Benedetto XVI e i seminaristi: il silenzio come formazione alla preghiera, allo studio e al ministero

Per Benedetto XVI, gli anni del Seminario devono essere anzitutto «anni di silenzio interiore, di orazione costante, di studio assiduo e di prudente inserimento nell’azione e nelle strutture pastorali della Chiesa». Il silenzio non è isolamento né fuga dalla realtà, ma il clima necessario perché il seminarista possa ascoltare la voce di Dio, maturare interiormente e prepararsi alla missione sacerdotale.

«La sua voce infatti non è rumorosa, ma sommessa, è voce del silenzio», spiegava Benedetto XVI ai seminaristi del Pontificio Seminario Romano Maggiore. Per essere ascoltata, questa voce «richiede quindi un clima di silenzio», sostenuto dalla preghiera quotidiana, dalla liturgia, dalla meditazione della Parola di Dio, dall’adorazione eucaristica e dallo studio.

Il silenzio nel cammino del seminarista

«Cari seminaristi, questi anni di formazione costituiscono un tempo importante per prepararvi all’esaltante missione a cui il Signore vi chiama». Benedetto XVI indicava nel silenzio una delle condizioni fondamentali di questo tempo di preparazione: «Anzitutto, gli anni del Seminario comportano un certo distacco dalla vita comune, un certo "deserto", perché il Signore possa parlare al vostro cuore (cfr Os 2,16)».

Il «deserto» del Seminario non coincide con una separazione assoluta dal mondo, ma con uno spazio di raccoglimento nel quale la persona può sottrarsi, almeno in parte, al rumore esteriore e alle pressioni quotidiane. «La sua voce infatti non è rumorosa, ma sommessa, è voce del silenzio (cfr 1 Re 19,12)». Per questo «il Seminario offre spazi e tempi di preghiera quotidiana; cura molto la liturgia, la meditazione della Parola di Dio e l’adorazione eucaristica».

Il silenzio, tuttavia, non esaurisce la formazione. «Al tempo stesso, vi chiede di dedicare lunghe ore allo studio: pregando e studiando, potete costruire in voi l’uomo di Dio che dovete essere e che la gente attende che il sacerdote sia». La formazione sacerdotale nasce quindi dall’unità tra preghiera, silenzio, studio e vita comunitaria.

Seminaristi in preghiera silenziosa

Silenzio interiore, preghiera costante e studio

Nella cattedrale dell’Almudena di Madrid Benedetto XVI ha tracciato l’identikit del buon seminarista e ha offerto indicazioni precise su come vivere gli anni di preparazione al sacerdozio. «Anzitutto - ha detto - devono essere anni di silenzio interiore, di orazione costante, di studio assiduo e di prudente inserimento nell’azione e nelle strutture pastorali della Chiesa».

Il silenzio interiore permette di non ridurre la preparazione sacerdotale a un semplice apprendimento di nozioni o a un’immediata attività pastorale. Esso rende possibile una maturazione più profonda, nella quale il futuro sacerdote impara a riconoscere la propria vocazione, a comprendere la volontà di Dio e a configurare progressivamente la propria vita a Cristo.

«Configurarsi a Cristo comporta, cari seminaristi, identificarsi sempre di più con Colui che per noi si è fatto servo, sacerdote e vittima». «Configurarsi a Lui è, in realtà, il compito per il quale ogni sacerdote deve spendere per tutta la vita». Questo compito «ci sorpassa» e non può essere raggiunto pienamente, ma, come dice san Paolo, «corriamo verso la meta sperando di raggiungerla».

Il silenzio come ascolto della Parola di Dio

Benedetto XVI ha collegato costantemente il silenzio all’ascolto. «È necessario il silenzio interiore ed esteriore perché tale parola possa essere udita». La difficoltà è particolarmente evidente nel tempo presente, perché «la nostra è un’epoca in cui non si favorisce il raccoglimento; anzi a volte si ha l’impressione che ci sia paura a staccarsi, anche per un istante, dal fiume di parole e di immagini che segnano e riempiono le giornate».

Per questo Benedetto XVI ha ricordato «la necessità di educarci al valore del silenzio»: «Riscoprire la centralità della Parola di Dio nella vita della Chiesa vuol dire anche riscoprire il senso del raccoglimento e della quiete interiore». La grande tradizione patristica insegna «che i misteri di Cristo sono legati al silenzio e solo in esso la Parola può trovare dimora in noi, come è accaduto in Maria, inseparabilmente donna della Parola e del silenzio».

Il silenzio non è dunque il contrario della Parola, ma lo spazio che permette alla Parola di essere ascoltata, accolta e interiorizzata. «Questo principio -- che senza silenzio non si sente, non si ascolta, non si riceve una parola -- vale per la preghiera personale soprattutto, ma anche per le nostre liturgie: per facilitare un ascolto autentico, esse devono essere anche ricche di momenti di silenzio e di accoglienza non verbale».

Silenzio e parola nella comunicazione cristiana

Benedetto XVI ha affrontato il rapporto tra silenzio e parola anche nel messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, dedicato al tema «Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione». Secondo il Papa, silenzio e parola sono «due momenti della comunicazione che devono equilibrarsi, succedersi e integrarsi per ottenere un autentico dialogo e una profonda vicinanza tra le persone».

«Quando parola e silenzio si escludono a vicenda, la comunicazione si deteriora, o perché provoca un certo stordimento, o perché, al contrario, crea un clima di freddezza; quando, invece, si integrano reciprocamente, la comunicazione acquista valore e significato». Quindi non solo la parola, ma anche il silenzio è parte integrante della comunicazione.

«Nel silenzio - prosegue - ascoltiamo e conosciamo meglio noi stessi, nasce e si approfondisce il pensiero, comprendiamo con maggiore chiarezza ciò che desideriamo dire o ciò che ci attendiamo dall’altro, scegliamo come esprimerci». Tacendo si permette all’altra persona di parlare, di esprimere se stessa, e a noi di non rimanere legati, senza un opportuno confronto, soltanto alle nostre parole o alle nostre idee.

«Si apre così uno spazio di ascolto reciproco e diventa possibile una relazione umana più piena». In queste parole ci sono i cardini della comunicazione: l’ascolto, la valorizzazione dell’altro, la reciprocità, i luoghi e i modi della relazione.

Il Seminario come spazio di silenzio e di comunione

Il silenzio del seminarista non è individualismo. Benedetto XVI sottolineava infatti che la formazione al sacerdozio comprende anche una dimensione comunitaria decisiva. «C’è poi un secondo aspetto della vostra vita: durante gli anni di Seminario, voi vivete insieme; la vostra formazione al sacerdozio comporta anche questo aspetto comunitario, che è di grande importanza».

«Gli Apostoli si sono formati insieme, seguendo Gesù». La comunione tra i seminaristi non riguarda soltanto il tempo della formazione, ma anche il futuro ministero: «La vostra comunione non si limita al presente, ma riguarda anche il futuro: l’azione pastorale che vi attende dovrà vedervi agire uniti come in un corpo, in un ordo, quello dei presbiteri, che col Vescovo si prendono cura della comunità cristiana».

Per questo Benedetto XVI invitava i seminaristi: «Amate questa "vita di famiglia", che per voi è anticipazione di quella "fraternità sacramentale" (Presbyterorum Ordinis, 8) che deve caratterizzare ogni presbiterio diocesano». Il silenzio autentico non distrugge la fraternità, ma la rende più profonda, perché permette di ascoltare Dio, gli altri e la propria coscienza.

La preghiera di Gesù e il silenzio

Nel ciclo di catechesi sulla preghiera di Gesù, Benedetto XVI ha dedicato particolare attenzione al silenzio. «In una serie di catechesi precedenti ho parlato della preghiera di Gesù e non vorrei concludere questa riflessione senza soffermarmi brevemente sul tema del silenzio di Gesù, così importante nel rapporto con Dio».

Nell’Esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini, Benedetto XVI aveva ricordato il ruolo del silenzio nella vita di Gesù, soprattutto sul Golgota: «Qui siamo posti di fronte alla “Parola della croce” (1 Cor 1, 18). Il Verbo ammutolisce, diviene silenzio mortale, poiché si è “detto” fino a tacere, non trattenendo nulla di ciò che ci doveva comunicare».

La croce di Cristo «non mostra solo il silenzio di Gesù come sua ultima parola al Padre, ma rivela anche che Dio parla per mezzo del silenzio». Il silenzio di Dio, l’esperienza della lontananza dell’Onnipotente e Padre, «è tappa decisiva nel cammino terreno del Figlio di Dio, Parola incarnata».

Appeso al legno della croce, Gesù «ha lamentato il dolore causatoGli da tale silenzio: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato” (Mc 15, 34; Mt 27, 46)». Procedendo nell’obbedienza fino all’estremo alito di vita, nell’oscurità della morte, Gesù ha invocato il Padre: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23, 46).

Gesù sulla croce e silenzio contemplativo

Il silenzio come scuola della preghiera

L’esperienza di Gesù sulla croce è «profondamente rivelatrice della situazione dell’uomo che prega e del culmine dell’orazione». Dopo aver ascoltato e riconosciuto la Parola di Dio, il credente deve misurarsi anche con il silenzio di Dio, «espressione importante della stessa Parola divina».

La dinamica di parola e silenzio «segna la preghiera di Gesù in tutta la sua esistenza terrena, soprattutto sulla croce» e tocca anche la vita di preghiera dei cristiani. La prima direzione riguarda «l’accoglienza della Parola di Dio». Per questo «è necessario il silenzio interiore ed esteriore perché tale parola possa essere udita».

Il silenzio «è capace di scavare uno spazio interiore nel profondo di noi stessi, per farvi abitare Dio, perché la sua Parola rimanga in noi, perché l’amore per Lui si radichi nella nostra mente e nel nostro cuore, e animi la nostra vita». La prima direzione consiste quindi nel «reimparare il silenzio, l’apertura per l’ascolto, che ci apre all’altro, alla Parola di Dio».

Gesù, soprattutto nelle scelte decisive, si ritira spesso in un luogo appartato dalle folle e dagli stessi discepoli «per pregare nel silenzio e vivere il suo rapporto filiale con Dio». Il seminarista impara così che la preghiera non è soltanto un’attività tra le altre, ma il luogo nel quale la vocazione viene ascoltata e verificata.

Il silenzio di Dio e l’esperienza dell’abbandono

Esiste però anche una seconda relazione tra il silenzio e la preghiera. «Non c’è, infatti, solo il nostro silenzio per disporci all’ascolto della Parola di Dio; spesso, nella nostra preghiera, ci troviamo di fronte al silenzio di Dio, proviamo quasi un senso di abbandono, ci sembra che Dio non ascolti e non risponda».

«Ma questo silenzio di Dio, come è avvenuto anche per Gesù, non segna la sua assenza». Il cristiano sa che «il Signore è presente e ascolta, anche nel buio del dolore, del rifiuto e della solitudine». Gesù rassicura i discepoli e ciascuno di noi che Dio conosce bene le nostre necessità in qualunque momento della nostra vita.

«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate» (Mt 6, 7-8). Per Benedetto XVI, «un cuore attento, silenzioso, aperto è più importante di tante parole».

«Dio ci conosce nell’intimo, più di noi stessi, e ci ama: e sapere questo deve essere sufficiente». La maturazione spirituale del seminarista comprende anche l’apprendimento di questa fiducia, che non dipende dalla percezione immediata di una risposta, ma dalla certezza della presenza di Dio.

Giobbe e la maturazione nel silenzio

Nella Bibbia, l’esperienza di Giobbe è particolarmente significativa. Quest’uomo «in poco tempo perde tutto: familiari, beni, amici, salute; sembra proprio che l’atteggiamento di Dio verso di lui sia quello dell’abbandono, del silenzio totale».

Eppure Giobbe, nel suo rapporto con Dio, «parla con Dio, grida a Dio; nella sua preghiera, nonostante tutto, conserva intatta la sua fede e, alla fine, scopre il valore della sua esperienza e del silenzio di Dio». Rivolgendosi al Creatore, può concludere: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (Gb 42, 5).

«Noi tutti quasi conosciamo Dio solo per sentito dire e quanto più siamo aperti al suo silenzio e al nostro silenzio, tanto più cominciamo a conoscerlo realmente». Questa estrema fiducia, che si apre all’incontro profondo con Dio, «è maturata nel silenzio».

Il silenzio della Croce e la missione

Il silenzio cristiano non conduce alla passività. Benedetto XVI lo collega alla contemplazione, dalla quale nasce la missione. «Nel silenzio della Croce parla l’eloquenza dell’amore di Dio vissuto sino al dono supremo».

Dopo la morte di Cristo, «la terra rimane in silenzio e nel Sabato Santo, quando “il Re dorme e il Dio fatto carne sveglia coloro che dormono da secoli” (Ufficio delle Letture del Sabato Santo), risuona la voce di Dio piena di amore per l’umanità».

Per il cristianesimo il silenzio è via alla contemplazione, dalla quale «nasce in tutta la sua forza interiore l’urgenza della missione, la necessità imperiosa di “comunicare ciò che abbiamo visto e udito”, affinché tutti siano in comunione con Dio (cfr 1 Gv 1,3)».

«La contemplazione silenziosa ci fa immergere nella sorgente dell’Amore, che ci conduce verso il nostro prossimo, per sentire il suo dolore e offrire la luce di Cristo, il suo messaggio di vita, il suo dono di amore totale che salva». Il silenzio del seminarista prepara quindi non alla fuga dal servizio, ma a un servizio più autentico e più libero.

La liturgia come mediazione del silenzio

Da un secolo il Movimento Liturgico fa i conti con una riscoperta del valore del silenzio per l’azione liturgica. A partire dalla prima opera di O. Casel (De phlosophorum graecorum silentio mystico) alle più recenti riflessioni di Giorgio Bonaccorso (Il tempo come segno: vigilanza, testimonianza, silenzio, EDB, 2004), si può individuare «una riscoperta della “mediazione rituale del silenzio” che attraversa tutto il secolo».

L’azione rituale costituisce una «mediazione del silenzio», che la liturgia realizza in modo multimediale: «la musica, il gesto, la immagine, lo spazio, preparano, accompagnano, e strutturano un “incontro intimo” con il Signore e con i fratelli, che esige silenzio, come ogni intimità».

Il silenzio rituale «non si genera anzitutto per sottrazione, ma per successione, per sequenza e per contrasto». Il silenzio liturgico è «parola dal e verso il silenzio» e «azione dal e verso il silenzio».

Questa prospettiva aiuta a comprendere anche la formazione dei seminaristi. Imparare il silenzio liturgico non significa semplicemente ridurre le parole o le attività, ma comprendere il rapporto tra parola, gesto, canto, spazio, ascolto e raccoglimento.

Silenzio, parola e partecipazione liturgica

La proposta del silenzio può essere guidata da una preoccupazione non liturgica, ma extra-liturgica, quando si nutre di una logica «antimodernistica» che inclina a vedere il silenzio come «negazione della parola» e «negazione della azione».

Questa modalità di comprensione «non ha radice nella liturgia, ma nella apologetica antimodernistica». Essa identifica nella Riforma Liturgica, nella riscoperta della Parola e nella ripresa della «partecipazione attiva» vere e proprie distrazioni dal silenzio, come se fossero una «arbitraria sostituzione di Dio con l’uomo».

Il Movimento Liturgico sa invece che per «favorire il silenzio» occorre attraversare la Parola e l’azione sacramentale, riscoprendone «le logiche segrete, le esigenza di azione e di tatto, di visione e di immaginazione, di movimento e di canto».

Il silenzio «non imbalsama la assemblea, non pretende un ritrarsi generale e una paralisi della azione, ma esige piuttosto un azione e una parola corale». Questo è l’ambiente che genera «il silenzio mistico e la azione silenziosa».

Il silenzio come disciplina della libertà interiore

Per un seminarista, il silenzio è anche una disciplina della libertà. Esso aiuta a non essere trascinati dal «fiume di parole e di immagini» che riempie le giornate e consente di recuperare la capacità di fermarsi, ascoltare, discernere e scegliere.

A persone spesso preoccupate dell’efficacia operativa e dei risultati concreti, la preghiera di Gesù indica «che abbiamo bisogno di fermarci, di vivere momenti di intimità con Dio, “staccandoci” dal frastuono di ogni giorno, per ascoltare, per andare alla “radice” che sostiene e alimenta la vita».

Il silenzio non è quindi una rinuncia alla responsabilità, ma una condizione per assumerla con maggiore consapevolezza. Nel silenzio il seminarista può riconoscere ciò che desidera dire, comprendere ciò che gli viene chiesto e verificare se la propria disponibilità nasce realmente dall’amore e dal servizio.

La vita comunitaria e la parola condivisa

La formazione sacerdotale richiede equilibrio tra raccoglimento personale e comunione fraterna. «Durante gli anni di Seminario, voi vivete insieme» e questa vita comune costituisce una parte essenziale della preparazione al ministero.

Il silenzio autentico non elimina il dialogo, ma lo rende possibile. Come insegnava Benedetto XVI, tacendo «si permette all’altra persona di parlare, di esprimere se stessa, e a noi di non rimanere legati, senza un opportuno confronto, soltanto alle nostre parole o alle nostre idee».

In questo senso, la comunità del Seminario diventa una scuola di ascolto reciproco. Il futuro sacerdote è chiamato a vivere «come in un corpo, in un ordo», insieme al Vescovo e agli altri presbiteri, prendendosi cura della comunità cristiana.

Il cuore del seminarista a disposizione del Maestro

Per imitare Gesù, «il vostro cuore deve andare maturando in seminario, rimanendo totalmente a disposizione del Maestro». Questa disponibilità, «che è dono dello Spirito Santo», ispira la decisione di vivere nel celibato per il Regno dei cieli, il distacco dai beni terreni, l’austerità della vita e l’obbedienza sincera senza dissimulazione.

Il silenzio interiore aiuta il seminarista a riconoscere se il proprio cuore è davvero disponibile. Non si tratta soltanto di osservare una disciplina esterna, ma di lasciare che la preghiera, lo studio e la vita fraterna trasformino progressivamente il modo di pensare, di giudicare e di servire.

«Chiedete quindi a Lui che vi conceda di imitarlo nella sua carità fino all’estremo verso tutti, senza escludere i lontani e i peccatori, così che, con il vostro aiuto, si convertano e ritornino sulla retta via». La profondità del silenzio si verifica quindi nella qualità dell’amore verso gli altri.

Silenzio e servizio agli ultimi

Benedetto XVI invitava i seminaristi a chiedere al Signore «che vi insegni a stare molto vicini agli infermi e ai poveri, con semplicità e generosità». Questa sfida deve essere affrontata «senza complessi, né mediocrità», come un modo significativo di realizzare la vita umana nella gratuità e nel servizio.

I seminaristi sono chiamati a essere «testimoni di Dio fatto uomo, messaggeri dell’altissima dignità della persona umana e, di conseguenza, suoi incondizionati difensori». La contemplazione silenziosa conduce verso il prossimo, permette di ascoltarne il dolore e prepara a offrire «la luce di Cristo, il suo messaggio di vita, il suo dono di amore totale che salva».

«Sostenuti dal suo amore, non lasciatevi intimorire da un ambiente nel quale si pretende di escludere Dio e nel quale il potere, il possedere o il piacere sono spesso i principali criteri sui quali si regge l’esistenza». Il silenzio interiore rende possibile una libertà non dominata da questi criteri.

Il silenzio come testimonianza nel mondo

Può darsi che i seminaristi siano disprezzati «come si suole fare verso coloro che richiamano mete più alte o smascherano gli idoli dinanzi ai quali oggi molti si prostrano». Ma «sarà allora che una vita profondamente radicata in Cristo si rivelerà realmente come una novità, attraendo con forza coloro che veramente cercano Dio, la verità e la giustizia».

Il silenzio può diventare anche una forma di testimonianza pubblica. In occasione della mancata visita di Benedetto XVI all’Università La Sapienza di Roma, fu osservato che «il Papa non interrompe la comunicazione, il suo silenzio diventa parola». Il silenzio, in questo caso, non equivaleva alla rinuncia alla verità, ma poteva diventare una presenza capace di interpellare.

La voce del Papa, secondo una riflessione citata da Benedetto XVI, «ha dato coraggio a molti uomini e a interi popoli, è risuonata anche dura e tagliente…, ma quando tacerà sarà un istante di tremendo silenzio». Il silenzio può quindi avere un peso comunicativo e spirituale anche quando non è accompagnato da un discorso.

Il silenzio e la responsabilità della parola

Il rapporto tra silenzio e parola riguarda anche l’esercizio dell’autorità nella Chiesa. La parola di chi ha una responsabilità ecclesiale ha un peso particolare e può produrre comunione oppure divisione. Per questo la parola deve nascere da un silenzio capace di discernere.

«Le ragioni del silenzio non sono mai tanto forti da obbligare al silenzio della ragione». Il silenzio cristiano non è una sospensione del pensiero, ma un modo per evitare parole affrettate, reazioni emotive e giudizi privi di confronto.

Il seminarista deve quindi imparare non soltanto a parlare, ma anche a comprendere quando parlare, come parlare e quando tacere. Nel silenzio «nasce e si approfondisce il pensiero, comprendiamo con maggiore chiarezza ciò che desideriamo dire o ciò che ci attendiamo dall’altro, scegliamo come esprimerci».

La preghiera di Gesù come modello per i seminaristi

Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna: «L’evento della preghiera ci viene pienamente rivelato nel Verbo che si è fatto carne e dimora in mezzo a noi». Cercare di comprendere la preghiera di Gesù significa «avvicinarci al santo Signore Gesù come al roveto ardente: dapprima contemplarlo mentre prega, poi ascoltare come ci insegna a pregare, infine conoscere come egli esaudisce la nostra preghiera».

Gesù insegna a pregare «non solo con la preghiera del Padre nostro», ma anche quando egli stesso prega. In questo modo mostra «le disposizioni richieste per una vera preghiera: la purezza del cuore, che cerca il Regno e perdona i nemici; la fiducia audace e filiale, che va al di là di ciò che sentiamo e comprendiamo; la vigilanza, che protegge il discepolo dalla tentazione».

Percorrendo i Vangeli, Gesù appare «interlocutore, amico, testimone e maestro». In Lui si rivela «la novità del nostro dialogo con Dio: la preghiera filiale, che il Padre aspetta dai suoi figli».

Da Gesù il seminarista impara che la preghiera costante aiuta «ad interpretare la nostra vita, ad operare le nostre scelte, a riconoscere e ad accogliere la nostra vocazione, a scoprire i talenti che Dio ci ha dato, a compiere quotidianamente la sua volontà, unica via per realizzare la nostra esistenza».

Il silenzio che conduce alla missione sacerdotale

La missione sacerdotale non nasce dall’attivismo, ma dalla comunione con Cristo. Il silenzio permette al futuro sacerdote di riconoscere la fonte della propria identità e di non confondere il servizio con la ricerca di risultati personali.

«Uno dei momenti più belli della preghiera di Gesù è proprio quando Egli, per affrontare malattie, disagi e limiti dei suoi interlocutori, si rivolge al Padre suo in orazione e insegna così a chi gli sta intorno dove bisogna cercare la fonte per avere speranza e salvezza».

Alla tomba di Lazzaro, Gesù alza gli occhi e dice: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, grida a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!» (Gv 11, 41-43).

Il silenzio e la parola si incontrano così nella missione: la parola pubblica di Gesù nasce dalla preghiera e dall’ascolto del Padre. Anche il sacerdote è chiamato a parlare a partire da una vita interiormente radicata nel silenzio.

La croce come compimento della preghiera

Il punto più alto della preghiera al Padre Gesù lo raggiunge «al momento della Passione e della Morte, in cui pronuncia l’estremo “sì” al progetto di Dio». Egli mostra «come la volontà umana trova il suo compimento proprio nell’adesione piena alla volontà divina e non nella contrapposizione».

Nella preghiera di Gesù e nel suo grido al Padre sulla croce confluiscono «tutte le angosce dell’umanità di ogni tempo, schiava del peccato e della morte, tutte le implorazioni e le intercessioni della storia della salvezza».

«Ed ecco che il Padre le accoglie e, al di là di ogni speranza, le esaudisce risuscitando il Figlio suo». Così «si compie e si consuma l’evento della preghiera nell’Economia della creazione e della salvezza».

Il seminarista è quindi preparato a un ministero che non consiste soltanto nel pronunciare parole religiose, ma nel partecipare al mistero di Cristo, servo, sacerdote e vittima. Il silenzio della formazione conduce alla parola della testimonianza e alla disponibilità al dono.

La formazione integrale del futuro sacerdote

Gli anni del Seminario comprendono diverse dimensioni inseparabili: «silenzio interiore», «orazione costante», «studio assiduo», inserimento prudente nelle strutture pastorali e vita comunitaria. Nessuna di queste dimensioni può essere isolata dalle altre.

Pregando e studiando, il seminarista costruisce in sé «l’uomo di Dio che dovete essere e che la gente attende che il sacerdote sia». Vivendo insieme agli altri, impara quella fraternità che dovrà caratterizzare il presbiterio. Partecipando all’azione pastorale, impara a servire senza perdere la radice contemplativa.

La Chiesa, ha ricordato Benedetto XVI, è «creata da Cristo mediante lo Spirito Santo e, allo stesso tempo, risultato di quanti la costituiamo con la nostra santità e con i nostri peccati». Dio «non disdegna di fare di poveri e peccatori suoi amici e strumenti di redenzione del genere umano».

«Noi - ha aggiunto - dobbiamo esser santi per non creare una contraddizione fra il segno che siamo e la realtà che vogliamo significare». Il silenzio del Seminario serve anche a riconoscere questa responsabilità e a preparare una vita coerente con il sacramento e con il ministero ricevuto.

Il silenzio come cammino di discernimento

«Nessuno sceglie il contesto, né i destinatari della propria missione». Ogni epoca ha i suoi problemi, ma «Dio offre in ogni tempo la grazia opportuna per farsene carico e superarli con amore e realismo».

Per questo, in ogni circostanza, «e per quanto dura essa sia, il sacerdote deve portare frutto in ogni ambito di opere buone, custodendo, a tale scopo, sempre vive nel proprio cuore le parole del giorno dell’ordinazione, quelle con le quali lo si esortava a configurare la propria vita al mistero della croce del Signore».

Il silenzio aiuta il seminarista a discernere la realtà senza lasciarsi guidare dalla paura o dalla nostalgia. Il silenzio autentico non costruisce un’immagine idealizzata del passato, ma permette di ascoltare la storia, comprendere le sfide del presente e rispondere con «amore e realismo».

La parola che nasce dal silenzio

Per Benedetto XVI, parola e silenzio non sono due realtà contrapposte. «Nel pensiero di Papa Benedetto XVI il silenzio non è presentato semplicemente come una forma di contrapposizione a una società caratterizzata dal flusso costante e inarrestabile della comunicazione, bensì come un necessario elemento di integrazione».

«Il silenzio, infatti, proprio perché favorisce la dimensione del discernimento e dell’approfondimento, può esser visto come un primo grado di accoglienza della parola». Non c’è «nessun dualismo, quindi, ma la complementarità di due funzioni che, nel loro giusto equilibrio, arricchiscono il valore della comunicazione e la rendono un elemento irrinunciabile al servizio della nuova evangelizzazione».

Questa complementarità descrive anche la formazione sacerdotale. Il seminarista deve imparare a tacere per ascoltare, ascoltare per comprendere, comprendere per parlare e parlare per servire. La parola sacerdotale acquista autorevolezza quando nasce da una vita di preghiera, studio, comunione e silenzio interiore.

«Cari fratelli e sorelle, chiediamo con fiducia al Signore di vivere il cammino della nostra preghiera filiale, imparando quotidianamente dal Figlio Unigenito fattosi uomo per noi come deve essere il nostro modo di rivolgerci a Dio».

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