Il Cristianesimo, in sé, non è una concezione della realtà, non è un codice di precetti, non è una liturgia. Non è neppure uno slancio di solidarietà umana, né una proposta di fraternità sociale. Anzi, il Cristianesimo non è neanche una religione. È un avvenimento, un fatto. Un fatto che si compendia in una persona.
Perché il Cristianesimo non è una religione, ma è Cristo. Cioè una persona. La religione si trasforma da osservanza di un codice a una totale adesione di vita.
«Non son venuto per abolire, ma per dare compimento»
La Liturgia di questa domenica presenta il brano del vangelo di Matteo nel racconto di Gesù che spiega ai suoi discepoli il senso autentico della Legge e dei Profeti. Gesù infatti afferma che non è venuto ad abolire la Legge o i Profeti, ma a dare pieno compimento. Citando alcuni precetti dati dalla Legge, Gesù porta i discepoli a comprendere il senso pieno del precetto e cioè l’amore: “Vi fu detto….Ma io vi dico…”.
Gesù non è venuto ad abolire la legge, ma a portarla a compimento, a darle quel “di più” che la fa superare come legge e la fa accettare come scelta interiore. La giustizia del cristiano non dipende prima di tutto dalla semplice osservanza della legge, ma dal fatto che gli ultimi tempi sono compiuti in Gesù, e che Gesù per primo è giunto ad obbedire alla legge in comunione con il Padre.
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione.
In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo! Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re.
Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno». Parola del Signore
Dalla legge esterna al cuore dell’uomo
Di fatto la giustizia del fariseo si limita all’osservanza degli articoli di legge. Cristo stabilisce un nuovo criterio di valutazione morale: l’intenzione personale. E’ nel cuore che si decide l’atteggiamento più vero e più radicale dell’uomo, è lì che bisogna portare l’attenzione e la scelta: questa è la superiore esigenza della legge, il “di più” con cui Cristo la porta a compimento e a perfezione.
La legge viene imposta all’uomo dall’esterno. Se Gesù si limitasse soltanto a spiritualizzare la legge, il suo sarebbe un perfezionamento incompleto. Egli punta alla volontà, al cuore. Gesù spiega che la giustizia secondo Dio non consiste nella scrupolosa osservanza dei precetti fine a se stessa, priva dell’amore.
La giustizia secondo Dio va oltre la formale osservanza di alcuni schemi, và dritto al cuore. Gesù và al cuore dell’uomo, da dove sgorgano poi le azioni. Il cristiano autentico è chiamato a convertire soprattutto il cuore per trovare il vero senso del suo agire: l’amore è poter vivere quella beatitudine di chi osserva i precetti, come ricorda il Salmo Responsoriale di questa domenica: “Beato chi cammina nella legge del Signore”.
Non basta non uccidere, bisogna non adirarsi (Mt 5,21s). Non basta non commettere adulterio, bisogna non desiderare la donna degli altri (Mt 5,27s). Non basta lavarsi le mani prima dei pasti, bisogna “purificare” il cuore dell’uomo (Mc 7,1-23).
Non basta erigere monumenti ai profeti, bisogna non farli tacere uccidendoli (Mt 23,29ss). Non basta dire: «Signore, Signore», ma bisogna «fare la volontà del Padre che è nei cieli» (Mt 7,21). Non basta dire parole senza fine nella preghiera, bisogna aver fede nella bontà di Dio (Mt 6,7).
Non basta il sacrificio, non serve a niente l’atto di culto e l’osservanza dei precetti minori se non si pongono al primo posto nella propria vita morale la giustizia, la misericordia e la fede (Mt 9,13; 12,7; 23,23).
Il «di più» cristiano
Il “nuovo” apportato da Cristo è altrove: se Gesù esige un di più, la motivazione è in quel «ma io vi dico». Chi impone è Cristo, il quale ne ha dato per primo l’esempio.
L’amore per i nemici, la sopportazione della sofferenza e della persecuzione sono resi possibili al cristiano perché è sollecitato e realmente aiutato dall’esemplare che ha davanti. Il cristiano non obbedisce soltanto a una legge, ma si mette sulla scia di Cristo che lo precede e che diventa per lui modello-legge-istanza suprema-forza interiore per il dono dello Spirito (Mt 3,11), premio-amore beatificante
Le parole di Gesù invitano il cristiano a qualcosa “di più”, a fare un passo avanti nella fraternità. Non basta non uccidere il fratello, occorre rispettarlo, non prenderlo alla leggera, non sentirsi superiore a lui.
Si può uccidere con le parole, con un giudizio duro, con un atteggiamento sprezzante. Si può uccidere il fratello relegandolo nell’isolamento, spegnendo il suo entusiasmo e i suoi progetti di bene, non permettendogli di esprimersi liberamente.
Gli emarginati, gli anziani dei ricoveri, i deboli mentali, i “lontani” sono uccisi dal nostro crudele disinteresse, dal nostro isolamento, dal nostro dito puntato… Non si può onorare Dio se il fratello è disonorato, perché Dio è in ogni fratello che incontriamo, specialmente nei poveri, nei piccoli, negli umili, nei disprezzati…

Amore, libertà e dignità della persona
L’amore dell’uomo e della donna non è desiderio e ricerca egoistica della propria soddisfazione. L’amore è volere il bene dell’amato, è incontro libero e liberante. L’attrazione fisica senza amore è segno di una alienazione e immaturità profonda, è la negazione della liberta e della dignità della persona, è un tentativo di distruggere l’altro per fame una “cosa”, un oggetto.
L’amore vero, radicato nella totalità della persona, si inserisce nell’unica corrente d’amore che è Dio, un Amore che dona il Figlio: un dono totale, perché Cristo ha dato la sua vita per noi; un Amore che ha «promesso di essere presente in coloro che lo amano e con cuore retto e sincero custodiscono la sua parola» (colletta).
La famiglia deve vivere queste caratteristiche di amore, che la segnano profondamente e ne cementano l’unita. L’amore nel matrimonio o è cosi o non è nulla, totale fino a darsi, a sacrificarsi completamente.
La verità della parola e la comunione
Le parole non sono fatte perché gli uomini se ne servano per ingannarsi a vicenda, ma perché ciascuno di essi porti a conoscenza degli altri il proprio pensiero. Ingannare gli altri significa travisare il segno della parola, farla diventare mezzo di divisione e di confusione anziché di comunione e di chiarezza.
Cristo supera, quindi, la legge giudaica quando vieta la menzogna in ogni circostanza, rendendo cosi inutile il giuramento. La fedeltà alla nuova legge del Signore ci ricorda come questa sia riuscita ad amalgamarsi con la realtà umana.
La Legge come orientamento e risposta a una chiamata
La Torah, come sappiamo, cioè la parola biblica, è soprattutto orientamento, direttiva, più che normativa. Se noi esaminiamo il Pentateuco, vediamo che è ricchissimo di precettistica; ma due terzi della Bibbia antica sono vangelo, cioè sono il lieto annunzio, il racconto gioioso, degli interventi salvifici di Dio: questi sono normativi, i veri contenuti dell’insegnamento, non i singoli precetti.
Allora l’insegnamento non è imparare ad applicare alcune norme, alcuni precetti piccoli e determinati. Insegnamento è soprattutto aiutare piccoli e grandi a partecipare a questi eventi misericordiosi di Dio. Questo è importante! Si tratta di inserirsi in una storia che Dio conduce nei modi più imprevedibili.
Allora se vogliamo fare subito una applicazione sul piano etico, (quando si parla dell’insegnamento di Gesù nei confronti dell’Antico testamento si parla soprattutto del confronto dei valori etici, delle proposte etiche) diventa impensabile un’etica biblica che sia separabile da Dio. È inconcepibile un’etica naturale. La vera norma, il gran precetto, è ciò che ha fatto, l’iniziativa di Dio. E l’etica è la risposta.
Allora l’insegnamento, nell’ambito biblico, e quindi anche di Gesù, porta il discepolo a preparare la risposta a una chiamata. L’iniziativa di Dio, gli eventi salvifici di Dio, sono chiamate storiche. Dio non fa nulla perché resti inerte, ma perché abbia una risonanza consapevole, da parte di chi è invitato a farsene discepolo, cioè ad entrare in questo evento e a camminare sulla base di questo intervento di Dio.
Non una normativa definitiva, ma un cammino di discernimento
È importante sottolineare questa dimensione perché altrimenti sarà poi difficile confrontare contenuti di messaggi etici, staccandoli da questo contesto di vita condivisa. L’insegnamento è soprattutto uno stare con il maestro, soprattutto un camminare con il maestro; il maestro è Dio, camminare con Dio.
Tutto l’Antico Testamento parla di camminare con Dio, per imparare i pensieri di Dio, e tutto il Vangelo parla di camminare con Gesù; è tutto una lunga camminata il Vangelo, sempre, un lungo cammino, e quel che è bello è che più si sta con Gesù più si cammina.
È un insegnamento in movimento, e questo dà già una nota importante all’insegnamento del Cristo all’interno della tradizione ebraica e biblica; c’è un progresso non razionale, razionalistico, intellettuale, ma storico. Cammin facendo, insieme ad una persona che fa da guida, autentico maestro, si impara, si capisce, di approfondisce, si condivide, ci si lascia coinvolgere: questo è l’insegnamento!
Quindi, più che imparare tutto fin dall’inizio… nell’insegnamento biblico di Gesù, nella tradizione ebraica, non si impara come se fosse già tutto preconfezionato, per cui non c’è che da apprendere e conservare mentalmente. I discepoli sono tutti invitati a scoprire progressivamente.
È questa la caratteristica dell’insegnamento biblico: accogliere, ripensare, approfondire. Questa dimensione dell’insegnamento è fondamentale.
Guardate le parabole di Gesù: le presenta, le offre, non c’è un materiale preconfezionato e tutto contenuto in modo chiaro, ma delle allusioni profonde su tematiche apertissime, senza nessuna definizione globale, completa. Quindi Gesù dà dei contenuti su cui pensare, da riprendere continuamente ed approfondire, come stiamo facendo anche nei nostri tempi.
Sono inesauribili queste parabole. Dice il Vangelo che conserva e medita. Conserva nella mente gli eventi, li ripensa, è il modo con cui impara.
La differenza tra osservanza e sequela
È impossibile cercare in una normativa definitiva tutto quello che è l’etica biblica. Ci sono sì nella Bibbia moltissime norme, elenchi di precetti fondamentali, ma non sono definitivi né esaustivi.
Anche il fatto che molte di queste norme abbiano una formulazione negativa, già di per sé dice che non sono sufficienti ad impostare una risposta ad una chiamata, perché non è sufficiente evitare gli elementi negativi per una risposta di fedeltà crescente agli interventi di Dio.
La polemica tra Gesù e i Farisei che si ritrova specialmente nel vangelo di Matteo, non è tanto un contrasto tra antico e nuovo, ma tra una fedeltà formale, superficiale, culturale, alla parola, e una fedeltà profonda ad essa, trascendendo la norma per intuire qual è la chiamata concreta ed attuale che Dio fa alla comunità che è invitata ad essere discepola.
La differenza sta solo nella qualità della chiamata. Come dice la Lettera agli Ebrei, prima Dio si è rivelato (cioè ha chiamato, ha posto dei segni che sono delle vocazioni) nei Patriarchi, in Mosè, nei Profeti, ora, nel Figlio.
Il salto qualitativo, chiamiamolo così, che avviene nella storia, è dovuto all’evento Cristo, non al fatto che l’etica e la rivelazione antico-testamentaria si sia impoverita. Ricca era e ricca è rimasta, chiamata enorme e grandiosa era, e tale è rimasta; solo che l’evento Cristo ha introdotto una chiamata qualitativamente diversa, nuova.
Certamente la figura del Cristo introduce nella storia, tra Dio e il suo popolo, l’umanità, un dono di sé così come lo vive il Cristo, che esige una risposta, un’etica proporzionata. Allora è difficilissimo creare, a partire dalla vicenda Cristo, dalla dedizione di Cristo sulla croce, una serie di precetti adeguati.
Nessuna serie di precetti può contenere una risposta adeguata a degli eventi grandiosi che Dio pone. Sono solo piccole, limitate indicazioni, come degli argini, ma dentro c’è tutto un fiume di risposte che saranno continuamente inadeguate e che non si potranno raccogliere in formule o in precetti ben definiti.
Per questo occorre un continuo discernimento, illuminato dalla fede. Nel mondo cristiano questo discernimento è illuminato dall’esempio di Cristo.
Se Gesù dice: "Amatevi come io vi ho amati" è questo esempio che diventa normativo, e non si può trarre da esso dei precetti limitati. E proprio per questo è giusto dire che non è l’osservanza dei precetti che salva, neanche gli ebrei lo dicono, L’osservanza dei precetti è doverosa, ma ciò che salva è la risposta alla chiamata.
Cioè vi è una presenza di Dio che opera, ed è questo che salva. Vi sono dei momenti in cui anche la più perfetta osservanza costituisce ancora una insufficiente risposta.
Il giovane ricco: osservanza senza sequela
Nei Vangeli questo è chiaro, così come è chiaro nell’Antico Testamento e nell’esperienza storica del popolo ebraico. Ricordate il giovane ricco, tutto aveva osservato dei comandamenti.
Gesù gli dice: "vieni, vendi tutto." Piena osservanza dei precetti, debole sequela, fragile risposta alla chiamata.
Penso si debba condensare il senso dell’insegnamento di Gesù sulla scia dell’insegnamento dei sacerdoti, dei profeti, dei rabbini, all'interno della storia ebraica: l'insegnamento che si caratterizza soprattutto come chiamata a una sequela, a una vicinanza diretta, ad una condivisione.
Le sei antitesi e il comandamento dell’amore
Il Vangelo di oggi indica il percorso da compiere per raggiungere questo incontro fecondo. Le sei antitesi (omicidio, adulterio, divorzio, giuramenti, legge del taglione, amore del prossimo) tracciano questo percorso.
All’inizio sta un’affermazione paradossale: «Non pensate che sia venuto ad abolire… ma a dare compimento». Gesù condanna la lettura riduzionista fatta dagli scribi e dai farisei.
Per esempio, non uccidere: non basta evitare l’assassinio, ma bisogna fraternizzare con il vicino. Si è giusti non solo in alcuni atti estremi o in alcune ore del giorno, ma, sempre, a motivo del Battesimo, si è consacrati all’amore di Dio e del prossimo.
613 i precetti (248 quante le ossa del corpo, quelli positivi, più 365 quanti i giorni dell’anno, quelli negativi) sono quelli enumerati dai rabbini. Gesù li supera consegnandoci un solo comandamento che ingloba tutti: «Amerai il Signore tuo Dio… è da questo che dipende tutta la Legge e i Profeti».
| Osservanza esteriore | Compimento in Cristo |
|---|---|
| Non uccidere | Non adirarsi e riconciliarsi con il fratello |
| Non commettere adulterio | Purificare il desiderio nel cuore |
| Rispettare il giuramento | Parlare con verità: “sì, sì”, “no, no” |
| Compiere atti di culto | Mettere al primo posto giustizia, misericordia e fede |
| Osservare molti precetti | Amare Dio e il prossimo |
Il cristianesimo è un fatto: Gesù Cristo
Ho accettato l'invito a parlare di Gesù Cristo perché è Lui il cuore, il vertice, la sintesi dell'annuncio evangelico: questo non dobbiamo mai dimenticarlo.
Il Cristianesimo è una persona. Il Cristianesimo, in sé, non è una concezione della realtà, non è un codice di precetti, non è una liturgia. Non è neppure uno slancio di solidarietà umana, né una proposta di fraternità sociale.
È un avvenimento, un fatto. Un fatto che si compendia in una persona. Oggi si sente dire che in fondo tutte le religioni si equivalgono perché ognuna ha qualcosa di buono. Probabilmente è anche vero. Ma il Cristianesimo, con questo, non c'entra.
Perché il Cristianesimo non è una religione, ma è Cristo. Cioè una persona. Io ho puntato su di lui la mia vita, l'unica vita che ho: e quindi sento il bisogno ogni tanto di contemplarne il mistero, di rinfrescare l'identikit di Cristo.
Molte volte sentiamo parlare di Gesù Cristo, ogni tanto sul giornale c'è qualcuno che fa qualche scoop su di lui, ogni tanto si inventano e danno interpretazioni su chi sia Gesù Cristo, ma gli unici testi che ci parlano di Cristo sono i Vangeli.
Perciò o si sta ai Vangeli, oppure si rinuncia a parlare di Lui. Quindi, non dirò neanche una parola che non sia documentabile, a differenza di chi si inventa libri, film e parole.
Gesù, il Figlio di Dio
Dal Vangelo, dunque, riconosciamo una figura umana eccezionale. Al punto che quando Ponzio Pilato lo presenta alla gente dice: ecco l'uomo.
E invece io dico: ecco il punto. Gesù era solo un uomo? Perché anche la maggior parte delle persone che non credono lo considerano un grande uomo, da stimare. Ma è una posizione insostenibile, se guardiamo a quel che Gesù Cristo stesso dice di sé.
Ma la cosa forse più seria la dice nel Discorso della montagna. "Beati i poveri. " e via dicendo, ricordate? Be', in quel discorso dice tra l'altro: "Avete udito che è stato detto agli antichi "non uccidere". Io, invece, vi dico. ".
Pensateci bene: con questa frase Gesù quasi "corregge" la Rivelazione di Dio. E rivendica a sé anche il potere di giudicare l'uomo. E chi può farlo, se non uno che si crede Dio?
Perché il fatto è che Gesù sarà pure stato un grande uomo, un uomo eccezionale. Ma soprattutto è Dio. È veramente Dio. È il Figlio di Dio.
Non come lo siamo tutti noi, come lo sono tutte le creature, come la farfalla della vispa Teresa (anche lei è " figlia di Dio "): lui è il Figlio proprio, l'Unigenito.
La sequela nasce dalla presenza viva di Cristo
Il cristiano non obbedisce soltanto a una legge, ma si mette sulla scia di Cristo che lo precede e che diventa per lui modello-legge-istanza suprema-forza interiore per il dono dello Spirito (Mt 3,11), premio-amore beatificante
Un cristianesimo senza una relazione viva con Gesù non è altro che una religione tra le altre; avrà sempre un futuro, perché le religioni non si spegneranno, nonostante molti lo sostengano da secoli, ma non sarà la presenza di Gesù e del suo Vangelo nella storia.
Ecco perché continuo ad affermare, a costo di sembrare ossessivo, che Gesù Cristo deve essere il Vangelo e il Vangelo deve essere Gesù Cristo. Altrimenti, Gesù Cristo è solo un nome a cui fa riferimento un movimento di suoi seguaci, in termini di dottrina e spiritualità; è solo un’invocazione religiosa sublime; è solo un idolo, un manufatto amato, ritenuto la cosa più cara proprio perché è una nostra proiezione.
È infatti possibile un cristianesimo senza Gesù e senza Vangelo!
Massimo Recalcati: "Gesù non abolisce la legge: il compimento psicoanalitico della Legge nell’amore"
Fede, ragione e adesione alla verità
La fede si realizza nell’accoglimento della verità salvifica. Ma la fede nell’immaginario collettivo assume significati diversi ed è opinione comune quella di essere considerata e contrapposta alla cultura razionale.
Per esempio si guarda alla fede come un atto facoltativo e fortuito, si dice io non ho la fede, pressappoco come di dice io non ho gli occhi azzurri, sono basso di statura, c’è chi ce l’ha e chi non ce l’ha
Oppure si dice: purtroppo io non ho la fede, con lo stesso rammarico con cui si sente dire, purtroppo sono stonato, oppure purtroppo non riesco in matematica, quasi supponendo che l’assenza della fede sia qualcosa che non dipenda da noi.
Biffi ha sottolineato che Gesù non ci parlò in questo modo della fede, e non è così che ne parla la dottrina cattolica. Il cardinale ha ricordato che nella seconda parte del Vangelo di Matteo, “abbastanza censurato dalla cultura di oggi” è scritto: “‘Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato’, dove è chiaro che per Cristo l’atto di fede è tutt’altro che qualcosa di facoltativo, determina la nostra salvezza definitiva, ed è tutt’altro che qualcosa di fortuito e di occasionale”.
Secondo Biffi c’è una opinione diffusa e radicata di parlare della fede “come se fosse una alternativa alla ragione, si suppone che chi ragiona non ha bisogno di credere. C’è il sospetto che chi crede esce dall’ambito della razionalità”.
Anche in questo caso - ha precisato il prelato - il vocabolo fede non ha niente in comune con la fede come intesa dalla posizione cristiana, anzi nella prospettiva dei discepoli di Gesù, la fede è addirittura l’esercizio estremo, più alto della nostra facoltà intellettiva.
Fin dai tempi apostolici, infatti, è chiaro il convincimento che l’adesione all’evento Pasquale, è esperienza trascendente sì, ma assolutamente ragionevole.
In una autentica visione evangelica l’alternativa al credere non è affatto il ragionare, il contrario della fede è piuttosto il rassegnarsi all’irrazionale ed all'assurdo. L’alternativa al credere non è non credere a niente, ma rassegnarsi all’irrazionale e quindi credere a tutto.
Se io voglio lodare il Dio che mi ha rivelato il mistero dell’atto di fede, devo sforzarmi di capirlo, perché questo fa parte della mia natura di uomo che è indagatore della realtà.
La liturgia come esperienza di riconciliazione
Questa Eucaristia ci chiede di favorire un clima di accoglienza perché il Signore ci vuole aperti al perdono e alla sua grazia. Il nostro impegno è di fare percepire come la presenza alla Messa non è tanto un dovere da compiere, quanto, piuttosto, una vera esperienza di riconciliazione e di pace.
Il libro dei Vangeli (attenzione: non il Lezionario!!!), portato in processione e venerato con i ceri e l’incenso, evidenzia come il suo contenuto sia, per noi, fonte di vita e di gioia.
La chiesa la celebra come memoriale della passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo, ma nei fatti, nelle parole e nei gesti si mette veramente Gesù Cristo al centro?
Ancora, nella liturgia si proclama il Vangelo, ma sovente i fedeli danno più importanza alla predica che alle parole di Gesù. Lo stesso protagonismo vissuto nella liturgia da chi la presiede, il suo stare costantemente al centro, non rischia di oscurare la centralità di Cristo?
Un cristianesimo senza Gesù e senza Vangelo può conservare riti, devozioni, precetti e attività religiose. Ma la sequela cristiana nasce dall’incontro con Cristo, dalla risposta alla sua chiamata e dalla trasformazione del cuore nell’amore di Dio e del prossimo.