Il rapporto tra Benedetto XVI e Ahmad Muhammad al-Tayeb si comprende a partire dalla preghiera silenziosa di Joseph Ratzinger nella Moschea Blu di Istanbul, il 30 novembre 2006, dopo le polemiche seguite al discorso di Ratisbona. Quel gesto rese visibile il rispetto del Papa per i credenti musulmani e mostrò che il dialogo con l’islam, per Benedetto XVI, non era un elemento accessorio, ma una necessità spirituale e storica.
Il confronto con al-Tayeb divenne particolarmente significativo nel 2016, quando Papa Francesco ricevette in Vaticano il grande imam di al-Azhar. L’incontro, concluso con un abbraccio, segnò la ripresa del dialogo ufficiale tra la Santa Sede e la principale istituzione dell’islam sunnita dopo anni di tensioni e incomprensioni.
La preghiera di Benedetto XVI nella Moschea Blu
Furono due minuti destinati ad entrare nella storia e a chiudere definitivamente le polemiche e le strumentalizzazioni seguite al discorso di Ratisbona. Papa Ratzinger rimase immobile, senza scarpe, con le babbucce bianche che gli sbucavano da sotto la tonaca. Aveva le mani aggrappate l’una all’altra, che si appoggiano alla croce pettorale d’oro.
Aveva gli occhi socchiusi e pregava in silenzio, con il volto disteso, muovendo di tanto in tanto, quasi impercettibilmente, le labbra. Sì, pregava. Ma lo stava facendo in una moschea, davanti al «mihrab», la nicchia di marmo che indica la direzione della Mecca.
Stava pregando nella grande Moschea Blu di Istanbul, affiancato dal Gran muftì della città, Mustafà Cagrici, che lo aveva appena invitato, inaspettatamente, a quel gesto di raccoglimento da compiere insieme. Quelle riprese in diretta, nel tardo pomeriggio del 30 novembre 2006, fecero il giro del mondo e servirono a rendere visibile più di mille discorsi quella stima e quel rispetto per i credenti dell’islam che Papa Ratzinger non aveva fino a quel momento, e non avrebbe in seguito mai cessato di affermare, richiamando il comune riferimento ad Abramo.

Il gesto davanti al mihrab
Pochi istanti prima, quando Benedetto XVI e il leader religioso islamico erano arrivati davanti al «mihrab», il mufti aveva detto al Papa: «Qui ci si ferma a pregare per trenta secondi, per prendere serenità». Poi aveva cominciato un’orazione a voce alta, in arabo.
Ratzinger allora, aveva socchiuso gli occhi, e unendo le braccia e si era raccolto in preghiera rimanendovi ben più dei trenta secondi richiesti, costringendo il mufti e tutti gli altri presenti ad attendere, in un irreale silenzio, che avesse terminato. Infine, in segno di rispetto, aveva chinato leggermente il capo in direzione della nicchia, e aveva detto al mufti: «Grazie per questo momento di preghiera».
«Il Papa ha sostato in meditazione e certamente ha rivolto a Dio il suo pensiero», aveva confermato subito dopo il portavoce, padre Federico Lombardi. Così la visita «fuori programma» alla grande moschea blu di Istanbul, durata una manciata di minuti, era diventata uno dei momenti culminanti del viaggio in Turchia.
L'impatto sui media di quel gesto semplice di Benedetto era stato forte. Il quotidiano Milliyet, uno dei più diffusi della Turchia aveva titolato l'edizione on line di quella sera: «Come un musulmano».
Il precedente di Giovanni Paolo II a Damasco
Non si trattava di una «prima» assoluta, in quanto che anche Papa Wojtyla, nel maggio 2001, poco più di tre mesi prima degli attentati dell’11 settembre, aveva pregato all’interno della moschea degli Omayyadi, a Damasco. Ma allora lo aveva fatto poggiando la mano tremante sul sarcofago di marmo che racchiudeva una reliquia attribuita a Giovanni il Battista, in un luogo che prima di diventare sacro all’islam era stato cristiano: quella moschea venne infatti costruita dove c’era una chiesa.
Il gesto di Benedetto XVI nella Moschea Blu si collocava quindi nella storia delle visite papali nei luoghi sacri dell’islam, ma presentava una caratteristica particolare: il Papa si raccolse in preghiera davanti al mihrab, accanto a un’autorità musulmana, senza trasformare quel momento in una dichiarazione pubblica o in una disputa teologica.
Ratisbona e la necessità del dialogo
In questo tempo in cui c'è chi, per contrapporre ad ogni costo l'attuale Pontefice al suo predecessore, strumentalizza le parole di entrambi e finisce per fare una caricatura di entrambi, è utile ricordare quell'immagine e quella silenziosa preghiera di Benedetto XVI. Il Papa teologo, autore del discorso di Ratisbona, per il quale il dialogo con i musulmani «non può essere ridotto ad un extra opzionale: al contrario, esso è una necessità vitale, dalla quale dipende in larga misura il nostro futuro».
Con buona pace di chi, semplificando la realtà e con malcelata nostalgia delle crociate, auspica una guerra di religione e interventi che, come hanno osservato sia il professor Massimo Introvigne, sia «La Civiltà Cattolica», finirebbero per rafforzare i fanatici tagliatori di gole del Califfato.
La Coreis, Comunità religiosa islamica italiana, ha scelto questo passaggio dell’udienza di Benedetto XVI ai partecipanti al forum cattolico-islamico del 2009 per ricordare la figura del Papa emerito e il suo impegno nel dialogo con l’Islam: “Sono consapevole che musulmani e cristiani hanno approcci diversi nelle questioni che riguardano Dio, tuttavia, possiamo e dobbiamo essere adoratori dell'unico Dio che ci ha creati e che ha cura di ogni persona in ogni angolo della terra”.
La lettura islamica dell’eredità di Ratzinger
Il vicepresidente della Comunità religiosa islamica italiana, che sarà presente domani ai funerali del Papa emerito in Piazza San Pietro, ricorda l'importanza di Joseph Ratzinger nel dialogo tra cristiani e musulmani. L'incontro a Castel Gandolfo dopo il discorso di Ratisbona: attraverso la teologia e il confronto ci siamo sentiti fratelli.
Di Joseph Ratzinger è ricordata innanzitutto la “levatura teologica”, il confronto nel 2009 sulla Caritas in Veritate, il cui terzo capitolo è stato commentato dal comitato Etico della Coreis con il testo “Fraternità, sviluppo economico e società civile”.
“Studioso, teologo, promotore attento del dialogo interreligioso”, si legge invece di una nota dell’Ucoii, l’Unione delle Comunità islamiche italiane, Benedetto XVI, “è stato capace di interpretare il suo ruolo nel migliore dei modi e di sacrificare sé stesso nell’interesse generale della comunità cattolica. Lo ricordiamo, nel 2006, a fianco al Grande Muftì di Istanbul pregare nella Moschea Blu e nel 2009 davanti alla moschea dell’Aqsa a Gerusalemme”.
Il ricordo dell’imam Yahya Pallavicini
Domani ai funerali di Benedetto XVI in Piazza San Pietro sarà presente sia il presidente dell’Ucoii Yassine Lafram, che l’imam Yahya Pallavicini, vicepresidente della Coreis, che a Vatican News racconta il suo ricordo del Papa emerito.
Lo stato d’animo è quello di un momento di raccoglimento e di rispetto per una figura che è stata molto rappresentativa della cristianità contemporanea sia come Pontefice sia nell’ambito di alcune sfide filosofiche in Occidente. Andrò a portare il saluto anche da parte del mondo islamico, in quanto ambasciatore dell’Isesco dal Marocco e dagli Emirati Arabi Uniti e dal Consiglio delle autorità musulmane mondiali e il rispetto per una figura che ha contribuito a rilanciare in modo molto particolare, con delle corde teologiche, il dialogo tra musulmani e cristiani nel mondo.
Credo che sia stata una novità, nella storia contemporanea almeno, una prova di coraggio, ma anche una necessità spirituale per i cristiani così come per i musulmani. Non si credeva di poter o di dover dialogare, non si credeva di poterlo fare con un confronto teologico che partisse quindi dalla penetrazione del mistero di Dio, e non si pensava si potesse fare viste le problematiche di comunicazione tra Oriente e Occidente.
E invece Papa Ratzinger ha saputo in qualche modo portare avanti questa impossibilità e renderla invece possibile con interlocutori seri e rispettosi delle differenze, ma rispettosi anche di un’intenzione di sacralità, della coscienza della decadenza dei tempi e di una necessità per il popolo sia occidentale che orientale di risvegliare gli studi dottrinali come sostegno alla fede, traducendo la razionalità, con l’appoggio della filosofia e della teologia, al sostegno di una fede in un Dio unico.
L’incontro a Castel Gandolfo
Un ricordo personale più bello è stato forse il primo incontro a Castel Gandolfo dove mi sembrava che alla grande dignità di funzione pontificale, di rappresentanza del cristianesimo cattolico e di spessore teologico contemporaneamente ci fosse un’umiltà nel cercare in qualche modo di ribaltare un imbarazzo dovuto alle incomprensioni della lezione all’università di Ratisbona che avevano suscitato qualche polemica e qualche reazione.
In questo incontro gli portai la bozza di una mia traduzione di un capitolo del Corano dedicato alla Vergine Maria. Lì ho visto effettivamente che alla fine, se ci si trova sulle basi di una ricerca spirituale e sulla base di un confronto serio e approfondito, poi certe dinamiche di comunicazione malposta si stemperano e si sciolgono e si ritrova sia la profondità dell’uomo che quella di un’autorità religiosa che ha cercato veramente di servire il bene della Chiesa e a noi, in quanto musulmani, di cercare anche di riarticolare il nostro dialogo in tempi molto diversi da quelli di oggi, ma su delle basi, anche lì, di dottrina, di studio, di coerenza alle fonti del sapere religioso.
Quindi mi sembrò veramente uno scenario particolare perché c’era l’emozione dell’umiltà, dell’imbarazzo di quello che succedeva nelle piazze del mondo arabo e dall’altro lato la dirittura, il rigore e la grande profondità di preparazione teologica. E lì, forse, tra me e lui uno scambio sulla figura di Maria ci ha reso, per citare Papa Francesco, fratelli prima ancora dell’enciclica Fratelli tutti.
Ahmad al-Tayeb e il ruolo di al-Azhar
E’ l’intervista uscita sulle pagine del Sole-24 Ore, al Grand Imam di al-Azhar, Ahmed al-Tayeb. L’8 e 9 giugno al-Tayeb sarà a Firenze per partecipare al convegno “Oriente e Occidente: dialoghi di civiltà”, organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio e dall’Università al-Azhar.
“Azhar insegna ai suoi studenti le disposizioni corrette dell’Islam, basate sulla giustizia, il rispetto dei valori religiosi e l’accettazione dell’altro”. Scorrendo le cronache del Medio Oriente, quello di Ahmed al-Tayeb sembra un lavoro controcorrente: diffondere moderazione in mezzo a un mondo sempre più estremo nelle sue divisioni religiose e politiche.
Ma Tayeb ci è in mezzo: è il Grand Imam o Grand Sheikh di al-Azhar. E’ la più importante autorità religiosa del mondo sunnita e guida della più prestigiosa fra le istituzioni islamiche.
In carica dal 2010, è anche un protagonista degli anni più difficili della storia egiziana, gli ultimi quattro. “Nella nostra storia millenaria non c’è un solo studente che abbia abbracciato il pensiero estremista”, chiarisce il Grand Imam nel suo ufficio di Azhar, nel cuore popolare del Cairo investito da un’inconsueta ondata di calore anche per questi climi: 46 gradi dentro una nuvola di sabbia.
La condanna dell’estremismo e dell’Isis
“Il mondo intero ha capito quale è il piano per la creazione di un diverso Medio Oriente”, dice Tayeb descrivendo l’attuale caos della regione. “Esistono organizzazioni internazionali che vogliono sostituire le attuali nazioni in paesi più piccoli, fondati su basi religiose. Rivestito da una falsa copertura religiosa, l’Isis è uno degli strumenti di questo piano”.
Al centro del caos c’è però lo scontro millenario fra sunniti e sciiti. Lei è d’accordo con questa interpretazione? Si tratta di conflitti in gran parte artificiali, dietro i quali si nascondono forze che vogliono trasformare il Medio Oriente in una regione in guerra permanente.
Il ruolo di Azhar è ridurre gli effetti dei conflitti dottrinali. Abbiamo sempre condannato le reciproche aggressioni fra sunniti e sciiti, compreso il recente attentato a una moschea sciita in Arabia Saudita.
Come definirebbe l’Isis? Anzitutto non si deve dare il nome di stato islamico a questa organizzazione terroristica. Non esiste uno stato islamico, esistono paesi islamici che quei terroristi vogliono distruggere.
La pretesa dell’Isis di creare un califfato non è conforme all’orientamento di Azhar. Noi piuttosto auspichiamo la nascita di un’unione di paesi musulmani sull’esempio dell’Unione europea.
L’Islam non può diffondersi o dominare con le armi ma con la logica, l’intelletto e la convinzione. Chi vuole abbracciare l’Islam lo può fare; chi vuole mantenere la sua fede lo può fare.
Noi ci sforziamo di correggere le nozioni islamiche che l’Isis ha deformato: come quella della Jihad che gli estremisti hanno trasformato in sinonimo di violenza. Ci sforziamo di far rivivere un patrimonio di pensiero capace di convivere con religioni diverse, rispettando gli esseri umani di credo differente e considerando queste diversità una volontà di Dio.
Storico abbraccio di Papa Francesco con grande imam di al-Azhar
Il rinnovamento del pensiero islamico
Quali sono le responsabilità dei musulmani? Presentare l’immagine positiva e corretta dell’Islam: è la responsabilità di ognuno del miliardo e 700 milioni di musulmani nel mondo.
Per colpa dei crimini dell’Isis hanno subito un grave danno, agli occhi dell’Occidente la nostra è diventata una religione che invita a odio e distruzione. E’ esattamente per questo che il presidente al-Sisi vi ha esortati a compiere una “rivoluzione religiosa attesa dal mondo intero”.
Il presidente ha dato visibilità mediatica a un problema che noi stiamo affrontando da molto tempo: la necessità di rinnovare il discorso religioso. In cosa consiste la vostra rivoluzione religiosa?
Preferisco la definizione di rinnovamento del pensiero e delle scienze islamiche: noi non rivoluzioniamo la dottrina ma rinnoviamo il suo patrimonio storico, dandogli una forma adatta ai nostri tempi.
Azhar ha un ruolo guida nel rinnovamento del discorso religioso. Migliaia e migliaia di predicatori e teologi hanno studiato qui per diffondere e difendere l’Islam moderato.
Ora stiamo compiendo innovazioni che sposano tradizione e modernità.
La tutela dei cristiani d’Oriente
Oggi i cristiani d’Oriente sono perseguitati. Il papa teme che il cristianesimo stia per essere sradicato dalla terra nella quale è nato.
Lo temono tutti i popoli della regione, non solo i cristiani. Tutti stiamo pagando un prezzo: ogni giorno fra sciti e sunniti viene versato molto più sangue musulmano di quanto non accada ai nostri fratelli cristiani.
Azhar ha ripetutamente chiesto ai cristiani di non lasciare la loro terra, invitando i governi della regione a proteggerli e quelli occidentali a non incoraggiarne la partenza dalla loro patria.
Le tensioni tra Benedetto XVI e al-Azhar
Nel dialogo con l’Islam trova differenze fra papa Francesco e Benedetto XVI? Il dialogo fra le religioni è un’attività ininterrotta non solo con il Vaticano: è aperto a tutte le fedi e le culture.
Nel 2011 eravamo stati costretti a interromperlo a causa delle affermazioni contro l’Islam di papa Benedetto secondo il quale i musulmani del Medio Oriente perseguitavano i cristiani: fu un’interferenza agli affari interni dei paesi islamici.
Con papa Francesco il dialogo è ripreso.
La ripresa del dialogo nel 2016
Papa Francesco ha ricevuto in udienza, nel Palazzo apostolico in Vaticano, il grande imam Ahmad Muhammad Al Tayeb, la più importante personalità dell’islam sunnita. Il colloquio, molto cordiale, durato 25 minuti, si è concluso con un abbraccio tra i due, che consolida i rapporti tra Chiesa cattolica e l’Islam.
L’incontro è il messaggio, avrebbe detto il Papa, secondo quanto riferito dai presenti. Riprenderà dunque il dialogo ufficiale tra la Santa Sede e l’università egiziana di Al-Azhar, il centro sunnita che forma migliaia di imam ogni anno, dopo un lungo periodo di tensioni e incomprensioni.
Il percorso che conduce dalla Moschea Blu del 2006 all’incontro tra Francesco e al-Tayeb nel 2016 mostra la complessità del dialogo tra cristianesimo e islam: esso comprende gesti di preghiera e rispetto, confronto teologico, chiarimenti dopo le incomprensioni e una comune opposizione all’estremismo religioso.