La Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi è il dipinto che Caravaggio realizzò per l’Oratorio della Compagnia di San Lorenzo a Palermo, una tela oggi scomparsa dopo il furto avvenuto nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969.
L’opera racconta la nascita di Cristo attraverso un linguaggio radicalmente realistico: la Madonna ha le sembianze di una donna comune, il Bambino è deposto a terra su un giaciglio poverissimo, i santi partecipano alla scena come presenze concrete e l’angelo irrompe dall’alto nella penombra della stalla. La tela è stata attribuita tradizionalmente al soggiorno siciliano del 1609, ma numerosi studiosi ritengono oggi più probabile una datazione romana, intorno al 1600.
Caravaggio e la svolta realistica della pittura religiosa
Il carattere passionale, aggressivo e violento del grande pittore Michelangelo Merisi, detto Caravaggio (1571-1610), non è solo una leggenda creata ad arte dai suoi detrattori. Sappiamo dai documenti che, a Roma, nel 1600 l’artista fu querelato per percosse, che nel 1601 ferì di spada un sergente di Castel Sant’Angelo, nel 1603 fu nuovamente querelato per diffamazione.
Nel 1604 venne coinvolto in una rissa col garzone dell’Osteria del Moro e subì un arresto per aver preso a sassate delle guardie; del 1605 sono altri disordini e fermi. È bene precisare, tuttavia, che queste turbolenze erano piuttosto normali nella società di allora, così come era comune il duello.
E proprio in un duello a otto (quattro contro quattro), disputatosi, come ci raccontano le fonti, dopo una partita a racchetta (il tennis dell’epoca), nel 1606 il pittore ebbe la sventura di uccidere un tale, che i biografi ricordano come un giovane perbene ma che i documenti d’archivio presentano come noto provocatore di risse e sfruttatore della prostituzione.
Accusato di omicidio, condannato a morte, con una taglia sulla sua testa, Caravaggio fu costretto a scappare da Roma. Trasferitosi a Napoli, dove fu accolto con tutti gli onori, nel corso del 1606 Caravaggio dipinse alcuni capolavori, imponendo una svolta naturalista alla pittura locale.
Alla metà del 1607, partì per Malta, dove inizialmente fu addirittura accettato come cavaliere. Poi, accusato di un crimine di cui nulla sappiamo (aveva probabilmente partecipato a una rissa e ferito seriamente un altro cavaliere), Caravaggio finì in carcere.
Da un lato, infatti, regnava la pittura manierista degli epigoni, ovvero quegli artisti che, rimanendo sui binari dei grandi maestri del Rinascimento, riproponevano la loro pittura in nuove forme, aggiornate dallo spirito controriformistico e da estri peculiari; dall’altro, invece, sotto la spinta propulsiva di un giovane lombardo, erede ed innovatore della grande tradizione della pittura dell’Italia settentrionale, nasceva un nuovo modo di rappresentare la realtà, in particolare quella delle scene religiose.
I santi ed i protagonisti degli episodi biblici furono catapultati nell’Italia del secolo, e presero i volti degli individui comuni, creando scandalo ed ammirazione in tutti i contemporanei. Fu così che Caravaggio ebbe modo di imprimere la sua personale idea di pittura nella contraddittoria epoca barocca, un momento ricco di slanci di fede come di ambiguità morali.

Il soggiorno siciliano di Caravaggio
Riuscì tuttavia a fuggire in Sicilia e a rifugiarsi prima a Siracusa e poi, nell’ottobre del 1608, a Messina, città ricca, colta e fiorente, dove lasciò una splendida Natività, anzi, per l’esattezza, una Adorazione dei pastori.
In Sicilia Caravaggio giunse come fuggiasco agli inizi di ottobre del 1608, dopo essere riuscito ad evadere dalla prigione di castel Sant’Angelo a Malta, dove era stato rinchiuso il 28 agosto dello stesso anno per essersi azzuffato con un cavaliere di grado superiore.
Dopo aver passato l’intero mese di settembre segregato in cella, riuscì in qualche modo ad evadere, lasciando l’isola di Malta alla volta della Sicilia. Ancora oggi nessuno degli studiosi è concorde nel stabilire come l’artista fosse riuscito a scappare da una prigione dalla quale nessuno era mai evaso, ma secondo l’opinione più diffusa è molto probabile che fosse stato aiutato da uno dei carcerieri, di cui non conosciamo né l’identità né cosa Caravaggio gli avesse detto - o promesso - per guadagnarsi il suo aiuto.
Non conosciamo, in effetti, nemmeno la data precisa della fuga, ma l’Ordine di Malta lo denunciò come scomparso il 6 ottobre, dunque dobbiamo presumere l’evasione sia avvenuta tra la fine di settembre e l’inizio del mese successivo.
Per giungere a Siracusa, prima meta della sua peregrinazione in terra siciliana, l’artista sbarcò probabilmente in un piccolo porto a sud dell’isola, forse Pozzallo o Scicli, da cui proseguì il suo itinerario nell’entroterra per evitare di essere rintracciato dai cavalieri di Malta, che avrebbero potuto facilmente rintracciarlo se avesse scelto di proseguire lungo la costa.
Siracusa e la prima commissione siciliana
La fonte di informazioni più ricca per quanto riguarda il periodo siciliano di Caravaggio è un manoscritto del 1724 del sacerdote e pittore dilettante Francesco Susinno, Le vite de’pittori messinesi e di altri che fiorirono in Messina, nel quale il racconto delle gesta del Merisi nell’isola è ancora assai vivido, nonostante si trattasse di eventi vecchi più di un secolo.
Susinno ricorda che, una volta giunto a Siracusa, Caravaggio fu ospite del pittore Mario Minniti, suo collega durante la giovinezza romana presso la bottega del Cavalier d’Arpino e in quel momento pittore stimato dalla comunità cittadina siracusana.
Grazie alla sua raccomandazione Caravaggio ricevette dal senato di Siracusa la commissione del Seppellimento di Santa Lucia, con grande probabilità realizzata all’interno della bottega del Minniti, luogo affollatissimo da aiuti e collaboratori, per via della grande mole di lavoro affidata al titolare.
Tuttavia, la perenne condizione di insicurezza in cui Caravaggio doveva sentirsi in quei giorni, lo convinsero a lasciare Siracusa appena terminato il dipinto, il 6 dicembre 1608, senza nemmeno aver atteso la presentazione pubblica nella chiesa di S.Lucia, prevista per la ricorrenza della santa otto giorni dopo.
Forse la prematura partenza di Caravaggio fu dettata dal fatto che i cavalieri di Malta, che soltanto cinque giorni prima lo avevano ufficialmente espulso dall’ordine, erano intenzionati a scovarlo e ricondurlo a Malta, dove probabilmente sarebbe stato processato per il crimine commesso in estate.
Messina, Palermo e la Natività
La sua seconda tappa siciliana fu perciò Messina, città nella quale risiedeva Antonio Martelli, membro dell’ordine di Malta e priore della locale filiale, che favorì Caravaggio nonostante i suoi trascorsi burrascosi.
Questo, pertanto, potrebbe essere uno dei motivi che spinsero il Merisi a recarsi in città, ed a rimanervi per un lasso di tempo superiore a qualsiasi altra tappa insulare. E’ assai probabile che, sotto la protezione del Martelli, Caravaggio potè sentirsi relativamente al sicuro dai cavalieri inviati per arrestarlo.
A Messina l’artista non rimase inattivo, ricevendo sin da subito importanti commissioni private e pubbliche, delle quali sono rimaste soltanto la Resurrezione di Lazzaro, dipinta per il mercante Giovanni Battista de’ Lazzari, l’Adorazione dei pastori, commissionata per la chiesa dei cappuccini di Santa Maria della Concezione e l’Annunciazione di Nancy.
Dopo un soggiorno durato otto mesi, Caravaggio lasciò Messina nell’estate del 1609 alla volta di Palermo, secondo Susinno dopo aver ferito alla testa un maestro di grammatica, tale don Carlo Pepe, dopo un alterco scaturito da una domanda di quest’ultimo.
Tuttavia è più probabile che, se l’episodio del maestro avvenne davvero, Caravaggio avesse già in animo di lasciare Messina, forse per via di nuovi timori riguardo la questione dei cavalieri. A Palermo si fermò per poco tempo, partendone in autunno per stabilirsi nuovamente a Napoli.
Fu durante questo soggiorno - da alcuni fatto iniziare in piena estate, da altri verso la fine - che dipinse l’opera della quale ci occupiamo oggi.
La commissione per l’Oratorio di San Lorenzo
Racconta Giovanni Pietro Bellori nelle sue Vite de’pittori, scultori et architetti moderni (1672) che: “Scorrendo egli la Sicilia, di Messina si trasferì a Palermo, dove per l’Oratorio della Compagnia di San Lorenzo fece un’altra Natività; la Vergine contempla il nato Bambino, con san Francesco e san Lorenzo, vi è san Giuseppe a sedere ed un angelo in aria, diffondendosi nella notte i lumi fra l’ombre”.
Bellori, dunque, fu il primo a ricordare con precisione non solo l’opera, ma anche il luogo e la committenza.
Ad oggi è ancora impossibile stabilire per quale occasione fosse stata commissionata, ma non abbiamo alcun dubbio nell’identificare il committente nella Compagnia di San Francesco, congregazione che aveva sede nell’oratorio di San Lorenzo, in larga parte frequentata da mercanti di origine genovese risiedenti a Palermo.
E’ molto probabile che il nome di Caravaggio fu suggerito ai frati da qualche messinese illustre, forse lo stesso Giovanni Battista de’Lazzari, il committente della Resurrezione di Messina, che guarda caso era originario di Genova, oppure dai cappuccini di Santa Maria della Concezione, committenti dell’Adorazione dei pastori.
Ma non vi è da escludere anche un’ulteriore ipotesi, condivisa da alcuni studiosi tra cui D.Malignaggi, M.Calvesi e S.Schütze, che vedrebbe il committente nel presule genovese Giovanni “Giannettino” Doria, nominato arcivescovo di Palermo il 6 maggio 1609, pochi mesi prima dell’arrivo di Caravaggio in città.
In questo modo il nuovo vescovo avrebbe approfittato per legare il proprio nome all’opera di un pittore illustre, già celebre nelle altre città siciliane, nonché ammirato nella Roma di papi e cardinali.
A supporto della committenza genovese anche V.Abbate, il quale, nel 1999, ha dimostrato come l’oratorio di San Lorenzo fu fondato dal genovese Antonio Massa, deceduto nel 1574 e sepolto all’interno dell’oratorio stesso.
Secondo Maurizio Marini l’opera fu eseguita a Palermo tra l’agosto e l’ottobre del 1609, dato che il 20 di questo mese Caravaggio è già segnalato a Napoli, dunque la Natività - seppure non fosse ancora stata collocata, ma non abbiamo documenti a sostegno di questa ipotesi - doveva essere già terminata.
Datazione: Palermo 1609 o Roma 1600?
Da sempre considerata un’opera prodotta durante il soggiorno siciliano, sulla base di quanto riportato dai biografi di Michelangelo Merisi (1571-1610), conosciuto al secolo come Caravaggio, lo straordinario dipinto della Natività con i Santi Lorenzo e Francesco, è molto probabilmente riferibile alla produzione del periodo romano di Caravaggio, all’inizio del Seicento.
Non sappiamo ancora con esattezza quando questo dipinto venne realizzato. Secondo alcuni studiosi, in un passaggio in quella città dell’artista, avvenuto nel 1609, durante il suo soggiorno siciliano.
Secondo altri, invece, il dipinto è antecedente: venne realizzato infatti a Roma e spedito a Palermo via mare. In effetti, lo stile e le caratteristiche tecniche della tela sono più vicini ai quadri romani di Caravaggio che non ai suoi capolavori siciliani di Siracusa e Messina, sicché l’opera andrebbe, assai ragionevolmente, retrodatata al 1600 circa.
| Elemento | Informazione |
|---|---|
| Titolo | Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi |
| Artista | Caravaggio |
| Datazione tradizionale | 1609 |
| Datazione alternativa | 1600 circa |
| Tecnica | Olio su tela |
| Dimensioni | 268 x 197 cm |
| Destinazione | Oratorio di San Lorenzo, Palermo |
| Stato attuale | Rubato |
L’ipotesi romana è sostenuta soprattutto dall’osservazione dello stile e della tecnica, più vicini ai dipinti realizzati da Caravaggio nella capitale che alle opere dipinte durante la fuga e il soggiorno in Sicilia.
La composizione e il linguaggio della Natività
Rispetto alla versione dipinta a Messina, la Natività di Palermo appare molto più affollata, anche grazie ad un’oscurità che rende la capanna, riconoscibile soltanto per alcune travi sul soffitto, appena percettibile.
Come era solito fare, sin dagli anni del soggiorno romano, Caravaggio immagina una scena umile, quotidiana, animata da personaggi emarginati e poveri, tanto simili a quelli reali da lui conosciuti tra i vicoli della città papale, così lontani da quelli autorevoli e nobili richiesti dai dettami della Controriforma cattolica.
La tela racconta la nascita di Cristo, traducendo un realismo autentico che rende l’episodio “vero”. I santi, le madonne del Caravaggio hanno le fattezze degli emarginati, dei poveri che egli bene aveva conosciuto durante il suo peregrinare e fuggire in lungo e in largo per l’Italia.
Durante la peregrinazione siciliana, nel suo penultimo anno di vita, Caravaggio realizzò per l'Oratorio della Compagnia di San Lorenzo di Palermo la “Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d'Assisi” opera che rivela ancora una volta una religiosità dell’artista intimamente legata al senso doloroso della vita.
Il tema evangelico è riletto in modo originale dall'autore, che, infrangendo gli schemi iconografici tradizionali, assegna ai personaggi i tratti della gente semplice, con un’intensità espressiva unica.
La Madonna e il Bambino
Al centro della scena Maria è seduta in terra, provata dalle fatiche del parto. Porta la mano sinistra sul grembo, mentre abbassa il capo ad osservare il Bambino appena nato.
Il suo volto esprime la dolcezza delle altre Madonne caravaggesche, ma la sua espressione, come quella della Maria di Messina, è segnata da un velo di malinconia.
Non sappiamo se si tratti di un sentimento scaturito dalla sofferenza del parto - poiché, nella fisicità realistica di Caravaggio, dobbiamo pensare che anche la Vergine, come tutte le altre donne del mondo, potrebbe aver sofferto i dolori del travaglio - oppure se, nel solco della tradizione rinascimentale, sia dovuta ad una precoce premonizione del sacrificio di Cristo.
La Madonna è veramente una donna comune, una popolana malinconica (è questo, d’altro canto, il tratto distintivo dei dipinti caravaggeschi) che guarda il figlio appena nato e già deposto per terra, prefigurando quel compianto sotto la croce di là da venire ma già lacerante nel suo cuore di madre.
La Madonna, qui con le sembianze di una donna comune, ha un aspetto estremamente malinconico, e forse già presagisce la fine del figlio, posto sopra un piccolo giaciglio di paglia.
Ad aumentare il senso di spossatezza contribuisce anche lo scollo della camicia di lino, un po’ cadente in modo da lasciare scoperta la spalla, quasi a sottolineare le conseguenze degli spasimi della partoriente, oppure a ricordare che anche Cristo, come qualsiasi altro bambino, ha sorbito il latte dal seno della madre.
In questo senso la camicia, indossata sotto un corsetto rosso lacca, sarebbe cadente in quanto Maria, finito di allattare il figlio, non ha ancora avuto il tempo per sistemarsi.
Ancor più interessante è il fatto che Maria sia l’unico personaggio a non prestare attenzione a quanto sta avvenendo intorno, concentrata com’è a dialogare con lo sguardo con il Bambino, il quale volge anch’egli lo sguardo verso di lei.
Se davvero la sua figura è dipinta in questo modo per sottolineare l’intuizione della Passione, allora è possibile che la Madre stia, fin da subito, approfittando di ogni istante per mirare il corpo del Figlio, nato da pochi attimi, ma già condannato alla croce.
La figura del Bambino è lontana dall’idealizzazione tradizionale. Gesù è steso a terra su un umile panno, sopra un mucchietto di paglia, vulnerabile e privo di ogni elemento di magnificenza.
Il dipinto presenta così una creatura tanto umana da non sembrare nemmeno divina, e che la Madonna vuole, allo stesso tempo, proteggere ed esporre alla vista degli altri.
San Giuseppe e il pastore
Alla sua destra san Giuseppe è ripreso di spalle, con indosso un giubbetto di “un verde elettrico”, in una posizione ardita e curvilinea.
Mostra una chioma di capelli ingrigiti, che una volta dovevano apparire di un biondo splendente, mentre indica con la mano destra il figlio, posto a pochissima distanza da lui, tanto che con il piede destro riesce a toccargli il braccino.
Un singolare Giuseppe, giovanile nella muscolatura, è voltato di spalle per guardare San Francesco ed un altro uomo con cappello. Sicuramente molto giovane rispetto all'iconografia tradizionale, dialoga con un personaggio che si trova dietro la figura di San Francesco, che alcuni critici pensano possa essere Fra Leone.
Vicino al piede sinistro, invece, immersi nella penombra si trovano gli strumenti del suo mestiere. Dalla posizione del capo sembra che sia interessato a conversare con il personaggio che appare alla sua destra, un anziano pastore dalla lunga barba, il quale si appoggia al proprio bastone per piegarsi e sentire meglio le parole di Giuseppe.
Secondo Maurizio Marini la posizione del padre adottivo di Cristo ricorderebbe le torsioni michelangiolesche ispirate dal Torso del Belvedere, risultando quindi una citazione più o meno nascosta dei grandi modelli del Rinascimento, a loro volta ispirati dalla statuaria classica.
Considerato che Caravaggio non era nuovo alla venerazione per il suo illustre omonimo, non mi appare un’ipotesi del tutto infondata.
Sempre secondo Marini, la figura con la quale Giuseppe dialoga potrebbe essere identificata in frate Leone, stretto collaboratore di Francesco d’Assisi.
San Francesco e San Lorenzo
E proprio il poverello di Assisi è il personaggio che si trova alla loro sinistra, ritratto di tre quarti con le mani giunte in preghiera ed il saio marrone tipico dell’ordine dal lui fondato.
C’è però da considerare che il mantello posto sopra questo sia più vicino agli indumenti contemporanei a Caravaggio piuttosto che a quelli medievali, come del resto l’abbigliamento dell’intero gruppo, come sempre specchio della moda contemporanea.
La presenza di San Francesco è sicuramente un tributo all’Oratorio, che all’epoca era passato alla Venerabile Compagnia a lui devota costituitasi già nel 1569.
Da menzionare anche il cordone del santo, messo ben in evidenza da una luce più chiara, probabilmente per via della devozione dei membri della congrega per il “cordone” di San Francesco, tanto da essere nota anche come confraternita “de’ Bardigli o delli Corriggeri”.
Di particolare interesse il gioco di ombre-luci che l’artista compie sulla pelle del santo, in modo da mettere in evidenza le nocche delle dita strette in preghiera ed il viso di Francesco corrucciato nella contemplazione.
Sembra quasi un suggerimento, squisitamente controriformistico, ad adorare il Cristo bambino attraverso la pratica quotidiana della preghiera.
Proprio in posizione speculare rispetto al poverello è san Lorenzo, rivestito di una dalmatica dorata dipinta grazie ad un uso suggestivo del “giallo di Napoli”, anch’esso chinato in atto di adorazione verso il Bambino.
La figura a sinistra è San Lorenzo. Il santo, ed è quasi impossibile notarlo per via delle ombre densissime, poggia i piedi sulla graticola, suo attributo iconografico, posta quasi a contatto con il corpo del Bambino.
A sinistra san Lorenzo, con abiti liturgici, è chinato in adorazione.
Il bue, l’asino e gli strumenti di San Giuseppe
Questo, in unione con il fatto che dietro il santo faccia capolino la testa del bue - dipinto da solo, senza l’asino - potrebbe essere un rimando al destino di Cristo.
Difatti l’animale veniva utilizzato in epoca paleocristiana come simbolo del “Cristo sacrificato”, e la vicinanza della graticola al neonato (alla quale aggiungiamo anche gli attrezzi di san Giuseppe, di solito inseriti proprio come rimando alla croce) non farebbe altro che suggerire il martirio di Gesù per la “Gloria in excelsis deo” come recita il cartiglio tenuto dall’angelo.
La testa del bue è chiaramente visibile, mentre l’asino si intravede appena. Il bue guarda mite e mansueto quel piccolino così apparentemente privo di importanza.
L’asino s’intravede appena sullo sfondo. La luce esalta l’evento e lascia nell’ombra, al centro, la testa di un docile bue.
L’angelo e il cartiglio
Proprio quest’ultimo irrompe nella scena come nei dipinti della Cappella Contarelli o nelle Sette opere di Misericordia, avvitandosi su sé stesso e trasmettendo il suo messaggio grazie alla precisa posizione delle sue mani.
Da un lato, egli punta con la mano sinistra verso il Bambino mentre con la destra verso il cielo, a significare che la nascita e la morte di Cristo accadono, appunto, per la maggiore gloria di Dio, come indica la scritta sul cartiglio.
In alto, proprio sopra il Bambino, piomba sulla scena un angelo celebrante con il suo cartiglio, concreto e fisico come un pastorello appeso al soffitto e pericolosamente penzolante.
Dall’alto scende un angelo che, fluttuando nello spazio buio della stalla, indica il cielo per unirlo idealmente con quel Bambino appena venuto al mondo.
Roberto Longhi ebbe modo di mettere in relazione la figura dell’angelo con le opere del Moretto, uno dei modelli ai quali Caravaggio guardò durante la sua formazione milanese presso la bottega di Simone Peterzano; a mio avviso a questo andrebbe aggiunto anche il Tintoretto, non nuovo ad effetti del genere, il quale credo che Caravaggio conoscesse per esperienza diretta, non sappiamo però se attraverso opere originali oppure attraverso copie ed incisioni.
Luce, oscurità e significato religioso
Ciò che conferisce particolare drammaticità all’evento è il gioco di colori e luci che caratterizzano questa fase creativa del pittore.
La scena è immersa in un notturno fitto e coinvolgente. L’oscurità nasconde gran parte della capanna e dei personaggi, mentre la luce seleziona i gesti, i volti e gli oggetti dotati di maggiore valore narrativo.
La luce non serve soltanto a rendere visibile la nascita di Cristo, ma costruisce una rete di rimandi tra l’umanità del Bambino e il suo destino futuro. La graticola di San Lorenzo, gli strumenti di San Giuseppe, il bue e il gesto dell’angelo contribuiscono a trasformare la Natività in una prefigurazione della Passione.
La religiosità dell’artista appare così intimamente legata al senso doloroso della vita. La nascita non è separata dal sacrificio, mentre la povertà della scena diventa il luogo nel quale la gloria divina si manifesta senza apparati solenni.

Il furto del 1969
Questo dipinto oggi non è più al suo posto e forse non esiste più. È stato rubato, su commissione mafiosa, la notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969 dall’altare dell’Oratorio di San Lorenzo in cui era collocato (nella totale assenza di misure di sicurezza) e non è mai più stato trovato.
Un mistero. Come e perché questo capolavoro di straordinario lirismo pittorico sia stato strappato all'altare di un piccolo oratorio palermitano, in una notte d'ottobre del 1969, è ancora oggi un mistero, una tra le peggiori storie che l'arte italiana abbia mai dovuto narrare.
La mattina seguente al furto furono le custodi dell'Oratorio a trovare un enorme buco dentro una cornice vuota. Il dipinto era stato reciso con una lama ed alcuni frammenti di tela pendevano qua e là dalla cornice.
Da quel momento non se ne ebbe più traccia. Sparito nel nulla, comparve nelle varie e discordanti testimonianze che i pentiti di mafia rilasciarono in seguito.
Data la sua importanza, è uno dei dieci capolavori più ricercati dalle polizie di tutto il mondo.
Le ipotesi sulla sorte della tela
A lungo ha prevalso la rassegnazione di una sua perdita definitiva, giacché pare che la tela sia andata sciaguratamente distrutta durante il suo occultamento in una stalla, rosicchiata da topi e maiali.
Secondo altre informazioni venute alla luce nel 2009, l’opera sarebbe nascosta in una stalla e qui fu rosicchiata da topi e maiali: i resti sarebbero stati poi bruciati.
Uno di loro affermò che, dopo diversi tentativi di vendita andati a vuoto, la tela sarebbe stata seppellita nelle campagne di Palermo, insieme a eroina e dollari americani. Ma durante una verifica nel luogo indicato dal pentito la cassa con la tela non fu trovata.
Un secondo “testimone” successivamente disse che la tela era ancora integra e che era stata usata durante una trattativa con lo Stato Italiano per ottenere in cambio una riduzione delle pene per i condannati per reati di mafia.
Un'altra dichiarazione sostenne persino che venne utilizzata come scendiletto dal boss Totò Riina.
Tra le ultime dichiarazioni si parlò anche di un trasferimento del dipinto in Svizzera affinché potesse essere venduto a un antiquario ed essere successivamente suddivisa in quattro pezzi per altrettanti collezionisti privi di scrupoli.
Di recente, ha iniziato a circolare l’ipotesi che l’opera sia invece conservata in Svizzera e questo ha nuovamente alimentato la speranza di un suo futuro ritrovamento.
A causa delle tante dichiarazioni discordanti, le indagini non sono mai arrivate a nulla. Il danno maggiore è stato quello di sottrarre alla collettività un “pezzo” importante della sua storia e di privare il dipinto della adeguata attenzione che avrebbe meritato.
FURTO della NATIVITA' DI CARAVAGGIO
La copia del 2015 e la memoria dell’opera
Nel 2015, è stata realizzata una riproduzione fedelissima del capolavoro perduto; la copia è stata collocata al posto dell’originale, nell’Oratorio palermitano per il quale il dipinto era nato, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
È chiaro che una copia non potrà mai compensare la perdita di un originale, ma può comunque restituire al pubblico la bellezza della creazione di un grande artista.
L’altare maggiore dell’Oratorio di San Lorenzo, a Palermo, con la copia del capolavoro di Caravaggio.
La sparizione del quadro ha ispirato a Leonardo Sciascia il suo ultimo racconto, Una storia semplice. La storia del furto è stata inoltre raccontata nel film, del 2018, Una storia senza nome, di Roberto Andò.
La sparizione della tela ha inoltre mantenuto viva la discussione sulla sua tecnica, sulla datazione e sulle condizioni materiali dell’opera. Prima della mostra su Caravaggio del 1951 a Milano il dipinto fu inviato all’Istituto Centrare del Restauro (ICR) per il restauro, ma le complesse operazioni avviate su altre opere caravaggesche siciliani provenienti dal Museo Nazionale di Messina (la Resurrezione di Lazzaro e l’Adorazione dei pastori, sempre di Caravaggio, la Cena di Emmaus e l’Incredulità di san Tommaso di Alonso Rodriguez) e, soprattutto, il forte ritardo con cui giunse il dipinto all’ICR non ne consentirono il restauro.
E così, al termine della mostra, la Natività tornò all’ICR insieme ad altri cinque dipinti di Caravaggio conservati nelle chiese romane, dirottate all’Istituto per accertamenti radiografici.
Preliminarmente all’inizio dei lavori, il dipinto fu radiografato a campione su zone significative, come era prassi in quel periodo. In questa sede ne viene approfondita la lettura, accompagnando tale materiale con fotografie allora scattate, dal cui confronto emerge una serie di osservazioni aggiuntive di rilievo, in particolare sulla tecnica esecutiva.
La Natività palermitana e la Natività di Messina
In Sicilia è conservato un altro dipinto di Caravaggio con il tema del Natale di Cristo: si tratta della Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d'Assisi per l'Oratorio di San Lorenzo a Palermo.
La Natività di Messina, invece, fu il risultato di una commissione diversa e presenta una composizione più raccolta e silenziosa. Fu il senato della città di Messina a commissionare a Caravaggio, nel 1609, l’Adorazione dei pastori, conosciuta comunemente come Natività: una pala d’altare destinata all’altare maggiore della chiesa di Santa Maria della Concezione, retta dai Cappuccini.
L’artista, che in quel periodo, ricordiamo, era fuggiasco, braccato, senza famiglia e senza patria (Francesco Susinno, autore de Le vite de’pittori messinesi, lo descrive mentecatto, pazzo, ossessionato dall‘idea di essere ucciso), immaginò una scena umilissima e malinconica.
All’interno di una misera stalla di legno, Maria, esausta per il viaggio e per il parto, sdraiata per terra e priva di forze, stringe a sé il proprio bambino addormentato, tenera, protettiva.
San Giuseppe (in primo piano, vestito dallo stesso colore del saio dei committenti) e tre pastori guardano questa tenera coppia adoranti e in preghiera, silenziosi e discreti, come a non voler turbare il sonno del piccolo e il riposo attento della madre.
Maria, immobile e nel contempo vigile, è totalmente dedita a riscaldare col suo corpo quello, indifeso e piccolo, del figlio miracoloso, un bambino che Caravaggio ci sa mostrare così vero, così uguale a tutti gli altri bimbi appena nati.
Sul fondo, si distinguono le grandi e rassicuranti sagome del bue e dell’asino. In primo piano, un semplice paniere con il pane e gli strumenti da falegname ricordano l’umiltà di quella famiglia, qualunque eppure così eccezionale.
| Opera | Luogo e caratteristiche |
|---|---|
| Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi | Oratorio di San Lorenzo, Palermo; tela rubata nel 1969 |
| Adorazione dei pastori, conosciuta comunemente come Natività | Chiesa di Santa Maria della Concezione, Messina; scena con Maria, Giuseppe e tre pastori |
Il confronto tra le due opere mostra due modi diversi di affrontare il tema della nascita di Cristo. A Messina prevalgono la tenerezza, il silenzio e la prossimità fisica tra la madre e il bambino; a Palermo la scena è più affollata, più oscura e più carica di riferimenti alla Passione.
Nella tela palermitana la povertà dei personaggi, l’intensità malinconica della Madonna, la presenza dei santi e il gesto dell’angelo trasformano la nascita in un evento insieme quotidiano e cosmico.

Perché la Natività di Palermo è importante
La Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi è una delle opere più significative per comprendere la visione caravaggesca della pittura religiosa. Il dipinto non separa la dimensione sacra dalla realtà degli individui comuni, ma costruisce la rivelazione proprio attraverso la povertà, la stanchezza e la vulnerabilità dei corpi.
La Madonna è una donna affaticata, Giuseppe è colto in una posa quotidiana e poco solenne, il pastore è un uomo anziano che si piega per ascoltare, Francesco e Lorenzo partecipano alla scena con gesti di preghiera e adorazione, mentre l’angelo appare fisico e quasi instabile nello spazio.
La tela racconta così una nascita priva di trionfalismo. La gloria divina non si manifesta in un ambiente sontuoso, ma in una stalla immersa nell’ombra, davanti a un bambino deposto sulla paglia.
La sua forza deriva anche dalla tensione tra il presente e il futuro: il Bambino è appena nato, ma alcuni elementi della composizione alludono già al sacrificio, al martirio e alla Passione.
Il dipinto rimane inoltre legato alla storia drammatica di Caravaggio, artista ribelle e rivoluzionario, ma profondamente umano e geniale, le cui opere rispecchiano la sua indole e il suo temperamento impetuoso, ponendosi come il riflesso di una breve e turbolenta vita, fatta di eccessi e sregolatezze ma che hanno fatto di lui un genio dell’arte italiana.
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