La lectio divina sul Padre misericordioso si concentra sulle parole di Gesù: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso». La misericordia non è soltanto un sentimento, ma un modo concreto di vivere: amare i nemici, fare del bene senza sperare nulla, non giudicare, non condannare, perdonare e condividere.
Nel Vangelo secondo Luca, l’essere credente o no non dipende da quello che uno crede, o dal comportamento che ha, o non ha nei confronti di Dio, ma dall’atteggiamento che ha nei confronti del prossimo. La misericordia del Padre diventa visibile quando la comunità accoglie l’amore ricevuto e lo comunica agli altri con gesti concreti.
Il brano evangelico: la misericordia come volto del Padre
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,27-38)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male.
A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non richiederle indietro.
E come volete gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano.
E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.
Amate invece i vostri nemici, fate del bene senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati.
Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio”.
Parola del Signore
Il metodo della lectio divina
La lectio divina può accompagnare la lettura personale e comunitaria della Parola attraverso alcuni momenti distinti: l’invocazione dello Spirito, la lettura attenta del testo, la meditazione, la preghiera, la contemplazione e l’impegno concreto.
- Lectio: ascoltare il testo e osservare ciò che Gesù dice e compie.
- Med advertatio: comprendere il significato delle parole e il loro rapporto con la vita.
- Oratio: rispondere a Dio con la preghiera.
- Contemplatio: rimanere davanti al volto misericordioso del Padre.
- Actio: tradurre la misericordia in scelte e gesti concreti.
Il contesto lucano: Dio si rivolge agli esclusi
Luca, come abbiamo già visto, ha un occhio attento verso tutti coloro che vengono esclusi in nome della religione, in nome di Dio o della morale. Luca non è d’accordo con questa esclusione e fa vedere che Dio si rivolge principalmente proprio agli esclusi e che costoro sono i primi ad accorgersi della presenza di Dio nell’umanità.
L’evangelista arriva al punto di proporre come modello di credente, proprio colui che nella società religiosa è considerato un “non credente”. Per Luca, l’essere credente o no non dipende da quello che uno crede, o dal comportamento che ha, o non ha nei confronti di Dio, ma dall’atteggiamento che ha nei confronti del prossimo.
E abbiamo visto questa mattina come il samaritano è l’unico personaggio, nei vangeli, al quale viene attribuito il verbo “avere compassione”, che è un verbo tecnico, che riguarda esclusivamente l’atteggiamento di Dio.
Ebbene, Gesù dice: l’unico che ha un atteggiamento che assomiglia a quello di Dio, è colui che voi considerate un “senza Dio”.
«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso»
La frase «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» costituisce il centro del brano. Gesù non presenta la misericordia come una qualità riservata a Dio, ma come la forma concreta della vita dei suoi discepoli.
La misericordia del Padre si manifesta nel suo atteggiamento verso tutti: egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi. Per questo il discepolo non può limitare il bene a chi lo ricambia, né fondare i rapporti sulla reciprocità, sul vantaggio o sul calcolo.
Amare quelli che amano, fare del bene a quelli che fanno del bene e prestare a coloro da cui si spera di ricevere non introduce una logica nuova: anche i peccatori fanno lo stesso.
La novità evangelica appare quando il bene viene fatto senza sperarne nulla, quando l’amore raggiunge il nemico e quando il perdono interrompe il circolo della condanna.
Amare i nemici e fare del bene senza ricompensa
Gesù dice: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male.
L’amore dei nemici non significa dichiarare buono ciò che è ingiusto, né negare il dolore provocato dal male. Nel testo, però, l’amore viene descritto attraverso azioni precise: fare del bene, benedire e pregare.
La misericordia non aspetta che l’altro cambi per cominciare ad agire. Non nasce dalla garanzia di una ricompensa e non dipende dalla simpatia. Essa esprime la gratuità dell’amore del Padre.
A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non richiederle indietro.
Queste parole spezzano la logica della restituzione e della vendetta. Il discepolo è chiamato a non rispondere al male riproducendo lo stesso meccanismo, ma a cercare una risposta capace di aprire una possibilità nuova.
La regola della reciprocità e la novità del Vangelo
E come volete gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro.
Questa frase richiama un criterio di umanità comprensibile a tutti: il rapporto con gli altri deve essere orientato dal desiderio di ricevere bene. Ma Gesù va oltre la reciprocità, perché chiede di amare anche quando non c’è alcuna garanzia di essere amati.
Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano.
E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso.
E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.
Il criterio del Padre non è il semplice scambio. La misericordia si riconosce perché non si chiude nel rapporto tra persone che possono ricambiarsi il bene, ma raggiunge anche chi non può o non vuole restituirlo.
La misericordia e il rifiuto del giudizio
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati.
Gesù collega il giudizio, la condanna e il perdono alla qualità delle relazioni nella comunità. Chi misura gli altri con durezza costruisce un ambiente dominato dalla paura e dall’esclusione; chi perdona rende visibile il volto del Padre.
Il perdono non cancella la verità, ma impedisce che la colpa diventi l’identità definitiva di una persona. La misericordia non approva il male: libera il colpevole e la vittima dalla spirale della condanna.
La misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio. L’immagine della misura buona, pigiata, colma e traboccante mostra un dono che non viene calcolato in modo avaro.
La misericordia ricevuta dal Padre diventa la misura con cui il discepolo è chiamato a trattare gli altri. Non si tratta di acquistare il perdono, ma di permettere che il dono accolto trasformi il comportamento.
La ricchezza come autoesclusione dall’amore
Adesso, ci imbattiamo in un paio di episodi che fanno vedere chiaramente come Luca individua nella ricchezza, uno dei fattori di auto emarginazione, di auto esclusione da questo amore di Dio.
La ricchezza, l’accumulo dei beni, da una parte autoesclude il possessore e, allo stesso tempo, genera emarginati e genera esclusione.
Luca è l’unico evangelista che fa seguire alla beatitudine “beati voi che siete poveri”, quell’espressione che, malamente, viene tradotta con “guai”. Matteo ci presenta otto beatitudini; Luca soltanto quattro beatitudini, seguite da quattro “maledizioni”.
Questo è il termine, a volte, indicato nei titoli; ma Gesù, che è espressione visibile dell’amore di Dio, non maledice nessuno.
I poveri sono le persone che, per amore, per una libera scelta, hanno voluto condividere generosamente tutto quello che hanno e quello che sono, per essere manifestazione visibile di Dio nell’umanità.
E’ il caso di ricordare che Gesù non parla mai della beatitudine dei poveri, nel senso di quelli rifiutati dalla società; anzi, costoro sono dei disgraziati che, compito della comunità dei credenti, devono essere tolti dalla loro condizione di povertà.
Gesù proclama beata quella povertà volontariamente scelta, proprio per eliminare la causa della povertà.
«Guai a voi ricchi»: il lamento per una vita senza amore
Luca individua nella ricchezza, nell’accumulo dei beni, una tragedia per l’individuo, che Gesù non maledice, né, quantomeno, minaccia, anche se viene tradotto con “guai a voi ricchi”.
L’espressione “guai”, in ebraico, fa parte del lamento funebre. Quando una persona muore, c’è questo pianto e una delle espressioni, che assomiglia molto ad un pianto è, appunto “guai, o uai”.
Gesù non maledice, né minaccia i ricchi, ma piange su costoro! Piange sul ricco, come su una persona morta, come su una persona che non ha vita.
Il pianto di Gesù manifesta la compassione del Padre verso chi è prigioniero dell’accumulo. La ricchezza non viene presentata soltanto come un problema economico, ma come una condizione che può rendere incapaci di vedere, di fidarsi e di condividere.
L’occhio sano e l’occhio cattivo
E, sempre Gesù, nel vangelo di Luca, usa un’espressione che ci fa comprendere il motivo di questo pianto per la persona ricca, per la persona avara.
Gesù dice: se il tuo occhio è sano, tutto il tuo corpo è nella luce, se il tuo occhio è ammalato, tutto il tuo corpo è nella tenebra.
La traduzione letterale non ci fa comprendere ciò che Gesù vuole intendere; egli si rifà ad una mentalità orientale, dove l’occhio bello, l’occhio sano, o l’occhio malato, l’occhio cattivo, sono dei segni per indicare generosità e avarizia.
La persona generosa, splende e allora si dice che ha l’occhio bello, l’occhio splendente e tutta la persona vale. Il parametro col quale Gesù considera il valore di una persona sta nella generosità.
Una persona generosa vale, al contrario, la persona avara si dice abbia l’occhio ammalato, l’occhio cattivo.
Cosa significa l’occhio cattivo? E’ l’atteggiamento dell’avaro, del ricco.
Per fare un esempio: quando l’avaro incontra il ricco e questi lo saluta, l’avaro, che ha l’occhio cattivo, quindi un occhio che deforma la realtà, si allarma, si spaventa di questo saluto; mi ha salutato, cosa vorrà da me!?
E se per caso questa persona accompagna il saluto con un sorriso, ecco che l’altro si preoccupa: mi ha pure sorriso, dove vorrà arrivare!
Ecco cos’è l’occhio cattivo. E’ la preoccupazione continua, costante, che gli altri attentino al tuo benessere, per cui ti avveleni l’esistenza.
Anche un atteggiamento positivo dell’altro, viene visto dall’occhio cattivo, dall’occhio dell’avaro, come un attentato alla propria felicità, che è basata sull’accumulo dei beni.
La persona avara vive sempre nel sospetto, avvelena la propria esistenza e avvelena la vita altrui.
Dal ricco al signore: la condivisione come forma della misericordia
Secondo Gesù, non c’è posto per il ricco, o per l’avaro. Per Gesù i due termini sono equivalenti: se uno è ricco, è perché è avaro; se fosse generoso, non sarebbe ricco.
Nella comunità dei credenti, per Gesù, non c’è posto per il ricco.
Forse, bisogna spiegare cosa si intende con il termine “ricco”. Per ricco si intende “colui che ha” e Gesù non chiama i ricchi nella sua comunità.
Gesù non vuole nessuno ricco, ma tutti signori.
Qual è la differenza tra ricco e signore? Il ricco è colui che ha, il signore è colui che dà.
Allora non c’è posto per i ricchi nella comunità dei credenti, perché il ricco è colui che trattiene ed accumula per sé.
Gesù ci chiama ad essere tutti quanti signori, tutti capaci di condividere, generosamente, con gli altri, tutto quello che uno ha e tutto quello che uno è.
La condivisione non è un gesto accessorio della fede. Uno che accoglie l’amore del Signore e lo comunica agli altri, non lo fa soltanto con le parole, lo fa anche con i segni e con i mezzi.
Ricordiamo che Luca, autore degli Atti degli apostoli, scrive: “La comunità dei credenti, testimoniava con forza la fede in Gesù risorto”. Come? Nessuno tra di loro era bisognoso; quindi, è una partecipazione.
Dio e mammona: due fiducie incompatibili
Gesù ha espresso chiaramente che non si può seguire Dio e mammona, cioè non si può aver la fiducia nel Padre e nel denaro.
Mettere la tua fiducia in Dio, vuol dire cogliere questo amore e comunicarlo agli altri, facendolo accompagnare da gesti concreti.
Gesù è stato chiaro: non si può servire, mettere la fiducia in Dio e nel denaro.
Il problema non è il semplice possesso di qualcosa, né il desiderio di vivere senza disagio. Gesù ha parlato della generosità che fa crescere e sviluppa la persona, mentre l’avarizia la blocca e mette davanti un out-out: non si può essere miei discepoli se non si rinuncia all’accumulare i beni.
Sia chiaro che Gesù non vuole persone miserabili, non vuole persone che vivono nel disagio; qui si parla di coloro che accumulano per sé e non hanno la capacità di condividere con gli altri.
E’ questa la ricchezza che Gesù vede come un limite alla sua sequela.
La parabola del ricco e di Lazzaro
Luca ha molto presente questo atteggiamento sociale, sociologico della ricchezza e della povertà ed è l’unico che ci presenta due episodi che ci possono chiarire meglio il suo pensiero.
Il primo lo troviamo al capitolo 16, versetto 19, ed è la parabola di Lazzaro e il ricco, che viene detta appositamente (lo scrive al versetto 14) per la categoria dei farisei.
Scrive l’evangelista, che ascoltavano queste parole i farisei, che sono amanti del denaro e si burlavano di Gesù: povero Gesù, come è fallito il suo messaggio!
Gesù ha detto: non si possono servire Dio e il denaro, sono incompatibili.
E qui i farisei scoppiano a ridere. Povero Gesù, che illuso che sei.
Ma chi lo ha detto che non si può mettere la propria fiducia in Dio e nel denaro?
Ricordiamo che i farisei sono laici che vivono scrupolosamente tutti i dettami della legge; la loro, è una vita di preghiera, tesa ad osservare le minuzie della legge, la purezza, l’osservanza del riposo del Sabato, ma, denuncia l’evangelista, sono amanti del denaro.
Quindi, caro Gesù, ti sei sbagliato, non è vero che non è possibile mettere la propria fiducia in Dio e, nello stesso tempo, nel denaro; anzi, le due cose vanno tanto sotto braccetto, che la gente non se ne scandalizza, ma lo vede come una realtà accettabile.
Ed è per questa categoria di persone che Gesù parla e racconta questa parabola.
Il titolo non deve guidare la lettura
Attenzione alla descrizione e attenti ai titoli dei vangeli e della bibbia. I titoli non fanno parte del testo!
Normalmente vengono messi dal traduttore, o dall’editore e, il più delle volte, sono dei titoli superficiali, incompetenti, o, addirittura, in malafede.
Normalmente il titolo che ci propone questo episodio è “il ricco cattivo e il povero Lazzaro”.
Il titolo è importante, perché io, dal titolo, indirizzo la mia lettura.
Il ricco che non vede Lazzaro
Ma guardiamo la cattiveria di questo ricco, nell’episodio.
La descrizione che Gesù fa del ricco è: c’era un uomo benestante, ricco, che vestiva di porpora e di bisso e banchettava lautamente.
Tradotto in termini moderni: c’è una persona benestante che veste con abiti firmati e va a pranzo nei migliori ristoranti.
Tutto qui! Non ci sono altre descrizioni del carattere, o dell’atteggiamento di questo ricco.
L’evangelista scrive soltanto, che alla sua porta, alla porta di servizio, c’era un povero, che si chiamava Lazzaro, che sarebbe stato desideroso di sfamarsi degli avanzi, ma nessuno gliene dava.
Muore il povero, muore il ricco, uno si trova nel seno di Abramo e l’altro (nella traduzione della CEI, che è orribile) si trova all’inferno.
Bisognerebbe mandarci il traduttore all’inferno, perché voi sapete che il termine “inferno”, nei vangeli non esiste.
Il termine che ha usato l’evangelista è “ade”. L’ade è un termine greco, che vuol tradurre lo “sheol” ebraico.
Nella mitologia dell’epoca si pensava che, sotto terra, ci fosse un’enorme caverna, dove i defunti andavano a finire; non esisteva il concetto di inferno.
Quindi: il povero viene consolato dei suoi patimenti, nel seno di Abramo, mentre il ricco viene escluso.
L’indifferenza come forma radicale di violenza
Il titolo dato all’episodio è: il povero Lazzaro e il ricco cattivo.
Ma dov’è la cattiveria del ricco?
Uno che legge l’episodio ed è suggestionato dal titolo, pensa che il ricco, ogni volta che incontrava il povero, gli dava un calcio nel sedere, lo allontanava dalla sua abitazione, pensa che il povero fosse stato maltrattato da questo ricco.
Ma invece, ed è qui la gravità di questo episodio, non esiste assolutamente nessun contatto tra questi due personaggi.
Tra il ricco e il povero non c’è un’inimicizia, magari! Il ricco è peggio ancora di un nemico per il povero, perché almeno tra nemici c’è un qualche contatto; il ricco ignora l’esistenza del povero!
Ripeto, non è un malvagio questo ricco, vestiva elegantemente, oggi diremo vestiva firmato, e gli piaceva mangiare nei migliori ristoranti; dov’è la cattiveria?
Probabilmente, era pure una persona pia, una persona religiosa come è facile esserlo per i ricchi; eppure Gesù, rivolgendosi ai farisei, lo esclude dalla vita, non perché ha maltrattato il povero, non perché ha compiuto delle azioni malvagie nei confronti di Lazzaro, rendendogli ancora più difficile l’esistenza, ma per il semplice fatto che non si è accorto dell’esistenza del povero.
E’ per questo che viene escluso dalla vita.
Ripeto che, questa parabola Gesù non la dice per il gruppo dei suoi discepoli, ma la dice ai farisei, che erano amanti del denaro.
Probabilmente, nel personaggio del ricco, Gesù rappresenta la categoria dei farisei, categoria di persone molto ricche, la cui avidità impedisce loro di accorgersi dell’esistenza dei poveri; questo comportamento li esclude dall’ambito della vita.
Quindi la denuncia che Luca fa è molto severa.

Zaccheo: la misericordia che restituisce la vita
Vediamo, ora, l’altro episodio che tratta della ricchezza e ci fa comprendere, ancora di più, l’insegnamento di Gesù al riguardo.
Luca scrive, al capitolo 19, che Gesù entrò in Gerico ed ecco un uomo, chiamato Zaccheo, che era a capo degli esattori.
Troveremo ancora questa figura dell’esattore delle tasse; era una figura odiata sia per l’attività stessa, che non è mai piaciuta in tutte le culture, sia per l’appartenenza ad una categoria di esclusi dalla salvezza.
Perché? Come avveniva l’esazione delle tasse?
L’esattore vinceva, attraverso un appalto, il posto, la dogana, per esigere le tasse e poi poteva mettere i prezzi che voleva.
Normalmente erano dei ladri autorizzati.
Per questa categoria sia perché rubava, ma, soprattutto, perché era in combutta con il dominatore romano, non c’era assolutamente speranza di salvezza.
Scrive il Talmud che, anche se un esattore delle tasse (quello che va con il nome di pubblicano) volesse convertirsi e quindi salvarsi, non gli sarebbe possibile, perché, per convertirsi, dovrebbe restituire quattro volte quello che ha rubato e sarebbe praticamente impossibile rintracciare tutte le persone a cui ha rubato.
Un esattore delle tasse è quindi una persona che, per la sua attività, è esclusa dalla salvezza, ma qui, addirittura, abbiamo il capo degli esattori.
L’evangelista scrive anche che era molto ricco.
Costui cercava di vedere Gesù, ma non ci riusciva, a causa della folla, perché era basso di statura.
Così viene tradotto, ma la traduzione letterale è “perché la sua statura era infima”.
Cosa ci vuol dire l’evangelista? All’evangelista non interessa la statura, non è andato a misurare quanti centimetri fosse alto Zaccheo.
La misericordia di Gesù raggiunge Zaccheo proprio nella sua condizione di escluso. Egli non viene prima costretto a dimostrare di essere degno, ma viene incontrato e riconosciuto. L’incontro con Gesù rende possibile un cambiamento concreto nel rapporto con i beni e con le persone danneggiate.
La preghiera del Padre nostro e il volto del Padre
Considerato il testo più complesso del Nuovo Testamento, poiché contiene un termine inesistente nella lingua greca, il Padre Nostro, l’unica preghiera che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli, è pervenuta in tre versioni diverse tra loro, nel vangelo di Matteo (Mt 6,9-13), una più breve in Luca (Lc 11,2-4), e nella Didaché (8,2), primo catechismo dei cristiani.
Il testo del Pater andrebbe ritradotto per restituirgli la sua forza innovativa.
La continua ripetizione di questa orazione per ogni circostanza l’ha infatti usurata e ridotta al rango di pia devozione (“diciamo un padrenostro…”).
Il Padre nostro non è una preghiera, nel senso di un atto cultuale, devoto, ma la formula di accettazione delle beatitudini.
Per questo l’evangelista Matteo ha composto lo schema del Pater (Mt 6,9-13) come quello delle Beatitudini (Mt 5,3-10), ponendo una stretta relazione tra i due testi: può rivolgersi a Dio, come Padre, solo chi accogliendo le beatitudini si impegna a orientare la propria vita per il bene dei fratelli.
Per questo, fin dai primi tempi della Chiesa, il Pater era parte essenziale della liturgia battesimale: solo al momento del battesimo il catecumeno poteva recitare la preghiera del Signore, quale segno di conversione radicale della sua vita.
Il Padre nei cieli e la libertà dei credenti
La preghiera inizia rivolgendosi al Padre che è “nei cieli”.
Essere nei cieli o sulla terra è quel che distingueva la condizione divina da quella umana.
Quest’affermazione si comprende meglio se inserita in un’epoca nella quale l’imperatore pretendeva di essere considerato di natura divina, e il rifiuto di adorarlo era causa di morte.
I cristiani affermando che nei cieli c’è solo il loro Dio, non riconoscono nessuna autorità se non quella del loro Padre celeste.
Sfidando i detentori del potere, i credenti rivendicano la loro libertà.
La santificazione del nome e la testimonianza
La prima petizione del Padre nostro riguarda la santificazione del suo nome, che non ha solo l’ovvio significato di rispettarlo, ma esprime l’impegno del credente di far conoscere questo Dio come Padre con il proprio comportamento (“Perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”, Mt 5,16).
La santificazione del nome non rimane quindi una formula pronunciata con le labbra. Il nome del Padre viene reso riconoscibile attraverso opere buone, relazioni nuove e una vita orientata al bene dei fratelli.
Il regno come società alternativa
La richiesta “venga il tuo regno” non ha il significato di chiedere quel che ancora deve arrivare, perché dal momento che una comunità ha accolto le beatitudini di Gesù, il regno di Dio è già presente (“di essi è il regno dei cieli”, Mt 5,3), ma che questo regno, la società alternativa fondata sulle beatitudini si estenda sempre più, offrendo così a ogni uomo una proposta di vita piena.
Il regno cresce quando la comunità rende visibile la misericordia del Padre: quando nessuno viene escluso, quando la ricchezza non viene accumulata per sé e quando il bene non è subordinato alla possibilità di essere ricambiato.
La volontà del Padre come disegno d’amore
Quella che riguarda la volontà divina (“sia fatta la tua volontà”) è per molti la richiesta più difficile, perché si pensa che questa coincida con gli eventi tristi, luttuosi della vita.
È infatti allora, quando non ci sono più speranze o alternative, che sospirando rassegnati si dice “sia fatta la tua volontà”.
In realtà l’evangelista non adopera il verbo “fare” che indica un’azione umana, bensì “compiere”, espressione dell’agire divino.
Non si tratta di fare la volontà di Dio ma si chiede che il suo disegno d’amore sull’umanità si compia, permettendo a ogni uomo di divenire suo figlio, e ci si impegna attivamente perché questo si possa realizzare.
L’espressione “come in cielo così in terra” non si riferisce solo all’ultima richiesta, quella della volontà, ma ingloba tutte le altre.
Cielo e terra indicano il creato: la preghiera di Gesù non è riservata a un solo popolo, ma universale, aperta a tutte le genti.
Il pane da produrre e condividere
Il versetto più difficile da tradurre è quello del pane, in quanto contiene un termine che non esiste nella lingua greca (“dacci oggi il pane nostro, quello epiousion”), ed è stata da sempre lo scoglio per ogni traduttore.
Dal quarto secolo la traduzione latina, denominata Vulgata, tentò di superare la difficoltà presentata da questo termine sconosciuto traducendolo in due diverse maniere: “supersubstantialem” in Matteo e “cotidianum” in Luca.
Quest’ultimo termine, più facile a pronunciarsi e anche più comprensibile, venne trapiantato dal vangelo di Luca in quello di Matteo per formare la versione liturgica, originando però l’equivoco che la richiesta riguardasse il pane da mangiare ogni giorno, causando lo scandalo di chi, pur pregando, non riceve nulla.
Il pane che nutre l’uomo non va richiesto a Dio e non è inviato dal cielo, ma è compito degli uomini produrlo e condividerlo generosamente con chi non ne ha.
Questo pane che viene richiesto al Padre, è la presenza di Gesù, il pane di vita (Gv 6,35), alimento essenziale per la comunità, sia nell’eucaristia sia nella sua Parola.
Il condono dei debiti
La sola volta in cui nel Pater una petizione viene motivata da una clausola, essa riguarda il condono dei debiti: “come noi li condoniamo ai nostri debitori”.
I credenti che hanno accolto le beatitudini non possono dividersi in creditori e debitori.
Il condono concesso dal credente al fratello non è condizione di quello del Padre, ma la sua conseguenza, e permette la realizzazione della volontà di Dio sul suo popolo (“Non vi sia alcun bisognoso in mezzo a voi”, Dt 15,4).
La resistenza a condonare i debiti ha portato poi a spiritualizzare questa richiesta, trasformando i debiti da economici a spirituali, in peccati.
Mentre è possibile perdonare le colpe e restare in possesso dei propri averi, la richiesta del Pater esige la rinuncia a questi.
La misericordia del Padre coinvolge quindi anche le relazioni economiche. Non è possibile proclamare il regno e lasciare che la comunità sia divisa tra chi accumula e chi è costretto a dipendere.
La prova e la liberazione dal maligno
Nella Lettera di Giacomo si legge che “Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno al male” (Gc 1,13-14).
Purtroppo aver reso la petizione del Pater con “non c’indurre in tentazione” ha da sempre sconcertato i credenti, restii a credere in un Padre che tenta i propri figli.
La traduzione CEI del 2008 ha cercato di migliorare l’espressione rendendola con “non abbandonarci alla tentazione”.
L’azione di Dio non è quella di indurre l’uomo nella tentazione bensì di liberarlo dalla stessa.
“Non farci soccombere nella prova”, è questo il significato della richiesta della comunità, che chiede di non cedere in una situazione che non è capace di gestire.
Non si tratta delle prove che la vita presenta, ma il singolare “prova” indica un’unica prova, particolarmente temuta, e dalla quale Gesù metterà in guardia i suoi: “Vigilate e pregate per non cadere nella prova” (Mt 26,41).
È la prova della cattura di Gesù, alla quale tutti i discepoli soccombono, nonostante le reiterate dichiarazioni di essere pronti a morire con lui.
La richiesta di non cedere durante la persecuzione prepara l’ultima petizione, quella di essere liberati dal maligno (non dal “male”).
La contrapposizione tra il Padre e il maligno, tra colui che comunica vita e colui che la può distruggere, marca l’inizio e la fine della preghiera.
La fedeltà al Padre suscita avversione e persecuzione, ma questa anziché indebolire la comunità la irrobustisce e la rende testimone visibile del suo amore incondizionato per l’umanità.
Invocazione allo Spirito prima della lectio
Signore Gesù Cristo, oggi la tua luce splende in noi, fonte di vita e di gioia! Donaci il tuo Spirito d’amore e di verità, perché, come Maria Maddalena, Pietro e Giovanni, sappiamo anche noi scoprire e interpretare alla luce della Parola i segni della tua vita divina presenti nel nostro mondo e accoglierli nella fede per vivere sempre nella gioia della tua presenza accanto a noi, anche quando tutto sembra avvolto dalle tenebre della tristezza e del male.
Oppure:
O Padre, che nel giorno del Signore raduni il tuo popolo per celebrare colui che è il Primo e l’Ultimo, il Vivente che ha sconfitto la morte, donaci la forza del tuo Spirito, perché, spezzati i vincoli del male, allontanate le nostre paure e le nostre indecisioni, ti rendiamo il libero servizio della nostra obbedienza e del nostro amore, per regnare con Cristo nella gloria.
Domande per la meditazione personale e comunitaria
- Quale immagine del Padre emerge dalle parole di Gesù?
- Quali persone considero difficili da amare o da perdonare?
- In quali situazioni il mio bene è ancora legato alla possibilità di ricevere qualcosa in cambio?
- Quali forme di giudizio o di condanna rischiano di escludere gli altri?
- Come distinguo tra il possesso necessario e l’accumulo che impedisce di condividere?
- Quale volto di Lazzaro rischio di non vedere vicino a me?
- In che modo la misericordia può diventare un gesto concreto nella comunità?
- Quale debito, materiale o relazionale, sono chiamato a condonare?
- La mia preghiera del Padre nostro orienta davvero la mia vita secondo le beatitudini?
- Quale cambiamento concreto può rendere visibile il disegno d’amore del Padre?
Salmo 117 al termine della contemplatio
Alleluia. Celebrate il Signore, perché è buono; perché eterna è la sua misericordia.
Dica Israele che egli è buono: eterna è la sua misericordia. Lo dica la casa di Aronne: eterna è la sua misericordia. Lo dica chi teme Dio: eterna è la sua misericordia.
Nell’angoscia ho gridato al Signore, mi ha risposto, il Signore, e mi ha tratto in salvo. Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza.
Grida di giubilo e di vittoria, nelle tende dei giusti: la destra del Signore ha fatto meraviglie, la destra del Signore si è innalzata, la destra del Signore ha fatto meraviglie.
La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo; ecco l’opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso.
Celebrate il Signore, perché è buono: perché eterna è la sua misericordia.
Sequenza di Pasqua per la conclusione dell’incontro
Alla vittima pasquale, s’innalzi oggi il sacrificio di lode. L’Agnello ha redento il suo gregge, l’Innocente ha riconciliato noi peccatori col Padre.
Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa.
«Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?».
«La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto, e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le sue vesti. Cristo, mia speranza, è risorto: precede i suoi in Galilea».
Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto.
Tu, Re vittorioso, abbi pietà di noi.
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