La benedizione della primogenitura di Gesù: il significato della benedizione di Isacco a Giacobbe

La benedizione della primogenitura non fu pronunciata direttamente da Gesù e non riguarda un episodio della sua vita terrena: nel racconto della Genesi, Isacco la conferisce a Giacobbe, sebbene pensi di benedire Esaù. Nella lettura cristiana, tuttavia, la vicenda si collega alla promessa trasmessa attraverso Abramo, Isacco e Giacobbe e trova il suo compimento in Gesù Cristo, il Figlio attraverso il quale la benedizione raggiunge tutte le nazioni.

La scena di Genesi 27 presenta una famiglia divisa da preferenze, inganni e paure: Isacco predilige Esaù, Rebecca predilige Giacobbe, Esaù ha già venduto la primogenitura per una minestra di lenticchie e Giacobbe, aiutato dalla madre, si presenta al padre fingendosi il fratello maggiore. Isacco lo benedice con prosperità, autorità e una promessa di protezione divina, mentre la successiva storia biblica mostra che la benedizione non elimina automaticamente la colpa, il conflitto o le conseguenze delle azioni umane.

Che cos’è la benedizione della primogenitura

Ai tempi dell’Antico Testamento, il figlio maggiore di solito riceveva il diritto di primogenitura. L’eredità del diritto di primogenitura comprendeva una doppia porzione di terra e ricchezza. Comprendeva anche una maggiore responsabilità nel prendersi cura della madre e del resto della famiglia dopo la morte del padre.

Oltre all’eredità temporale, il padre avrebbe dato al figlio maggiore una benedizione di primogenitura per conferirgli l’autorità del sacerdozio. Questa benedizione stabiliva la posizione del figlio nella famiglia come insegnante e dirigente.

Nel racconto della Genesi, dunque, la primogenitura non è soltanto un vantaggio economico. Essa comprende eredità, responsabilità familiare, autorità e partecipazione alla promessa dell’alleanza. Per questo la contesa tra Esaù e Giacobbe assume un significato molto più ampio di una semplice disputa tra fratelli.

La nascita di Esaù e Giacobbe

Isacco supplicò il Signore per sua moglie, perché essa era sterile e il Signore lo esaudì, così che sua moglie Rebecca divenne incinta. Ora i figli si urtavano nel suo seno ed essa esclamò: «Se è così, perché questo?». Andò a consultare il Signore.

Il Signore le rispose: «Due nazioni sono nel tuo seno e due popoli dal tuo grembo si disperderanno; un popolo sarà più forte dell’altro e il maggiore servirà il più piccolo». Quando poi si compì per lei il tempo di partorire, ecco due gemelli erano nel suo grembo.

Uscì il primo, rossiccio e tutto come un mantello di pelo, e fu chiamato Esaù. Subito dopo, uscì il fratello e teneva in mano il calcagno di Esaù; fu chiamato Giacobbe. Isacco aveva sessant’anni quando essi nacquero.

I fanciulli crebbero ed Esaù divenne abile nella caccia, un uomo della steppa, mentre Giacobbe era un uomo tranquillo, che dimorava sotto le tende. Isacco prediligeva Esaù, perché la cacciagione era di suo gusto, mentre Rebecca prediligeva Giacobbe.

La risposta divina ricevuta da Rebecca introduce fin dall’inizio un rovesciamento dell’ordine normalmente atteso: «il maggiore servirà il più piccolo». Esaù è il primogenito per nascita, ma il testo annuncia che la posizione decisiva nella storia della promessa passerà a Giacobbe.

Il nome Esaù viene associato al suo aspetto rossiccio e peloso, mentre il nome Giacobbe richiama l’immagine di colui che tiene il calcagno del fratello. Nella narrazione successiva, il nome di Giacobbe sarà collegato anche all’idea di soppiantare e ingannare.

La vendita della primogenitura per una minestra

Una volta Giacobbe aveva cotto una minestra di lenticchie; Esaù arrivò dalla campagna ed era sfinito. Disse a Giacobbe: «Lasciami mangiare un po’ di questa minestra rossa, perché io sono sfinito». Per questo fu chiamato Edom.

Giacobbe disse: «Vendimi subito la tua primogenitura». Rispose Esaù: «Ecco sto morendo: a che mi serve allora la primogenitura?». Giacobbe allora disse: «Giuramelo subito». Quegli lo giurò e vendette la sua primogenitura a Giacobbe.

Giacobbe diede ad Esaù il pane e la minestra di lenticchie; questi mangiò e bevve, poi si alzò e se ne andò. A tal punto Esaù aveva disprezzato la primogenitura.

Questa scena anticipa il dramma della benedizione paterna. Esaù possiede per diritto di nascita ciò che Giacobbe desidera, ma tratta la primogenitura come qualcosa di privo di valore rispetto a un bisogno immediato. La sua scelta mostra la distanza tra il valore di una promessa futura e la pressione di un desiderio presente.

Con la nascita dei gemelli Giacobbe ed Esaù, alla fine si realizzò la promessa legata all’alleanza di una posterità per Rebecca e Isacco. Esaù, come gemello maggiore, avrebbe avuto diritto alle promesse sulla primogenitura fatte al figlio primogenito. Tragicamente, Esaù non diede priorità alle sue benedizioni eterne, ma cercò invece di soddisfare i suoi desideri mondani.

La famiglia divisa dalle preferenze

Il racconto sottolinea una divisione affettiva già presente nella casa di Isacco. Isacco amava Esaù, perché la cacciagione era di suo gusto. Rebecca invece amava Giacobbe.

La preferenza dei genitori contribuisce a creare un ambiente segnato da tensioni e rivalità. I due figli non vivono soltanto la differenza tra le loro personalità e i loro ruoli, ma anche il peso di essere amati in modo diverso dai genitori.

La famiglia sembra avere un sacco di problemi e Dio sembra essere completamente ignorato e mosso da parte. Anche se tutti sono interessati alla benedizione di Dio.

Il problema è che il modo per arrivare a questa benedizione è completamente umano. Isacco sa che la benedizione dovrebbe andare a Giacobbe, ma preferisce la cacciagione di Esaù. Rebecca dovrebbe sapere che la benedizione sarebbe andata a Isacco, ma non si fida del Signore e quindi inganna, mente, tradisce suo marito.

Giacobbe non si tira di certo indietro e segue tutte le istruzioni ingannevoli della madre, citando addirittura il Signore. Tutti in questa storia vogliono essere benedetti, ma l’egoismo dei componenti di questa famiglia ha portato ad una situazione familiare e spirituale disastrosa.

Familiare perché a furia di preferenze personali, di motivazioni sbagliate, di trascuratezza nella famiglia ci sono tensioni, imbrogli, invidia, mancanza di affermazione reciproca. Spirituale perché Dio viene usato come se fosse un oggetto, un talismano, un Dio da dover sottomettere alle proprie macchinazioni.

Il contesto della benedizione di Isacco

Isacco era vecchio e gli occhi gli si erano così indeboliti che non ci vedeva più. Chiamò il figlio maggiore, Esaù, e gli disse: «Figlio mio». Gli rispose: «Eccomi».

Riprese: «Vedi, io sono vecchio e ignoro il giorno della mia morte. Ebbene, prendi le tue armi, la tua farètra e il tuo arco, esci in campagna e prendi per me della selvaggina. Poi preparami un piatto di mio gusto e portami da mangiare, perché io ti benedica prima di morire».

Isacco intende quindi conferire la benedizione a Esaù, il figlio maggiore. La cecità fisica diventa un elemento narrativo decisivo: il padre non riesce a vedere chi gli sta davanti, ma ascolta, tocca e annusa nel tentativo di riconoscere il figlio.

La scena mostra anche il legame tra la benedizione e il pasto preparato dal figlio. Isacco chiede a Esaù di procurargli selvaggina e di preparargli un piatto secondo il suo gusto, così da benedirlo dopo aver mangiato.

Il piano di Rebecca e Giacobbe

Ora Rebecca ascoltava, mentre Isacco parlava al figlio Esaù. Andò dunque Esaù in campagna a caccia di selvaggina da portare a casa.

Rebecca disse al figlio Giacobbe: «Ecco, ho sentito tuo padre dire a tuo fratello Esaù: Portami la selvaggina e preparami un piatto, così mangerò e poi ti benedirò davanti al Signore prima della morte».

Ora, figlio mio, obbedisci al mio ordine: va’ subito al gregge e prendimi di là due bei capretti; io ne farò un piatto per tuo padre, secondo il suo gusto. Così tu lo porterai a tuo padre che ne mangerà, perché ti benedica prima della sua morte.

Rebecca ha già organizzato l’ingannevole sostituzione del gemello Giacobbe, al posto del primogenito designato. Il piano si fonda su una serie di elementi coordinati: il cibo, gli abiti, le pelli degli animali e la falsa identità.

Rispose Giacobbe a Rebecca sua madre: «Sai che mio fratello Esaù è peloso, mentre io ho la pelle liscia. Forse mio padre mi palperà e si accorgerà che mi prendo gioco di lui e attirerò sopra di me una maledizione invece di una benedizione».

Ma sua madre gli disse: «Ricada su di me la tua maledizione, figlio mio! Tu obbedisci soltanto e vammi a prendere i capretti». Allora egli andò a prenderli e li portò alla madre, così la madre ne fece un piatto secondo il gusto di suo padre.

Le pelli degli animali e l’identità nascosta

Rebecca prese i vestiti migliori del suo figlio maggiore, Esaù, che erano in casa presso di lei, e li fece indossare al figlio minore, Giacobbe. Con le pelli dei capretti rivestì le sue braccia e la parte liscia del collo.

Poi mise in mano al suo figlio Giacobbe il piatto e il pane che aveva preparato. Giacobbe entra così nello spazio del padre assumendo esteriormente l’identità di Esaù.

Le mani e il collo di Giacobbe, ricoperte di pelli d’animali, rivelano già che gli eventi non si sono svolti nella normalità che l’iscrizione sembra mostrare. L’iscrizione, riferita a Genesi 27, 5-30, è breve e didascalica: «Qui benedisse Isacco il figlio suo Giacobbe».

La tela raffigura uno dei racconti della Genesi in cui Giacobbe, il più giovane dei due figli gemelli di Isacco, inganna il padre cieco e morente per ricevere da lui la benedizione, facendogli credere di essere suo fratello Esaù, il maggiore e primogenito, l’unico destinatario legale di questa benedizione, dal quale ha già comprato la sua primogenitura per un piatto di lenticchie.

Rebecca, la loro madre, a nome di Giacobbe perché è il suo preferito e il figlio prescelto da Dio, istiga Giacobbe a mettere in atto l’inganno. Giacobbe si avvicina al letto di morte del padre con il braccio avvolto in una pelle di pecora per assomigliare al braccio peloso di Esaù.

Isacco benedice Giacobbe con pelli animali

Il dialogo tra Isacco e Giacobbe

Così egli venne dal padre e disse: «Padre mio». Rispose: «Eccomi; chi sei tu, figlio mio?». Giacobbe rispose al padre: «Io sono Esaù, il tuo primogenito. Ho fatto come tu mi hai ordinato. Alzati dunque, siediti e mangia la mia selvaggina, perché tu mi benedica».

Isacco disse al figlio: «Come hai fatto presto a trovarla, figlio mio!». Rispose: «Il Signore me l’ha fatta capitare davanti».

La menzogna di Giacobbe non si limita al nome. Egli si presenta come il primogenito, dichiara di avere eseguito l’ordine del padre e attribuisce al Signore il rapido ritrovamento della selvaggina.

Ma Isacco gli disse: «Avvicinati e lascia che ti palpi, figlio mio, per sapere se tu sei proprio il mio figlio Esaù o no». Giacobbe si avvicinò ad Isacco suo padre, il quale lo tastò e disse: «La voce è la voce di Giacobbe, ma le braccia sono le braccia di Esaù».

Così non lo riconobbe, perché le sue braccia erano pelose come le braccia di suo fratello Esaù, e perciò lo benedisse. Gli disse ancora: «Tu sei proprio il mio figlio Esaù?». Rispose: «Lo sono».

Isacco percepisce la contraddizione: la voce corrisponde a Giacobbe, mentre le braccia sembrano quelle di Esaù. Il tatto, però, prevale sul dubbio e il padre accetta l’identità presentata dal figlio.

Il pasto, il vino e il riconoscimento attraverso l’odore

Allora disse: «Porgimi da mangiare della selvaggina del mio figlio, perché io ti benedica». Gliene servì ed egli mangiò, gli portò il vino ed egli bevve.

Poi suo padre Isacco gli disse: «Avvicinati e baciami, figlio mio!». Gli si avvicinò e lo baciò. Isacco aspirò l’odore degli abiti di lui e lo benedisse.

Il riconoscimento del figlio avviene attraverso una sequenza di sensi: l’udito della voce, il tatto delle braccia, il gusto del cibo, l’olfatto degli abiti e il bacio. La cecità di Isacco rende l’identità fisica manipolabile, ma la benedizione pronunciata alla fine assume un peso che non sarà annullato quando l’inganno verrà scoperto.

«Ecco l’odore del mio figlio come l’odore di un campo che il Signore ha benedetto. Dio ti conceda rugiada del cielo e terre grasse e abbondanza di frumento e di mosto.»

Il contenuto della benedizione di Isacco

«Ti servano i popoli e si prostrino davanti a te le genti. Sii il signore dei tuoi fratelli e si prostrino davanti a te i figli di tua madre. Chi ti maledice sia maledetto e chi ti benedice sia benedetto!»

La benedizione comprende diversi elementi:

  • la rugiada del cielo;
  • la fertilità della terra;
  • l’abbondanza di frumento e di mosto;
  • il servizio dei popoli;
  • la subordinazione dei fratelli;
  • la protezione contro la maledizione;
  • la promessa di benedizione per chi benedice Giacobbe.

La benedizione pronunciata da Isacco contiene quindi prosperità, autorità e una posizione dominante nella famiglia e tra i popoli. Essa non è una semplice formula di augurio, ma un atto che trasferisce il ruolo destinato al primogenito.

Elemento della benedizioneSignificato nel racconto
Rugiada del cieloFertilità e sostegno dall’alto
Terre grasseRicchezza e produttività della terra
Frumento e mostoAbbondanza materiale
Servizio dei popoliAutorità sulle genti
Signore dei fratelliPreminenza nella famiglia
Benedizione e maledizioneProtezione e conseguenze per chi si rapporta a lui

La scoperta dell’inganno

Isacco aveva appena finito di benedire Giacobbe e Giacobbe si era allontanato dal padre Isacco, quando arrivò dalla caccia Esaù suo fratello. Anch’egli aveva preparato un piatto, poi lo aveva portato al padre e gli aveva detto: «Si alzi mio padre e mangi la selvaggina di suo figlio, perché tu mi benedica».

Gli disse suo padre Isacco: «Chi sei tu?». Rispose: «Io sono il tuo figlio primogenito Esaù». Allora Isacco fu colto da un fortissimo tremito e disse: «Chi era dunque colui che ha preso la selvaggina e me l’ha portata? Io ho mangiato di tutto prima che tu venissi, poi l’ho benedetto e benedetto resterà».

La reazione di Isacco è immediata e intensa. Il padre comprende di essere stato ingannato, ma non ritira la benedizione. La frase «benedetto resterà» mostra che la parola pronunciata viene considerata efficace e irrevocabile.

Dopo aver riconosciuto di aver benedetto Giacobbe al posto di Esaù, Isacco dichiarò che Giacobbe sarebbe stato benedetto, suggerendo così che la volontà del Signore era stata compiuta.

Il dolore e la richiesta di Esaù

Quando Esaù sentì le parole di suo padre, scoppiò in alte, amarissime grida. Egli disse a suo padre: «Benedici anche me, padre mio!».

Rispose: «È venuto tuo fratello con inganno e ha carpito la tua benedizione». Riprese: «Forse perché si chiama Giacobbe mi ha soppiantato già due volte? Già ha carpito la mia primogenitura ed ecco ora ha carpito la mia benedizione!». Poi soggiunse: «Non hai forse riservato qualche benedizione per me?».

La protesta di Esaù collega esplicitamente i due episodi: la vendita della primogenitura e la sottrazione della benedizione. Egli riconosce di aver perso il diritto di primogenitura, ma vive la benedizione paterna come qualcosa che gli è stato portato via con l’inganno.

Isacco rispose e disse a Esaù: «Ecco, io l’ho costituito tuo signore e gli ho dato come servi tutti i suoi fratelli; l’ho provveduto di frumento e di mosto; per te che cosa mai potrò fare, figlio mio?».

Esaù disse al padre: «Hai una sola benedizione padre mio? Benedici anche me, padre mio!». Ma Isacco taceva ed Esaù alzò la voce e pianse.

La benedizione ricevuta da Esaù

Allora suo padre Isacco prese la parola e gli disse: «Ecco, lungi dalle terre grasse sarà la tua sede e lungi dalla rugiada del cielo dall’alto. Vivrai della tua spada e servirai tuo fratello; ma poi, quando ti riscuoterai, spezzerai il suo giogo dal tuo collo».

La parola rivolta a Esaù non ha lo stesso contenuto della benedizione ricevuta da Giacobbe. Essa annuncia una vita segnata dalla lontananza dalla fertilità della terra, dal ricorso alla spada e dal servizio del fratello, ma contiene anche una prospettiva di liberazione futura.

La narrazione non presenta Esaù come completamente privo di futuro. La sua storia comprenderà conflitto e subordinazione, ma anche il momento in cui spezzerà il giogo dal collo.

Le conseguenze dell’inganno

Esaù perseguitò Giacobbe per la benedizione che suo padre gli aveva dato. Pensò Esaù: «Si avvicinano i giorni del lutto per mio padre; allora ucciderò mio fratello Giacobbe».

Ma furono riferite a Rebecca le parole di Esaù, suo figlio maggiore, ed essa mandò a chiamare il figlio minore Giacobbe e gli disse: «Esaù tuo fratello vuol vendicarsi di te uccidendoti».

Rebecca disse a Giacobbe: «Ebbene, figlio mio, obbedisci alla mia voce: su, fuggi a Carran da mio fratello Làbano. Rimarrai con lui qualche tempo, finché l’ira di tuo fratello si sarà placata».

La benedizione ottenuta con l’inganno produce immediatamente una frattura familiare. Giacobbe deve fuggire, Esaù è consumato dalla rabbia e Rebecca teme di perdere entrambi i figli in un solo giorno.

Finché si sarà placata contro di te la collera di tuo fratello e si sarà dimenticato di quello che gli hai fatto. Allora io manderò a prenderti di là. Perché dovrei venir privata di voi due in un sol giorno?

La seconda benedizione di Isacco

Dopo l’inganno, Isacco chiama nuovamente Giacobbe e lo benedice. Questa volta non c’è travestimento: il padre sa chi ha davanti e pronuncia consapevolmente la benedizione.

Allora Isacco chiamò Giacobbe, lo benedisse e gli diede questo comando: «Tu non devi prender moglie tra le figlie di Canaan. Su, va’ in Paddan-Aram, nella casa di Betuèl, padre di tua madre, e prenditi di là la moglie tra le figlie di Làbano, fratello di tua madre».

Ti benedica Dio onnipotente, ti renda fecondo e ti moltiplichi, sì che tu divenga una assemblea di popoli. Conceda la benedizione di Abramo a te e alla tua discendenza con te, perché tu possieda il paese dove sei stato forestiero, che Dio ha dato ad Abramo.

Qui la benedizione assume una forma più esplicita e legata all’alleanza. Isacco non si limita a confermare prosperità e autorità: trasmette a Giacobbe la benedizione di Abramo e la promessa relativa alla discendenza e alla terra.

La benedizione di Abramo trasmessa a Giacobbe

Isacco pronunciò prima una benedizione generale di prosperità su Giacobbe, benedicendolo nel nome del Dio Onnipotente, cioè El Shaddai. Questo titolo per Dio era stato usato precedentemente in Genesi 17:1, dove Dio si descrisse ad Abrahamo con questa espressione.

Abrahamo trasmise la conoscenza di Dio come El Shaddai a suo figlio Isacco, che ora la trasmetteva a Giacobbe. Dopo la benedizione generale, Isacco diede poi la specifica benedizione di Abrahamo, la benedizione del patto fatta ad Abrahamo e ai suoi discendenti.

Proprio come fu promesso ad Abrahamo, a Giacobbe fu promesso:

  • una terra;
  • una nazione;
  • una benedizione.

Dio onnipotente ti benedica, ti renda fruttifero e ti moltiplichi, sì che tu divenga un’assemblea di popoli, e ti dia la benedizione di Abrahamo, a te e alla tua discendenza con te, affinché tu possegga il paese dove vivi come uno straniero e che Dio donò ad Abrahamo.

La benedizione di Abramo comprende la terra, la discendenza e la vocazione a essere una benedizione per le famiglie della terra. In questa prospettiva, la primogenitura è anche una responsabilità: chi riceve la promessa deve portarla avanti nella propria discendenza.

Giacobbe a Betel: la promessa confermata da Dio

Giacobbe partì da Bersabea e si diresse verso Carran. Capitò così in un luogo, dove passò la notte, perché il sole era tramontato; prese una pietra, se la pose come guanciale e si coricò in quel luogo.

Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa.

Nel deserto desolato, Giacobbe ebbe un sogno significativo mentre usava una pietra come cuscino. Si può solo immaginare lo strano flusso di sentimenti in Giacobbe in questo momento: la paura, la solitudine, l’isolamento, l’eccitazione e l’anticipazione.

Nel sogno di Giacobbe, c’era un modo per accedere al cielo. Giacobbe ora sapeva che Dio era più vicino di quanto avesse mai creduto prima e che c’era un reale accesso e interazione tra cielo e terra.

Ed ecco il Signore gli stava davanti e disse: «Io sono il Signore, il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isacco. La terra sulla quale tu sei coricato la darò a te e alla tua discendenza».

«La tua discendenza sarà come la polvere della terra e ti estenderai a occidente e ad oriente, a settentrione e a mezzogiorno. E saranno benedette per te e per la tua discendenza tutte le nazioni della terra».

«Ecco io sono con te e ti proteggerò dovunque tu andrai; poi ti farò ritornare in questo paese, perché non ti abbandonerò senza aver fatto tutto quello che t’ho detto».

Giacobbe aveva certamente sentito parlare del grande Dio che apparve ad Abrahamo e a Isacco, ma ora questo stesso Dio incontrò Giacobbe in modo personale. Questa fu un’esperienza che cambiò la vita di Giacobbe.

Terra, discendenza, benedizione e presenza

La promessa divina a Betel ripete i termini dell’alleanza data ad Abramo e a Isacco. Dio promette a Giacobbe una terra, una discendenza numerosa, una benedizione per tutte le famiglie della terra e la propria presenza.

La terra sulla quale tu stai coricato la darò a te e alla tua discendenza. Queste parole erano di conforto e speranza per Giacobbe in questo crocevia critico della sua vita.

La promessa della terra, della nazione e della benedizione aveva poco valore se Giacobbe non fosse vissuto abbastanza a lungo da ritornare nella terra che Dio gli aveva promesso e generare i discendenti che Dio aveva promesso.

Qui Dio promise di essere presente con Giacobbe e di proteggerlo finché tutte le Sue promesse non fossero state adempiute. La promessa non dipende soltanto dalla capacità di Giacobbe di realizzarla, ma dalla fedeltà di Dio.

«Ecco, io sono con te» descrive la benedizione presente, e l’indescrivibile benedizione della presenza di Dio. «Io sarò con te» descrive la meravigliosa promessa della futura presenza e benedizione di Dio.

«Il Dio dei miei padri è stato con me» fu la testimonianza di Giacobbe della fedeltà e presenza di Dio con lui. «Dio sarà con voi» fu Giacobbe che trasmetteva la benedizione della presenza di Dio alle generazioni successive.

Betel, la casa di Dio

Allora Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: «Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo». Ebbe timore e disse: «Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo».

Alla mattina presto Giacobbe si alzò, prese la pietra che si era posta come guanciale, la eresse come una stele e versò olio sulla sua sommità. E chiamò quel luogo Betel, mentre prima di allora la città si chiamava Luz.

Giacobbe aveva ragione nel percepire la presenza del Signore lì. Dio si rivelò a Giacobbe sia nel sogno che nella parola.

Più tardi, il re Davide comprese che Dio era ovunque: «Dove potrei andare lontano dal tuo Spirito, o dove potrei fuggire lontano dalla tua presenza?».

La città di Betel avrebbe avuto un ruolo importante nella storia di Israele, ma a volte come luogo associato all’idolatria. Tra le città di Israele, è seconda solo a Gerusalemme per numero di volte menzionata nell’Antico Testamento.

Giacobbe e il voto a Dio

Giacobbe fece questo voto: «Se Dio sarà con me e mi proteggerà in questo viaggio che sto facendo e mi darà pane da mangiare e vesti per coprirmi, se ritornerò sano e salvo alla casa di mio padre, il Signore sarà il mio Dio».

«Questa pietra, che io ho eretta come stele, sarà una casa di Dio; di quanto mi darai io ti offrirò la decima».

C’era un grande contrasto tra la promessa di Dio e il voto di Giacobbe. Una era totalmente centrata su Dio; l’altra era terribilmente centrata sull’uomo.

  • La promessa di Dio a Giacobbe: «Io sono il Signore Dio».
  • La promessa di Dio a Giacobbe: «Io darò a te».
  • La promessa di Dio a Giacobbe: «Io sono con te».
  • La promessa di Dio a Giacobbe: «Io non ti abbandonerò finché non avrò fatto ciò che ho detto».
  • Il voto di Giacobbe: «Se Dio sarà con me».
  • Il voto di Giacobbe: «E mi proteggerà».
  • Il voto di Giacobbe: «Durante questo viaggio che faccio».
  • Il voto di Giacobbe: «Mi darà pane da mangiare e vesti».
  • Il voto di Giacobbe: «E se ritornerò alla casa di mio padre».

Dio fu abbastanza grazioso da non ritirare il Suo patto quando vide una risposta così poco spirituale da parte di Giacobbe. Invece, fu disposto a essere chiamato il Dio di Abrahamo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe.

Giacobbe, la fuga e gli anni presso Labano

Io sono Giacobbe, figlio di Rebecca e Isacco. Vivo a Beer-Sheva, nel sud di Canaan. Ho ottenuto con l’inganno la benedizione della primogenitura da mio padre Isacco, anche se avrebbe dovuto spettare al mio fratello maggiore, Esaù.

Per me quella benedizione significava potere, sicurezza e la protezione di Dio. Con l’aiuto di mia madre mi sono coperto le braccia con pelle di animale per sembrare peloso come Esaù e ho convinto mio padre a benedirmi.

Quando Esaù ha scoperto ciò che avevo fatto, è diventato furioso e mi ha minacciato di morte. Ho dovuto fuggire, e sono andato da mio parente Labano in Aram, nella terra degli Aramei.

Per quattordici anni ho lavorato per Labano. In quel tempo mi sono innamorato di sua figlia Rachele. Ma prima di poterla sposare, Labano mi ha fatto prendere in moglie sua sorella maggiore, Lea.

Mi sono sentito usato, ma ho accettato. Dopo sette anni ho finalmente sposato anche Rachele. Ho avuto figli con Lea, Rachele e con le serve Bila e Zilpa.

In totale sono diventato padre di dodici figli maschi e di alcune figlie: per noi una famiglia numerosa è sicurezza per il futuro. Nella nostra società, però, le figlie sono contate meno dei figli.

Negli anni con Labano sono diventato ricco, con tante greggi e molti figli. Al termine dei quattordici anni ho lasciato Labano con la mia famiglia e il mio bestiame.

Il ritorno verso Esaù

Mentre tornavo verso Canaan, ho mandato dei messaggeri da Esaù per annunciare il mio arrivo. Sono tornati con la notizia che Esaù stava arrivando verso di me con quattrocento uomini.

Ho avuto paura per la mia vita e per quella della mia famiglia. Per questo ho diviso le persone e gli animali in due gruppi, sperando che almeno uno potesse sopravvivere in caso di attacco.

Ho mandato regali a Esaù per placarlo, e io sono rimasto da solo sulle rive del fiume Iabbok. Quella notte un uomo sconosciuto è uscito dal nulla e ha cominciato a lottare con me.

La fuga iniziata a causa della benedizione ricevuta da Isacco conduce Giacobbe a un nuovo confronto con la paura, la vulnerabilità e la propria identità. Il conflitto con Esaù non è ancora risolto, ma Giacobbe si trova ormai davanti alla possibilità di affrontare il fratello.

La lotta allo Iabbok e la nuova benedizione

Non sapevo chi fosse né da dove venisse. Per ore abbiamo lottato, nel fango e nella notte: ci siamo spinti, afferrati, graffiati e sostenuti, in un contatto fisico così intenso che non riuscivo più a distinguere lotta e abbraccio.

È stata un’esperienza terribile e affascinante allo stesso tempo, spaventosa e carica di energia, come se fossimo stati più che due individui. Nessuno dei due ha vinto, e nessuno ha perso.

Alla fine l’uomo mi ha ferito all’anca: da allora zoppico e porto ancora i segni di quella notte nel mio corpo. Quel combattimento non mi ha segnato solo fisicamente, ma anche dentro, profondamente.

In quel momento di fatica e vulnerabilità ho gridato: «Non ti lascerò andare se non mi benedirai!». Sapevo, in quelle ore insonni, che avevo bisogno di quella benedizione.

L’uomo mi ha chiesto il nome. E quando gliel’ho detto, mi ha dato un nome nuovo: Israele, che vuol dire «colui che lotta con Dio». Il suo nome, invece, non me l’ha rivelato, ma mi ha benedetto.

Al mattino ho chiamato quel luogo Penuel, cioè «faccia a faccia con Dio», perché ho sentito che lì avevo incontrato Dio stesso.

La benedizione allo Iabbok è diversa dalla benedizione paterna di Genesi 27. Non riguarda l’acquisizione della primogenitura attraverso il travestimento, né la prosperità agricola o il dominio sui fratelli. Essa viene ricevuta in una condizione di lotta, vulnerabilità e trasformazione.

La benedizione ricevuta nella vulnerabilità

È difficile da spiegare, ma in quella notte Dio è diventato per me qualcosa di corporeo: tangibile, inquietante, trasformante. Dio è venuto nel mio spazio più vulnerabile e si è lasciato toccare. E io sono stato toccato da Dio.

Guardando indietro, capisco che quella lotta non è stata soltanto con un altro essere, ma con me stesso: con la mia colpa, la mia vergogna, le ombre che portavo dentro fin da quando avevo ingannato mio fratello.

È stata una lotta durissima, dolorosa, per uscire dalle catene di tradizioni ingiuste e da regole che non mi appartenevano. Ho lottato per essere visto e riconosciuto così come sono, con tutte le mie ferite, le mie contraddizioni e la mia storia.

E ho ricevuto la benedizione di Dio non perché fossi senza difetti, ma proprio in mezzo alle mie vulnerabilità e alle mie imperfezioni.

Oggi porto il nome Israele, «colui che lotta con Dio», con orgoglio. Quella notte Dio ha attraversato confini, si è lasciato toccare e mi ha toccato.

All’alba ho ricevuto la benedizione divina così come sono: segnato, ferito e trasformato.

Il rapporto tra la benedizione di Giacobbe e Gesù

La benedizione della primogenitura di Genesi 27 appartiene al racconto di Isacco, Esaù e Giacobbe. Gesù non è il destinatario diretto della benedizione pronunciata da Isacco, ma nella lettura cristiana la storia della promessa prosegue fino a Cristo.

La genealogia della promessa passa attraverso Abramo, Isacco e Giacobbe. La benedizione ricevuta da Giacobbe comprende l’idea che tutte le famiglie della terra saranno benedette attraverso la sua discendenza.

Nel sogno di Betel, Gesù il Messia è presentato come l’accesso al cielo. Gesù è la scala, questa via di accesso al cielo. Gesù disse di Se stesso: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me».

Gesù rese chiaro in Giovanni 1:51 che Lui è l’accesso al cielo. Lui è il modo in cui il cielo scende alle persone e attraverso il quale le persone possono andare in cielo.

La benedizione di Giacobbe anticipa quindi, nella prospettiva cristiana, una benedizione che non rimane limitata a una famiglia o a un popolo. La promessa di una benedizione per tutte le nazioni viene collegata a Gesù Cristo, attraverso il quale la relazione con Dio e l’accesso al Padre sono resi universali.

La benedizione come presenza di Dio

La benedizione è il conferimento di un privilegio, di un diritto, di una responsabilità o di un favore a una parte della creazione, da parte di Dio o di colui che egli ha benedetto.

In relazione all’umanità, essere benedetti significa essere uno del popolo di Dio, con tutti i benefici che ciò comporta: in altre parole, la benedizione di Dio è la sua presenza relazionale nella vita di una persona.

È una benedizione che si basa sulla relazione con Dio e che comporta privilegi e benedizioni, ma anche responsabilità, diritti e una risposta umana.

Il tema della benedizione divina è uno dei temi centrali e ricorrenti nel libro della Genesi. La storia di Giacobbe mostra che la benedizione non è riducibile a ricchezza, autorità o successo.

Nel salmo 1 viene descritto un uomo benedetto, che ascolta la parola del Signore e meditando col Signore diventa come un albero stabile, forte, pieno di frutto.

Il Signore ti benedica e ti protegga! Il Signore faccia risplendere il suo volto su di te e ti sia propizio! Il Signore rivolga verso di te il suo volto e ti dia la pace!

Il contrasto tra benedizione e desiderio immediato

Quante volte queste parole non sono realtà quotidiana ma piuttosto un desiderio quasi disilluso in mezzo a vite sottosopra, a famiglie con relazioni problematiche?

La storia di Esaù e Giacobbe mostra quanto sia facile subordinare una promessa duratura a un vantaggio immediato. Esaù vende la primogenitura per un pasto; Giacobbe cerca la benedizione attraverso un piano umano; Isacco si lascia guidare dal gusto per la selvaggina; Rebecca agisce perché non si fida che la promessa si compia.

Scegliere desideri immediati o mondani piuttosto che le benedizioni eterne di Dio può portare dolore e rimpianto.

Con i numerosi impegni della nostra vita quotidiana e nel tumulto del mondo contemporaneo in cui viviamo, possiamo essere distratti dalle cose eterne che contano di più facendo del piacere, della prosperità, della popolarità e del prestigio le nostre priorità principali.

La nostra preoccupazione a breve termine per le «cose di questo mondo» e per gli «onori degli uomini» può portarci a perdere la nostra primogenitura spirituale per molto meno di una minestra di lenticchie.

Ognuno di noi deve valutare le proprie priorità temporali e spirituali con sincerità e in preghiera per individuare nella propria vita le cose che possono ostacolare le abbondanti benedizioni che il Padre Celeste e il Salvatore sono disposti a riversare su di noi.

Il significato spirituale della primogenitura

La primogenitura biblica comprendeva beni, posizione e responsabilità. Nel racconto di Giacobbe, però, il suo significato spirituale emerge soprattutto nel rapporto con l’alleanza e con la promessa.

Giacobbe riceve la terra, la discendenza e la benedizione. Ma riceve anche il compito di portare avanti una storia nella quale tutte le famiglie della terra saranno benedette.

La benedizione non è dunque un privilegio isolato. Essa comporta una vocazione. Chi viene benedetto è chiamato a trasmettere la promessa, a prendersi cura della famiglia e a vivere sotto la presenza di Dio.

La vicenda mostra anche che Dio opera attraverso persone imperfette. Giacobbe era colui che doveva ereditare la promessa di Dio ad Abrahamo, sebbene anche lui sembrasse indegno di tale benedizione.

Ciascuna delle quattro parti nel dramma della concessione della benedizione agì in modo non spirituale. La cosa sorprendente è che Dio trasse qualcosa di buono da tutto questo. Questo fu un trionfo della sovranità di Dio.

La benedizione e la trasformazione di Giacobbe

La storia di Giacobbe non si conclude con la benedizione ricevuta nella tenda di Isacco. Dopo la fuga, il lavoro presso Labano, il ritorno verso Esaù e la lotta allo Iabbok, Giacobbe diventa Israele.

Il nuovo nome indica una trasformazione dell’identità. Giacobbe non è più soltanto il figlio che ha ingannato il padre e soppiantato il fratello. È anche colui che ha lottato, che ha portato nel corpo i segni della ferita e che ha chiesto una benedizione in una notte di vulnerabilità.

La prima benedizione viene cercata attraverso il controllo degli eventi; la benedizione allo Iabbok viene ricevuta nel riconoscimento del bisogno. La prima è legata a una maschera; la seconda a un nome dichiarato. La prima nasce dall’inganno; la seconda dalla lotta e dalla trasformazione.

La vicenda di Giacobbe mostra così una progressiva discesa dalle strategie umane verso una relazione più profonda con Dio. La benedizione non cancella la storia precedente, ma la attraversa e la trasforma.

Il compimento cristiano della benedizione

La gioia che porta questo bambino è indescrivibile ed è una bellissima anticipazione della gioia che porterà al mondo intero un altro bambino, nato circa 2000 anni fa.

Per sperimentare tutti i giorni il Natale devo meditare sul fatto che Gesù si è fatto uomo per me, per farmi sperimentare il calore della sua famiglia, per farmi sentire la sicurezza della cittadinanza celeste ed eterna, per cibarmi con il cibo in grado di riempire la nostra anima.

La fede di Abramo è diventata così forte che il patriarca si fida completamente della sovranità e del piano di Dio e quindi prepara l’altare per il sacrificio, fino a quando Dio non interviene, impedendo che Isacco venga sacrificato e provvedendo al suo posto un animale, in attesa del sacrificio del Figlio unigenito di Dio.

Il Figlio di Dio rende inutile il sacrificio di animali e prende definitivamente il nostro posto, circa 2000 anni fa.

In questa prospettiva, la benedizione promessa alla discendenza di Abramo non rimane confinata alla trasmissione familiare del diritto di primogenitura. Essa si apre alla promessa universale che, in Gesù Cristo, la benedizione raggiunga tutte le nazioni.

Vendette la Primogenitura per un Piatto di Lenticchie – La Lezione di Esaù

La benedizione di Isacco a Giacobbe è quindi una pagina complessa: contiene una promessa annunciata prima della nascita dei gemelli, una primogenitura disprezzata, un inganno familiare, una parola paterna irrevocabile, una fuga, una lotta e un nuovo nome. Nella lettura cristiana, il filo della promessa prosegue fino a Gesù, nel quale la benedizione di Dio diventa accesso al Padre, presenza, riconciliazione e speranza per tutte le famiglie della terra.

tags: #benedizione #primogenitura #gesu