Benedetto “Nitto” Santapaola, nato a Catania il 4 giugno 1938 e morto a Milano il 2 marzo 2026, è stato uno dei più potenti e sanguinari boss mafiosi di Cosa nostra. Storico capo della mafia catanese, era detenuto al regime del 41 bis nel carcere di Opera ed è deceduto nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo di Milano, dove era stato trasferito per le sue condizioni di salute.
La procura di Milano ha disposto l’autopsia, anche se il decesso è avvenuto per cause naturali. Santapaola è stato ritenuto mandante di omicidi e stragi, tra cui l’attentato di Capaci e la strage di via D’Amelio del 1992, e ha ricevuto diverse condanne definitive all’ergastolo.
Identità e soprannomi
Benedetto Santapaola, detto Nitto, è stato un mafioso italiano, considerato uno tra i più potenti e sanguinari boss mafiosi di Cosa nostra. Fu inoltre soprannominato in campo giornalistico “Il Totò Riina della Sicilia orientale”.
Era soprannominato “Il Cacciatore”, per via della sua passione per la caccia, e “il licantropo”, poiché si pensava fosse affetto da una rara psicosi, la licantropia, ma tale notizia è falsa. Il soprannome “Il Cacciatore” nasceva dalla passione per le armi e per la caccia vera.
Lo chiamavano il Cacciatore. Non era solo un soprannome: era un metodo, una postura, una dichiarazione di identità. Il soprannome diventò presto metafora della sua capacità di individuare, seguire e colpire i nemici.
Infanzia e primi reati
Nitto Santapaola nasce nel quartiere di San Cristoforo da una famiglia povera. Era cresciuto nel quartiere popolare di San Cristoforo, in una famiglia povera.
Frequentò una scuola salesiana ma abbandonò presto gli studi. È affetto da diabete. Successivamente si ritirò dalla scuola, dedicandosi alle rapine.
La prima denuncia risale al 1962, per furto e associazione a delinquere. Le prime denunce risalgono al 1962: furto e associazione a delinquere.
Nel 1970 gli è imposto il soggiorno obbligato e nel 1975 viene denunciato per contrabbando di sigarette. Da lì iniziò un percorso dentro la mafia catanese, fino a diventare capodecina della famiglia guidata da Giuseppe Calderone.
Dalla facciata imprenditoriale al potere mafioso
Ufficialmente, Santapaola prima della latitanza svolge vari lavori, tra cui il venditore ambulante di generi ortofrutticoli, di scarpe e articoli da cucina. Ufficialmente era un commerciante: venditore ambulante di frutta, poi imprenditore nel settore automobilistico.
Nel 1981 diventa il titolare della Pam Car, la più grande concessionaria di automobili Renault in Sicilia, alla cui inaugurazione parteciparono le principali autorità cittadine, compresi il prefetto e il questore di Catania. Nel 1981 inaugurò la Pam Car, una concessionaria d’auto, alla presenza di autorità cittadine.
La concessionaria d’auto riconducibile a Santapaola venne inaugurata alla presenza del prefetto e del questore. Non un incontro casuale, non una fotografia rubata, ma una cerimonia ufficiale.
Era la rappresentazione plastica di un potere che si muoveva tra economia legale e dominio criminale. Santapaola è stato a lungo il dominus incontrastato della mafia catanese, radicato fino al midollo nel tessuto economico e sociale della Sicilia orientale.
Il rapporto con Cosa nostra e l’ascesa a Catania
Successivamente venne affiliato nella Famiglia di Catania, divenendo in seguito un capodecina del boss Giuseppe Calderone. Negli anni Settanta Nitto Santapaola si scontrò con i gruppi mafiosi rivali dei Cursoti e dei Carcagnusi, guidati da figure come Santo Mazzei.
Nello stesso periodo entrò in conflitto con i clan dei Cursoti e dei Carcagnusi, bande criminali capeggiate da Santo Mazzei, Corrado Manfredi, Giuseppe Garozzo e Jimmy Miano, che gli contendevano la gestione degli affari illeciti a Catania.
La faida insanguinò Catania fino al 1978 con numerosi omicidi tra entrambi gli schieramenti. L’8 settembre 1978 Santapaola fece uccidere il suo stesso capo, Giuseppe Calderone, con l’appoggio dei Corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano, segnando l’inizio del suo dominio sulla provincia etnea.
L’8 settembre 1978 riesce ad eliminare il suo capo Giuseppe Calderone e dà un chiaro segnale di voler puntare al comando di Cosa nostra nel capoluogo etneo. Santapaola uccise Calderone in accordo con i Corleonesi, che non vedevano di buon occhio lo storico boss catanese nella loro ascesa ai vertici di Cosa nostra.
La faida contro Alfio Ferlito
Dopo l’uccisione di Calderone, scoppiò a Catania una sanguinosa faida tra i fedelissimi di Santapaola, appoggiati dai Corleonesi, e quelli di Alfio Ferlito, vicino invece ai boss della cosiddetta “mafia perdente”, quali Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo e Gaetano Badalamenti.
La faida culminò nella strage di via dell’Iris del 26 aprile 1982, avvenuta nel quartiere San Giorgio a Catania, con sei morti e cinque feriti. Il 16 giugno 1982 Alfio Ferlito viene ucciso con tre carabinieri che lo stavano scortando in carcere da Enna a Trapani, nella cosiddetta strage della circonvallazione di Palermo.
Ferlito morì insieme con tre carabinieri di scorta. Fu la conclusione di una guerra di mafia che aveva insanguinato per anni Catania.
La strage della circonvallazione
Fu ritenuto responsabile e condannato a vari ergastoli per diverse stragi, come quella della circonvallazione di Palermo, avvenuta il 16 giugno del 1982, quando un commando entrò in azione per eliminare il boss catanese Alfio Ferlito che era in trasferimento verso il carcere di Trapani.
Al Maxiprocesso di Palermo, Santapaola venne condannato all’ergastolo come mandante della strage. La strage della circonvallazione creò una frattura insanabile.
Il delfino di Ferlito, Salvatore Pillera, detto “Turi cachiti”, raccolse i fedelissimi del suo padrino e fuoriuscì definitivamente da Cosa nostra catanese, fondando un gruppo malavitoso autonomo, in cui spiccavano il futuro giovane capomafia Salvatore Cappello e Giuseppe Sciuto, detto “Tigna”.
La faida durò oltre un decennio, con un bilancio di cinquecento morti ammazzati, e coinvolse anche i Cursoti e i Laudani, alleati dei Pillera-Cappello, e il clan dei Malpassoti di Belpasso, guidato dal boss Giuseppe Pulvirenti e considerato il braccio armato del clan Santapaola.
Nel 1995 la scissione sarebbe stata ricomposta, tanto che Pillera e Santapaola furono visti scambiarsi cordiali saluti durante una loro traduzione nell’aula bunker del carcere di Bicocca. La “pax mafiosa” non sarebbe stata accettata da una frangia del gruppo di Pillera, capeggiata dal capomafia detenuto Salvatore Cappello, che continuò il conflitto contro i Santapaola e i loro alleati.
Il caso della strage di via Carini
Il 3 settembre 1982 il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo, è vittima di un agguato dopo appena quattro mesi di servizio a Palermo: è la strage di via Carini.
Poche settimane dopo il delitto, Santapaola venne accusato da un sedicente testimone oculare, Giuseppe Spinoni, di essere uno dei killer che spararono contro dalla Chiesa e la moglie. Per questi motivi, la foto di Santapaola finì su tutti i giornali nazionali e, essendo tra i principali indagati per gli omicidi, si diede alla latitanza.
Le indagini rivelarono che Spinoni era un mitomane, ma Santapaola rimase uno dei maggiori indagati poiché il giudice Giovanni Falcone riuscì a dimostrare un suo interesse quantomeno indiretto nel delitto dalla Chiesa.
Il prefetto, appena insediatosi, aveva puntato il suo interesse sugli affari degli imprenditori catanesi Carmelo Costanzo, Gaetano Graci, Mario Rendo e Francesco Finocchiaro e sui loro rapporti con Santapaola.
Nel 1984 Tommaso Buscetta rivelò al giudice Falcone che gli uomini di Santapaola parteciparono al delitto dalla Chiesa per ricambiare il “favore” dell’omicidio di Alfio Ferlito.
Al Maxiprocesso di Palermo, Santapaola venne condannato in primo grado all’ergastolo come mandante insieme ai membri della Cupola mafiosa di Palermo, ma venne assolto in tutti gli altri gradi di giudizio “per non aver commesso il fatto”.
Affari, imprenditoria e casinò
Il potere di Santapaola non si limitava al controllo militare del territorio. La sua figura è stata associata a una rete di rapporti con imprenditori e ambienti economici, in una zona grigia dove gli affari legali e gli interessi criminali potevano intrecciarsi.
Ma la caccia per Nitto non fu soltanto un hobby privato: fu anche uno spazio relazionale. È documentato, per esempio, il rapporto con l’imprenditore Gaetano Graci, tra i cosiddetti “quattro cavalieri” del lavoro di Catania.
In un’intervista pubblicata nel 1994 su l’Unità, il cronista chiese esplicitamente: «Con Graci andavate a caccia assieme?». Santapaola non smentì in modo netto, ma spostò l’attenzione sui “rapporti di affari”.
Un’altra ricostruzione giornalistica, firmata da Attilio Bolzoni, parla di battute di caccia con il capo della squadra mobile e indica quanto quella pratica fosse terreno di frequentazioni trasversali.
L’inchiesta sui casinò
Il celebre casinò di Sanremo entrò nelle mire della cordata di imprenditori prestanome di Santapaola. L’11 novembre 1983 la Guardia di Finanza fece irruzione nei casinò di Sanremo, Venezia, Campione d’Italia e Saint Vincent, portando all’arresto di una quarantina di persone.
Secondo le indagini, la Sit, società formalmente intestata all’ingegnere Michele Merlo, ex giocatore d’azzardo, Gaetano Corallo e Ilario Legnaro, presidente della Pallacanestro Varese, si sarebbe accaparrata la gestione del casinò di Campione e avrebbe corrotto numerosi politici e amministratori comunali di Sanremo per aggiudicarsi anche l’appalto per il casinò di quella città per conto del clan di Nitto Santapaola.
L’anno successivo l’inchiesta sui casinò si arricchì con le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Angelo Epaminonda, il quale affermò ai giudici milanesi che la vicenda dell’aggiudicazione della gara di gestione del casinò di Sanremo non era altro che una disputa tra due cordate di imprenditori che avevano alle loro spalle mafiosi palermitani, Salvatore Enea e Giuseppe Bono, e mafiosi catanesi, Santapaola.
Il processo si aprì soltanto nel 1989 e si concluse l’anno successivo in primo grado con la condanna di Corallo, Legnaro e Merlo per associazione mafiosa, mentre Nitto Santapaola venne assolto per insufficienza di prove.
Giovanni Brusca, in un interrogatorio del 7 maggio 2001, racconta che, attraverso Ilario Legnaro, Santapaola «riusciva a riciclare ingenti somme di denaro, nell’ordine di miliardi».
Il caso Giuseppe Fava
Il 5 gennaio 1984 Giuseppe Fava, giornalista fondatore della rivista I Siciliani, viene ucciso davanti al teatro Stabile in via dello Stadio a Catania. Fava aveva denunciato i rapporti tra mafia e imprenditoria catanese.
Il movente è inizialmente coperto da tutti. La Procura indaga a 360°, mentre il quotidiano La Sicilia parla di “questioni di natura privata”.
I “cavalieri” di cui parlava Fava erano i “quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”, così definiti nella storica copertina del primo numero de I Siciliani del gennaio 1983: Mario Rendo, Carmelo Costanzo, Francesco Finocchiaro e Gaetano Graci.
Erano i cavalieri del lavoro che gestivano l’imprenditoria edile catanese e siciliana a cavallo degli anni Settanta e Ottanta. I rapporti tra il clan di Santapaola e i cavalieri vennero fuori grazie al lavoro della redazione de I Siciliani.
Nel primo articolo si faceva riferimento a «quello che appare, quello che la gente pensa e quello che probabilmente è vero»: appariva che fossero tutti inquisiti per reati anche gravi, si pensava che fossero stati loro a ordinare l’omicidio di Carlo Alberto dalla Chiesa e probabilmente ci fosse una mutua protezione, ma non c’erano le prove.
La collusione tra i cavalieri e la mafia venne ribadita nei processi degli anni Novanta, tra cui quelli per l’omicidio Fava, soprattutto grazie ad alcune foto scoperte durante una perquisizione nell’abitazione di Rosario Romeo, braccio destro del boss.
Nelle immagini Santapaola appariva in compagnia di vari esponenti del potere catanese: il sindaco, il presidente della provincia, il questore, il prefetto, un deputato regionale dell’Antimafia, un segretario di partito, qualche giornalista, il rampollo di uno dei quattro cavalieri e il genero di un altro cavaliere.
Queste foto vennero acquisite dal giudice Giovanni Falcone e messe agli atti del Maxiprocesso di Palermo.
Il processo si concluse solo diciannove anni dopo, quando nel processo “Orsa Maggiore 3” vennero condannati Maurizio Avola come esecutore, Nitto Santapaola come mandante e Aldo Ercolano come organizzatore.
La condanna all’ergastolo divenne definitiva nel 2003. Vennero invece assolti Vincenzo Santapaola, Marcello D’Agata e Francesco Giammuso, i sicari che probabilmente avevano accompagnato Avola durante l’omicidio.
Le stragi del 1992
La strage di Capaci
Il 23 maggio 1992, un tratto dell’autostrada A29, all’altezza dello svincolo di Capaci, venne distrutto dall’esplosione di 500 kg di esplosivo che uccisero Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
Il nome di Santapaola compare tra i mandanti della strage di Capaci. Secondo i collaboratori di giustizia, Santapaola partecipò alle riunioni della “Cupola regionale” in cui si deliberò la strategia stragista.
Nel 1997 Santapaola venne condannato all’ergastolo in primo grado come mandante della strage di Capaci in quanto membro della “Cupola regionale” di Cosa nostra.
Ad accusarlo furono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Leonardo Messina, Maurizio Avola, Giuseppe Pulvirenti e Filippo Malvagna, i quali affermavano che il boss catanese avrebbe partecipato, tra settembre e ottobre 1991, a riunioni di vertice nelle campagne di Enna in cui venne deciso l’attentato.
I giudici posero a fondamento della condanna anche il fatto che l’artificiere della strage, Pietro Rampulla, residente nella provincia di Catania, poté essere utilizzato dagli attentatori solo con il preventivo permesso di Santapaola, capo mafioso di quella provincia, nel pieno rispetto delle regole di Cosa nostra.
La strage di via D’Amelio
Il 19 luglio 1992 si verifica la strage di via D’Amelio, in cui perdono la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli e Agostino Catalano.
Santapaola fu tra gli imputati nel terzo processo per la strage di via D’Amelio, denominato “Borsellino ter”, sempre in qualità di mandante.
Il 9 luglio 2003 lo stralcio del Borsellino ter e parte del procedimento per la strage di Capaci, entrambi rinviati dalla Cassazione alla Corte d’assise d’appello di Catania, vennero riuniti in un unico processo.
Nel 2006 Santapaola venne condannato all’ergastolo per entrambe le stragi, con sentenza divenuta definitiva nel 2008.
In aula, il suo nome fu affiancato a quello dei vertici corleonesi di Totò Riina, in un processo che segnò una svolta nella lotta dello Stato alla mafia.
La latitanza e l’arresto
Dopo essere stato accusato per la strage di via Carini e dopo l’ingresso nelle principali indagini antimafia, Santapaola si diede alla latitanza. La sua fuga durò undici anni.
Fu arrestato all’alba del 18 maggio 1993 in un casolare a Mazzarrone, nel catanese, dopo una latitanza durata 11 anni. L’arresto arrivò un anno dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio.
Con l’arresto, Santapaola non tornò più libero. La sua lunga parabola giudiziaria fu scandita da ergastoli confermati e assoluzioni.
La detenzione al 41 bis
Detenuto nel carcere di Opera, in regime di isolamento, Santapaola ha attraversato da recluso l’intera stagione delle grandi trasformazioni mafiose: i processi a Totò Riina, l’arresto del superlatitante Bernardo Provenzano, la cattura di Matteo Messina Denaro e le inchieste giudiziarie sulle stragi mafiose del 1992-93.
Il suo potere, secondo le sentenze, non si esaurì con l’arresto. Nel 2020 il Tribunale di Sorveglianza di Milano respinse la richiesta di domiciliari durante l’emergenza Covid.
La sua figura, ormai anziana e malata, restava simbolo di un’epoca in cui la mafia scelse la guerra frontale allo Stato.
La morte a Milano
È morto all’ospedale San Paolo di Milano Nitto Santapaola, all’anagrafe Benedetto, uno dei boss mafiosi più potenti e sanguinari di Cosa nostra. L’uomo, 87 anni, era detenuto al 41 bis nel carcere di Opera.
Il 25 febbraio era stato ricoverato nel nosocomio milanese. Santapaola è deceduto nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo di Milano, istituito per le cure dei detenuti del Nord Italia, dove era stato trasferito per le sue condizioni di salute.
La procura di Milano ha disposto l’autopsia sul corpo dell’ex capomafia, deceduto all’ospedale San Paolo del capoluogo lombardo.
La memoria pubblica e il rischio della mitizzazione
Con la morte di Santapaola, si chiude un capitolo tra i più sanguinosi della storia criminale siciliana: una lunga stagione di guerra allo Stato, di attentati, di omicidi eccellenti e di intrecci oscuri tra affari, politica e violenza.
Nonostante i 33 anni trascorsi al 41 bis, un pezzo di Sicilia continua a omaggiare, a viso aperto, uno dei boss più sanguinari di Cosa nostra. Dal giorno della morte sui social c’è chi non smette di celebrare il mito di Nitto Santapaola, morto in carcere a 87 anni.
C’è chi posta la foto con tanto di corona e lo saluta come “il re di Catania”. E poi i messaggi: “Sei stato un grande, come te non ce ne saranno mai”; “Sei la storia di Catania, hai scontato tutto come un vero uomo d’onore”.
Ancora: “Ciao Nitto, finalmente starai in pace senza questi infami traditori”; “Oggi in cielo c’è una nuova stella, proteggici da lassù”. Messaggi condivisi soprattutto su TikTok raccontano del radicamento del boss e del suo clan e di una sottocultura che continua a far presa tra giovanissimi che di Santapaola hanno solo sentito narrare, facendone un idolo.
Che si tratti di un fenomeno allarmante lo dimostra il tempestivo intervento della Commissione Parlamentare Antimafia. La presidente, Chiara Colosimo, ha attivato un protocollo siglato con TikTok per la rimozione dei contenuti che inneggiano ai mafiosi.
La Commissione ha segnalato quei post e alcuni sono già stati rimossi. A scriverli non sono solo familiari, ma anche giovani che crescono nel mito dei boss, spesso non organici ai clan, e ciò è ancora più grave.
Le reazioni a Catania
La fascinazione non sembra confinata ai social, soprattutto in quello che fu il regno di Santapaola. Il quartiere San Cristoforo, dove ha frequentato l’oratorio dei Salesiani de “La Salette”, continua a essere associato alla sua figura.
Persino il parroco del quartiere, don Benedetto Sapienza, si è lasciato andare: «Il nostro Benedetto Santapaola, che ha studiato ai Salesiani, era devoto della Madonna, di San Giuseppe e di Sant’Agata. Se ne parla ancora. È una persona che per il quartiere ha fatto la storia, seppure in negativo».
Parole che hanno imbarazzato l’arcivescovo Luigi Renna, sempre duro nel condannare la mafia che cerca di infiltrarsi persino nella festa di Sant’Agata.
«Sono dichiarazioni assolutamente non condivisibili, quando si dice che Santapaola ha fatto la storia, perché tale storia è antistoria, regresso della città, disseminata di morte di tanti uomini giusti e difensori dello Stato», ha dichiarato l’arcivescovo.
Di queste dichiarazioni è stato informato l’ispettore dei Salesiani, che è intervenuto richiamando fraternamente, ma con fermezza, il sacerdote.
Indignata Sonia Alfano, figlia di Beppe, il giornalista ucciso dalla mafia: «Le parole di don Sapienza, oltre a essere sconcertanti, sono un pericoloso arretramento culturale nella lotta alla mafia».
Enzo Guarnera, presidente dell’associazione Antimafia e Legalità, ha affermato che il sistema mafioso creato da Santapaola era ampio e trasversalmente ramificato, anche in settori della borghesia, delle istituzioni e della politica.
Secondo Guarnera, dopo la morte di Santapaola il sistema rimane in vita, pertanto chi ne fa parte non può parlare e ha interesse a non farlo. Anche Ignazio Fonzo, vecchio pm antimafia di Catania, ha osservato che non stupisce il silenzio della città e dei suoi ambienti più elitari.
Il procuratore aggiunto di Catania, Sebastiano Ardita, si è mostrato preoccupato per il futuro dei giovani: «Dovremo lavorare molto per spiegare ai giovani, soprattutto dei quartieri a rischio, che devono prendere le distanze da quello che Santapaola ha rappresentato. Altrimenti tutto quello che abbiamo fatto per contrastarlo rischia di andare in fumo».
