Nel Tempio di Gerusalemme i sacerdoti non si limitavano a officiare i sacrifici: custodivano il luogo sacro, ne controllavano l’ordine, preparavano gli strumenti del culto, sorvegliavano gli accessi e garantivano la continuità delle cerimonie. Accanto a loro operavano i leviti, incaricati della sicurezza, delle finanze, dell’amministrazione materiale e, in particolare, del canto e dell’accompagnamento musicale.
Il servizio quotidiano comprendeva quindi funzioni religiose e pratiche strettamente collegate: accendere e alimentare il fuoco dell’altare, pulire gli ambienti, riordinare gli utensili, preparare gli animali sacrificali, mantenere accese le lampade, sorvegliare il Tempio durante la notte e accompagnare i riti con trombe, cembali, arpe e cetre.
Il sacerdote come funzionario del sacro
In termini molto generali i sacerdoti costituiscono un gruppo di persone specializzate nel trattare la sfera del sacro. È la destinazione sociale delle cose sacre, infatti, che in ultima analisi qualifica il ruolo e le funzioni dei sacerdoti: nella creazione del suo universo sacro una società decide non solo quali dei adorare o quali e quanti oggetti, animali, piante e persone siano da considerare sacri, ma anche chi è chiamato in particolare a entrare in contatto più o meno diretto con questo universo.
In tal senso i sacerdoti sono degli specialisti che esercitano funzioni pubbliche: essi vengono incaricati da una collettività e dalle autorità costituite di svolgere un compito che non tutti i comuni mortali possono legittimamente assolvere. Perciò i sacerdoti godono della stessa proprietà che caratterizza il sacro: la condizione di separazione dalla sfera profana.
Proprio perché hanno a che fare con un ambito ritenuto radicalmente differente da quello terreno, dalla vita quotidiana e ordinaria, anch'essi partecipano di questo stato di separazione, sottolineandolo con particolari segni esteriori, come la rasatura del capo che veniva praticata dai sacerdoti dell'antico Egitto o la tonsura ecclesiastica nella Chiesa cattolica.
Il vantaggio offerto da questa definizione generale sta nel fatto che essa consente di qualificare i sacerdoti non necessariamente in riferimento alla divinità. Si può, in tal senso, affermare che i sacerdoti si pongono come mediatori fra gli dei e gli esseri umani, preoccupandosi di mantenere buoni i rapporti fra i secondi e i primi.
Tuttavia non sempre le cose stanno così. In molte società è l'autorità politica che si pone come intermediario unico e supremo fra il mondo divino e quello umano tanto che in alcuni casi essa si riserva di presiedere importanti cerimonie di culto.
I sacerdoti agiscono allora su delega di chi ha il potere supremo nell'organizzazione dello Stato: essi sono i funzionari di un apparato religioso e sacro, e non già autonomi creatori di istituzioni e di rituali.
Il Tempio di Gerusalemme e la sua organizzazione
Gerusalemme era il centro spirituale del giudaismo, che con il suo ordinamento teocratico nazionale aveva nel Tempio il luogo sacro per eccellenza, l'unico ove fosse possibile adorare Javhè, e dove il sommo sacerdote era la personalità più alta.
Da tutto il mondo giudaico si guardava a Gerusalemme e al sommo sacerdote come il luogo più santo e all'uomo più vicino a Dio. Il tempio frequentato da Gesù era quello di Erode il Grande, materialmente il terzo tempio dopo quello di Salomone e distrutto da Nabuccodonosor e ricostruito dopo l'esilio nel 515 a.C.
Erode lo demolì per fare posto al suo tempio che doveva far arrossire Salomone. In effetti i lavori, iniziati intorno al 20 a.C, andarono avanti per circa 10 anni, videro impegnati più di 10000 operai, innumerevoli maestranze, materiale immenso per la costruzione; tutto per la sete di gloria di un despota sanguinario che vide una tragica fine, come la sua opera.
Poiché l'antico tempio sorgeva sulla collina orientale della città, si provvide allo spiano, si dilatarono gli spazi e gli atri originali furono ampliati, mentre il santuario vero e proprio fu sopraelevato.
Gli atri erano tre e salivano verso il santuario; il più periferico era aperto a tutti, ma, procedendo verso l'interno, veniva sbarrato da una balaustra, che segnava il confine insuperabile per i pagani o "gentili", infatti era detto “atrio dei gentili”.
Oltrepassata la balaustra si entrava nell'atrio interno, dove c'era la zona riservata alle sole donne, quindi la zona successiva l'atrio degli israeliti, per i soli uomini. Salendo ancora c'era l'atrio dei sacerdoti, con l'ara degli olocausti a cielo aperto, e proseguendo in alto verso l'interno il santuario vero e proprio.
Il santuario aveva un vestibolo diviso in due parti, l’anteriore, detto il "santo" con l'ara dei profumi, la mensa, e il candelabro a 7 bracci; la parte interna invece "il santo dei santi" era considerato il luogo più santo della terra dimora diretta di Javhè.
Al tempo di Salomone vi era allogata l'Arca dell'Alleanza, ma scomparsa questa quel luogo fu sempre un luogo oscuro e misteriosamente vuoto. Nel santo dei santi vi entrava solamente il sommo sacerdote una volta l'anno, nel giorno del Kippur o espiazione.
L'atrio dei gentili era fiancheggiato a est e a sud da due portici famosi, l'orientale era detto Portico di Salomone, senza ragioni archeologiche, e guardava il torrente Cedron: il meridionale era detto Portico Regio e guardava il Cedron e la valle dei Tyropeion.
L'atrio dei gentili era il luogo ove si riunivano i pagani per trattare i loro affari come al foro romano, oppure gli stranieri che erano di passaggio. Nelle grandi feste l'atrio dei gentili diventava grande mercato, si vendeva bestiame di qualunque tipo, prodotti agricoli, e cambiavalute erano li a anticipare le moderne banche e le sedute borsistiche odierne.
Superato questo atrio, vero inferno di clamore e fetore si poteva accedere alla parte sacra del tempio per i sacrifici e le offerte. All'angolo nord ovest sorgeva la torre Antonia, dove il governatore romano esercitava le sue funzioni.

Le classi sacerdotali e i leviti
In forza dell'ordinamento teocratico nel tempio vigeva il sacerdozio levitico, con a capo il Sommo Sacerdote, il quale era capo di tutta la nazione giudaica.
All'inizio i sommi sacerdoti rimanevano in carica tutta la vita anche come sovrani, avendo nelle mani sia il potere civile che religioso, come successori di Davide, ai tempi di Erode nei circa 70 anni del suo governatorato si contavano più di 15 sommi sacerdoti.
Essi quindi non restavano in carica per sempre, ma una volta decaduti andavano a costituire una classe potente e ricca. Il sommo sacerdote era il capo di tutti i servizi del Tempio ed officiava personalmente i riti più importanti.
In campo civile egli era di diritto il capo del Sinedrio, ma doveva sottostare a Erode in rappresentanza del dominio di Roma, che simbolicamente era rappresentato dalla custodia delle insegne pontificali nella fortezza Antonia, da cui uscivano nelle imminenze delle celebrazioni liturgiche.
Anna e Caifa sono i due sommi sacerdoti che interessano i vangeli. Il primo, Hananiah, fu per lunghi 15 anni sommo sacerdote, ed ebbe come successore ben cinque figli nella carica, e pure il genero, Giuseppe detto Caifa, che rimase in carica fino al 36 d.C. e quindi fu sotto di lui che Gesù fu condannato.
Sotto l'alta direzione dei sommi sacerdoti, amministravano nel tempio i discendenti dei Leviti, la tribù sacerdotale per eccellenza, che però nei secoli perse il proprio prestigio.
Essi al contrario dei sommi sacerdoti e delle classi religiose dominanti, non erano ricchi, nè benestanti, nè aristocratici, e al di fuori del tempio e delle funzioni che vi espletavano non godevano di autorità sociale.
I sacerdoti erano raggruppati in 24 classi che si alternavano settimanalmente nel servizio al tempio. Molti di loro abitavano a Gerusalemme, altri nelle vicinanze, come quello che non si occupò dell'uomo ferito sulla strada di Gerico, nell'episodio narrato dal vangelo di Luca.
Il servizio sacerdotale era organizzato secondo una precisa turnazione. I sacerdoti sono organizzati in 24 classi, ciascuna delle quali deve assicurare il servizio al Tempio per due settimane all’anno.
In realtà, delle 24 classi di sacerdoti deportati a Babilonia, solo quattro sono rientrate in Israele (Esd. 2,36-37), ma Esdra ha suddiviso queste ultime in 24, in modo da ricostituire il numero primitivo, dando a ciascuna delle nuove divisioni il nome di una delle antiche famiglie sacerdotali.
Ognuna di queste piccole tribù sacerdotali era stata divisa in 7 famiglie (bait) che dovevano assicurare il servizio due volte all’anno: per una giornata. Dai 13 anni, tutti gli uomini validi della famiglia erano obbligati ad adempiere questo servizio, a condizione di non avere alcuna tara fisica che potesse squalificarli e anche non fossero il frutto di una unione illecita per il sacerdote.
La stessa divisione in 24 valeva, per i Leviti e per i semplici ebrei. Questi ultimi si facevano rappresentare da una delegazione ai riti del Tempio, mentre il servizio personale dei sacerdoti e dei leviti era obbligatorio.
Mentre c’erano sempre sacerdoti a sufficienza, dal momento che ne erano rientrati da Babilonia 4.289, c’era invece una certa penuria di leviti, poiché molti non erano rientrati in Israele.
Chi teneva in ordine il Tempio
I leviti erano, più in particolare, incaricati della pubblica sicurezza del Tempio, delle finanze (sorvegliati dai sacerdoti) e dell’amministrazione materiale.
Per i lavori più umili erano aiutati dai sacerdoti difettosi e dai “Nethinim” (donati), una specie di servi del Tempio, discendenti dai Gabaoniti e da altri prigionieri di guerre graziati.
Questi ultimi formavano una casta disprezzata, incaricata di portare l’acqua e di pulire le parti non consacrate del Tempio.
In quanto custodi ed esecutori, i sacerdoti nell'antico Oriente esercitavano funzioni sia strettamente religiose - legate al culto e all'organizzazione del tempio sacro - sia amministrative - legate invece alla gestione di una struttura quale quella del tempio: dalla raccolta delle offerte alla manutenzione dello stabile, dalla pulizia degli ambienti alla selezione del personale da adibire a particolari servizi religiosi e così via.
Tutte queste funzioni potevano poi essere attribuite a singoli individui o a gruppi di persone con un responsabile a capo. La complessità della gerarchia burocratica che veniva così a crearsi all'interno di un tempio era l'espressione della regolamentazione statale della religione.
L'ufficio del sacerdote era liturgico, doveva conoscere perfettamente i requisiti degli animali da offrire in sacrificio, le parti in libagione, il peso delle parti, le prescrizioni e le oblazioni dei riti, tutte le norme e le tradizioni per eseguirli alla perfezione.
Nella società teocratica del tempo, il sacerdote era un benemerito della stessa società, perchè da lui e dalla sua intermediazione, dipendeva la benevolenza di Dio verso il popolo.
Una giornata di servizio nel Tempio
La sera e il cambio della guardia
Cominciamo la nostra giornata la sera, al calar del sole, perché è in questo momento che comincia la giornata ebraica.
Mentre l’olocausto della sera si consuma sull’altare, i sacerdoti che hanno prestato servizio per la giornata, portano a termine il loro compito: alcuni attivano il fuoco, altri puliscono e riordinano gli attrezzi del culto; quelli che hanno terminato il loro servizio si recano nella stanza dello spogliatoio, a destra della Porta di Nicanore, per deporre i loro abiti sacerdotali.
D’inverno indossano con piacere dei vestiti più caldi e mettono i sandali, unica calzatura ammessa al Tempio, perché hanno piuttosto freddo nel loro abito di lino e a piedi nudi sulle pietre.
Al di fuori del servizio nessuno indossa un vestito distintivo che ne indichi la funzione, neppure il Sommo Sacerdote.
Durante questo momento, mentre gli ultimi fedeli si attardano ancora a pregare, altri sacerdoti e leviti “fanno cassa”, riuniscono il denaro incassato sotto forma di doni, di imposte, lo Shekel del Tempio, o per ciò che era necessario ai sacrifici.
Infatti, se certi fedeli portano essi stessi le bestie da sacrificare, molti se le procurano sul posto, come pure il vino delle libagioni e le offerte in farina che devono accompagnare ogni sacrificio d’animale.
Questi affari vengono trattati di solito la vigilia del giorno in cui si offre il sacrificio, e ci sono anche molti che devono cambiare il denaro per procurarsi le monete ebraiche che sono le sole ammesse in cambio degli oggetti da offrire.
Nel frattempo i sacerdoti che sono incaricati della giornata successiva si riuniscono sull’Ofel, per entrare tutti insieme, dalla Porta delle Acque, al seguito del loro “Capo di Casato”.
Il “casato” incaricato dell’ufficio della giornata entrava dalla Porta delle Acque, mentre i sacerdoti che avevano compiuto il loro servizio uscivano da un’altra porta, dopo averli salutati.
La vigilia del sabato, dicono a quelli che arrivano: «che Colui che ha fatto abitare il suo Nome in questa Casa, faccia regnare l’amore fraterno e la pace fra voi».
La chiusura delle porte e la preparazione notturna
Frattanto cala la notte; i fedeli se ne sono andati e si stanno per chiudere le porte del Tempio.
Quella di Nicanore era così pesante che occorrevano 20 uomini per farla girare sui suoi cardini e colpendo il battente faceva un rumore simile al tuono.
Mentre si aggiungeva legna sull’altare per attivare la consumazione delle vittime, i sacerdoti potevano mangiare della carne e delle torte di farina consacrati, ma non bere del vino per paura che un incidente fisico li rendesse impuri e impedisse loro di partecipare agli uffici del giorno dopo.
Se ciò fosse accaduto, l’interessato avrebbe dovuto trascorrere il giorno dopo a digiuno, a pulire la legna, intaccata di vermi e inadatta ai sacrifici, nel cortile della legnaia, angolo Nord-Est del “Cortile delle donne”.
La veglia notturna
Durante la notte, 21 gruppi di 10 leviti e 3 gruppi di sacerdoti vegliano accanto alle porte, mentre altri sacerdoti vegliano vicino all’altare degli olocausti e dietro il Santo dei Santi.
C’erano in teoria 3 veglie, ma chi vegliava doveva rimanere al proprio posto e vegliare tutta la notte e compiere il proprio servizio il mattino successivo.
Le chiavi delle porte, infilate in una catena, erano sistemate in una nicchia quadrata, chiusa da una pietra con un anello.
Il “capo di casato” sistemava il suo materasso e dormiva. Dormiva con tanti altri sacerdoti, in una grande sala con volta a botte del “Beth ha-Mokked”, “sala del focolare”, a Nord-Est del cortile interno.
Una specie di panchina larga correva lungo i muri di questa sala e su questa gli altri sacerdoti dormivano su materassi, vestiti con abiti civili e gli abiti sacerdotali che avevano ricevuto arrivando arrotolati accanto a loro.
Al centro della sala, un grande fuoco che restava sempre acceso e serviva di giorno a riscaldare i sacerdoti intirizziti dal loro lavoro, fatto a piedi nudi sulla pietra e in abiti di lino.
Altre due sale servivano da dormitorio: una a Nord e una a Sud.
Durante la notte succedeva di sentire delle urla spaventose: il Capitano del Tempio faceva spesso dei giri e se trovava una guardia preposta alle porte addormentata, aveva il diritto di batterla e perfino di incendiare i suoi abiti.
Si citano casi di persone che hanno avuto i loro vestiti bruciati… e la pelle con quelli. «Felici i servitori il cui padrone trova svegli». «Benedetto sia colui che veglia e che conserva i suoi vestiti».
I bagni rituali e il controllo degli ambienti
Dalla sala-dormitorio del “focolare” un corridoio sotterraneo conduceva, passando sotto il cortile dei Gentili, verso Nord-Ovest, verso la sala dei bagni e dei W.C. singoli con porte, che la Mishnah cita come particolarmente perfezionate, e una piscina.
Prima del canto del gallo, tutti i sacerdoti, puri o no, dovevano fare un bagno rituale, per poter partecipare ai sacrifici.
In seguito, durante la giornata, dovevano lavarsi le mani e i piedi al lavatoio speciale, potevano passare 12 sacerdoti per volta, sul cortile, ogni volta che andavano a compiervi una funzione.
Al canto del gallo o un po’ prima, il sacerdote incaricato di svolgere l’ufficio di maestro di cerimonia bussava alle porte delle sale-dormitorio.
Tutti i sacerdoti che desideravano partecipare ai sacrifici della giornata e non erano “impuri” dovevano aver già fatto il bagno rituale e pronti a partire subito per il lavoro.
Si dividevano allora in due compagnie e, muniti di torcia, iniziavano a fare il giro del cortile, partendo dai due angoli opposti, percorrendo le mura e gridandosi “tutto va bene” se tutto era in ordine.
Le notti di sabato, i cortili restavano illuminati tutta la notte da lampade ad olio, perché non dovevano essere portate delle torce.
La pulizia dell’altare
Poi tutti rientrano e, nella “sala del focolare”, si sorteggia chi sarà incaricato di pulire e preparare l’altare degli olocausti.
Un solo sacerdote parte, sul cortile illuminato solamente da ciò che resta del fuoco dell’altare degli olocausti, con una pala in mano.
Sale sul bordo dell’altare e riunisce le ceneri in un mucchio, le braci in un altro, i resti degli animali non completamente bruciati sul bordo in attesa che si riaccenda il fuoco per bruciarli, poi scende di nuovo.
Poi altri sacerdoti vengono a togliere le ceneri, a rimettere della legna sul fuoco che illumina di nuovo tutto il cortile.
Se è piovuto e si è spento completamente durante la notte, si vanno a cercare dei sacerdoti nella “camera della fiamma”, al primo piano a Nord del cortile.
L’apertura del Tempio e il sacrificio del mattino
L’agnello e la verifica dell’alba
Quando il fuoco è acceso, si va a prendere uno dei quattro agnelli che sono sempre in riserva in una stanza attigua alla “sala del focolare”.
Si comincia dandogli da bere in una coppa d’oro, poi lo si porta nel cortile e lo si attacca, per il sacrificio, a un anello a Nord-Ovest dell’altare degli olocausti, ogni zampa anteriore legata alla zampa posteriore dello stesso lato, la testa a Sud ma con la faccia rivolta al Santo dei Santi.
Un sacerdote mette la mano sulla testa dell’agnello e fa la confessione a nome del popolo d’Israele. Poi si tira a sorte per sapere chi lo sgozzerà e chi pulirà lo Hekhàl.
Un sacerdote è inviato sul Pinnacolo per constatare se l’aurora è chiaramente iniziata. Al momento opportuno grida: “Tutto il cielo è come fuoco a Oriente!”
Gli si domanda dal basso: “Fino a Hebron?” “Sì! Tutto il cielo è infuocato fino a Hebron!”
Le porte e le trombe
Allora il maestro di cerimonia, il Padre del casato, ordina di aprire le porte del Tempio e di suonare la tromba.
Si vanno a prendere le chiavi nelle rispettive nicchie e gruppi di sacerdoti si affrettano verso le porte. Ce ne vogliono 20 per quella di Nicanore che si apre con fragore.
Dall’alto degli scalini che separano il cortile delle Donne da quello di Israele, un gruppo di sacerdoti, 12 in fila, suonano le loro trombe d’argento, rivolti al Santuario: tekiah, teruah, tekiah, a 3 riprese.
In questo momento un sacerdote taglia la carotide e l’esofago dell’agnello, mentre un altro riceve il sangue in un recipiente d’oro con la base a punta perché non si possa posarlo per terra.
Egli agiterà senza fermarsi questo vaso fino a che, dopo alcuni minuti, non abbia versato il sangue contro due angoli opposti della base dell’altare, in modo da aspergere ogni volta due lati insieme.
La pulizia del Santo e l’illuminazione della Menorah
Durante queste operazioni, si porta in processione la chiave dell’Hekhal e il “Padre di casato”, capo del gruppo di sacerdoti, apre la porta.
I due sacerdoti designati dalla sorte entrano nel Santo. Uno dei due va a pulire l’altare dalle ceneri accumulate la vigilia mentre l’altro va a mettere dell’altro olio e a pulire, a cambiare se è necessario, gli stoppini delle lampade della Menorah, riaccendendole man mano che le pulisce.
Solo le ultime due rimarranno spente fino all’offerta dell’incenso. Escono quando hanno finito.
La preparazione dell’animale sacrificato
Frattanto, l’agnello è sospeso con la testa in basso su una delle colonne con dei ganci che sono appositamente per questo nel cortile e viene scorticato dopo avergli tagliato la testa, iniziando dalle zampe.
La sua pelle, come quella di tutti gli animali sacrificati, è portata nella sala “Parwah” a Nord del cortile, dove viene salata; le pelli sono poi vendute e forniscono un reddito apprezzabile ai sacerdoti.
Il resto del corpo è diviso in una decina di pezzi secondo i riti, poi i pezzi sono lavati sui tavoli di marmo che si trovano a Nord dell’altare.
Ce ne sono 12, più un tavolo di marmo per i pani di proposizione freschi, e uno d’oro per quelli che sono già rimasti esposti nel Santuario.
Tutto il sangue è raccolto e versato immediatamente sull’altare o nel foro di scarico alla sua base. I pezzi dell’agnello saranno poi salati, come tutti i cibi offerti in sacrificio, e aspetteranno il momento di essere offerti.
Il canto e la musica del culto
Il canto non era un elemento secondario del culto, ma accompagnava il sacrificio e rendeva pubblica la celebrazione. Nel racconto della restaurazione del Tempio sotto Ezechia, l’organizzazione liturgica comprendeva sia l’offerta sia la musica.
Il re stabilì inoltre i Leviti, nella casa dell’Eterno con cembali, con arpe e con cetre, secondo l’ordine di Davide, di Gad, il veggente del re, e del profeta Nathan, perché l’ordine era dato dall’Eterno per mezzo dei suoi profeti.
Così i Leviti presero posto con gli strumenti di Davide, e i sacerdoti con le trombe. Allora Ezechia ordinò di offrire l’olocausto sull’altare; e nel momento in cui iniziò l’olocausto, ebbe pure inizio il canto dell’Eterno assieme alle trombe e l’accompagnamento degli strumenti di Davide, re d’Israele.
Allora tutta l’assemblea si prostrò, mentre i cantori cantavano e i trombettieri suonavano; tutto questo continuò fino alla fine dell’olocausto.
Terminato l’olocausto, il re e tutti quelli che erano con lui s’inchinò e adorò. Poi il re Ezechia e i capi ordinarono ai Leviti di lodare l’Eterno con le parole di Davide e del veggente Asaf; essi lo lodarono con gioia, quindi s’inchinarono e adorarono.
Il re Ezechia e i capi comandarono ai Leviti di cantare lodi al SIGNORE con le parole di Davide e di Asaf, il veggente. Adorarono Dio con le migliori parole che potevano trovare - le parole dei grandi salmi di lode scritti da Davide e altri.
La distinzione delle mansioni era quindi chiara: i sacerdoti presiedevano ai riti e suonavano le trombe, mentre i leviti occupavano un ruolo centrale nell’esecuzione musicale con cembali, arpe e cetre.
LA TERZA RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO... PROFEZIA BIBLICA O ERRORE INTERPRETATIVO?
Il controllo dell’ordine e la vigilanza
Il Tempio era anche uno spazio sottoposto a sorveglianza continua. Il “Capitano del Tempio” era capo della guardia, abitava in una dipendenza del Tempio e sorvegliava costantemente la situazione.
Dopo di lui venivano gli “Abot-bait” o “Capi di casa”, che erano responsabili del buon andamento del servizio quando la loro “casa” era di guardia.
La notte, i gruppi di leviti e sacerdoti sorvegliavano le porte, l’altare degli olocausti e la zona dietro il Santo dei Santi. Le chiavi venivano custodite in una nicchia chiusa da una pietra, mentre le guardie dovevano rimanere sveglie per tutta la notte.
Il Sinedrio di Gerusalemme era l'organo preposto all'emanazione delle leggi e alla gestione della giustizia. Il Sinedrio infatti governava solamente il Tempio e Gerusalemme stessa.
Il compito del Sinedrio era quello di far rispettare la Legge della Torah in ogni suo atto. In epoca romana il Sinedrio poteva emanare tutte le sentenze a eccezione della pena capitale.
L'organo del Sinedrio che esercitava il potere giudiziario era formato dalle guardie del Tempio, che sorvegliavano l'ordine pubblico nel Sinedrio e nella stessa Gerusalemme.
Il Sinedrio inoltre amministrava direttamente le finanze e il commercio nel Tempio attraverso 7 custodi dei recinti del Tempio e 3 tesorieri.
La manutenzione del Tempio come dovere religioso
La necessità di mantenere il santuario pulito e funzionante compare anche nei racconti biblici relativi alla riforma del re Ezechia.
Nel primo anno del suo regno, nel primo mese, egli aperse le porte della casa dell’Eterno e le restaurò.
Poi fece venire i sacerdoti e i Leviti e li radunò nella piazza orientale e disse loro: «Ascoltatemi, o Leviti! Ora santificatevi e santificate la casa dell’Eterno, il DIO dei vostri padri, e portate fuori dal santuario ogni cosa immonda.»
Essi hanno persino chiuso le porte del portico, hanno spento le lampade e non hanno piú bruciato incenso né offerto olocausti nel santuario al DIO d’Israele.
Ezechia sapeva che era tempo di riaprire il tempio, sia per pulirlo che perché potesse funzionare come previsto.
Allora i Leviti si levarono: Mahath figlio di Amasai, Joel figlio di Azariah, dei figli di Kehath. Dei figli di Merari, Kish figlio di Abdi e Azariah figlio di Jehallelel. Dei Ghershoniti, Joah figlio di Zimmah e Eden figlio di Joah.
Essi radunarono i loro fratelli e si santificarono; quindi entrarono a purificare la casa dell’Eterno, secondo l’ordine del re, conformemente alle parole dell’Eterno.
Così i sacerdoti entrarono nell’interno della casa dell’Eterno per purificarla e portarono fuori, nel cortile della casa dell’Eterno, tutte le cose immonde che trovarono nel tempio dell’Eterno; i Leviti le presero per portarle fuori al torrente Kidron.
Cominciarono a santificarsi il primo giorno del primo mese; nel giorno ottavo del mese entrarono nel portico dell’Eterno; in otto giorni purificarono la casa dell’Eterno e terminarono il sedicesimo giorno del primo mese.
Quindi entrarono nel palazzo del re Ezechia e gli dissero: «Abbiamo purificato tutta la casa dell’Eterno, l’altare degli olocausti con tutti i suoi utensili e la tavola dei pani della presentazione con tutti i suoi utensili.»
Inoltre abbiamo rimesso a posto e purificato tutti gli utensili che il re Achaz nel suo peccato aveva gettato via durante il suo regno; ed ecco, ora sono davanti all’altare dell’Eterno.
Il sedicesimo giorno del primo mese finirono: questo racconta l’entità sbalorditiva del danno precedente al tempio, in quanto ci vollero 16 giorni per portare semplicemente fuori l’immondizia che si era accumulata nel tempio, inclusa persino la parte interna della casa del SIGNORE.
Le responsabilità amministrative dei sacerdoti
In tutti questi casi i sacerdoti appaiono, da un lato, come scrupolosi custodi della memoria del mito fondatore della legittimità del potere costituito e, dall'altro, come esecutori di gesti e rituali collettivi volti a celebrare i simboli vitali di quella memoria.
Conservare la memoria e rievocare ciclicamente le procedure che regolano le condotte degli individui e dei gruppi sociali costituiscono dunque le funzioni centrali che i sacerdoti adempiono da sempre nelle società a noi note.
In molte religioni oltre alle funzioni cultuali il sacerdote svolge anche altri importanti compiti. Fra questi menzioniamo la funzione giurisdizionale; il compito di rileggere la storia di un popolo o di un gruppo sociale, trascrivendola in testi sacri; la messa a punto di calendari liturgici; la sistematizzazione del pensiero teologico e, infine, la creazione di un metodo educativo religiosamente orientato per selezionare le nuove leve del clero o per diffondere la dottrina e i precetti del credo religioso.
La loro attività diviene così eminentemente sociale. Essi disegnano per così dire delle mappe cognitive che fondano le identità individuali e collettive.
I sacerdoti sono chiamati, infatti, a controllare che le classificazioni condivise della realtà sociale, con tutte le sue gerarchie economiche e le sue asimmetrie di potere, non vengano messe in discussione.
I sacerdoti costituiscono, da questo punto di vista, un'istituzione che contribuisce a formare una comunità consolidata, la quale, per citare Mary Douglas, "blocca la curiosità personale, organizza la memoria pubblica ed impone eroicamente la certezza sull'incertezza".
Il ruolo politico del sommo sacerdote
Si comprende allora perché essi abbiano avuto quasi sempre una notevole rilevanza politica, non solo perché vicini al potere o da esso delegati a compiere funzioni particolari attinenti alla sfera del sacro, ma anche perché garanti di meccanismi di stabilità delle istituzioni sociali di un'organizzazione politica, grande o piccola, complessa o semplice che sia.
La Gerusalemme che visitò Gesù era una Gerusalemme assai divisa, piena di tensione, in particolare in seguito alla pesante amministrazione romana al tempo dei procuratori.
È da tener presente che i Sommi Sacerdoti di questo periodo venivano nominati dal procuratore romano e venivano cambiati con grande frequenza; l’unico che riuscì a rimanere in carica per diciott’anni fu Giuseppe Caifa, probabilmente perché collaborò con il procuratore romano.
Da un lato la Gerusalemme al tempo di Gesù non aveva statue pagane o statue con l’effigie degli imperatori; dall’altro vi erano alcuni fattori comuni che provocavano scontento nella popolazione e facilitavano la creazione di sommosse.
Era quindi evidente a tutti che Roma era la padrona suprema; il tributo che le veniva pagato era pesante e la esazione era affidata ad imprenditori privati o “pubblicani”.
I sacerdoti sadducei ed i saggi farisei erano normalmente contrari ad atti di violenza contro Roma, ritenendo che la liberazione sarebbe arrivata, al tempo prestabilito, dal Cielo.
Ai tempi di Gesù comunque tra i sommi sacerdoti, appartenenti alla classe dei Sadducei, e gli scribi e i Farisei, non correva buon sangue, essendo i primi aristocratici invisi al popolo che voleva sullo scranno di Mosè i Farisei e gli scribi.
In ogni caso proprio l'interpretazione della legge vide contrapporsi alla carica del sommo sacerdote, spesso sadduceo, la controcattedra sulla quale sedevano scribi e farisei, che avevano con loro il popolo.
Il sommo sacerdote era ligio alla legge scritta e mai e poi mai avrebbe partecipato a discussioni teoriche con i farisei e gli scribi, disprezzati perchè popolani.
Ma quei ladroni e briganti spadroneggiavano nel tempio e si arricchivano con le decime delle vedove, connivendo con gli occupanti romani e gravando il popolo di pesi insopportabili.
Ecco perchè quando Gesù cacciò dal tempio i mercanti e i cambiavaluta, i sommi sacerdoti si spaventarono temendo la rivolta.
Purezza, disciplina e accesso al sacro
Lo stato di purezza richiesto ai sacerdoti è, dunque, una conseguenza della particolare funzione da essi ricoperta: proprio perché hanno il privilegio di 'toccare' cose ritenute non tangibili da parte delle persone comuni - il sacro è per definizione ciò che non deve essere contaminato dal profano -, la purezza è una sorta di garanzia sociale che la comunità richiede a tutela dell'integrità dei suoi simboli sacri.
Ciò appare particolarmente evidente in una religione etnica come l'induismo. Infatti la casta dei brahmani è formata da sacerdoti che si collocano al vertice di un ideale asse della purezza, al cui estremo opposto troviamo i fuoricasta o gli intoccabili, gli impuri per definizione.
Ai brahmani spettano due compiti fondamentali: la trasmissione delle sacre scritture e l'organizzazione delle cerimonie principali.
In altre parole essi assicurano da un lato la continuità della memoria religiosa, dall'altro la ripetizione rituale dell'esperienza sacra originaria.
Nel Tempio di Gerusalemme, la preparazione rituale comprendeva il bagno prima del servizio, il lavaggio delle mani e dei piedi durante la giornata, il controllo della purezza e l’attenzione rigorosa agli alimenti e alle bevande.
Il fatto che i sacerdoti potessero mangiare della carne e delle torte di farina consacrati, ma non bere del vino prima del servizio del giorno successivo, mostra come anche le attività apparentemente ordinarie fossero subordinate alla continuità del culto.
La purezza non riguardava quindi soltanto il sacerdote come individuo, ma proteggeva il funzionamento dell’intero santuario.
Sacerdoti, stregoni, maghi e profeti
La figura del sacerdote si differenzia da altre figure sacre. Max Weber distingue fra sacerdote e stregone.
Il primo viene definito dal sociologo tedesco come un funzionario professionale che, attraverso l'organizzazione del culto, ricopre l'ufficio di mediare fra gli dei e una determinata comunità umana; il secondo è "un libero professionista", il quale, ricorrendo a poteri personali di tipo magico, fornisce prestazioni individualizzate e occasionali.
In tal senso, mentre lo stregone deve continuamente dare prova del proprio potere personale, dell'efficacia del suo carisma socialmente riconosciuto, il sacerdote fa parte di un apparato di servizio.
In molte società lo sciamano assolve ancor oggi una pluralità di funzioni: guarire dalle malattie, divinare, accompagnare l'anima del defunto nell'oltretomba e presiedere alle cerimonie sacrificali.
Il mago professionista dell'occulto è invece depositario di conoscenze particolari che mette a disposizione delle persone al fine di risolvere problemi contingenti.
Pur essendo i confini fra stregone, mago e sacerdote fluidi, la figura del sacerdote e quella del profeta secondo Weber sono nettamente distinte.
Il profeta, infatti, è al tempo stesso portatore di un carisma personale e contestatore di un ordine religioso stabilito; dunque, egli è per definizione un creatore di un nuovo sistema di credenza religiosa in tensione e in conflitto con i funzionari del sacro per eccellenza, i sacerdoti.
Le funzioni del Tempio in una giornata ordinaria
| Funzione | Responsabili principali | Attività |
|---|---|---|
| Officiatura dei riti | Sacerdoti | Sacrifici, libagioni, incenso e prescrizioni rituali |
| Canto e musica | Leviti e sacerdoti | Cembali, arpe, cetre e trombe |
| Pulizia e preparazione | Sacerdoti e leviti | Rimozione delle ceneri, riordino degli utensili e pulizia degli ambienti |
| Sorveglianza | Guardie del Tempio, leviti e sacerdoti | Controllo delle porte, delle corti e delle aree sacre |
| Amministrazione | Leviti sotto la supervisione sacerdotale | Finanze, offerte, manutenzione e gestione materiale |
| Preparazione degli animali | Sacerdoti | Scelta, legatura, immolazione, scuoiatura, lavaggio e salatura |
| Illuminazione | Sacerdoti | Olio, stoppini e lampade della Menorah |
La giornata del Tempio riuniva quindi una sequenza di compiti diversi ma coordinati. Il canto segnalava e accompagnava il momento liturgico, mentre la pulizia, la sorveglianza e la preparazione tecnica rendevano possibile lo svolgimento ordinato del culto.
I sacerdoti erano perciò specialisti del rito, ma anche responsabili di un’organizzazione complessa. I leviti erano musicisti, custodi, amministratori e addetti alla gestione materiale; le guardie controllavano gli accessi; i capi di casato coordinavano il personale di turno.
La manutenzione del Tempio non era considerata un’attività estranea alla religione. Riordinare gli strumenti, togliere le ceneri, mantenere accese le lampade, sorvegliare le porte e purificare gli ambienti significava preservare lo spazio nel quale la comunità incontrava il sacro.