Belve che divorano bambini nella Bibbia: il caso delle due orse di Eliseo

Nella Bibbia l’episodio più noto di belve che aggrediscono dei giovani si trova in 2 Re 2,23-24: due orse uscirono dal bosco e sbranarono quarantadue ragazzi dopo che avevano deriso il profeta Eliseo. Il testo non parla propriamente di bambini piccoli, ma di ragazzi e giovani; inoltre, il racconto presenta l’episodio come un giudizio legato al disprezzo verso il profeta di Dio.

Per comprendere correttamente il brano bisogna considerare il significato dei termini biblici, il contenuto dell’insulto, il contesto della missione di Eliseo e il rapporto tra il giudizio narrato e la generale visione biblica dei bambini. Attraverso la Bibbia, dall’inizio alla fine, Dio parla dell’importanza e del valore dei bambini. I bambini sono amati da Dio e anche da noi!

Il racconto delle due orse in 2 Re 2,23-24

Un gruppo di ragazzini mostrò grave mancanza di rispetto per Eliseo, profeta nominato da Dio, deridendolo con le grida: “Sali, testa pelata! Sali, testa pelata!” Essi volevano che Eliseo, il quale indossava la nota veste di Elia, salisse a Betel oppure se ne andasse dalla terra come si supponeva che avesse fatto Elia.

Non volevano averlo fra i piedi. Alla fine Eliseo si voltò e invocò il male su di loro nel nome di Geova. “Quindi due orse uscirono dal bosco e sbranavano quarantadue fanciulli di fra loro”. - 2Re 2:23, 24.

Il testo biblico è breve, ma contiene diversi elementi importanti: l’identità di Eliseo come profeta, la natura collettiva dell’aggressione verbale, il riferimento alla recente salita al cielo di Elia e l’intervento delle due orse come atto di giudizio.

Le vittime erano bambini piccoli?

La prima cosa da notare che questi non erano bambini; la parola usata descrive ragazzi e giovani dai 12 ai 30 anni (per esempio in Gen 22:12; 37:2; 1Sam 16:11-12; 1Re 20:14-15). Inoltre, era una banda di almeno una cinquantina di ragazzi in giro insultando le persone.

Non era un gruppetto di innocenti bambini. La traduzione italiana può utilizzare parole come “fanciulli”, “ragazzi” o “giovani”, ma il significato del termine deve essere valutato alla luce degli altri testi biblici in cui viene impiegato.

I termini biblici per indicare bambini e giovani

Dai vocaboli ebraici e greci usati in riferimento alla prole umana si desumono vari utili particolari. Il comune termine ebraico per bambino o fanciullo è yèledh. (Ge 21:8) Il termine affine yaldàh può indicare una “fanciulla” o una “ragazza”. (Gle 3:3; Ge 34:4; Zac 8:5).

Entrambi derivano dal verbo yalàdh, che significa “generare; partorire”. Altri due termini ebraici resi fanciullo (ʽohlèl e ʽohlàl) derivano dal verbo ʽul, che significa “allattare”. (1Sa 22:19; Ger 6:11; Ge 33:13).

L’abituale termine ebraico per ragazzo o giovane è nàʽar (Ge 19:4; Gdc 8:20), che viene però usato anche in riferimento a bambini piccoli come Mosè quando aveva tre mesi. (Eso 2:6; cfr. 2Sa 12:16). L’ebraico taf (fanciulletti; piccoli) rende fondamentalmente l’idea di camminare “con agili passetti”. (Ge 43:8; 45:19; Isa 3:16).

Alcuni vocaboli greci sono tèknon (figlio), teknìon (figlioletto), paidìon (bambino) e àrsen (figlio maschio). (Mt 10:21; Gv 13:33; Mt 2:8; Ri 12:13) Il termine greco nèpios indica un “bambino” piccolo (1Co 13:11) e brèfos un “bambino” anche prima della nascita. - Lu 1:41; vedi FIGLIO.

La varietà dei vocaboli mostra che la Bibbia distingue tra neonati, bambini piccoli, fanciulli, ragazzi e giovani. Perciò non è corretto immaginare automaticamente, nel racconto delle orse, un gruppo di bambini incapaci di comprendere le proprie parole o le conseguenze delle proprie azioni.

Che cosa significava “sali, testa pelata”?

Secondo, non prendevano in giro Eliseo perché era calvo. La calvizie era rara, e un motivo per disprezzo (Is 3:17,24), e spesso creava il sospetto della lebbra.

Inoltre, “sali” non era un invito di entrare nella città, ma la stessa parola usata per descrivere la salita di Elia in cielo qualche giorno prima (2Re 2:11). Questi ragazzi in pratica dicevano, “Tu pensi di essere un uomo di Dio, ma ti disprezziamo; vai via come è andato via Elia, non vi vogliamo”.

L’espressione non era quindi necessariamente una semplice presa in giro riferita all’aspetto fisico di Eliseo. Le parole alludevano alla sua autorità profetica e sembravano invitarlo ad andarsene nello stesso modo in cui Elia era stato sottratto alla terra.

Respingendo il profeta di Dio, respinsero anche Dio stesso. Nel contesto biblico, l’offesa rivolta a Eliseo non riguardava soltanto la sua persona: colpiva il ruolo che egli esercitava come messaggero di Dio.

Eliseo agì per vendetta personale?

Terzo, non era che Eliseo prendesse l’insulto personalmente e in un momento di ira maledicesse chi lo insultava. Difendeva invece Dio, ricordando i ragazzi che Dio malediceva chi lo malediceva.

Non fece venire gli orsi, non fece morire i ragazzi, ma lasciò il giudizio a Dio, siccome era Dio che era insultato e non Eliseo. Così Dio fece quello che aveva avvertito di fare nella legge di Mosè (Lev 26:21-22).

Come sempre, era un ammonimento da parte di Dio per mezzo dei suoi messaggeri affinché il resto del popolo tornasse a lui, ma purtroppo non ascoltarono Dio neanche dopo questo avvenimento.

Così un giudizio molto più grave venne su Israele con la deportazione, perché “si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti, finché l’ira del Signore contro il suo popolo arrivò al punto che non ci fu più rimedio” (2Cr 36:15-16, parlando del regno di Giuda).

Il contesto profetico e religioso del racconto

Eliseo era il successore di Elia e indossava la veste riconoscibile del profeta. La sua missione si collocava in un periodo di forte crisi religiosa e politica, nel quale il popolo d’Israele alternava momenti di fedeltà e di ribellione.

Il racconto non presenta le orse come animali demoniaci o come creature create per divorare bambini. Esse sono animali selvatici che, nella narrazione, diventano lo strumento attraverso il quale si manifesta un giudizio divino.

Il brano deve essere letto insieme agli altri testi biblici in cui il rifiuto dei profeti è considerato un rifiuto della parola di Dio. Il profeta Amos, raggiunto da questa voce, è obbligato a profetizzare divenendo voce potente che, simile a quella del leone, suscita timore e provoca la conversione.

Le belve nella Bibbia: animali reali e simboli spirituali

La Bibbia descrive numerosi animali selvatici, soprattutto leoni e orsi, sia come minacce concrete sia come immagini simboliche. Il loro comportamento viene utilizzato per rappresentare la violenza, il pericolo, il giudizio, la persecuzione e talvolta anche la forza positiva concessa da Dio.

Il leone come predatore e simbolo di potere

Il leone, in tutte le culture, è simbolo di forza invincibile, potenza e maestosità che affascina e terrorizza. Il suo incedere elegante e sicuro lo fa ritenere il re degli animali.

La Bibbia lo descrive in termini regali e lo considera simbolo di vita e morte, potere e terrore. Il “più forte degli animali” dal portamento maestoso (Pr 28,1; 30,29-30) è predatore di greggi e di bestiame (1Sam 17,34).

La sua ferocia fa temere la vita dell’uomo (1Re 13,24-25; 20,36). Per il versante simbolico, Dio, come un leone, scatena la sua collera verso la persona superba (Sir 27,28) e la collera dei re è come un ruggito di leoni (Pr 20,2).

I re di Assiria e di Babilonia che minacciano Israele, sono come un leone feroce e, dinanzi ad essi, Israele è come una pecorella smarrita Ger 50,17). Il leone è pure simbolo dei re infedeli d’Israele che, come cuccioli di leone, divorano il popolo di Dio (Ez 19,3-7).

Leone nella simbologia biblica

I salmi rappresentano il dolore umano, le persecuzioni e l’esperienza della morte come un sentirsi nella bocca del leone, stritolati dai suoi denti acuminati (cfr. Sal 7,3; 22,14.22; 35,16.17.21; 25,19; Gb 30,12; 35,9).

“Essere gettato in pasto ai leoni” indica la situazione estrema di morte che sembra inghiottire chi ne fa esperienza. Essa è evidente nel libro del profeta Daniele, il quale, salvato dai leoni, esclama: «Il mio Dio ha mandato il suo angelo che ha chiuso le fauci dei leoni ed essi non mi hanno fatto alcun male, perché sono stato trovato innocente davanti a lui; ma neppure contro di te, o re, ho commesso alcun male» (Dn 6,23).

I leoni che dovevano sbranare Daniele sbranano i suoi accusatori (v. 25). L’apostolo Paolo narra che Dio lo ha liberato dalla bocca del leone, vale a dire, da una situazione di angoscia o di morte reale (2 Tim 4,17).

Ricorda il pericolo di morte vissuto ad Efeso con queste parole: «Se soltanto per ragioni umane io avessi combattuto a Efeso contro le belve, a che mi gioverebbe?» (1 Cor 15,32). Si ritiene che le belve non siano i leoni, quanto la feroce violenza dei suoi persecutori.

Nella prima lettera di Pietro, il leone è simbolo del male che, come leone ruggente, si aggira in cerca della preda (cfr. 1Pt 5,8). Per le tribù di Efraim e di Giuda, Dio, come il leone, è o il nemico potente che distrugge o l’alleato che salva (Os 5,14-15).

Il leone come simbolo positivo

In quanto simbolo positivo di sovranità, il leone indica la regalità della tribù di Giuda (Gen 49,9) e del popolo di Israele, che Dio rende forte (Nm 23,24; Ez 19,1-9), dei re della stirpe di Davide dai quali discende Gesù, definito “il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide” (cfr. Ap 5,5).

I due leoni scolpiti sul trono di Salomone (1 Re 10, 18-21) si riferiscono a questo simbolo di potenza positiva. Il leone invincibile è vinto da uomini, dotati dalla forza di Dio: Sansone che ne spacca le fauci (Gdc 14,5-6); Davide che difende le pecore dai leoni (1Sam 17,34ss), Benaia ricordato come uomo valoroso che distrusse anche un leone (2Sam 23,20).

Le orse e il pericolo della natura selvaggia

Nel racconto di 2 Re 2, le orse non ricevono una lunga descrizione simbolica paragonabile a quella del leone. La loro funzione narrativa è legata all’improvvisa irruzione del pericolo e alla severità della risposta divina davanti al disprezzo della parola profetica.

La scena richiama una realtà conosciuta dal mondo antico: boschi e zone selvatiche potevano costituire luoghi pericolosi, soprattutto quando vi si incontravano animali affamati o disturbati. Tuttavia, nel testo biblico l’evento è interpretato anche teologicamente, perché segue immediatamente la maledizione pronunciata da Eliseo nel nome di Dio.

La visione biblica dei bambini

Il racconto delle due orse non può essere isolato dal resto della Bibbia, dove i bambini sono generalmente presentati come dono, benedizione, responsabilità e destinatari della protezione divina.

Il Creatore, Geova, dispose che la razza umana si moltiplicasse mediante la nascita di figli che, diventati adulti, avrebbero a loro volta generato figli. Il mandato di procreare è espresso in Genesi 1:28.

Quello di avere figli è un desiderio normale. Gli antichi israeliti erano particolarmente ansiosi di generare figli a motivo della promessa di Dio di fare di loro una nazione potente, e perché tramite loro sarebbe venuto il seme di Abraamo per mezzo del quale tutte le famiglie della terra si sarebbero benedette.

Avere molti figli era considerata una benedizione di Dio. (Sl 127:3-5; 128:3-6) La sterilità era ritenuta un biasimo. - Ge 30:23.

I bambini come dono e benedizione

Salmi 127:3-5 Ecco, i figli sono un dono che viene dal Signore; il frutto del grembo materno è un premio. Come frecce nelle mani di un prode, così sono i figli della giovinezza. Beati coloro che ne hanno piena la faretra! Non saranno confusi quando discuteranno con i loro nemici alla porta.

I bambini sono un valore immenso: sono una benedizione! La Bibbia dice chiaramente che i bambini sono considerati una benedizione, non un problema. Sono una regalo di Dio!

Proverbi 17:6 I figli dei figli sono la corona dei vecchi, e i padri sono la gloria dei loro figli. Proverbi 13:22 L’uomo buono lascia un’eredità ai figli dei suoi figli, ma la ricchezza del peccatore è riservata al giusto.

Gesù e l’accoglienza dei bambini

Il racconto di Gesù che prende in braccio i bambini è riportato più volte nella Bibbia. Possiamo seguire l’esempio di Gesù per mostrare ad ogni bambino che ha valore ai nostri occhi e agli occhi di Dio.

Matteo 19:13-14 Allora gli furono presentati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse, ma i discepoli li sgridavano. Ma Gesù disse: «Lasciate stare i bambini e non impedite loro di venire da me, perché il regno dei cieli è di chi è come loro».

Marco 10:13-16 Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli sgridavano coloro che glieli presentavano. Gesù, veduto ciò, si indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano da me; non glielo vietate, perché il regno di Dio è di chi è come loro. In verità io vi dico che chiunque non avrà ricevuto il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà affatto». E, presili in braccio, li benediceva ponendo le mani su di loro.

Luca 18:15-17 Portavano a Gesù anche i bambini, perché li toccasse; ma i discepoli, vedendo ciò, li sgridavano. Allora Gesù li chiamò a sé e disse: «Lasciate che i bambini vengano a me, e non glielo vietate, perché il regno di Dio è di chi è come loro. In verità vi dico: chiunque non avrà ricevuto il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà affatto».

Il bambino come modello di umiltà

Luca 9:46-48 Poi cominciarono a discutere su chi di loro fosse il più grande. Ma Gesù, conosciuto il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo pose accanto e disse loro: «Chi riceve questo bambino nel nome mio, riceve me; e chi riceve me, riceve Colui che mi ha mandato. Perché chi è il più piccolo tra tutti voi, quello è grande».

Matteo 18:1-5 In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù, dicendo: «Chi è dunque il più grande nel regno dei cieli?» Ed egli, chiamato a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Chi, pertanto, si farà piccolo come questo bambino, sarà lui il più grande nel regno dei cieli. E chiunque riceve un bambino come questo nel nome mio, riceve me».

Questi versetti ci insegnano che Gesù ama ogni persona, senza badare al suo status o alla sua età. Quando osserviamo un bambino affamato o un uomo facoltoso, li vediamo con gli stessi occhi di Dio? Diamo lo stesso valore a entrambi?

Dio ha donato suo Figlio Gesù per i poveri e per i ricchi, per i giovani e per gli anziani. Sai di essere stato creato a immagine di Dio? Ognuno di noi, dal più piccolo al più grande, ha un valore immensurabile!

La protezione dei bambini nella Bibbia

La Bibbia contiene anche diversi versetti sull’importanza di proteggere i bambini. Gesù ci chiama a prenderci cura dei bambini e a non trattarli come se fossero insignificanti. I bambini sono preziosi per Lui!

In molte culture, i bambini sono maltrattati, trascurati e lasciati ai margini. Spesso sono sfruttati, venduti come schiavi e costretti a lavorare in condizioni orribili. Gesù ha affidato i bambini alle nostre braccia di protezione.

Matteo 18:10 «Guardatevi dal disprezzare uno di questi piccoli; perché vi dico che gli angeli loro, nei cieli, vedono continuamente la faccia del Padre mio che è nei cieli.

Giacomo 1:27 La religione pura e senza macchia davanti a Dio e Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni, e conservarsi puri dal mondo.

Giacomo descrive la “vera religione” in modo molto diverso da come credono molte persone: “prendersi cura degli orfani e delle vedove”. Dio ha un amore speciale per i più vulnerabili, che sono ai margini della società e che sono sfruttati.

Dio afferma di essere il loro protettore e Giacomo ci istruisce a seguire il Suo esempio. È una straordinaria benedizione amare, servire e proteggere i più vulnerabili e condividere con loro l’amore di Dio. È il più grande difensore di tutti gli afflitti!

La nascita e la cura dei bambini nei tempi biblici

Anticamente, appena nato, il bambino veniva prima lavato con acqua e poi strofinato con sale. (Ez 16:4) Questo serviva a rendere la pelle asciutta, liscia e resistente.

Il neonato veniva avvolto in fasce o strisce di stoffa ben strette. (Gb 38:9; Lu 2:12) La madre lo allattava per due o tre anni, o anche più.

In circostanze eccezionali, come la morte della madre o la sua impossibilità di allattare, si impiegavano nutrici. Le madri portavano i bambini in vari modi.

A volte il bambino veniva legato sulla schiena o portato sulla spalla. Per mezzo di Isaia Geova menziona le madri che stringono i bambini al seno, li sollevano sulle spalle, oppure li portano sul fianco appoggiati all’anca. (Isa 49:22; 66:12) Anche Mosè parla di bambini portati stretti al seno. - Nu 11:12.

Il nome e l’identità del bambino

All’inizio della storia umana il nome veniva imposto ai figli alla nascita, dal padre (Ge 5:29; 16:15; 21:3; 35:18) o dalla madre (Ge 4:25; 29:32; 1Sa 1:20), ma più tardi in Israele invalse l’uso di imporre il nome ai bambini al momento della circoncisione, che avveniva l’ottavo giorno. (Lu 1:59; 2:21).

A volte al bambino veniva dato lo stesso nome del padre, ma di solito il nome aveva a che fare con le circostanze che precedevano o accompagnavano la nascita, oppure era un composto del nome di Geova.

Col tempo, certi nomi divennero solo tradizionali e persero ogni relazione col significato originario. Il nome assegnato al bambino poteva quindi ricordare una circostanza, una speranza familiare o un legame con Dio.

Educazione, disciplina e responsabilità dei genitori

Dei bambini fino al quinto anno d’età si occupava soprattutto la madre. Naturalmente il padre aveva la principale responsabilità di insegnare loro le Scritture sin dall’infanzia, con l’aiuto della moglie. (De 6:7; Pr 1:8; Ef 6:4; 2Tm 3:15).

Diventati più grandicelli venivano ammaestrati dal padre e imparavano i lavori agricoli, l’allevamento del bestiame, o un mestiere, come quello di falegname. Sia Giuseppe che Davide da ragazzi erano pastori. - Ge 37:2; 1Sa 16:11.

Le bambine erano soggette all’immediata cura materna, naturalmente sotto il controllo del padre. Alle figlie, finché erano in casa, venivano insegnati i lavori domestici, cosa che sarebbe stata loro utile nella vita da adulte.

Rachele faceva la pastorella. (Ge 29:6-9) Giovani donne lavoravano nei campi durante la mietitura del grano (Ru 2:5-9), e la Sulamita dice che i suoi fratelli l’avevano costituita custode delle vigne. - Ca 1:6.

Il programma educativo biblico

I genitori avevano la responsabilità di educare e istruire i figli, essendo essi stessi insegnanti e guide, sia a parole che con l’esempio. Il programma educativo era il seguente:

  1. Veniva insegnato il timore di Geova. (Sl 34:11; Pr 9:10).
  2. Il figlio era esortato a onorare il padre e la madre. (Eso 20:12; Le 19:3; De 27:16).
  3. La disciplina o l’insegnamento della Legge, dei suoi comandamenti e insegnamenti, e l’istruzione circa le attività e le verità rivelate da Geova erano inculcati con diligenza nella mente sensibile dei figli fin da piccoli. (De 4:5, 9; 6:7-21; Sl 78:5).
  4. Veniva data molta importanza al rispetto per le persone anziane. (Le 19:32).
  5. L’importanza dell’ubbidienza era impressa in modo indelebile nelle giovani menti. (Pr 4:1; 19:20; 23:22-25).
  6. Si dava risalto all’addestramento pratico per la vita da adulti, per esempio insegnando alle ragazze i lavori di casa e ai ragazzi il mestiere del padre o qualche altro mestiere.
  7. Si insegnava a leggere e a scrivere.

Dopo l’esilio in Babilonia, sorsero sinagoghe in quasi tutte le città, e lì in epoca posteriore i ragazzi erano istruiti da maestri. Inoltre veniva impartita istruzione religiosa, poiché i genitori portavano con sé i figli quando andavano alle assemblee tenute per adorare e lodare Geova. (De 31:12, 13; Ne 12:43).

I genitori portarono Gesù a Gerusalemme per la Pasqua. Durante il viaggio di ritorno si accorsero che non era con loro e lo trovarono nel tempio “seduto in mezzo ai maestri e ad ascoltarli e interrogarli”. - Lu 2:41-50; vedi ISTRUZIONE.

La disciplina dei figli nella legislazione biblica

Quando un figlio era decisamente ribelle e incorreggibile anche dopo aver ricevuto ripetuti ammonimenti e la disciplina necessaria, si dovevano prendere misure ancora più severe.

Il figlio colpevole veniva portato davanti agli anziani della città e, dopo che i genitori avevano testimoniato che era un peccatore impenitente, era condannato a morte mediante lapidazione.

Questa disposizione si riferiva evidentemente a un figlio non più in età da essere considerato un ragazzino, infatti le Scritture lo descrivono come “un ghiottone e un ubriacone”. (De 21:18-21).

Chi percuoteva il padre o la madre, oppure invocava il male sui genitori, era messo a morte. La ragione di misure così drastiche era che si eliminasse tutto il male dalla nazione e che ‘tutto Israele udisse e realmente provasse timore’.

Perciò qualsiasi tendenza alla delinquenza minorile o al disprezzo dell’autorità parentale sarebbe stata vigorosamente scoraggiata dalla punizione inflitta ai colpevoli. - Eso 21:15, 17; Mt 15:4; Mr 7:10.

Il problema della ribellione e dell’autorità

Gesù profetizzò che i figli sarebbero insorti contro i genitori e i genitori contro i figli per la loro presa di posizione come suoi seguaci. (Mt 10:21; Mr 13:12).

L’apostolo Paolo predisse che fra i maggiori problemi che avrebbero contrassegnato gli “ultimi giorni” ci sarebbero stati disubbidienza ai genitori e mancanza di affetto naturale. - 2Tm 3:1-3.

Nell’elencare i requisiti degli anziani e dei servitori di ministero nella congregazione cristiana, l’apostolo Paolo precisò che gli uomini scelti per questi incarichi dovevano avere “figli credenti non accusati di dissolutezza né insubordinati”, ma sottomessi con tutta serietà, perché, dice Paolo, “se in realtà un uomo non sa dirigere la propria casa, come avrà cura della congregazione di Dio?” - Tit 1:6; 1Tm 3:4, 5, 12.

I figli di Eli e il rapporto tra genitori e figli

Questa è una valutazione brutale che troviamo fin dall’inizio della loro storia e che continua in 1 Samuele 2:12-36 e poi riprende in 1 Samuele 4:12-22.

Il testo biblico mostra che l’educazione dei figli e l’autorità dei genitori hanno conseguenze importanti, senza però trasformare ogni comportamento dei figli in una prova automatica del successo o del fallimento familiare.

Un profeta si avvicinò a Eli e disse: «Perché dunque disprezzate i miei sacrifici e le mie oblazioni che ho comandato nella mia dimora, e perché onori i tuoi figli più di me, ingrassandovi col meglio di tutte le oblazioni di Israele, mio popolo?» (1 Samuele 2:29).

Il testo dice che Eli ingrassò perché onorava i suoi figli al di sopra di Dio, perché i suoi figli trattenevano per loro stessi le parti più importanti delle carne dei sacrifici per mangiarle, e Eli li amava così tanto che non riprendeva mai i suoi figli.

Certo, Eli denunciò la loro fornicazione nel tempio, ma loro mantennero i loro posti di lavoro, e continuarono ad approfittare delle carni dei sacrifici. Questo mostra che un padre può essere molto selettivo nella sua disciplina e nella sua critica verso i suoi figli.

Chiaramente, il profeta qui vuole ammonire Eli per aver onorato i suoi figli sopra Dio non rimproverandoli adeguatamente per come loro mal gestivano i sacrifici. Quando Eli sentì che i suoi figli erano stati uccisi da Dio per la loro disobbedienza, egli cadde all’indietro, si ruppe il collo e morì perché era vecchio e grasso (1 Samuele 4:18).

Adonìa e la mancata correzione paterna

Prima di dire ciò che penso sul vero significato di quella promessa, ci sono brani nella Bibbia in cui la disobbedienza dei figli adulti - che porta loro ad allontanarsi dalla fede e rovinarsi la vita - è ricondotta direttamente ai fallimenti dei padri.

Ad esempio, Adonijah, figlio di Davide - Davide, l’uomo secondo il cuore di Dio - “Or Adonijah, figlio di Haggith, insuperbitosi, diceva: «Sarò io il re!». E si procurò carri, cavalieri e cinquanta uomini che corressero davanti a lui. (Suo padre non lo aveva mai rimproverato in vita sua, dicendogli: «Perché fai così?” (1 Re 1:5-6).

Questa è una critica diretta verso Davide. Suo padre non aveva mai preso il tempo di dirgli: “Ehi, basta! Non farlo più!”, perché non voleva dispiacere a Adonijah.

Quindi, ecco: noi genitori sbagliamo e i nostri errori hanno conseguenze terribili. Non bisogna stravolgere Proverbi 22:6, come se non ci fosse alcuna correlazione tra il modo in cui allevi i tuoi figli e ciò che diventeranno.

Proverbi 22,6 e l’educazione dei figli

Proverbi 22:6 afferma: “Ammaestra il fanciullo sulla via da seguire, ed egli non se ne allontanerà neppure quando sarà vecchio”.

Il problema che tutti noi avvertiamo è che la metà della promessa di quel versetto - “…non se ne allontanerà” - sembra così assoluto che ogni volta che un figlio adulto di una famiglia cristiana si allontana dalla via della sapienza, o dalla via della fede in Gesù, dobbiamo concludere che la sua incredulità è il diretto risultato del fallimento dei genitori che non hanno obbedito alla prima metà del versetto - vale a dire che non l’hanno ammaestrato correttamente nelle vie del Signore.

Questo è un carico piuttosto pesante da sopportare per la maggior parte dei genitori, ma se questo è ciò che significa il testo, allora dovremmo essere disposti a sopportarlo.

Un proverbio non è necessariamente una promessa assoluta

Prima di dire ciò che penso sul vero significato di quella promessa, ci sono brani nella Bibbia in cui la disobbedienza dei figli adulti - che porta loro ad allontanarsi dalla fede e rovinarsi la vita - è ricondotta direttamente ai fallimenti dei padri.

Detto questo, dubito che nella seconda parte di Proverbi 22:6 “…egli non se ne allontanerà neppure quando sarà vecchio”, l’autore di Proverbi intendesse questo versetto come una promessa assoluta e senza eccezioni.

Un proverbio è raramente un assoluto. Proverbi 22:6 è un proverbio e i proverbi, per loro natura, sono generalizzazioni sul modo in cui la vita di solito si svolge piuttosto che promesse su come si avvereranno sempre le parole.

Se leggi Proverbi, lo vedrai chiaramente. Ad esempio, in Proverbi 22:29 si dice: “Hai visto un uomo veloce nelle sue faccende? Egli starà al servizio del re”.

Il punto centrale di questo proverbio è generalizzare che l’eccellenza nel nostro lavoro viene genericamente riconosciuta da persone perspicaci e porta a grandi benefici.

L’esempio più chiaro di come funzionano i proverbi si trova Proverbi 26:4-5. Infatti, Proverbi 26:4 dice: “Non rispondere allo stolto secondo la sua stoltezza, per non diventare anche tu come lui”.

Il versetto 5, il successivo, dice: “Rispondi allo stolto secondo la sua stoltezza, perché non creda di essere saggio”. Ora, questo esempio manifesta la vera natura dei Proverbi.

“La fretta è cattiva consigliera”. “Meglio prevenire che curare”. Sono opposti, giusto? “La fretta è cattiva consigliera”, è un proverbio, vero? Sì. “Meglio prevenire che curare”, è un proverbio, vero? Sì.

Beh, comandano cose opposte. Sì, ecco perché Proverbi 26:9 dice questo: “Un proverbio sulla bocca degli stolti è come una spina che penetra nella mano di un ubriaco”.

In altre parole, puoi usare proverbi per mettere spine nella carne delle persone. Bisogna essere saggi quindi per sapere cosa fare con un proverbio. Non puoi semplicemente prendere Proverbi e presumere che siano auto-esplicativi.

Ci vuole saggezza per sapere come maneggiare correttamente un proverbio. “Lo stolto che ricade nella sua follia, è come il cane che torna al suo vomito” (Proverbi 25:11). Eppure devi conoscere il tempo e il luogo per usare un proverbio.

La responsabilità dei genitori e la libertà dei figli

Quindi, per questi tre motivi, non penso che Brenda dovrebbe sopportare l’orribile peso di pensare che se riesce a insegnare fedelmente il vangelo, garantisce che sua figlia di 22 mesi sarà una credente solida quando avrà 22 anni.

Questa mamma non può sopportare quel fardello. In generale, allevare i figli nelle vie di Dio, non garantisce che li condurremo alla vita eterna. Anche se in generale, penso che avvenga.

Quando i figli diventano adulti, le loro decisioni possono allontanarsi dall’educazione ricevuta. La Bibbia conserva esempi di padri fedeli con figli infedeli e di padri infedeli con figli fedeli.

Quando leggi la storia dei re di Israele, a volte un re buono e fedele viene succeduto da un figlio cattivo. A volte un re cattivo è succeduto da un figlio buono.

Non sembra esserci alcuna perplessità da parte dello scrittore ispirato ad affermare che padri fedeli hanno figli fedeli e padri infedeli hanno figli infedeli. Non sembra esserci alcuna problematica in tal senso.

Lo scrittore sembra essere a proprio agio anche nel sottolineare che un re con un cuore per Dio può avere un figlio assolutamente empio (e viceversa).

L’esempio di Israele come figlio ribelle

L’unico Padre perfetto che sia mai esistito ha avuto un figlio che si è smarrito. Israele è il figlio di Dio ed è stato ribelle quasi per tutta la sua esistenza, nonostante tutti i modi paterni di Dio mostrati nei confronti di suo figlio Israele.

Ecco un esempio: in Osea 11:1-2, Dio dice: “Quando Israele era fanciullo, io l’amai e dall’Egitto chiamai mio figlio. Ma più i profeti li hanno chiamati, più si sono allontanati da loro, hanno sacrificato ai Baal e hanno bruciato incenso alle immagini scolpite”.

Questo è Dio, il Padre perfetto, che implora suo figlio. E cosa ottiene in cambio Dio? Una vita intera, intendo un’intera epoca storica, tutta la storia di Israele, tutta la storia dell’Antico Testamento, che mostra la ribellione del figlio.

Come educare i bambini nella fede

Deuteronomio 6:6-7 Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore; 7 li inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai.

Dio ci invita a insegnare ai bambini a conoscerlo e amarlo. Dio vuole che i genitori parlino di Lui ai loro figli, affinché conoscano e ricevano la saggezza di Dio.

Dio comandò specificamente al popolo di Israele di insegnare ai loro figli tutto ciò che aveva fatto per loro. Voleva che le generazioni future avessero la più grande eredità: la saggezza divina!

Se i genitori non adempiono questo compito cruciale, la società declina. Ecco perché ci sono tanti versetti biblici sull’insegnamento infantile.

La fede trasmessa con le parole e con l’esempio

Questo include di mettere la nostra speranza in Dio e pregare ardentemente per la saggezza e la loro salvezza fino alla tomba. Non solo pregare che si convertono all’età di 6 anni. Questo non è molto intelligente.

Pregate fino alla fine per le conversioni dei vostri figli e per la perseveranza delle loro conversioni. Saturateli con la Parola di Dio.

“Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo” (Romani 10:17). Sii genuinamente coerente e autentico nella tua fede, non solo nel comportamento, ma negli affetti.

I bambini hanno bisogno di vedere quanto sia prezioso Gesù per mamma e papà, non solo come obbediamo, o come si arriva in chiesa, o come leggono le meditazioni, o come fanno ciò che devono.

Hanno bisogno di vedere la gioia e la soddisfazione nel cuore di mamma e papà che Gesù è il più grande amico del mondo. Sì. Esalta la preziosità del Vangelo.

Quando noi genitori confessiamo i nostri peccati e dipendiamo dalla grazia, i nostri figli lo vedranno e diranno: “Oh, non devo essere perfetto. Mamma e papà non sono perfetti. Loro amano la grazia. Amano il Vangelo perché Gesù perdona i loro peccati. E so bene, allora, che può perdonare anche i miei peccati”.

La comunità e la disciplina

Diventate parte di una chiesa che ama ed è satura della Bibbia. I bambini devono essere circondati da altri credenti che amano veramente Dio e non solo da mamma e papà.

Richiedere l’obbedienza. Non essere riluttante in questo. Ci sono così tanti giovani genitori oggi che mi colpiscono per la loro pigrizia.

Non sono disposti ad alzarsi e fare ciò che deve essere fatto per mettere in riga il loro figlio. Quindi, dovremmo mettere in pratica gli ammonimenti che diamo e soprattutto quando promettiamo le cose buone che diciamo che faremo per loro.

Dio salva i bambini che hanno genitori disastrosi e increduli. Dio è sovrano. Non siamo noi, fondamentalmente, che salvano i nostri figli.

Riposa nella sovranità di Dio per i tuoi figli. Non possiamo sopportare il peso della loro eternità. Questa è solo un’opera di Dio. Dobbiamo dare questo tutto questo peso a Cristo.

Il significato figurativo di “figli” e “bambini”

I termini “figli” e “bambini” sono usati nella Bibbia in senso assai lato. I discendenti di Israele vengono chiamati “figli della carne”, e Isaia li chiama anche “figli di trasgressione” per il loro comportamento ribelle nei confronti di Geova. (Ro 9:8; Isa 57:4).

Ai giorni degli apostoli i malvagi furono definiti “figli maledetti” e “figli del Diavolo”. (2Pt 2:14; 1Gv 3:10) Viceversa coloro che esercitano fede in Cristo e vengono generati dallo spirito sono chiamati “figli di Dio”. (Gv 1:12; Ro 8:16).

I discepoli spesso sono chiamati figli. - Gv 13:33; Eb 2:13. Coloro che hanno il privilegio di venire risuscitati sono definiti “figli della risurrezione” (Lu 20:36); inoltre i coeredi di Cristo sono “i figli della promessa” (Ro 9:8) o figli “della donna libera” (Gal 4:31).

Tutti coloro che desiderano conseguire la vita nel Regno dei cieli devono mostrare qualità proprie dei bambini come umiltà, ricettività e fiducia. (Mt 18:2-4).

Gli uomini e le donne che si sforzano di ubbidire a Dio manifestando la luce della verità nella propria vita sono definiti “figli ubbidienti” e “figli della luce”. - 1Pt 1:14; Ef 5:8.

Paolo consigliò alla congregazione di Corinto come a dei figli di ‘allargarsi’ nell’affetto; precedentemente li aveva incoraggiati a non divenire bambini nelle facoltà d’intendimento. - 2Co 6:13; 1Co 14:20.

Perché il racconto delle orse non contraddice l’amore di Dio per i bambini

L’episodio di Eliseo non insegna che Dio disprezzi i bambini o che la violenza contro i minori sia un valore religioso. Il racconto riguarda ragazzi e giovani inseriti in una scena di ostilità contro un profeta, non bambini piccoli presentati come vittime innocenti di un capriccio.

La Bibbia afferma contemporaneamente che Dio giudica la ribellione e che protegge i più vulnerabili. Le due affermazioni appartengono a contesti differenti e non devono essere confuse.

Il caso delle due orse rappresenta un giudizio specifico all’interno della storia profetica d’Israele. I numerosi testi che presentano i bambini come dono, benedizione, modello di umiltà e destinatari della protezione divina descrivono invece il valore della vita infantile e la responsabilità degli adulti.

La corretta lettura del brano richiede quindi di evitare sia l’idea che si trattasse di bambini piccoli e innocenti, sia l’idea che l’episodio autorizzi la violenza personale contro chi insulta o contesta un’autorità religiosa.

Emanuela Buccioni racconta Elia ed Eliseo

La Bibbia presenta le belve come animali reali e come immagini della forza, del pericolo e del giudizio. Nel caso di Eliseo, le due orse non sono il centro di una dottrina sui bambini, ma l’elemento narrativo attraverso il quale il testo descrive la gravità del rifiuto del profeta e della parola di Dio.

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