cuore dell’uomo a causa di una violazione grave della Legge di Dio; distoglie l’uomo da Dio, che è il suo fine ultimo e la sua beatitudine, preferendo a lui un bene inferiore.
Il peccato mortale, in quanto colpisce in noi il principio vitale che è la carità, richiede una nuova iniziativa della misericordia di Dio e una conversione del cuore, che normalmente si realizza nel sacramento della Riconciliazione.
Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia.
Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili.
Tuttavia, anche se possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio.
Il peccato veniale è una lieve trasgressione della divina legge, per la quale si manca solo leggermente a qualche dovere verso Dio, verso il prossimo e verso noi stessi.
Perché è leggiero rispetto al peccato mortale, non ci fa perdere la divina grazia; e perché Dio più facilmente lo perdona.
Ciò sarebbe un inganno grandissimo, sia perché il peccato veniale contiene sempre una qualche offesa di Dio, sia perché reca danni non piccoli all’anima.
Il peccato veniale indebolisce la carità; manifesta un affetto disordinato per dei beni creati; ostacola i progressi dell’anima nell’esercizio delle virtù e nella pratica del bene morale; merita pene temporali.
Il peccato veniale deliberato e che sia rimasto senza pentimento, ci dispone poco a poco a commettere il peccato mortale. Tuttavia il peccato veniale non rompe l’alleanza con Dio.
Il peccato trascina al peccato; con la ripetizione dei medesimi atti genera il vizio. Ne derivano inclinazioni perverse che ottenebrano la coscienza e alterano la concreta valutazione del bene e del male.
La relazione con i peccati capitali
Il vizio è una cattiva disposizione dell’animo a fuggire il bene e a fare il male, causata dal frequente ripetersi degli atti cattivi.
Tra peccato e vizio v’è questa differenza, che il peccato è un atto che passa, mentre il vizio è la cattiva abitudine contratta di cadere in qualche peccato.
I vizi che si chiamano capitali sono sette: 1.° Superbia; 2.° Avarizia; 3.° Lussuria; 4.° Ira; 5.° Gola; 6.° Invidia; 7.° Accidia.
Questi vizi si chiamano capitali, perché sono la sorgente e la cagione di molti altri vizi e peccati.
I vizi capitali si vincono con l’esercizio delle virtù opposte. Cosi la superbia si vince con l’umiltà; l’avarizia con la liberalità; la lussuria con la castità; l’ira con la pazienza; la gola con l’astinenza; l’invidia con l’amor fraterno; l’accidia con la diligenza e col fervore nel servizio di Dio.
L’invidia, che compare sia tra i vizi capitali sia tra i peccati contro lo Spirito Santo, assume in quest’ultimo caso una forma specifica: non è soltanto dispiacere per il bene altrui, ma opposizione alla grazia che Dio concede agli altri e rifiuto del suo disegno.
I peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio
Tra i peccati mortali sono più gravi e funesti i peccati contro lo Spirito Santo e quelli che gridano vendetta al cospetto di Dio.
I peccati che diconsi gridar vendetta nel cospetto di Dio sono quattro: 1.° omicidio volontario; 2.° peccato impuro contro l’ordine della natura; 3.° oppressione dei poveri; 4.° fraudare la mercede agli operai.
Questi peccati diconsi gridare vendetta al cospetto di Dio, perché lo dice lo Spirito Santo e perché la loro iniquità è cosi grave e manifesta che provoca Dio a punirli con più severi castighi.
La tradizione catechistica ricorda pure che esistono «peccati che gridano verso il cielo». Gridano verso il cielo: il sangue di Abele; il peccato dei Sodomiti; il lamento del popolo oppresso in Egitto; il lamento del forestiero, della vedova e dell’orfano; l’ingiustizia verso il salariato.
Perché l’elenco dei sei peccati non è un dogma
I sei peccati contro lo Spirito Santo non sono elencati nel Catechismo della Chiesa Cattolica, il quale però parla del peccato contro lo Spirito Santo (cfr. CCC 1864).
Non li troviamo enumerati neanche nel Catechismo Romano del Concilio di Trento.
San Tommaso stesso, quando parla dei peccati contro lo Spirito Santo, presenta tre interpretazioni date dai teologi, tutte e tre accettabili. Alla fine, egli stesso presenta i sei tradizionalmente conosciuti.
La loro formulazione però non è un dogma di fede, ma una conclusione teologica che è stata poi pacificamente condivisa.
In conclusione possiamo dire che è verità infallibile l’esistenza del peccato contro lo Spirito Santo perché il Vangelo ne parla esplicitamente. Non possiamo dire invece che la catalogazione dei peccati contro lo Spirito Santo in numero di sei sia verità di fede.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica sembra ridurli ad uno: nel mantenere il proprio cuore indurito nei confronti del Signore, che equivale all’impenitenza finale.
La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo.
La conversione e i mezzi per evitare il peccato
Come afferma san Paolo: «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5,20). La grazia però, per compiere la sua opera, deve svelare il peccato per convertire il nostro cuore e accordarci «la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore» (Rm 5,21).
Come un medico che esamina la piaga prima di medicarla, Dio, con la sua Parola e il suo Spirito, getta una viva luce sul peccato.
La conversione richiede la convinzione del peccato, contiene in sé il giudizio interiore della coscienza, e questo, essendo una verifica dell’azione dello Spirito di verità nell’intimo dell’uomo, diventa nello stesso tempo il nuovo inizio dell’elargizione della grazia e dell’amore: “Ricevete lo Spirito Santo”.
Quando alcuno conosce o dubita d’aver peccato, deve fare subito un atto di contrizione, e procurare di confessarsene al più presto.
Il cristiano, potendolo, dovrebbe ogni giorno: 1.° assistere con divozione alla santa Messa; 2.° fare una visita, anche brevissima, al SS. Sacramento; 3.° recitare la terza parte del santo Rosario.
Quando uno si accorge di qualche tentazione dovrebbe invocare con fede il SS. Nome di Gesù, o di Maria, o dire fervorosamente qualche giaculatoria, come p. e. “datemi grazia, o Signore, che non vi offenda giammai”, oppure fare il segno della Croce.
Oltreché nelle orazioni giaculatorie il cristiano si dovrebbe esercitare nella cristiana mortificazione.
Mortificarsi, vuol dire lasciare, per amore di Dio, quello che piace, ed accettare quello che dispiace secondo i sensi, o l’amor proprio.
E bene pensare ai Novissimi ogni giorno, e massimamente nel fare orazione alla mattina subito svegliati, alla sera prima di andare a riposo e tutte le volte che siamo tentati a far male, perché questo pensiero è validissimo a farci evitare il peccato.
Le virtù opposte ai peccati contro lo Spirito Santo
Le tre virtù teologali sono: 1) Fede, 2) speranza, 3) carità.
Le quattro virtù cardinali sono: 1) Prudenza, 2) giustizia, 3) fortezza, 4) temperanza.
La disperazione della salvezza si contrasta con la fede nella bontà e nella misericordia di Dio.
La presunzione di salvarsi senza merito si contrasta con l’umiltà, il pentimento, l’obbedienza ai comandamenti e la perseveranza nelle opere buone.
L’impugnazione della verità conosciuta si contrasta con l’adesione sincera alla verità rivelata e con la docilità all’azione dello Spirito Santo.
L’invidia della grazia altrui si contrasta con l’amor fraterno, la gratitudine per i doni ricevuti e il riconoscimento che ogni grazia è ordinata al bene.
L’ostinazione nei peccati si contrasta con la conversione quotidiana, la contrizione e il ricorso alla misericordia divina.
L’impenitenza finale si contrasta vivendo nella vigilanza, pensando ai Novissimi e mantenendo aperto il cuore alla grazia fino alla fine della vita.
La preghiera cristiana e l’affidamento a Dio
Il mezzo più efficace per non cadere in questi terribili peccati è l’affidamento totale a Maria Ss.ma che (la Chiesa da sempre e tutti i santi lo hanno insegnato) è vicina ad ogni anima, anche nei momenti finali della vita e basta un semplice “sì” ad un Suo sguardo per fare una buona morte.
Mio Dio, mi pento con tutto il cuore de’ miei peccati, e li odio e detesto, come offesa della vostra Maestà infinita, cagione della morte del vostro divin Figliuolo Gesù, e mia spirituale rovina. Non voglio più commetterne in avvenire e propongo di fuggirne le occasioni. Signore, misericordia, perdonatemi.
Mio Dio, credo fermamente quanto voi, infallibile Verità, avete rivelato e la santa Chiesa ci propone a credere. Ed espressamente credo in Voi, unico, vero Dio in tre Persone uguali e distinte, Padre, Figliuolo e Spirito Santo; e nel Figliuolo incarnato e morto per noi, Gesù Cristo, il quale darà a ciascuno, secondo i meriti, il premio o la pena eterna. Conforme a questa Fede voglio sempre vivere. Signore, accrescete la mia fede.
Mio Dio, spero dalla bontà vostra, per le vostre promesse e per i meriti di Gesù Cristo, nostro Salvatore, la vita eterna e le grazie necessarie per meritarla con le buone opere, che io debbo e voglio fare. Signore, che io non resti confuso in eterno.
Mio Dio, amo con tutto il cuore sopra ogni cosa voi, Bene infinito e nostra eterna felicità; e per amor vostro amo il prossimo mio come me stesso, e perdono le offese ricevute. Signore, fate ch’io vi ami sempre più.
O Dio, concedici la grazia di pensare e di fare ciò che è retto, sì che noi, i quali senza di te non possiamo esistere, riusciamo a vivere secondo te. Te ne supplichiamo per il tuo Figliuolo Gesù Cristo, nostro Signore. Così sia.
