Seconda domenica di Quaresima anno C: la Trasfigurazione

Nella seconda domenica di Quaresima l’evangelista Luca ci conduce con Gesù sul monte a pregare, dove il volto del Signore cambia d’aspetto, la sua veste diventa candida e sfolgorante e i discepoli ricevono un’anticipazione della gloria della risurrezione.

La Trasfigurazione illumina il cammino verso la Pasqua e aiuta i discepoli ad accettare, con una visione di fede, lo scandalo della croce: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». La voce del Padre indica così il centro della vita cristiana: ascoltare Gesù, fidarsi di lui e seguirlo anche lungo la strada della passione, del dono di sé e della risurrezione.

Il Vangelo della Trasfigurazione secondo Luca

II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C)
Gen 15,5-12.17-18
Sal 26
Fil 3,17- 4,1
+ Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,28-36

Mentre Gesù pregava, il suo volto cambiò d’aspetto.

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante.

Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.

Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.

Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa».

Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura.

E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».

Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

La Trasfigurazione nel cammino della Quaresima

Se la prima domenica di Quaresima ci ha presentato Gesù a confronto con la tentazione, faccia a faccia con Satana nella solitudine del deserto, questa seconda domenica ci mostra Gesù che conosce la trasfigurazione del suo volto e di tutta la sua persona, resa partecipe dell’indicibile gloria del Padre.

Nell’itinerario quaresimale la trasfigurazione di Gesù indica il fine a cui tende questo cammino: la resurrezione, di cui la trasfigurazione è anticipazione e profezia.

La Quaresima è il tempo nel quale la chiesa prepara i catecumeni al battesimo e aiuta i battezzati ad approfondire il senso del sacramento che li ha innestati nel mistero della morte e risurrezione di Cristo.

Chi accoglie la fede deve rendersi conto che essere credente non significa solo conoscere alcune nozioni su Dio e su Gesù Cristo, ma significa aderire alla persona di Gesù vivendo la sua stessa esperienza.

Egli, infatti, vive in noi e ci associa al mistero della sua morte e risurrezione, perché anche noi passiamo da questo mondo al Padre nella gioia della pasqua eterna, dopo essere passati attraverso l’esperienza della passione e della morte nella vita presente.

La Quaresima è un momento forte di questa vita con Cristo. Per questo, Domenica scorsa, la Chiesa ci ha condotti nel deserto a condividere la tentazione e la lotta di Cristo; oggi ci conduce al monte della trasfigurazione.

Gesù passa attraverso la sofferenza e la morte, ma per essere glorificato. Come per gli apostoli, così anche per noi, è difficile capire questa croce che dà la salvezza.

Occorre tutta una paziente e lunga educazione. Per questo il Signore non solo si limita a dare l’annuncio della sua gloriosa passione, ma introduce gli apostoli e anche noi, mediante la celebrazione liturgica, nella esperienza viva del contatto con il mistero della sua persona.

La trasfigurazione è l’esperienza pasquale anticipata per aiutare i discepoli ad accettare con una visione di fede lo scandalo della croce.

Attraverso questo evento, Gesù «indicò agli apostoli che solo attraverso la passione, possiamo giungere a lui, al trionfo della risurrezione» (cfr Prefazio).

Il monte: luogo dell’incontro con Dio

Nella tradizione biblica “il monte” è il luogo privilegiato dell’incontro dell’uomo con Dio; luoghi di “teofania”.

Siamo in alto perché possiamo vedere la realtà diversamente; in alto perché possiamo intravedere il Calvario quale luogo di trasfigurazione corporea e spirituale.

Il valore simbolico del salire sul monte è dato da ciò che viene descritto subito dopo. Il monte indica il logo dell’incontro tra Dio e l’uomo.

Gesù guida i suoi discepoli a questo incontro e se ne fa mediatore, come un tempo lo era stato Mosè. Egli era salito sul Sinai ed era stato alla presenza di Dio per ricevere la Legge da portare al popolo.

Il monte, luogo dell’incontro con Dio, è lo spazio nel quale pregare. La preghiera è l’incontro con Dio che si rivela come Padre.

Gesù vive la preghiera come dialogo intimo con il Padre. Portando con sé Pietro, Giovanni e Giacomo, li introduce in questa relazione filiale.

Salire con Gesù sul monte della Trasfigurazione è il passo necessario per avvicinarci al cielo. Non è una vicinanza soltanto fisica, che deriva dall’altitudine, bensì un avvicinamento totale dove gli occhi del corpo vedono finalmente quello che gli occhi dello spirito contemplano nel mistero.

È una visione celeste, una scena inaspettata che unisce in sé tutti gli elementi: cielo, promessa, luce, volti, eternità e gloria.

La preghiera che trasfigura

L’evangelista Luca, più degli altri evangelisti, sottolinea un dettaglio importante: tutto avviene mentre Gesù è in preghiera: «Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante».

È nel dialogo con il Padre che il suo volto cambia d’aspetto e le sue vesti diventano sfolgoranti. La preghiera è il respiro dell’anima, il luogo dove l’uomo si mette in comunione con Dio.

Per Gesù, la preghiera è il canale privilegiato attraverso il quale si manifesta la sua intima unione con il Padre.

La Trasfigurazione, dunque, è una teofania, una manifestazione di Dio stesso, che avviene nel momento più alto della comunione tra il Figlio e il Padre.

La Trasfigurazione è, quindi, un momento di profonda intimità tra il Figlio e il Padre, un’anticipazione della gloria che attende Gesù dopo la sua passione e morte.

La preghiera, quindi, non è solo un dovere, ma un luogo di trasformazione. È nella preghiera che il nostro volto si illumina, che il nostro cuore si apre alla volontà di Dio.

Quante volte, invece, viviamo la preghiera come un’abitudine o un’ultima risorsa nei momenti difficili! La Trasfigurazione ci invita a riscoprirla come un’esperienza viva, capace di cambiarci dall’interno.

Luca è l’evangelista che insiste maggiormente sulla preghiera di Gesù: egli prega al momento del battesimo ricevuto da Giovanni (cf. Lc 3,21), prega prima di scegliere i Dodici (cf. Lc 6,12-13), prega nell’imminenza della sua passione (cf. Lc 22,39-46).

Ebbene, anche la trasfigurazione di Gesù avviene nel contesto della sua preghiera, nel mistero del suo colloquio personalissimo con il Padre: «mentre pregava, l’aspetto del suo volto divenne altro».

La preghiera è per Gesù spazio di accoglienza in sé della Presenza di Dio, Presenza che è santità, cioè alterità capace di trasfigurare colui che accetta di accoglierla radicalmente nella sua vita.

La preghiera, inoltre, è comunicazione di Dio a Gesù mediata dalla sua «conversazione» con Mosè e Elia, che personificano la Legge e i Profeti, ossia le Scritture dell’Antico Testamento.

Sì, la preghiera di Gesù è essenzialmente ascolto della parola di Dio contenuta nelle Scritture, un ascolto che diviene colloquio con chi è vivente in Dio, una vera e propria esperienza della comunione dei santi.

Mosè ed Elia e il mistero dell’esodo

L’evangelista scrive che accanto a Gesù appaiono Mosè ed Elia. Essi rappresentano la Legge e i Profeti, l’Antico Testamento che trova in Gesù il suo compimento.

E di che cosa parlano questi due uomini con Gesù? Parlano del suo «esodo», ovvero della sua passione e risurrezione, che si sarebbe compiuto a Gerusalemme.

La preghiera di Gesù è essenzialmente ascolto della parola di Dio contenuta nelle Scritture, un ascolto che diviene colloquio con chi è vivente in Dio, una vera e propria esperienza della comunione dei santi.

È in questa preghiera che Gesù trova conferma al proprio cammino, ormai orientato verso la passione, morte e resurrezione, e lo coglie in continuità con la storia di salvezza condotta da Dio con il suo popolo.

Ecco perché Mosè ed Elia parlano con lui del suo «esodo che avrebbe compiuto a Gerusalemme», l’esodo da questo mondo al Padre.

Non a caso, poco dopo, si specifica che Gesù rivolgerà con risolutezza il suo volto e i suoi passi verso la città santa (cf. Lc 9,51), deciso a vivere ciò che nella preghiera ha compreso essere la sua missione.

La Trasfigurazione, quindi, non è solo una manifestazione gloriosa, ma un annuncio della croce. Gesù non è venuto a cancellare la sofferenza, ma a trasformarla in via di salvezza.

La Trasfigurazione si inserisce nel piano salvifico di Dio, un piano che passa attraverso la sofferenza e la morte per giungere alla gloria della risurrezione.

Noi spesso cerchiamo una fede senza difficoltà, una vita senza croce. Ma il Signore ci mostra che la vera gloria passa attraverso il dono di sé.

La nostra fede non è fatta di fughe spirituali, ma di amore concreto, che a volte costa fatica e sacrificio.

La gloria che prepara alla croce

L’episodio lucano della Trasfigurazione si situa tra il primo (Lc 9,22) e il secondo annuncio della passione (Lc 9,44).

Questa trasfigurazione, senza dubbio, mirava soprattutto a rimuovere dall’animo dei discepoli lo scandalo della croce, perché l’umiliazione della Passione, volontariamente accettata, non scuotesse la loro fede, dal momento che era stata rivelata loro la grandezza sublime della dignità nascosta del Cristo (Dai «Discorsi» di san Leone Magno).

La Trasfigurazione è un’esperienza pasquale anticipata per aiutare i discepoli ad accettare con una visione di fede lo scandalo della croce.

Attraverso questo evento, Gesù «indicò agli apostoli che solo attraverso la passione, possiamo giungere a lui, al trionfo della risurrezione» (cfr. Prefazio2) ed «entrare nella gloria del suo regno» (cfr. Nuova Colletta3).

San Leone Magno diceva: «Cristo ti ha mostrato la sua gloria per prepararti a sopportare la sua croce».

Gesù appare nella sua gloria, tra Mosè ed Elia: essi prendono luce da Lui che compie tutte le figure e le promesse antiche e, a loro volta, la Torah e i Profeti (Mosè ed Elia), illuminano Gesù, anzi confermano che il suo messianismo è proprio quello predetto dalle Scritture e che conduce a Gerusalemme.

Il Padre “conforta” Gesù e lo “conferma” nella sua missione di servo; dopo questa esperienza della compiacenza del Padre egli, infatti, si dirige decisamente verso Gerusalemme confidando ai discepoli, duri a comprendere, che là soffrirà e sarà messo a morte, poi risorgerà.

È come se la Trasfigurazione aiutasse Gesù ad affrontare la passione e la croce.

La nube e la voce del Padre

Ma Pietro, «mentre parlava, venne una nube e li coprì con la sua ombra. E dalla nube uscì una voce che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”».

Ecco il cuore del messaggio: la Trasfigurazione ci invita all’ascolto. In un mondo pieno di rumori, Dio ci chiede di fermarci e ascoltare suo Figlio.

Non basta ammirare Gesù, dobbiamo lasciarci guidare dalla sua Parola, che illumina la nostra vita e ci indica la strada.

In un mondo pieno di voci contrastanti, il Vangelo ci chiede di riconoscere la voce di Cristo, di fidarci della sua Parola anche quando il cammino è oscuro.

Nei Vangeli Dio parla direttamente solo in due momenti: al Battesimo e alla Trasfigurazione.

Al Giordano la parola era rivolta a Gesù come riconoscimento e investitura; sul monte, invece, è rivolta ai discepoli e contiene un imperativo decisivo: «Ascoltatelo».

È un comando semplice e radicale, che giunge proprio nel momento in cui Gesù ha annunciato una strada difficile, fatta di sofferenza, di rinuncia e di dono di sé.

Ascoltarlo significa fidarsi di lui anche quando la sua parola contraddice le nostre attese, accettare che la via di Dio non coincida con ciò che appare immediatamente conveniente.

È il nuovo Shemà: non più soltanto ascoltare una legge, ma una persona viva, il Figlio, che interpreta la legge con il cuore.

Il grande comandamento consegnato a Israele: «Ascolta, Israele!» (Dt 6,4), ormai risuona come: «Ascoltate lui, il Figlio!», la Parola fatta carne in Gesù (cf. Gv 1,14), l’uomo in cui le Scritture trovano il loro compimento (cf. Lc 24,44).

Pietro e la tentazione di fermare la luce

Pietro, Giacomo e Giovanni, i tre discepoli testimoni di questo evento straordinario, «videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui».

Pietro, annota l’evangelista, preso dall’entusiasmo, propone di costruire tre capanne, come se volesse trattenere quel momento di grazia, fermare quel momento di luce: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia».

Anche noi, a volte, come Pietro, cerchiamo una fede comoda, fatta di emozioni, senza impegno.

Questo tempo di Quaresima, però, ci sfida a scendere dal monte delle nostre sicurezze. La fede non si vive fuggendo dalla realtà: dopo il Tabor bisogna tornare a valle, affrontare la vita quotidiana, con le sue sfide e le sue croci.

Non siamo fatti per costruire tende sul monte, ma per ascoltare Cristo e seguirlo nella vita concreta.

Ascoltare Lui, non le nostre paure o illusioni. Ascoltare Lui, anche quando ci indica strade scomode: il perdono, la giustizia, l’amore ai nemici.

Gesù ci chiama a seguirlo sempre, anche quando il cammino diventa difficile.

In questo contesto si comprende anche la tentazione delle tre capanne. Pietro, travolto dalla bellezza dell’esperienza, vorrebbe fermare il tempo, rendere stabile la gloria, evitare il ritorno alla valle.

È una tentazione profondamente umana e comprensibile, ma anche sottile, perché vorrebbe la meta senza il cammino, la luce senza l’attraversamento dell’ombra.

Gesù, però, non permette di restare sul monte: la Trasfigurazione non è il luogo in cui vivere, ma un anticipo, una promessa, un incoraggiamento lungo la strada.

Il monte non è la vita, ma la meta; la vita si svolge a valle, là dove i volti sono segnati dalla fatica, dalla povertà e dal dolore.

Per questo, alla fine, restano soli con Gesù nella sua umanità quotidiana, e i discepoli devono scegliere se fidarsi davvero di lui e seguirlo per la sua strada.

La gloria che hanno contemplato non elimina la croce, ma la rende attraversabile, perché garantisce che Dio è presente anche quando il volto del Figlio sarà sfigurato.

La voce del Padre rimane allora come criterio definitivo e come consegna per il cammino: «Ascoltate Lui».

Non voi stessi, non i vostri progetti, non le vostre paure, ma Lui. Perché la strada che Gesù percorre, pur passando dalla croce, è la strada della vita, ed è l’unica che conduce, alla fine, alla luce che non tramonta.

La Trasfigurazione come luce nella sofferenza

In un mondo spesso segnato dalla sofferenza e dalle difficoltà, questo evento ci offre una luce di speranza, un segno della vittoria finale del bene sul male, della vita sulla morte.

La Quaresima è un tempo di preparazione, un tempo per purificare il nostro cuore e per rinnovare la nostra fede in Cristo.

La Trasfigurazione ci indica la meta del nostro cammino: la gloria della risurrezione, la comunione piena e definitiva con Dio.

Immaginate un artista che sta lavorando a un’opera d’arte. In un primo momento, può sembrare che ci siano solo schizzi, pennellate disordinate, materiali grezzi.

Ma l’artista, nella sua mente, vede già l’opera finita, la bellezza che si sprigionerà da quel caos apparente.

La Trasfigurazione è un po’ come questa visione dell’artista. Gesù, nel suo cammino terreno, affronta la sofferenza e la morte.

Ma la Trasfigurazione ci offre una visione anticipata della sua gloria, della sua bellezza divina che si rivelerà pienamente nella risurrezione.

Anche nella nostra vita, spesso ci troviamo di fronte a difficoltà, a momenti di dolore e di sconforto.

Ma la fede ci permette di vedere oltre l’apparenza, di intravedere la luce della speranza, la promessa della vita eterna.

Nel cuore di tante persone c’è sofferenza e paura per il disagio delle malattie, di una relazione finita male, per la dipartita di un proprio caro, per le epidemie, le calamità naturali che provocano tanta miseria e solitudine.

A volte Dio ci parla in queste esperienze di paura, di non chiarezza.

La luce della Trasfigurazione non cancella automaticamente il dolore, ma apre dentro il dolore una prospettiva diversa: la sofferenza non ha l’ultima parola e il cammino non termina nella morte.

Dal turbamento dell’esilio alla speranza dell’esodo

Nel cammino quaresimale dopo il racconto delle tentazioni viene offerto quello della trasfigurazione.

Dal deserto dove Gesù, condotto dallo Spirito, digiunava per quaranta giorni si passa al monte sul quale, mentre pregava, appare nello splendore della sua gloria divina.

Il digiuno e la preghiera caratterizzano l’identità di Gesù, vero uomo e vero Dio.

Mediante il digiuno nel tempo di permanenza nel deserto egli solidarizza con gli uomini e stringe con essi legami forti di autentica fraternità, mentre con l’esperienza della preghiera sul monte Gesù intende accompagnare e introdurre i suoi discepoli nella comunione intima e dialogica con il Padre.

Con la sofferenza e la morte in croce, preannunciata dal Maestro, egli rivela che Dio, nel suo amore misericordioso, si umilia fino a toccare il punto più basso che può raggiungere un uomo.

Però l’ultima parola non è la morte, ma la risurrezione.

Gesù, come già prega Davide nel Sal 16, crede fermamente che il Padre non lo abbandonerà né nella tentazione né nel sepolcro, ma lo risveglierà e lo rialzerà per la vita nuova.

Il digiuno è mezzo di solidarietà con gli uomini ma anche di comunione con Dio perché, da una parte, ci apre all’ascolto e alla condivisione dei bisogni dei fratelli e, dall’altra, dispone il cuore all’obbedienza della parola di Dio e alla comunione con Lui.

Gesù guida i discepoli nell’esperienza della preghiera grazie alla quale si dischiude davanti a noi la finestra sul nostro destino di figli di Dio.

Sul volto dei discepoli si legge lo smarrimento e lo scoraggiamento. La vita può apparirci come un cammino di esilio nel quale ci allontaniamo sempre di più dalle nostre sicurezze senza però vedere all’orizzonte la luce della speranza.

Anche Abramo si lamenta con Dio. La sua risposta è la conferma dell’impegno, preso mediante un giuramento, di dargli la discendenza che avrebbe abitato stabilmente nella terra promessa.

Questa promessa si compie in Gesù, figlio di Abramo e Figlio di Dio, che trasforma il nostro esilio da questa terra in esodo verso il cielo, dove è già fissata la nostra cittadinanza.

Come Gesù, anche noi abbiamo una doppia cittadinanza. Nell’oggi sperimentiamo quella terrena, itinerante, in cui s’intrecciano la fatica del lavoro e la bellezza dell’amicizia fraterna, il dolore legato alla fragilità della condizione umana e la gioia nel godere l’amore provvidente del Padre.

Mentre viviamo il dramma dell’essere migranti, anche se abbiamo una casa in cui abitare e un reddito su cui contare, la fede è per noi luce di speranza perché siamo certi che Gesù, morendo e risorgendo, ci apre il cammino dell’esodo verso il Cielo del quale Egli stesso ci dona la cittadinanza.

Abramo, la promessa e la fede

La prima lettura ci offre la pagina del libro della Genesi (cap. 15) nella quale Abramo si lamenta con Dio per il fatto che la promessa della benedizione non si era ancora realizzata nonostante avesse lasciato la sua terra come gli aveva comandato.

Dio lo conduce fuori della sua tenda per invitarlo a guardare il cielo stellato e gli ricorda che Lui lo sta guidando verso il possesso della terra sulla quale la sua discendenza diventerà numerosa più del numero delle stelle che si riescono a contare.

Gesù guida i suoi discepoli sul monte per pregare. Nell’evento mistico i discepoli intravedono la luce della verità.

Gesù stesso, che si è fatto compagno di strada degli uomini, compie l’esodo guidato dalla Parola di Dio non solo per giungere alla «terra promessa» ma anche per introdurre in essa la sua discendenza.

Come per Abramo, anche per Gesù e i suoi discepoli, quello che sembra solo un esilio dalla propria terra si rivela come un esodo di liberazione e di salvezza.

Il monte, ovvero la relazione di amore filiale con Dio Padre vissuta nella preghiera, è l’approdo del cammino dell’esodo.

La gloria di Dio, sperimentata come una festa di luce e di gioia, è il fine del cammino pasquale di Gesù e della sua discendenza, che sono i suoi discepoli.

Essi, davanti all’esperienza mistica della trasfigurazione, hanno ricevuto un’anticipazione della gloria futura preparata per loro.

La Trasfigurazione e l’Eucaristia

L’eucaristia è il momento nel quale la nostra assemblea rende grazie al Padre per averci introdotto nell’intelligenza vitale del mistero della trasfigurazione di Cristo, e nello stesso tempo è il momento nel quale questo mistero opera in noi una profonda trasformazione, ravvivando la grazia del battesimo.

Il contatto con il corpo glorificato del Signore nell’eucaristia alla quale partecipiamo, infatti, è il pegno che anche il nostro corpo di miseria sarà trasfigurato e reso conforme al suo corpo di gloria (cf. Fil 3,20-21).

Nella seconda lettura s. Paolo, scrivendo ai Filippesi, ci offre un’attualizzazione dell’evento della trasfigurazione applicandola all’eucaristia nella quale si riattualizza la Pasqua.

Nell’eucaristia anche noi saliamo sul monte per pregare ed entrare nel dialogo intimo con Dio mettendoci in ascolto della Scrittura e della parola del Signore Gesù.

Nutriendoci del corpo di Gesù il nostro misero corpo viene trasfigurato, ovvero viene conformato al corpo glorioso di Cristo.

Nella liturgia avviene anche per noi una trasfigurazione perché a partire da essa la nostra vita non punta a rivestirsi di una gloria umana ma splende della medesima luce di Dio.

La vita eterna rifulge dal volto e dalle vesti, cioè dalle parole e gesti dalle quali traspare l’amore di Dio che ci abita.

La testimonianza di fede diventa luce di speranza che consola i fratelli e le sorelle che sono smarriti di cuore nel loro cammino di esilio.

L’eucaristia nel giorno del Signore, tempo della festa, è l’espressione più alta della preghiera la cui bellezza può essere percepita da tutti se si respira il clima gioioso della familiarità.

Nell’eucaristia chi è nel dolore trova consolazione, chi è solo viene accolto nelle braccia materne di una Chiesa che ascolta, chi ha gioia nel cuore incontra fratelli e sorelle con i quali fare festa.

Gesù è la santa montagna in cui s’incontrano Dio e l’uomo e i fratelli tra di loro formando una comunità di amore solidale.

Nell’eucaristia il Signore Gesù viene ancora incontro a noi per trasfigurare il nostro corpo misero, ferito dal peccato e dalle fragilità umane, e conformarlo al suo corpo glorioso che profuma di santità.

L’ascolto di Gesù e la comunione al suo corpo ci danno la forza di pellegrinare sulle strade del mondo protagonisti della nostra storia, costellata di difficoltà e prove, ma anche maestra di vera umanità.

La nostra trasformazione in Cristo

Oggi si compie, dunque, un’altra tappa del nostro cammino quaresimale verso la pasqua. È un cammino di purificazione e di ascesi.

Non si giunge alla gloria del mattino pasquale senza condividere la passione del Signore morendo all’egoismo, fonte dei nostri peccati.

L’ascetica cristiana, però, non è un conquistare la gloria del Cristo con le nostre opere, ma un vivere la potenza della Risurrezione del Signore operante in noi mediante il suo Spirito.

Così il cristiano è uno che continuamente muore a se stesso, ma per vivere per colui che è morto ed è risorto per lui.

La sua vita si esprime pertanto in continui gesti di donazione nell’esercizio dell’amore fraterno.

È questa la vita trasfigurata dalla luce del Cristo.

La parola e l’Icona a cui dobbiamo ascolto, venerazione, contemplazione ci marchiano e modellano sempre più via via che ci apriamo e ci esponiamo al loro volto matricizzante.

L’icona creata dal Cristo è infatti una matrice destinata ad essere utilizzata a sua volta come un conio monetario o un sigillo.

L’Icona non è infatti una porta o una finestra, i santi Padri non hanno mai utilizzato questa metafora, ma una matrice spirituale: quando ci esponiamo alla luce dell’icona, avvicinando il nostro volto al ritratto per eccellenza, questa esposizione e questa venerazione ci matricizzano spiritualmente, cioè restituiscono alla nostra immagine ottenebrata dalla caduta la somiglianza originale, secondo cui siamo stati creati.

L’iniziazione battesimale incide, per sempre, su chi la riceve, poiché lo muta; Paolo esprime questo con la nota formula: «Prima eravate tenebre… adesso siete luce» (cf. Ef 2,13).

La nostra vita può essere trasformata dalla luce del Cristo quando l’ascolto della Parola diventa obbedienza, la preghiera diventa comunione, l’Eucaristia diventa conformazione a Cristo e l’amore fraterno diventa dono concreto.

La dimensione ecclesiale dell’ascolto

È la Voce del Padre nella Trasfigurazione. Il testo orienta la lettura che segue, e va riletto nel contesto.

L’imperativo del Padre ai fedeli è che diano ascolto totale al Figlio.

Ritroviamo adattato anche nell’antif. di comunione «Questo è il mio Figlio prediletto nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo» è la rivelazione permanente che lo Spirito del Padre dona anche «oggi qui» per l’eccesso sovrabbondante della divina Bontà.

E la confermazione perenne per i fedeli, come lo fu per il Signore, come lo fu per la fede di Pietro e dei discepoli di allora.

E «oggi qui» i fedeli ascoltano il Signore in questa divina Parola, in questa divina Mensa dei Misteri, in questa divina Sposa che è la Chiesa Madre unica.

E ascoltando obbediscono e seguono il Signore Risorto dovunque vada, a partire dalla triplice comunione alla sua Parola, alla sua Mensa, alla sua Sposa, donata dallo Spirito Santo.

Solo così sono «figli del Padre», i «diletti del Padre», l’oggetto del Compiacimento del Padre.

E i catecumeni presenti ascoltano le realtà inimmaginabili che essi stessi si apprestano a ricevere e a vivere, anzi, a essere.

Le accentuazioni dei racconti evangelici

Nei Sinottici la Trasfigurazione ha un’inquadratura mirata, che ne fa come il centro fisico della narrazione evangelica, una vera “cerniera” decisiva che permette di contemplare l’intera composizione: quanto precede e quanto segue.

Ancora i Sinottici mostrano qui l’identica organizzazione narrativa, che rivela non una struttura artificiosa, ma uno schema obbligante, che proviene come è dall’unica Tradizione sui “detti e fatti” del Signore, all’epoca da tutti conosciuta e controllabile nella sua veridicità.

Matteo, il cui evangelo è composto da cinque grandi discorsi come cinque sono i libri della Torah, i sacri libri della Bibbia che rappresentano il cuore del giudaismo, vede nel Tabor il nuovo monte Sinai e in Gesù il nuovo Mose che dà la Legge, cioè il Discorso della Montagna.

Marco, diversamente, legge nella Trasfigurazione semplicemente una epifania gloriosa del Messia nascosto, per mettere in luce il tema centrale della sua narrazione che è il paradosso di Gesù inviato di Dio e umiliato, incompreso, respinto dagli uomini.

Luca invece coglie nell’evento del Tabor primariamente un’esperienza della preghiera di Gesù, preghiera profonda, ardente, trasformante.

Aggiungiamo anche una quarta testimonianza, quella della 2 Pt 1,12-21, che vede nell’episodio un momento storico della glorificazione di Cristo in opposizione alle speculazioni gnostiche che prevedevano chissà quali apparizioni future.

Il tema sottolineato non è la Trasfigurazione, bensì la voce risuonata sul monte santo e nella Scrittura il monte santo è il Sinai, oppure Sion, Gerusalemme.

La Trasfigurazione come esperienza pasquale

La santa Trasfigurazione che questa II Dom. di quaresima viene contemplata riveste di fatto un’importanza eccezionale nella vita e nella spiritualità della Chiesa, come di fatto lo riflette la stessa Liturgia.

L’Evento della Montagna santa nel complesso unitario e nei particolari contiene infinite risonanze non sempre da noi colte tutte, né a sufficienza.

È quasi ovvio il tema della Luce-Gloria e perciò della Divinità che rifulge dall’Umanità del Signore, dell’eternità che irrompe nel tempo creato.

Della Teofania trinitaria, l’aspetto più propriamente dossologico è condensato nel grande tema del Fuoco, attinente e identico alla Luce, che viene a distruggere finalmente i peccati degli uomini.

Nel contesto della quaresima, le letture di questa Dom. hanno lo scopo di incoraggiare il nostro impegno di vita cristiana, in vista del rinnovo delle promesse battesimali, nella notte santa.

Gesù battezzato per la missione salvatrice, superata la tentazione (I Dom.) che intendeva attraversargli la strada, è trasfigurato ed è confermato dalla nube luminosa dello spirito e dalla voce del Padre in vista del sacrificio pasquale di morte e risurrezione.

La Trasfigurazione è un evento importante; trattato a fondo dai Padri, le Chiese orientali ne fanno il cardine capitale della loro spiritualità, ricavandone tesori di dottrina, alla luce della Croce e della Resurrezione, e rileggendovi l’A. T.

Nell’ora dell’Ascolto monastica la lettura patristica dell’anno A, tratta dai «Discorsi1» di S. Leone Magno, Papa, ci segnala tre aspetti fondamentali da rilevare nel commento dell’episodio:

  • rimuovere dall’animo dei discepoli lo scandalo della croce.
  • dare un fondamento solido alla speranza della Chiesa.
  • la conferma della fede di tutti nella redenzione di Cristo.

La luce che trasforma la quotidianità

I discepoli hanno conosciuto Gesù come un uomo: lo hanno visto camminare sulle strade della Galilea, condividere la vita quotidiana, compiere gesti straordinari e pronunciare parole che andavano ben oltre il comune sentire umano, ma sempre all’interno di una figura umana, concreta e riconoscibile.

Sul monte, però, per un attimo, accade qualcosa di diverso e inatteso: il velo si apre e i loro occhi sono messi di fronte al volto divino di Gesù.

È un’esperienza che li supera, difficile da raccontare, perché appartiene al linguaggio della mistica, là dove le parole diventano povere e inadeguate.

Gli evangelisti parlano di una nube luminosa che avvolge tutto: una luce che disorienta, che non permette di distinguere i contorni e che, tuttavia, illumina profondamente.

È una presenza che non si può afferrare né dominare, ma solo accogliere.

Dentro questa atmosfera straordinaria appaiono Mosè ed Elia, che conversano con Gesù, rendendo visibile che la Legge e i Profeti, cioè l’intera storia della salvezza, trovano in lui il loro compimento.

Le Scritture, rappresentate da queste due grandi figure, danno ragione a Gesù e confermano che la sua parola è vera e conforme al progetto di Dio.

Pietro, che poco prima aveva faticato ad accettare l’annuncio della passione, si trova così davanti a una rivelazione che non lascia spazio a equivoci: non è lui ad avere ragione, ma Gesù.

Non solo Mosè ed Elia sono d’accordo con lui, ma lo stesso Padre fa udire la sua voce.

Ascoltarlo significa fidarsi di lui anche quando la sua parola contraddice le nostre attese, accettare che la via di Dio non coincida con ciò che appare immediatamente conveniente.

La Trasfigurazione non è il luogo in cui vivere, ma un anticipo, una promessa, un incoraggiamento lungo la strada.

La cittadinanza nei cieli

Sono parole di un’Alleanza eterna «perché la nostra cittadinanza è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose» (Fil 3,20-4,1).

Gli occhi dell’apostolo Paolo, purificati dalle lacrime, sono capaci di guardare oltre i confini di questo mondo e contemplano già la patria del cielo.

È una nuova cittadinanza che non si ottiene osservando le regole scritte dagli uomini, ma diventa per tutti un dono gratuito del Cristo crocifisso.

La fede e la fiducia nelle promesse di Dio sono condizione indispensabile per arrivare alla méta della trasfigurazione pasquale che anticipa e prefigura la trasfigurazione di tutto l’uomo nella gloria finale.

Un anticipo della condizione finale è offerto alla Comunità nell’Eucaristia che è assimilazione al Corpo risorto del Signore e partecipazione alla sua gloria.

Il cristiano, consapevole del proprio inserimento in Cristo, se vive la propria vocazione senza sottostare alla tentazione di installarsi nel possesso delle cose e si apre all’attesa fedele e perseverante, conoscerà la sorte gloriosa del risorto, la “trasfigurazione” totale della persona.

Il volto del Signore e la preghiera della Chiesa

Dall’eucologia:

Antifona d’Ingresso Sal 26, 8-9 (SFI)

Di te dice il mio cuore: «Cercate il suo volto». Il tuo volto io cerco, o Signore. Non nascondermi il tuo volto.

Dal suo cuore, il centro della sua anima, il salmista fedele innalza la sua preghiera. Essa tende a «cercare il Volto» del Signore.

Il volto è il principale simbolo della persona, la sua presenza concreta. L’occhio vuole sempre vedere il volto, come l’orecchio vuole sempre ascoltare la voce.

Questo è del Signore stesso che si rivolge alla sua Sposa: «Mostra a Me il volto tuo, fa’ che io ascolti la voce tua!» (Ct 2,14, ma anche 8,13).

L’Orante vuole sempre godere della visione trasformante del Volto Presenza, Volto d’amore e di bontà (v. 8a).

Per lui è un richiamo costante (Sal 23,6; 104,4), l’impegno della sua vita, che viene dalla promessa del Signore di farsi trovare se sarà cercato (Dt 4,29).

L’Orante è teso al conseguimento di questa promessa (v. 8b).

Né egli si dimentica che il Volto divino indica anche l’aspetto nuziale: la Sposa desidera con ogni sua forza di vedere il Volto dello Sposo, preludio dell’unione nuziale consumante.

Perciò l’Orante innalza la sua epiclesi ansiosa, in forma negativa, affinché mai il Signore cessi di mostrare il Volto suo (v. 9a).

Infatti se il Signore distoglie la sua Presenza e la sua cura benevola, la povera realtà umana resta immersa nella tristezza del peccato (Sal 50,13), dell’abbandono di morte (Sal 21,2; 68,18; 101,3; 142,7; Ger 7,15).

L’Orante invece desidera solo vivere alla luce di questo Volto.

Invito all’ascolto

Canto all’Evangelo Cf Mc 9,7

Lode e onore a te, Signore Gesù! Dalla nube luminosa, si udì la voce del Padre: «Questi è il mio Figlio diletto: ascoltatelo». Lode e onore a te, Signore Gesù.

La Trasfigurazione ci invita all’ascolto. In un mondo pieno di rumori, Dio ci chiede di fermarci e ascoltare suo Figlio.

Il vangelo di questa domenica ci mette dunque in guardia: Gesù non può essere la proiezione dei nostri desideri, ma è il Gesù Cristo secondo le Scritture, e per conoscerlo occorre ascoltare, meditare e pregare la Parola contenuta in tutte le Scritture.

Tutto questo nella consapevolezza che la preghiera non ci esenta dalla fatica quotidiana dell’obbedienza a Dio attraverso Gesù Cristo, ossia dal compimento della nostra personale vocazione.

Al contrario, la preghiera ci aiuta a riempirla di senso, perché trasfigura gli eventi e le relazioni di ogni giorno.

Così è stato per Gesù, così può essere anche per noi.

Una preghiera per la seconda domenica di Quaresima

Signore Gesù, Tu che, come ogni uomo, hai tremato di spavento davanti alla sofferenza e alla morte, aumenta la nostra fede per seguire il tuo esempio nella preghiera.

Il nostro cuore, in costante ascolto della tua parola, possa cercare sempre il volto di Dio e in Lui trovare forza, consolazione e speranza.

Il tuo Spirito alimenti in noi il desiderio d’incontrarti soprattutto quando la nostra fronte è corrucciata per le preoccupazioni che ci assillano, il nostro viso è solcato dalle lacrime di rabbia, i nostri piedi sono doloranti a causa dei sentieri impervi in cui ci troviamo per scelte sbagliate e il nostro cuore s’indurisce provato dalle umiliazioni e dalle mortificazioni che riceve.

Gesù, che sull’altare diventi Eucaristia per noi e ci offri la mano per accompagnaci nella vita, illumina i suoi sentieri che spesso ci sembrano condurci in esilio e rivelaci che la via della croce, che Tu porti con noi ogni giorno, non termina con la morte ma approda alla Vita.

L’Eucaristia che celebriamo faccia risplendere sul volto della Chiesa la bellezza del tuo amore: il nostro corpo divenga tempio nel quale doniamo la vita insieme a Te e la Comunità si mostri al mondo qual è, anticipazione della Famiglia divina che accoglie, ascolta, perdona, soffre con chi è nel dolore e fa festa per condividere la gioia.

Ascoltare e ridiscendere dal monte

Al termine di questa celebrazione eucaristica, chiediamoci: «Dove posso portare la luce di Cristo oggi? Forse in un sorriso dato a chi è triste, in una parola di conforto verso chi soffre, in un gesto di riconciliazione».

Ricordiamoci che la Trasfigurazione è una missione.

Ebbene, in questa Quaresima, lasciamoci guidare dalla luce della Trasfigurazione. Ascoltiamo la voce del Padre che ci invita ad ascoltare il suo Figlio Gesù, nostra luce e la nostra salvezza.

Seguiamo Cristo, luce della vita, con fede e speranza, certi che un giorno parteciperemo alla sua gloria eterna. Amen!

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