Per Pietrangelo Buttafuoco, Padre Pio rappresenta l’immagine di una Chiesa capace di misurarsi con l’eterno, di custodire il senso del sacro e di resistere alle logiche mondane. «Al soglio di Pietro vorrei salisse un Padre Pio».
Il riferimento a Padre Pio si inserisce nella riflessione di Buttafuoco sulla crisi spirituale dell’Occidente, sulla perdita del rito e sulla necessità di una fede nuovamente legata alla trascendenza, alla preghiera popolare e alla lotta contro il Maligno.
Padre Pio come figura del sacro
«Il nuovo Papa dovrebbe innanzi tutto essere scelto al di fuori delle logiche mondane. Vorrei un Pontefice che riaffermi il senso del sacro e ci riconsegni una Chiesa che non sente più il bisogno di scimmiottare i laicismi e la modernità. Una Chiesa che sappia sconfiggere il nichilismo e restituisca al Padre Nostro il suo vero senso, che non è “liberaci dal male” ma “liberaci dal Maligno”. Il quale è una persona: è l’Antagonista, colui che nega».
Pietrangelo Buttafuoco, romanziere e studioso catanese che ha indagato lo stato di salute spirituale degli occidentali - ricavandone, da assertore della Tradizione, risultati poco confortanti - in un denso saggio pubblicato da Bompiani nel 2008, “Cabaret Voltaire. L’Islam, il sacro, l’Occidente”, ha le idee chiare circa le caratteristiche che dovrebbe avere il prossimo vicario di Cristo.
«La Chiesa deve misurarsi con l’eterno, non con la cronaca spicciola. Al soglio di Pietro vorrei salisse un Padre Pio. Oppure che vi facesse ritorno Pio XII. Ho il timore che invece, nell’individuazione del Pontefice, ci si possa regolare in base al discutibile criterio dell’esotismo».

La perdita del rito e la rimozione del Golgota
Molti commentatori concordano nel vedere nella decisione di Ratzinger una caduta nella laicità. «Non credo abbiano torto. Penso anche io che, da un punto di vista metafisico, quella di Benedetto XVI sia stata una resa alla laicità. Nessuno può permettersi di giudicare la fede altrui, meno che mai quella di un capo spirituale, ma mi pare indubbio che quanto compiuto da Ratzinger rappresenti, per la Chiesa, una specie di colpo di grazia.
Che per la Chiesa fosse finita, del resto, si era capito quando vennero introdotte le schitarrate durante la messa, cioè quando la Chiesa ha rinunciato al rito. E rinunciare al rito significa rinunciare alla passione di Cristo. Il Golgota è stato rimosso dalla coscienza dell’Occidente, ma per un cristiano è fondamentale che il Figlio di Dio affronti il Calvario prima di risorgere. Oggi davanti a un crocifisso si passa con indifferenza, si fanno spallucce».
Per Buttafuoco, il rito non è un elemento ornamentale della vita ecclesiale, ma il luogo nel quale la fede conserva il rapporto con la passione di Cristo. La sua critica riguarda quindi una trasformazione del cristianesimo in una semplice morale, separata dal mistero, dal sacrificio e dalla realtà della redenzione.
Il cristianesimo come esperienza e non soltanto come etica
A cosa non rinuncia, invece, la Chiesa? «Siamo dominati da una teologia che porta avanti idee come quelle del teologo Vito Mancuso, il quale ha detto che, se anche un giorno si rinvenissero in un sepolcro le ossa di colui che per un cristiano è il Risorto, la sua fede non muterebbe di una virgola.
Il che equivale a dire: che Cristo sia risuscitato o no nella carne per me non fa differenza. Un simile pensiero indica che il cristianesimo occidentale si è trasformato in cristianismo, diventando un’ideologia dell’etica, un manuale di comportamento.
Niente di avvicinabile alla forza di una religio, a quell’entità capace di “legare” assieme i padri e i figli. Di fronte a un accadimento come le dimissioni di Ratzinger, a questo atto così intollerabilmente umano, Nietzsche si sarebbe messo a urlare».
In questa prospettiva, Padre Pio diventa il contrario di una fede ridotta a ideologia dell’etica: la sua figura richiama una religione vissuta come rapporto concreto con Dio, come sacrificio, preghiera, confessione, Eucaristia e combattimento spirituale.
I mistici, i santi e il combattimento contro il Maligno
Chi altri avrebbe urlato? «I mistici, i santi, forse anche alcuni incalliti peccatori. Loro, di fronte alla missione a cui erano stati chiamati, non avrebbero abdicato. Mi viene in mente il doge veneziano de “I due Foscari” di Verdi, che pur di non rinunciare alla propria carica, come gli veniva richiesto dal Consiglio dei Dieci, si lascia morire.
Se anche esiste, in Vaticano, una curia maligna che ha ostacolato la sua azione pastorale, Benedetto XVI doveva resistere: tutti i mistici, non a caso, ritengono centrale e imprescindibile l’esperienza del combattimento contro il Maligno».
Il richiamo ai mistici chiarisce il modo in cui Buttafuoco guarda a Padre Pio: non come a un personaggio semplicemente devoto o popolare, ma come a un uomo coinvolto nella dimensione drammatica della fede. La santità, in questa lettura, è inseparabile dalla prova, dal discernimento e dalla resistenza al male.
Padre Pio e la Chiesa che custodisce la Tradizione
Il gesto di Ratzinger l’ha sorpresa? «Non più di tanto. Alcune iniziative dell’ex Pontefice mi avevano già colpito in modo non positivo, dal discorso di Ratisbona al battesimo di Magdi Allam, che mi parve un atto inutilmente esibizionistico (sarebbe stato molto meglio se a impartire il sacramento fosse stato un anonimo sacerdote, lontano dai media).
E poi Ratzinger, anche se lo si è voluto far passare per tale, non è mai stato un tradizionalista. Fu anzi uno dei principali redattori dei testi del Concilio Vaticano II, che per la Chiesa è stato una sorta di legittimazione della Rivoluzione Francese.
Io mi rifaccio a Cristina Campo, ad Attilio Mordini, a Gómez Dávila: la Tradizione non è etica, è lotta tra la fragile anima dell’uomo e il Maligno, una delle cui seduzioni consiste proprio nell’ammantare ogni cosa con l’abito della morale».
Il riferimento a Padre Pio assume così un valore preciso: egli incarna una Tradizione non ridotta a conservazione esteriore, ma intesa come esperienza viva del combattimento spirituale. La Tradizione, in questa prospettiva, riguarda il rapporto tra l’uomo, Dio e il male.
Lo spirito di popolo e la religiosità popolare
Come può salvarsi la Chiesa di Roma? «Attraverso lo spirito di popolo. Senza le preghiere popolari, senza il presepio di San Francesco, senza l’altare della festa di San Giuseppe, senza questi cardini della Tradizione, della Chiesa non sarebbe rimasto nulla.
Se tutto viene affidato all’istituzione ecclesiastica, che è divenuta qualcosa di simile a un enorme ufficio di servizi sociali, non c’è più speranza. Quando crollò il comunismo, i tedeschi dell’Est iniziarono ad affollare i sexy shop, mentre i russi tornarono a riempire le chiese ortodosse.
Come mai? Perché lo spirito del popolo russo ha custodito la sua identità attraverso Dostoevskij, Florensky, Solženicyn… Mi chiedo: cosa vorrà e potrà custodire, l’Italia?»
In questo quadro, Padre Pio è legato alla dimensione popolare della fede: la preghiera, la devozione, la confessione e la partecipazione dei fedeli diventano forme concrete di custodia dell’identità religiosa. Il santo di Pietrelcina non appartiene soltanto alla storia di un convento, ma alla memoria spirituale di un popolo.

L’Eucaristia come centro della vita cristiana
Scrive Reine Akeke su Il Settimanale di Padre Pio, n.27, anno XXIII: L’unione di Padre Pio con Gesù Sacramentato era continua, frutto del suo ardente amore.
Da Lui attingeva forza e coraggio per la sua vita tanto tribolata e perseguitata, e invitava i suoi figli spirituali a non allontanarsi mai da Lui, soprattutto in mezzo alle preoccupazioni o quando si è sopraffatti dalla difficoltà.
Scrisse ad una figlia spirituale: “Nel corso della giornata, quando non ti è permesso di fare altro, chiama Gesù, anche in mezzo a tutte le tue occupazioni, con gemito rassegnato dell’anima ed Egli verrà e resterà sempre unito con l’anima mediante la sua grazia ed il suo santo amore” (Epistolario III, n.22).
E continua nella stessa lettera: “Vola con lo spirito dinanzi al tabernacolo, quando non ci puoi andare con il corpo, e là sfoga le ardenti brame e parla e abbraccia il Diletto delle anime meglio che se ti fosse dato di riceverlo sacramentalmente”».
La cosa ha una logica inappuntabile. L’Eucaristia è il centro della Chiesa. La Chiesa è il prolungamento di Cristo nella Storia. Cristo non se ne andato, è presente nel mistero della Chiesa ma anche realmente nel Santissimo Sacramento costudito ed amministrato dalla Chiesa.
Ed ecco che ogni cristiano deve sempre far riferimento fare a questo Centro. Fisicamente, se ha la possibilità di farlo. Spiritualmente, se non può recarsi dinanzi al Tabernacolo.
Questa centralità dell’Eucaristia aiuta a comprendere anche il legame tra la figura di Padre Pio e la visione religiosa di Buttafuoco. La fede non si esaurisce in un insieme di idee, ma trova il proprio centro nella presenza di Cristo e nell’adorazione.
Adorazione Eucaristica 3 Settembre 2026
La figura di Padre Pio nel cinema
Primo film biografico sulla vita e opera di Padre Pio da Pietrelcina. Nel 1946, un giornalista di Roma parte per San Giovanni Rotondo per realizzare un'articolo sul frate cappuccino con le stigmate.
L'inchiesta del giornalista ci fa rivivere l'infanzia del frate, la sua vocazione, la terribile stigmatizzazione. I colloqui del giornalista con Padre Agostino, superiore del convento e con altri testimoni privilegiati ci introducono nel mondo mistico e soprannaturale dei miracoli di Padre Pio.
La rappresentazione cinematografica si concentra quindi sugli snodi fondamentali della vita del frate: l’infanzia, la vocazione, le stigmate e il rapporto con il mondo dei miracoli. Il viaggio del giornalista da Roma a San Giovanni Rotondo diventa il dispositivo narrativo attraverso il quale il pubblico entra progressivamente nella dimensione spirituale di Padre Pio.
Sincerità, responsabilità e profondità spirituale
La radicalità e l’instancabilità nel lavoro apostolico e nell’impegno ministeriale (analizzate negli scorsi articoli) ci proiettano in maniera naturale su un’altra caratteristica di Padre Pio: il suo profondo senso di responsabilità, che si esprime non soltanto nel modo in cui il frate si prepara alla sua professione religiosa e alla sua ordinazione sacerdotale, ma anche nell’impegno da lui profuso nella formazione permanente, specie sotto il profilo intellettuale, culturale e teologico.
In modo particolare a Pietrelcina sono stati trovati, tra i libri da lui usati anche dopo l’ordinazione presbiterale, i volumi delle Opere spirituali di San Giovanni della Croce, che egli non soltanto studiò, ma che utilizzò ampiamente nella corrispondenza con i suoi figli spirituali fin dai primi anni.
In seguito, «abbracciata, in grande stile, la sua missione di apostolo del confessionale a San Giovanni Rotondo, il Servo di Dio non trascurò la sua formazione permanente, ma continuò a studiare la teologia morale per meglio assolvere il suo mandato.
Il padre Ignazio da Ielsi, che fu guardiano del convento di San Giovanni Rotondo dal 1922 al 1925, scrive così nel suo diario: “È ammirevole come egli (cioè Padre Pio) studia il trattato de justitia”».
Il senso di responsabilità di Padre Pio nasceva da un altro tratto importante della sua persona: la sincerità. Analizzeremo questa virtù in tre fasi: prima dell’ordinazione sacerdotale, sincerità con i suoi direttori spirituali e con i figli spirituali.
Il carattere franco di Padre Pio infatti si esprimeva non soltanto nell’esporre e difendere i suoi punti di vista, ma anche nell’approvare o disapprovare con schiettezza ciò che l’interlocutore sosteneva, indipendentemente dalla carica o dall’autorità che quest’ultimo avesse rivestito.
La verità come virtù cristiana
Già nei suoi Componimenti scolastici di gioventù il futuro Padre Pio si esprimeva con questo linguaggio: «la verità […] è una virtù, che ci fa palesare i nostri sentimenti tali, quali sono nel cuore, con una retta intenzione di piacere a Dio solo, senza curarci di ciò che si dica degli uomini.
Mentre la bugia è la sorgente, donde provengono le doppiezze, le simulazioni, gl’inganni e le adulazioni, per dare ad intendere al prossimo, che si dica una cosa, come se la sente, nell’atto stesso che si esprime un sentimento totalmente diverso da quello, che si tiene nell’animo.
[…] Se la sincerità è desiderata in chicchessia, molto più dobbiamo desiderarla noi, seguaci del Nazzareno. Procuriamo perciò di praticarla con tutti […]».
«Noi seguaci di Cristo dobbiamo guardarcene (dalla insincerità), amando sempre la verità, non per i nostri interessi, né per attacco alla nostra opinione, né per ambizione di essere uomo sincero; ma bensì per amore della verità, che è il fondamento immobile della nostra fede;
e per imitare ancora Iddio, quale adoriamo, incapace di mentire o ingannare; e per mantenere l’unione e buona intelligenza coi nostri prossimi; ed anche per sostenere l’onore ed il decoro del nostro stato, mentre colle finzioni e menzogne si viene a perdere il credito e si diventa pure odioso a tutti».
Questa concezione alta della sincerità come virtù umana fondamentale, prima ancora che come virtù profondamente cristiana ed evangelica, Padre Pio l’ha vissuta e praticata in primo luogo con coloro che erano incaricati di guidare la sua anima, nello Spirito Santo, ad una sempre maggiore configurazione a Cristo Maestro: i suoi direttori spirituali.
La sincerità con i direttori spirituali
Ad esempio, nel settembre 1911 egli esterna a padre Benedetto il suo immenso dolore per una bugia da lui detta, malgrado il confessore l’avesse reputata «veniale» come colpa.
«Mio caro padre - scrive - col sangue agli occhi scrivo la presente. Sappia, padre mio, che giorni or sono ho avuto il coraggio di nuovamente offendere Gesù con una bugia. Mio Dio che vergogna! E ho il coraggio, o padre, di accusare gli altri, mentre io sono il peggiore di tutti?
Ora sì che mi riconosco veramente per il più indegno di tutte le miserabili creature. Se sapesse quanti spaventi mi va muovendo il nemico per questo peccato! A me non regge l’animo di descrivergli questi spaventi.
Ma viva sempre la misericordia di Gesù. Il confessore mi assicura che al più ho peccato venialmente; ma che m’importa se in ogni modo ho fatto piangere Gesù».
«E se a Gesù dispiace sommamente l’offesa che gli vien fatta da ogni fedele, molto più gli dispiace l’offesa fattagli da un sacerdote […] Povero Gesù, da me nuovamente offeso!
Il mio cuore è tanto duro che non sa commuoversi come si dovrebbe al pensare alle offese, che ho fatte a Gesù. Ma quanto so e posso voglio pentirmene. Dica a Gesù subito, che non ricusi il mio dolore».
Il brano mostra una sincerità radicale, rivolta anzitutto contro ogni autoassoluzione. Padre Pio non presenta la colpa come un dettaglio trascurabile, ma la colloca dentro il rapporto personale con Cristo e dentro la responsabilità particolare del sacerdote.
La sincerità con i figli spirituali
Anche con i suoi figli e le sue figlie spirituali Padre Pio si faceva testimone e maestro di sincerità e di franchezza nel dire le cose come stavano, senza infingimenti o doppiezze di sorta.
In una missiva datata 16 novembre 1914 - mentre spiega a Raffaelina Cerase come deve essere «chi vive nello spirito di Gesù Cristo» - il frate santo così fra l’altro si esprime: «Oltre dei vizi del senso e dell’avarizia bisogna che il buon cristiano si guardi da quei vizi che offendono il prossimo, sia interiormente col cuore, sia esteriormente con la lingua».
La sincerità, dunque, non riguarda soltanto il rapporto dell’uomo con la propria coscienza o con il direttore spirituale. Essa comprende anche il modo di parlare, di giudicare e di trattare il prossimo, evitando l’offesa interiore del cuore e quella esteriore della lingua.
Una semplicità incapace di ingannare
In sintesi, la virtù della sincerità in Padre Pio è stata ben riassunta dal Ministro generale dell’Ordine Cappuccino padre Donato da Welle, il quale volle recarsi a San Giovanni Rotondo proprio per conoscere di persona Padre Pio e poter così farsi un’idea più documentata su di lui.
Giunse alla persuasione che «dopo ripetute prove in tutti i sensi ho potuto concludere che il Padre Pio era assolutamente sano di spirito e mi rimase la certezza d’una semplicità e sincerità, che era incapace di ingannare o di dire un “sì” per un “no”».
La testimonianza sintetizza il tratto umano e spirituale che accomuna i diversi aspetti della figura di Padre Pio: la formazione, il ministero del confessionale, la vita eucaristica, la direzione spirituale e la franchezza nei rapporti con gli altri.
| Dimensione | Espressione nella vita di Padre Pio |
|---|---|
| Formazione | Studio delle Opere spirituali di San Giovanni della Croce e della teologia morale |
| Ministero | Missione di apostolo del confessionale a San Giovanni Rotondo |
| Eucaristia | Unione continua con Gesù Sacramentato |
| Sincerità | Franchezza con direttori spirituali, figli e figlie spirituali |
| Tradizione | Preghiera popolare, rito, presenza del sacro e combattimento spirituale |
Buttafuoco e l’immagine dell’intellettuale controcorrente
Pietrangelo Buttafuoco ha sbagliato con quella storia di Putiniani a Venezia, ma la sua cifra personale non è l’errore del funzionario o dell’operatore culturale.
Frithjof Schuon, maestro sufi del pensiero tradizionalista, nella linea ascendente di ispiratori orientalisti del Nostro, considerava degni solo “il sacro, il grande, il bello e l’infantile”.
Così Buttafuoco, che ha il senso della fede trascendente, non importa alla fine se Maometto o Padre Pio, è infatuato del grande e del bello, come dimostrano i suoi romanzi e i suoi pamphlet; si diletta con vibrante, orgiastica adesione, dell’avanspettacolo e della piccola commedia.
Non è, come i suoi lodatori dell’ultima ora, un intellettuale saccente o un professionista dell’opinione, ancorché onesta, non è il solito montanelliano della destra longanesiana che finisce a sinistra nelle braccia dei conformisti, è un poco diverso da questo e un poco di più che questo.
Sarà scandaloso dirlo, ma assomiglia, senza la guerra e senza la testimonianza del martirio personale, che non sono di questi tempi, a Giaime Pintor, grandissima icona della libertà eroica, intellettuale individualista e romantico, che nella sua ultima lettera al fratello Luigi significò la sua indisponibilità alla forte retorica poi costruita su di lui, dopo che, inserito nei servizi segreti inglesi, passò la linea verso il campo della Resistenza e saltò su una mina a Castelvolturno.
Il gusto individuale e il rifiuto delle identità caricaturali
Scrisse Giaime Pintor, qualche giorno prima di morire: “Senza la guerra io sarei rimasto un intellettuale con interessi prevalentemente letterari, avrei discusso i problemi dell’ordine politico, ma soprattutto avrei cercato nella storia dell’uomo solo le ragioni di un profondo interesse, e l’incontro con una ragazza o un impulso qualunque alla fantasia avrebbero contato per me più di ogni partito o dottrina.
Altri amici, meglio disposti a sentire immediatamente il fatto politico, si erano dedicati da anni alla lotta contro il fascismo. Pur sentendomi sempre più vicino a loro, non so se mi sarei deciso a impegnarmi totalmente su quella strada: c’era in me un fondo troppo forte di gusti individuali, d’indifferenza e di spirito critico per sacrificare tutto questo a una fede collettiva.
Soltanto la guerra ha risolto la situazione, travolgendo certi ostacoli, sgombrando il terreno da molti comodi ripari e mettendomi brutalmente a contatto con un mondo inconciliabile”.
Ecco, quel “fondo troppo forte di gusti individuali, d’indifferenza e di spirito critico” ha impedito a Buttafuoco di essere caricaturalmente un fascista immerso in una fede collettiva, pur essendo stato di famiglia, di ambiente e di origine politico-letteraria e giornalistica un fascista perfetto;
sempre quel gusto ha guidato l’infatuazione estetica per la personalità dandystica e amorosa di Hermann Göring, ora santificata in versione hollywoodiana dal film su Norimberga, la sua idea di sicilitudine “buttanissima” e di seduzione “fimminara”, di dolore dell’amore.
La critica all’opinionismo e il rapporto con la fede
L’intellettuale italiano mischiato alla politica è spesso una figura grottesca, la sua maschera è l’Opinione Narcisista, il suo linguaggio è l’oscuro univoco.
Buttafuoco è l’opposto. La sua carriera è letta con occhiali diffidenti perché è passato dalla Fogna al Grand Hotel di Scalfari e dell’editrice di Eco, ma il tipo è a suo modo unico e merita, salvo il banale ma grave errore postsovietico, che non gli assomiglia, stima e ammirazione.
E questa è anche la particolare gloria dell’intelligenza italiana, che il fascismo originario di Buttafuoco ha la stessa origine dell’antifascismo finale di Giaime Pintor.
Il richiamo a Padre Pio si colloca dentro questo rifiuto delle semplificazioni. La sua figura non viene utilizzata come una semplice etichetta ideologica, ma come simbolo del sacro, della trascendenza e di una fede capace di sottrarsi al linguaggio dell’opinione.
Minoranza, fede e identità italiana
Il quale dettò, sempre nella stessa lettera a Luigi, lo smarrito giudizio antropologico sugli italiani che è anche il motore immobile della nostra destra culturale: “Gli italiani sono un popolo fiacco, profondamente corrotto dalla sua storia recente, sempre sul punto di cedere a una viltà o a una debolezza.
Ma essi continuano a esprimere minoranze rivoluzionarie di prim’ordine: filosofi e operai che sono all’avanguardia d’Europa”.
Senza la guerra, senza nemmeno la finzione dell’eroismo, Pietrangelo è uno di quella fatta.
In questo orizzonte, Padre Pio può essere letto come una delle figure capaci di alimentare una minoranza spirituale: non una minoranza separata dal popolo, ma una presenza che mantiene viva la preghiera, la devozione, la centralità dell’Eucaristia e il senso della lotta interiore.
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