Calvino e Lutero furono due protagonisti della Riforma protestante del XVI secolo: Martin Lutero fu il principale iniziatore della Riforma, mentre Giovanni Calvino appartenne alla seconda generazione dei riformatori e diede forma sistematica e internazionale alla tradizione riformata.
Entrambi contestarono l’autorità assoluta del papa, difesero il libero esame delle Scritture e sostennero la centralità della fede nella salvezza, ma elaborarono visioni differenti sulla predestinazione, sui sacramenti, sull’organizzazione della Chiesa e sui rapporti tra autorità religiosa e potere civile.

Martin Lutero, il pioniere della Riforma
Martin Lutero (1483-1546), monaco agostiniano e teologo tedesco, è universalmente riconosciuto come l’iniziatore della Riforma protestante. La sua critica alla Chiesa cattolica si manifestò con forza nel 1517, quando affisse le sue 95 tesi alla porta della chiesa del castello di Wittenberg, contestando la vendita delle indulgenze e altre pratiche ecclesiastiche corrotte.
La riscoperta del Testo Sacro e il rinnovato contatto con la parola di Dio furono alla base dell’esperienza del monaco agostiniano Martin Lutero. Proprio nel Testo Sacro, e più precisamente nelle pagine della "Lettera ai Romani" di Paolo di Tarso trovò la soluzione al problema che lo assillava: quello della salvezza umana, dell'uomo misero dinanzi alla maestà di Dio giudice e punitore.
Lutero riteneva l'uomo irrimediabilmente corrotto dal peccato e che solo la Grazia divina avrebbe potuto salvarlo, mentre le opere umane erano inutili. Sosteneva il primato della Grazia e della Fede sulle superstizioni e sul formalismo. Fede come unico mezzo per meritarsi la Grazia divina.
La giustificazione per fede e la sola Scriptura
Il fulcro del pensiero luterano è la dottrina della giustificazione per fede (sola fide). Lutero sosteneva che la salvezza dell’anima non poteva essere ottenuta attraverso le opere o i sacramenti, ma esclusivamente mediante una fede sincera in Gesù Cristo.
Il teologo tedesco tendeva a stabilire tra uomo e Dio un rapporto diretto che rendeva inutile la funzione mediatrice della Chiesa per favorire la salvezza delle anime. Per Lutero, le parole della Bibbia che contengono tutto il messaggio di Cristo sono di per sé rivelatrici e non hanno bisogno di essere ufficialmente interpretate.
Perciò sostenne il principio della "sola scriptura", secondo cui il testo biblico può essere letto direttamente dal fedele senza bisogno di alcun tramite. Questo rivoluzionario punto di vista andava però a togliere ogni legittimità alla Chiesa come fonte di insegnamento della parola divina.
Così facendo si toglieva però ogni valore alla tradizione ecclesiastica e quindi ai contenuti dottrinali, ai precetti, ai riti e alle regole disciplinari che la Chiesa aveva prodotto in secoli di vita. Lutero promosse la traduzione delle Sacre Scritture in lingua volgare, rendendole accessibili al popolo e incoraggiando una lettura personale e diretta del testo sacro.
I sacramenti secondo Lutero
In ambito sacramentale, Lutero riconosceva solo due sacramenti: il battesimo e l’eucaristia. Per Lutero i sacramenti non avevano un valore al di fuori della fede di colui che li riceveva:
- Realtà dell'eucarestia;
- La confessione è fede nel perdono di Dio;
- Il battesimo non cancella il peccato originale.
Particolarmente significativa è la sua concezione dell’eucaristia, basata sulla consustanziazione: Cristo è realmente presente nel pane e nel vino, ma questi elementi mantengono la loro sostanza materiale.
Giovanni Calvino, il principale teologo della tradizione riformata
Giovanni Calvino (1509-1564), teologo francese, rappresenta una figura centrale nella seconda generazione della Riforma protestante. Dopo aver abbracciato le idee riformiste, si stabilì a Ginevra, dove sviluppò una teocrazia rigorosa basata sulle sue concezioni teologiche.
Giovanni Calvino era un francese di bassa statura che trascorse la sua vita in una città che non sempre mostrò di apprezzarlo. Si trovò quasi subito sotto tiro nel suo ruolo a Ginevra, perse il lavoro a causa di una disputa sui sacramenti, fu rimesso in sesto da Martin Bucer e solo a malincuore tornò a Ginevra per portarvi a termine la riforma.
Calvino, Jehan Cauvin venne alla luce, secondogenito di un notaio, il 10 luglio 1509, a Noyon in Piccardia. Il futuro riformatore fu poi al Collège de Montaigu dove aveva studiato trent’anni prima Erasmo da Rotterdam e che, dopo di lui, avrebbe avuto tra i suoi allievi Ignazio di Loyola.
Giovanni Calvino (1509-1564) ha aperto nuove strade nel protestantesimo. Aveva ricevuto una formazione giuridica che influenzò l’esposizione della dottrina e l’organizzazione civile ed ecclesiastica.
La formazione e i primi contatti con la Riforma
A proposito di Erasmo va ricordato che - come ha messo in risalto McGrath - il primo libro del ventitreenne Calvino (un commento al De clementia di Seneca pubblicato, a spese dell’autore, nel 1532) fu un’aperta sfida all’edizione critica erasmiana dello stesso testo, data alle stampe appena quindici anni prima.
Una sfida che lo stesso Fiume considera «quantomeno eccessiva». Questo libro di Calvino, polemico nei confronti di Erasmo da Rotterdam, fu un fiasco, «l’unico fiasco editoriale» di colui che fu «uno degli autori più letti nel corso del XVI secolo».
Calvino entrò in contatto con simpatizzanti della Riforma (tra i quali suo cugino Pierre Robert, detto Olivetano) da giovanissimo, in un periodo che trascorse tra Orléans e Bourges.
L’incontro più importante con un riformatore fu senza dubbio quello con il rettore della Sorbona Nicola Cop, alla cui prolusione dell’anno accademico 1533, Calvino diede un apporto notevole (probabilmente ne fu il ghost writer).
Quel discorso, che sostanzialmente sposava le tesi di Lutero, causò un’aspra reazione del re di Francia Francesco I. Reazione che costrinse Cop e Calvino a fuggire da Parigi e, sulla loro scia, portò all’incriminazione di una cinquantina di persone.
Calvino esule e riformatore internazionale
Colpisce nella vita di Giovanni Calvino l’assoluta precarietà esistenziale. Martin Lutero e Huldrich Zwingli, fa osservare Fiume, passarono entrambi gran parte della loro vita «a non più di qualche decina di chilometri dai rispettivi villaggi natii».
Calvino, invece, fu l’unico tra i grandi della Riforma ad aver vissuto per la maggior parte della sua esistenza - «e per la quasi totalità della sua vita attiva», sottolinea Fiume - da esule.
Ginevra non fu la sua patria e, fino a pochi anni dalla sua morte, Calvino vi dimorò come straniero immigrato, «con il permesso di soggiorno che gli veniva rinnovato di sei mesi in sei mesi».
Forse fu per questo, prosegue lo storico, che fornì «una motivazione spirituale e vocazionale» a un gran numero di «profughi per ragione di fede»; così come fu l’unico che vide nella formazione di questo genere di profughi uno «strumento di diffusione della Riforma a livello continentale» e di tessitura di una «rete di contatti teologici e politici che risulterà fondamentale per gli sviluppi internazionali del protestantesimo».
Calvino e Ginevra
Quando Calvino arrivò a Ginevra nel 1536, si trovò ad affrontare una situazione tesa dal punto di vista teologico, resa ancora più difficile dalla politica. Ginevra era francofona (al contrario di Berna e Zurigo, in cui si parlava tedesco) e da secoli rispondeva al Duca di Savoia.
Berna aveva un grande esercito e una passione per la riforma; l’unica cosa che le mancava era la capacità di inviare pastori di lingua francese per plasmare la chiesa ormai protestante della città. E così entrano in scena Calvino e Farel, due esuli francesi che in Francia avevano abbracciato l’umanesimo, poi il Vangelo e infine avevano rotto con la chiesa protestante.
Quando Calvino arrivò a Ginevra, si imbatté nell’autorità di Guillaume Farel che aveva vent’anni più di lui ed era stato collaboratore, a Meaux, del vescovo riformatore Guillaume Briçonnet.
Così Calvino fallì il suo primo tentativo di leadership a Ginevra, non solo per la sua testardaggine (anche se questa non lo aiutò). Quando tornò a Ginevra nel 1541, era un uomo più saggio, ormai sposato, interamente dedito alla scrittura.
La rottura con la Chiesa di Roma
Dal 1530 Ginevra era governata da un Consiglio cittadino. Nel 1534 arrivò il domenicano Guy Furby che accusò Farel di essere «un pupazzo» in mano ai nemici della Chiesa cattolica, in particolare quelli di Berna, città che aveva aderito alla Riforma.
Il risultato dell’azione di Furby fu tuttavia opposto a quello sperato: Ginevra si schierò sempre più dalla parte di Berna. Nell’estate del 1535, dopo una predica di Farel, la città si rivoltò contro la Chiesa di Roma e un’importante reliquia, un presunto frammento del cervello di San Pietro, venne gettata nel Rodano.
A quel punto il clero lasciò in tutta fretta la città e il Consiglio incamerò i beni ecclesiastici. È la rottura.
Ha inizio una lunga stagione repubblicana in cui Ginevra sarà alleata della Confederazione svizzera nella quale, però, entrerà solo nel 1815.
Il primo fallimento e il ritorno a Ginevra
Nel settembre del 1536 Calvino inizia il suo ministero nei panni di «lettore della Scrittura». Ma dai documenti trovati da Fiume emerge che anche lui è mal tollerato dalla città: lo pagano in ritardo, malvolentieri e lo definiscono «ille gallus», quel francese.
Lui reagisce con arroganza. Un difetto che viene alla luce in occasione di una sua polemica con il riformatore alsaziano Martin Bucer, che lo tratta invece con dolcezza.
Farel, il pastore cieco Jean Corauld ma soprattutto Calvino si battono da quel momento per una presa di distanze di Ginevra da Berna e per una ricucitura del rapporto con la Francia.
Calvino sostiene pubblicamente che il Consiglio della città è ispirato dal diavolo. Corauld definisce i membri del Consiglio «ubriaconi» e viene arrestato. Calvino e Farel sono costretti a emigrare.
Dopo qualche peregrinazione, nel 1538 Calvino arriva a Strasburgo che ha come riferimento spirituale il testé citato Bucer, che lo accoglie con sé senza dar peso alle polemiche di cui s’è detto.
Nel 1541, nonostante la città di Strasburgo da due anni gli avesse concesso la cittadinanza, decide di tornare a Ginevra dove la cittadinanza l’avrebbe ottenuta solo diciotto anni dopo. Sente che Ginevra è e ancor più sarà la città della sua rivoluzione.
La dottrina della predestinazione
Il cuore della dottrina calvinista è la teoria della predestinazione. Calvino sosteneva che Dio, nella sua onniscienza e sovranità, ha già deciso dall’eternità il destino di ogni individuo: alcuni sono eletti alla salvezza, altri alla dannazione.
Calvino ha la stessa concezione della giustificazione di Lutero e la intensifica addirittura con la "dottrina della predestinazione". Calvino espose la sua dottrina nel trattato chiamato "La Istituzione cristianauna delle opere più influenti della letteratura mondiale, insieme alla Piccolo catechismo di Lutero.
Scrive: "Ciò che di più nobile e lodevole c'è nella nostra anima non è solo ferito e danneggiato, ma totalmente corrotto". Calvino identifica il peccato originale e la concupiscenza, intesa come opposizione tra l'uomo e Dio, tra il finito e l'infinito, come dirà poi Karl Barth.
L'uomo nasce peccatore e, dopo il Battesimo, rimane tale: "L'uomo in sé non è altro che concupiscenza". Pertanto:
- l'uomo non è libero, ma totalmente soggetto al male;
- tutte le opere spirituali dell'uomo sono peccato;
- anche le opere del giusto sono peccato, sebbene Cristo le conosca e le nasconda;
- la giustificazione è la semplice non imputazione del peccato.
Il concetto di elezione della persona in Cristo è nucleare: la salvezza umana non dipende dalla buona volontà o dalle proprie disposizioni, ma dalla sola fede: chi crede è predestinato.
L'insegnamento classico riformato della "doppia predestinazione" (alla salvezza o alla dannazione) ha poca rilevanza oggi. Ma anche i temi della fede e della santità, della penitenza e della conversione sono ancora centrali nella teologia riformata.
Confronto tra Calvino e Lutero
| Ambito | Lutero | Calvino |
|---|---|---|
| Salvezza | Giustificazione per fede, o sola fide | Predestinazione e sovranità assoluta di Dio |
| Autorità religiosa | Sola Scriptura | Sola Scriptura e interpretazione sistematica della dottrina |
| Sacramenti | Battesimo ed eucaristia | Battesimo e cena legati alla Parola |
| Eucaristia | Consustanziazione: presenza reale di Cristo nel pane e nel vino | Presenza spirituale e partecipazione mediante la fede |
| Chiesa | Struttura ecclesiastica semplificata, con una certa gerarchia | Struttura presbiteriana, collegiale e partecipativa |
| Società | Religione fondamentalmente interiore | Religione con una dimensione marcatamente sociale |
| Rapporto tra Chiesa e Stato | Separazione tra sfera religiosa e politica | Collaborazione tra Chiesa e Stato sotto la sovranità di Dio |
Somiglianze tra i due riformatori
I tratti comuni: rifiuto di ogni autorità assoluta; coscienza individuale come fondamento della vita di ogni uomo; non consideravano il Papa legittimo arbitro in ambito di fede e giusto interprete della parola di Dio; libero esame delle scritture.
Nonostante le differenze, entrambi condivisero l’importanza della Bibbia come unica autorità divina (sola Scriptura), la necessità di riformare una Chiesa corrotta e la critica alla dottrina delle opere come via di salvezza.
Entrambi influenzarono profondamente il protestantesimo, contribuendo alla nascita di correnti che ancora oggi caratterizzano il panorama religioso globale.
Differenze nella concezione della salvezza
Una delle distinzioni più evidenti riguarda la concezione della salvezza. Lutero enfatizzava la giustificazione per fede, sottolineando che il credente, mediante la sua fede sincera in Cristo, poteva ottenere la salvezza.
Calvino, invece, con la sua dottrina della predestinazione, attribuiva a Dio la scelta irrevocabile di chi fosse destinato alla salvezza o alla dannazione, escludendo completamente il ruolo attivo dell’uomo in questa decisione divina.
Giovanni Calvino: Professava la superiorità della fede sulle opere. Negava l’Eucarestia, affermando che la salvezza fosse predestinata dall’eternità, ma ciò non significava per lui disprezzare le opere e cercare rifugio nell’interiorità.
Vedeva nella condizione sociale di ogni individuo l’espressione dell’elezione del fedele da parte della Grazia divina. Dichiarava il lavoro produttivo una forma di preghiera. Il benessere materiale e la speranza di salvezza tendevano a coincidere.
Differenze sull’Eucaristia e sui sacramenti
In ambito sacramentale, entrambi ridussero il numero di sacramenti rispetto alla Chiesa cattolica, ma con differenze teologiche. Lutero credeva nella consustanziazione nell’eucaristia, affermando che il corpo e il sangue di Cristo coesistono con il pane e il vino.
Calvino, invece, adottò una visione simbolica: il pane e il vino rappresentano spiritualmente il corpo e il sangue di Cristo, senza alcuna presenza fisica reale.
I sacramenti -Il battesimo e la cena sono legati alla Parola, sono segni e sigilli della predicazione della grazia. Il battesimo non è necessario per la salvezza, ma è un serio comandamento di Cristo, motivo per cui talvolta viene ritardato all’età adulta, secondo la proposta anabattista.
La dottrina della Cena - celebrata quattro volte all’anno - si colloca tra quella di Lutero e quella di Zwingli. Le forme della dottrina classica (presenza spirituale di Calvino e con-sustanziazione di Lutero) sono intese come tentativi di comprendere la stessa fede eucaristica, in modo che non sia più vista come fonte di divisione.
Per questo motivo praticano l’intercomunione o la cosiddetta "ospitalità eucaristica" tra di loro. Se nella comprensione luterana dell'Eucaristia è il corpo di Cristo; in Calvino èe in Zwingli solo il mezzi.
Differenze tra Chiesa e Stato
Anche la visione del rapporto tra Chiesa e Stato presenta divergenze. Lutero sosteneva una separazione tra sfera religiosa e politica, vedendo la Chiesa come una comunità spirituale che non doveva interferire con le istituzioni civili.
Al contrario, Calvino riteneva che la Chiesa dovesse esercitare un’influenza diretta sulla vita civile, creando una società basata sui principi biblici, come dimostrato nel modello teocratico di Ginevra.
Secondo Calvino, la Chiesa è la comunità invisibile dei predestinati, ma diventa visibile nella sua missione di guida per tutti. Il regno di Cristo deve essere manifestato e attuato attraverso i ministeri della Chiesa, per questo la struttura della Chiesa è di importanza decisiva.
La fede e la disciplina hanno la priorità nella comunità e lo Stato deve sostenere la Chiesa. Questo costituisce di solito Chiese nazionali.
Come abbiamo visto, Calvino sosteneva la collaborazione tra Chiesa e Stato: si tratta di due poteri distinti, ma subordinati alla sovranità di Dio, che devono collaborare per il bene dell’unica società umana.
Il dualismo luterano che distingue tra potere secolare e spirituale è estraneo al pensiero riformato. Il potere temporale si identifica quasi con il potere religioso.
La teologia e l’organizzazione della Chiesa riformata
Calvino era un brillante tuttofare", ha scritto Lortz. La dottrina da lui insegnata, anche se influenzata da Lutero, è un prodotto originale.
Aveva anche una testa sistematica, tipica di chi si è formato nella scienza giuridica, ma anche un cuore tenero e delicato. Inoltre, scrive Gómez Heras, "Calvino riuscì a dare al suo protestantesimo un carattere più universalista di Lutero", da cui derivò il dinamismo missionario dei calvinisti, il loro amore per il rischio e l’avventura, e persino la loro disposizione ecumenica.
Sola Scriptura e confessioni di fede
Nell'area riformata, il principio di sola Scripturae tende a un'interpretazione letterale della Bibbia. Accanto ad essa, le professioni di fede sono testimonianze vincolate nel tempo in cui la comunità riconosce le proprie convinzioni.
La tradizione riformata ha prodotto numerose confessioni di fede, come la Dichiarazione Teologica di Barmen (1934), la I fondamenti nella prospettiva del Credo della Chiesa riformata olandese (1949) e la professione di fede della Chiesa presbiteriana unita degli Stati Uniti (1967).
Anche se questi non godono dell'autorità che hanno gli scritti confessionali del luteranesimo (in particolare la Confessione di Augusta e i catechismi di Lutero).
Non esiste quindi una scrittura confessionale vincolante per tutte le comunità riformate. Il principio congregazionalista dell'autonomia di ogni comunità prevede persino il diritto di stabilire i fondamenti della propria fede.
La santificazione e l’etica dell’azione
Il calvinismo è più interessato del luteranesimo al concetto di santificazione personale, che porta al compimento della legge e al compito di santificare il mondo.
In contrasto con un certo pessimismo antropologico caratteristico del luteranesimo, troviamo un ottimismo calvinista che intende il mondo come un compito. Nel calvinismo si può trovare un etica dell'azione e del successoL'etica calvinista, che gli porterà grande successo nella sua attività missionaria.
Non per niente il sociologo Max Weber ha formulato la teoria dell'etica calvinista come fondamento dello spirito capitalista, sebbene questa teoria sia stata profondamente contestata.
Se per Lutero la religione è qualcosa di fondamentalmente interiore, in Calvino ha una dimensione marcatamente sociale. In contrasto con un certo quietismo luterano, troviamo un attivismo calvinista che favorisce la struttura democratica.
"il calvinista", afferma Algermissen, "che agisce con successo per la gloria di Dio si sente come scelto, come predestinato". Questo principio spiegherebbe lo sviluppo economico dei Paesi anglosassoni, dove il calvinismo ha rapidamente trionfato.
L'ideale calvinista è caratterizzato, da un lato, dalla semplicità e dalla sobrietà dei modi e della condotta e, dall'altro, da un vivo interesse per le questioni sociali e politiche, per la scienza e per l'arte.
È la cosiddetta "morale puritana", che ha segnato - nel bene e nel male - lo sviluppo di alcuni Paesi. L'etica è vista come obbedienza e realizzazione di un ordine ecclesiastico accanto all'ordine sociale e politico.
La teologia dell’alleanza
Il cristianesimo riformato sviluppa il pensiero della sovranità di Dio nella prospettiva della storia della salvezza e considera l'Antico e il Nuovo Testamento come un'unità: il "patto delle opere" e il "patto della grazia" sono ordinati l'uno all'altro.
Il valore dell'Antico Testamento nel cristianesimo riformato trova qui il suo fondamento. L'impegno del cristiano nei confronti dell'alleanza stabilita con Dio è alla base dell'etica cristiana ("etica dell'alleanza") come conseguenza della sovranità di Dio nel mondo.
È da questa prospettiva positiva che il cristianesimo riformato trova la forza di agire nel mondo.
La struttura presbiteriana
Calvino introdusse un sistema presbiteriano, caratterizzato da una struttura collegiale e dall’assenza di una gerarchia clericale rigida. La comunità dei credenti aveva un ruolo attivo nella governance della Chiesa, con pastori ed anziani eletti per guidare e disciplinare i membri.
Questo modello promuoveva una maggiore partecipazione laica e una democratizzazione delle strutture ecclesiastiche. Un ulteriore punto di divergenza è l’organizzazione della Chiesa.
Lutero manteneva una struttura ecclesiastica che, pur semplificata rispetto al cattolicesimo, conservava una certa gerarchia. Calvino, invece, con il suo sistema presbiteriano, eliminò quasi del tutto la gerarchia, dando maggiore potere alle assemblee di credenti e promuovendo una partecipazione laica più diretta.
Per quanto riguarda l'ecclesiologia, Calvino era più interessato di Lutero alla Chiesa visibile, alla sua dottrina, alla sua legislazione e al suo ordine. Nelle sue esposizioni successive sottolineò l'importanza della Chiesa invisibile, ma lo fece per distinguersi da Roma.
Anche per lui vale l'idea che esiste una Chiesa invisibile, che raccoglie gli eletti di tutti i tempi. Ma solo i membri della Chiesa visibile possono appartenere alla Chiesa invisibile, anche se non tutti i suoi membri visibili appartengono alla Chiesa invisibile.
Cristo costruisce la sua Chiesa con la Parola e il sacramento, e la formazione dei fedeli alla santità gioca un ruolo fondamentale, per cui l'ordine ecclesiale è molto importante nella sua ecclesiologia.
I ministeri della Chiesa riformata
L'ecclesiologia è l'argomento di quasi la metà delle sue Istituto 1559, e in relazione al ministero, sostiene ciò che egli intende come testimonianza neotestamentaria; cioè un ministero a quattro livelli: pastori-dottori, anziani e diaconi.
Il ministero episcopale non è tuttavia necessario per la Chiesa, da cui il successivo sviluppo "presbiteriano" in contrapposizione a "episcopaliano" o anglicano.
Questo insegnamento di Calvino è stato attuato in vari modi negli ordinamenti ecclesiastici riformati, e il numero dei ministri è stato modificato in tre: il pastore o servitore della Parola, il presbitero (anziano o servitore della mensa) e il diacono o servitore dei poveri.
Questi tre ministeri guidano la comunità nel presbiterio o nel consiglio di chiesa; ma l'unico capo della Chiesa rimane Cristo.
Tuttavia, l'ecclesiologia cristologico-pneumatologica dei riformati pretende di abbandonare la struttura gerarchica, poiché i vari ministeri sono intesi come elementi che si integrano reciprocamente nella signoria di Cristo.
Nessun ministero è subordinato agli altri e nessuna comunità ha la precedenza sulle altre. Ciò consente una "ecclesiologia aperta" e una struttura piuttosto congregazionalista o presbitero-sinodale di tipo marcatamente partecipativo.
Non si tratta però di un sistema di rappresentanza democratica dei fedeli, ma di un'espressione della comunione spirituale della comunità fondata da Cristo nello Spirito.
Sinodi e autonomia delle comunità
I sinodi, originariamente riunioni di ministri per discutere questioni comuni, danno grande peso ai "laici" (non teologi) e ai presbiteri delle chiese locali. anziani.
Non sono semplici consiglieri, ma hanno gli stessi diritti e doveri del governo centrale o comunitario. Con questa organizzazione le comunità riformate hanno mantenuto la loro identità e indipendenza originaria, soprattutto laddove - come nei Paesi Bassi - non esisteva un governo ecclesiastico regionale.
Così, come in Scozia, Francia, Inghilterra e Bassa Renania, sono sorti movimenti di opposizione alla regolamentazione statale o alla maggioranza confessionale.
Lo stesso vale per un magistero vincolante come nelle comunità luterane: i sinodi svolgono un ruolo speciale e il carattere aperto dell'ecclesiologia riformata ha portato alle prime unioni del cristianesimo riformato.
La disciplina di Ginevra
Lavoratore instancabile, cercò di riportare a Ginevra le condizioni di vita della Chiesa primitiva. Così, tutti gli aspetti della vita sociale erano regolamentati: non solo la predicazione e il canto religioso, ma anche la punizione con la morte per la bestemmia, l’adulterio o l’offesa ai propri genitori.
Questa rigida organizzazione a cui sottopose la città ebbe alcune conseguenze positive, come il miglioramento del riscaldamento, dell’industria tessile e dell’assistenza sanitaria.
In questo modo realizzò una vera teocrazia sotto il governo diretto della Parola di Dio. A Ginevra, instaurò un regime teocratico in cui le autorità civili erano subordinate alle leggi divine, e la disciplina religiosa era rigorosamente applicata.
Nel 1545 Ginevra è sconvolta da un’epidemia di peste e Calvino - che è uno strenuo fautore della persecuzione degli «untori» nonché della caccia alle streghe - ne approfitta per sostituire numerosi pastori deceduti a causa del morbo con altri a lui fedeli.
La condanna di Michele Serveto
Unico passo falso la condanna al rogo del teologo antitrinitario spagnolo Michele Serveto (1553) che sarebbe costata a Calvino un marchio d’infamia.
Ma Fiume lo assolve, almeno in parte. Perché? Calvino avrebbe potuto denunciare Serveto dal 1547 e non lo fa. Non ci è pervenuto nessun dato storiografico che attesti il compiacimento di Calvino per quell’uccisione.
Serveto, poi, non fu condannato da un tribunale ecclesiastico, bensì da uno civile. Per di più, nella Ginevra della Riforma, fu l’unico mandato a morte.
Ragion per cui, anche se fosse provato un coinvolgimento di Calvino nella decisione di mandare Serveto al rogo, la sua responsabilità, secondo l’autore, non sarebbe così schiacciante come l’hanno giudicata i critici della Riforma ginevrina.
Calvino, Lutero e gli altri riformatori
Nella Svizzera tedesca, Ulrich Zwingli (1484-1531) predicava un radicalismo che non piaceva allo stesso Lutero. Nella disputa di Marburgo del 1529 si scontrò con il riformatore svizzero, che difendeva solo la dimensione simbolica dell'Eucaristia.
Zwingli apparteneva alla stessa generazione di Lutero e quindi non volle mai essere chiamato luterano, pur accettando la dottrina della giustificazione per sola fede.
Inoltre, Zwingli vedeva in Cristo il maestro e il modello, mentre per Lutero Cristo era il Salvatore che perdona e dà la vita eterna per pura misericordia.
La mentalità di Lutero fu sempre segnata dalla teologia della croce, quella di Zwingli dalla filosofia umanistica con i suoi metodi, la sua logica e le sue pretese intellettualistiche.
Le tendenze spiritualistiche e intellettualistiche dell'umanesimo erano esagerate.: nessuna immagine o sacramento, ma soprattutto la liturgia della Parola.
Martin Bucer già nel 1521 s’è avvicinato a Lutero, ha sposato una suora e nel 1523 è stato scomunicato. È una figura importante dell’Europa riformatrice: Enrico VIII lo consulta al momento del divorzio con Caterina d’Aragona.
Calvino lo aiuta nella costruzione del progetto di convivenza delle diverse anime del protestantesimo: nel rispetto dei grandi teologi del Medioevo e nel riferimento costante alla figura di Paolo di Tarso.
Su spinta dell’imperatore Carlo V tra il 1540 e il 1541 si svolgono colloqui tra protestanti e cattolici per una pacificazione che restituisca serenità alla Chiesa.
Papa Paolo III e Martin Lutero però sono diffidenti, Calvino se ne tiene ai margini e l’insuccesso dell’iniziativa brucia Bucer.
L’influenza storica di Calvino e Lutero
Nel panorama della Riforma protestante del XVI secolo, due figure emergono con particolare rilievo: Martin Lutero e Giovanni Calvino. Entrambi hanno sfidato le dottrine della Chiesa cattolica, proponendo visioni teologiche innovative che hanno dato origine a correnti distintive del protestantesimo.
Sebbene condividessero l’obiettivo di riformare la Chiesa, le loro dottrine presentano differenze significative che hanno influenzato profondamente la storia religiosa e culturale dell’Europa.
Per quanto riguarda Lutero, nessuno mette in dubbio l’influenza della sua riforma; si potrebbe facilmente affermare che senza Lutero non ci sarebbe stato Calvino - anzi, non ci sarebbe stato il protestantesimo.
Inoltre, la sua presa di posizione di fronte al Sacro Romano Impero ha un valore iconico, quasi un microcosmo della Riforma stessa.
Perché Calvino fu considerato più influente in alcuni ambiti
Calvino scrisse anche quello che fino ai tempi moderni è stato il libro di teologia più pubblicato e letto in traduzione inglese: le Istituzioni.
In effetti, il ruolo di Calvino nel pensiero riformato fu così fondamentale che il suo nome divenne sinonimo del movimento, anche se non ne fu il fondatore né fu la voce più influente al suo interno fino alla fine della sua vita.
Gran parte della sua influenza è dovuta a due fattori principali: la chiarezza dei suoi scritti e la traduzione delle Istituzioni in altre lingue, soprattutto in inglese.
Per quanto riguarda gli scritti di Calvino, egli non è perfetto e, come ogni altro teologo, ha momenti in cui confonde tanto quanto aiuta.
Ma rispetto al panorama più ampio degli scritti protestanti, Calvino è la più chiara e la più lucida di quasi tutte le altre voci protestanti.
La formazione umanistica ricevuta da Calvino gli diede gli strumenti per accompagnare il lettore fino al nocciolo della questione. E quando esponeva il suo punto di vista, Calvino lo faceva spesso con attenzione, raramente con una parola fuori posto.
Ebbe anche la pazienza unica - notevole in qualsiasi secolo, ma eccezionale per gli standard di attenzione di oggi - di curare e rivedere le sue Istituzioni nel corso di tutta la sua vita.
La cosa più importante per i lettori inglesi, tuttavia, è che gli scritti di Calvino sono stati i più importanti testi teologici stampati in Inghilterra verso la la fine del regno di Elisabetta I, mentre le opere degli altri riformatori rimasero in latino, una lingua ancora viva per gli accademici ma impossibile da studiare per i lettori profani.
Calvino, invece, non solo scrisse in latino, ma lavorò alla propria traduzione francese delle Istituzioni, un mondo che i riformati di lingua tedesca non potevano raggiungere.
Alla fine della sua vita, quindi, Calvino era diventato una voce dominante a livello internazionale per la teologia riformata.
Non fu il fondatore del movimento riformato e non fu mai considerato l’unico leader riformato in tutte le questioni. Tuttavia, la sua influenza non fu casuale, come si direbbe oggi; fu il risultato delle sue straordinarie capacità di spiegare, difendere e pubblicare le Istituzioni a beneficio di coloro che studiavano in vista del ministero pastorale.
La diffusione mondiale del calvinismo
In questo articolo ci riferiamo a quelle comunità che facevano parte della "seconda riforma" protestante, promossa in Svizzera da Zwingli e Calvino.
Da lì si è diffusa in tutto il mondo fino ai 75 milioni di cristiani appartenenti all'Alleanza riformata mondiale. La loro influenza nel mondo delle idee e nella società è ancora maggiore.
A volte sono chiamati anche puritani, presbiteriani e congregazionalisti. Queste comunità si sono sviluppate non solo in Svizzera, ma anche in Francia, Paesi Bassi, Scozia, Stati Uniti, America Latina e Corea.
Il calvinismo è così diventato un fenomeno mondiale.
Un altro fattore importante è che l’altra teologia dominante nell’evangelismo, l’arminianesimo, è nata dal rifiuto di alcuni punti della teologia riformata e l’arminianesimo ha sempre visto nel calvinismo il suo principale avversario.
Le chiese wesleyane, battiste e congregazionaliste che adottano l’arminianesimo, quindi, saranno sempre contro Calvino e raramente contro Lutero.
L’influenza di Calvino sia sui suoi sostenitori teologici che sui suoi nemici non ha eguali nelle prime generazioni della Riforma, almeno nella misura in cui il nome di Calvino è diventato sinonimo degli sviluppi successivi del pensiero riformato.
La morte di Calvino
Il giorno stesso della sua morte, radunò i suoi amici intorno al suo letto per predicare loro un sermone. Quando morì, il 27 maggio 1564, tutta Ginevra pianse davanti alla sua bara.
La sua figura rimase legata alla città, alla riorganizzazione della Chiesa riformata, alla dottrina della predestinazione e alla trasformazione della vita sociale secondo una disciplina religiosa rigorosa.