Per Benedetto XVI, la Trasfigurazione di Gesù è un’esperienza di preghiera nella quale la luce interiore del Figlio rivela la sua identità divina e prepara i discepoli ad affrontare la passione, la croce e la risurrezione. Le gioie seminate da Dio nella vita non sono punti di arrivo, ma luci donate durante il pellegrinaggio terreno, perché “Gesù solo” diventi la voce da ascoltare, la Legge da seguire e il criterio dell’esistenza.
La Trasfigurazione è dunque un mistero luminoso e confortante, ma non separato dalla sofferenza. Anticipa la gloria della Pasqua, mentre richiama la necessità di passare attraverso la morte per giungere alla risurrezione: “la trasfigurazione è anticipo della risurrezione, ma questa presuppone la morte”.

Il racconto evangelico della Trasfigurazione
Il racconto della Trasfigurazione del Signore. Una pagina della storia di Cristo, tra le più belle, splendide e misteriose. Gesù, di notte, su di una montagna, all’aria aperta, forse durante la primavera, con tre suoi Discepoli: Pietro, Giovanni e Giacomo.
Mentre questi, stanchi per l’ascesa, sostano a riposare sull’erba, Gesù si allontana alquanto per attendere alla preghiera, come sempre faceva durante le ore notturne: «Erat pernoctans in oratione Dei», ci ricorda San Luca. Nel buio profondo, a un certo punto i tre dormienti sono destati da un abbagliante guizzo di luce.
Ed ecco che, trasecolati, vedono Gesù - San Marco dà alcuni particolari - splendente come il sole, mentre le sue vesti sono candide come la neve. Sole e neve. È la festa della luce.
In quel trionfo i discepoli scorgono due eccelse figure dell’Antico Testamento, Mosè ed Elia, a colloquio con Gesù. San Pietro non resiste alla letizia ed all’entusiasmo.
Dopo aver esclamato: Come è bello star qui!, propone di erigere tre tende per un permanente soggiorno dei tre Personaggi. Ma, contemporaneamente, i tre Apostoli vedono formarsi una nuvola bianca ad avvolgere l’intero quadro beatifico: e dalla nube odono una voce possente esclamare: «Questi è il mio Figlio diletto, ascoltatelo».
Nel Vangelo della Trasfigurazione: Gesù porta con sé, sul monte, Pietro, Giacomo e Giovanni, e si rivela a loro in tutta la sua bellezza di Figlio di Dio (cfr Mt 17,1-9).
La bellezza di Cristo non è uno spettacolo
Fermiamoci un momento su questa scena e chiediamoci: in che cosa consiste questa bellezza? Cosa vedono i discepoli? Un effetto spettacolare? No, non è questo.
Vedono la luce della santità di Dio risplendere nel volto e nelle vesti di Gesù, immagine perfetta del Padre. Si rivela la maestà di Dio, la bellezza di Dio.
Ma Dio è Amore, e dunque i discepoli hanno visto con i loro occhi la bellezza e lo splendore dell’Amore divino incarnato in Cristo. Hanno avuto un anticipo del paradiso!
Gesù - come dice il Salmo - è “il più bello tra i figli dell’uomo” ma è anche misteriosamente colui che - afferma Isaia - “non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi”. Cristo - rileva il Papa - ci mostra che “la vera bellezza è l’amore di Dio” che “sa trasfigurare anche l’oscuro mistero della morte nella luce irradiante della risurrezione”.
La Trasfigurazione come avvenimento di preghiera
La montagna - il Tabor come il Sinai - è il luogo della vicinanza con Dio. È lo spazio elevato, rispetto all'esistenza quotidiana, dove respirare l'aria pura della creazione. È il luogo della preghiera, dove stare alla presenza del Signore, come Mosè e come Elia, che appaiono accanto a Gesù trasfigurato e parlano con Lui dell'"esodo" che lo attende a Gerusalemme, cioè della sua Pasqua.
La Trasfigurazione è un avvenimento di preghiera: pregando Gesù si immerge in Dio, si unisce intimamente a Lui, aderisce con la propria volontà umana alla volontà di amore del Padre, e così la luce lo invade e appare visibilmente la verità del suo essere: Egli è Dio, Luce da Luce.
In fondo - spiega il Papa - “la Trasfigurazione di Gesù è stata sostanzialmente un’esperienza di preghiera”. “Pregando Gesù si immerge in Dio” che è amore, è luce è la vita stessa.
Nell’odierna seconda domenica di Quaresima, l’evangelista Luca sottolinea che Gesù salì sul monte “a pregare” (9,28) insieme agli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni e, “mentre pregava” (9,29), si verificò il luminoso mistero della sua trasfigurazione.
Salire sulla montagna per i tre Apostoli ha perciò voluto dire essere coinvolti nella preghiera di Gesù, che si ritirava spesso in orazione, specialmente all’alba e dopo il tramonto, e talvolta per tutta la notte.
Solo però quella volta, sulla montagna, Egli volle manifestare ai suoi amici la luce interiore che lo ricolmava quando pregava: il suo volto - leggiamo nel Vangelo - s’illuminò e le sue vesti lasciarono trasparire lo splendore della Persona divina del Verbo incarnato (cfr Lc 9,29).
Il volto, le vesti e la nube
L’evangelista Matteo ci ha raccontato ciò che avvenne quando Gesù salì su un alto monte portando con sé tre dei suoi discepoli: Pietro, Giacomo e Giovanni. Mentre erano lassù, loro soli, il volto di Gesù divenne sfolgorante, e così pure le sue vesti.
E’ ciò che chiamiamo "Trasfigurazione": un mistero luminoso, confortante. Quale ne è il significato? La Trasfigurazione è una rivelazione della persona di Gesù, della sua realtà profonda.
Infatti, i testimoni oculari dell’evento, cioè i tre Apostoli, furono avvolti da una nube, anch’essa luminosa - che nella Bibbia annuncia sempre la presenza di Dio - e udirono una voce che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo» (Mt 17,5).
La nube, mentre copre, rivela la gloria di Dio, come avvenne per il popolo peregrinante nel deserto. Gli occhi non possono più vedere, ma gli orecchi possono udire la voce che esce dalla nube: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!” (v. 35).
Il significato della veste bianca
Anche la veste di Gesù diventa candida e sfolgorante. Questo fa pensare al Battesimo, alla veste bianca che indossano i neofiti.
Chi rinasce nel Battesimo viene rivestito di luce anticipando l'esistenza celeste, che l'Apocalisse rappresenta con il simbolo delle vesti candide (cfr Ap 7, 9.13).
La Trasfigurazione è un’icona piena di luce che anticipa la gloria della Pasqua e prepara il cuore dei discepoli alla sofferenza della passione, alleggerendo la paura e infondendo il coraggio - anche a noi - per affrontare il cammino della vita.
Mosè ed Elia: la Legge e i Profeti
Il racconto parla anche di Mosè ed Elia, che apparvero e conversavano con Gesù. Effettivamente questo episodio ha un rapporto con altre due rivelazioni divine.
Mosè era salito sul monte Sinai, e lì aveva avuto la rivelazione di Dio. Aveva chiesto di vedere la sua gloria, ma Dio gli aveva risposto che non l’avrebbe visto in faccia, ma solo di spalle (cfr Es 33,18-23).
In modo analogo, anche Elia ebbe una rivelazione di Dio sul monte: una manifestazione più intima, non con una tempesta, con un terremoto, o con il fuoco, ma con una brezza leggera (cfr 1 Re 19,11-13).
A differenza di questi due episodi, nella Trasfigurazione non è Gesù ad avere la rivelazione di Dio, bensì è proprio in Lui che Dio si rivela e che rivela il suo volto agli Apostoli.
Quindi, chi vuole conoscere Dio, deve contemplare il volto di Gesù, il suo volto trasfigurato: Gesù è la perfetta rivelazione della santità e della misericordia del Padre.
Gesù dialoga con Mosè ed Elia, la Legge e i Profeti: in loro si raccoglie l’intera storia dell’Antico Testamento. È la conferma che il tempo dell’attesa e della promessa è compiuto, e, al termine, resta solo Gesù, come dottore della Legge perfetta e definitiva e come compimento di tutte le profezie.
“Dobbiamo lasciarci introdurre dal Signore nel suo dialogo con Mosè ed Elia, continuamente dobbiamo imparare di nuovo a partire da Lui, il Risorto, a comprendere la Scrittura”.
L’invito ad ascoltare Gesù
Inoltre, ricordiamo che sul monte Sinai Mosè ebbe anche la rivelazione della volontà di Dio: i dieci Comandamenti. E, sempre sul monte, Elia ebbe Dio la rivelazione divina di una missione da compiere.
Gesù, invece, non riceve la rivelazione di ciò che dovrà compiere: già lo conosce; sono piuttosto gli Apostoli a sentire, nella nube, la voce di Dio che comanda: «Ascoltatelo».
La volontà di Dio si rivela pienamente nella persona di Gesù. Chi vuole vivere secondo la volontà di Dio, deve seguire Gesù, ascoltarlo, accoglierne le parole e, con l’aiuto dello Spirito Santo, approfondirle.
Per entrare nella vita eterna - allora - bisogna ascoltare Gesù seguendolo sulla via della croce.
Ascoltarlo come Maria: “Ascoltarlo nella sua Parola, custodita nella Sacra Scrittura. Ascoltarlo negli eventi stessi della nostra vita cercando di leggere in essi i messaggi della Provvidenza. Ascoltarlo, infine, nei fratelli, specialmente nei piccoli e nei poveri, in cui Gesù stesso domanda il nostro amore concreto.
Ascoltare Cristo e ubbidire alla sua voce: è questa la via maestra, l’unica, che conduce alla pienezza della gioia e dell’amore”.
“Gesù solo” come criterio dell’esistenza
I discepoli non sono più di fronte ad un volto trasfigurato, né ad una veste candida, né ad una nube che rivela la presenza divina. Davanti ai loro occhi, c’è “Gesù solo” (v. 36).
Gesù è solo davanti al Padre suo, mentre prega, ma, allo stesso tempo, “Gesù solo” è tutto ciò che è dato ai discepoli e alla Chiesa di ogni tempo: è ciò che deve bastare nel cammino.
È lui l’unica voce da ascoltare, l’unico da seguire, lui che salendo verso Gerusalemme donerà la vita e un giorno “trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso” (Fil 3,21).
La Trasfigurazione ci ricorda che le gioie seminate da Dio nella vita non sono punti di arrivo, ma sono luci che Egli ci dona nel pellegrinaggio terreno, perché “Gesù solo” sia la nostra Legge e la sua Parola sia il criterio che guida la nostra esistenza.
La gioia di Pietro e la discesa dal monte
“Maestro, è bello per noi essere qui” (Lc 9,33): è l’espressione estatica di Pietro, che assomiglia spesso al nostro desiderio di fronte alle consolazioni del Signore.
San Pietro, come al solito, interviene, ha da dire la sua, da manifestare il desiderio che ha nel cuore: non capisce tutto, ma una cosa la coglie: “è bello stare qui”, e vorrebbe restare in quella luce, in quella bellezza.
Il monte già indica la vicinanza di Dio, e i tre testimoni privilegiati su questo monte sono introdotti nel mistero della persona di Gesù, con quella solenne confidenza di cui parla il Santo Padre.
Ma la bellezza di Gesù non toglie i discepoli dalla realtà della vita, non li fa nascondere, ma li porta ad affrontare la sequela in tutto ciò che comporta.
Anche il nostro desiderio sarebbe quello di restare e continuare a gustare quella felicità e quella pienezza che sperimentiamo durante i momenti di preghiera, vorremmo piantare anche noi le tende, ma dobbiamo scendere a valle, dove forse ci sembra di non vedere il volto di Dio, ma ci resta il ricordo di quanto vissuto e la certezza di quello a cui tendiamo, e questo ci sostiene.

La Trasfigurazione e la via della croce
Perché la Chiesa ci propone il Vangelo sulla Trasfigurazione del Signore all’inizio della Quaresima? Si può rispondere ricordando che il periodo penitenziale dei quaranta giorni per la Comunità cristiana è un tempo di preparazione alla celebrazione della risurrezione di Gesù.
La Trasfigurazione di Cristo sul monte Tabor costituì come una preparazione alla sua risurrezione. Poco dopo, infatti, Gesù doveva recarsi, insieme con gli Apostoli, a Gerusalemme per affrontarvi la passione e la croce.
La Pasqua doveva diventare per gli Apostoli l’esperienza fondamentale. Cristo si trasfigura davanti ai loro occhi quasi per anticipare tale esperienza.
Parlando della passione e della croce, Gesù aggiungeva sempre: e il terzo giorno il Figlio dell’uomo risorgerà (cf. Lc 9, 22).
Nella Trasfigurazione questo annuncio si trasforma nella visione di ciò che sarà il corpo di Cristo dopo la risurrezione: sarà un corpo glorioso. Il Padre, nella sua provvidenza, prepara così gli Apostoli alla dolorosa esperienza della Settimana Santa.
Con questo evento i discepoli vengono preparati al mistero pasquale di Gesù: a superare la terribile prova della passione e anche a comprendere bene il fatto luminoso della risurrezione.
La divinità di Gesù va insieme alla croce; solo in questo legame riconosciamo Gesù in modo giusto.
Sul Tabor, Pietro, Giacomo e Giovanni contemplano la gloria del Figlio di Dio: “Qui è il punto cruciale: la trasfigurazione è anticipo della risurrezione, ma questa presuppone la morte. Gesù manifesta agli Apostoli la sua gloria, perché abbiano la forza di affrontare lo scandalo della croce, e comprendano che occorre passare attraverso molte tribolazioni per giungere al Regno di Dio”.
La Trasfigurazione e l’“esodo” verso Gerusalemme
C’è un altro dettaglio, proprio del racconto di san Luca, che merita di essere sottolineato: l’indicazione cioè dell’oggetto della conversazione di Gesù con Mosè ed Elia, apparsi accanto a Lui trasfigurato.
Essi - narra l’Evangelista - “parlavano della sua dipartita (in greco éxodos), che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” (9,31). Dunque, Gesù ascolta la Legge e i Profeti che gli parlano della sua morte e risurrezione.
Nel suo dialogo intimo con il Padre, Egli non esce dalla storia, non sfugge alla missione per la quale è venuto nel mondo, anche se sa che per arrivare alla gloria dovrà passare attraverso la Croce.
Anzi, Cristo entra più profondamente in questa missione, aderendo con tutto se stesso alla volontà del Padre, e ci mostra che la vera preghiera consiste proprio nell’unire la nostra volontà a quella di Dio.
Per un cristiano, pertanto, pregare non è evadere dalla realtà e dalle responsabilità che essa comporta, ma assumerle fino in fondo, confidando nell’amore fedele e inesauribile del Signore.
Per questo, la verifica della trasfigurazione è, paradossalmente, l’agonia nel Getsemani (cfr Lc 22,39-46). Nell’imminenza della passione, Gesù ne sperimenterà l’angoscia mortale e si affiderà alla volontà divina; in quel momento la sua preghiera sarà pegno di salvezza per tutti noi.
Cristo, infatti, supplicherà il Padre celeste di “liberarlo dalla morte” e, come scrive l’autore della lettera agli Ebrei, “fu esaudito per la sua pietà” (5,7). Di tale esaudimento è prova la risurrezione.
La preghiera non è un accessorio
In fondo - spiega il Papa - “la Trasfigurazione di Gesù è stata sostanzialmente un’esperienza di preghiera”. “Pregando Gesù si immerge in Dio” che è amore, è luce è la vita stessa.
Di qui il forte appello di Benedetto XVI a tutti i fedeli: “La preghiera non è un accessorio, un optional, ma è questione di vita o di morte.
Solo chi prega, infatti, cioè chi si affida a Dio con amore filiale, può entrare nella vita eterna, che è Dio stesso”.
Durante questo tempo di Quaresima, chiediamo a Maria, Madre del Verbo incarnato e Maestra di vita spirituale, di insegnarci a pregare come faceva il suo Figlio, perché la nostra esistenza sia trasformata dalla luce della sua presenza.
Incoraggio tutti, in questo tempo di Quaresima, a ricercare il silenzio e il raccoglimento, per lasciare più spazio alla preghiera e alla meditazione della Parola di Dio.
Dalla contemplazione al servizio
“La preghiera non è un isolarsi dal mondo e dalle sue contraddizioni. L’esistenza cristiana consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio, per poi ridiscendere portando l’amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio”.
La Trasfigurazione non autorizza a fuggire dalla storia. La luce ricevuta sul monte diventa forza per la strada, responsabilità condivisa e servizio concreto.
Viviamo in un tempo in cui spesso vediamo davanti a noi una sorta di “sfigurazione” dell’uomo e della sua dignità: siamo chiamati allora a mostrare una vita trasfigurata dall’amore di Dio assumendo e manifestando con i nostri atteggiamenti la vita piena che viene da un autentico rapporto con Dio, comunicando l’esperienza contagiosa che abbiamo fatto con Lui.
Portiamo un messaggio di luce, mostrando fortezza e speranza nei momenti di croce, così come nelle piccole e grandi contrarietà della nostra quotidianità, consapevoli che, vivendoli con e per il Signore, sono la porta che ci introduce alla bellezza dell’eternità.
Il cammino della fede tra luce e oscurità
Come Pietro vorremmo tutti chiedere al Signore di vivere sul Tabor. “Quando si ha la grazia di provare una forte esperienza di Dio - sottolinea Benedetto XVI - è come se si vivesse qualcosa di analogo a quanto avvenne per i discepoli durante la Trasfigurazione: per un momento si pregusta qualcosa di ciò che costituirà la beatitudine del Paradiso”.
“Si tratta in genere di brevi esperienze, che Dio a volte concede, specialmente in vista di dure prove. A nessuno, però, è dato di vivere ‘sul Tabor’ mentre si è su questa terra.
L’esistenza umana infatti è un cammino di fede e, come tale, procede più nella penombra che in piena luce, non senza momenti di oscurità e anche di buio fitto.
Finché siamo quaggiù, il nostro rapporto con Dio avviene più nell’ascolto che nella visione; e la stessa contemplazione si attua, per così dire, ad occhi chiusi, grazie alla luce interiore accesa in noi dalla Parola di Dio".
La Trasfigurazione è un evento straordinario, un incoraggiamento nella sequela di Gesù. I tre discepoli che assistono alla scena sono oppressi dal sonno: è l’atteggiamento di chi, pur essendo spettatore dei prodigi divini, non comprende.
Solo la lotta contro il torpore che li assale permette a Pietro, Giacomo e Giovanni di “vedere” la gloria di Gesù.
La preghiera e l’ascolto della Parola diventano così una vigilanza interiore: permettono di riconoscere la presenza di Dio anche quando la fede non coincide con una visione immediata e quando il cammino attraversa la penombra.
Il calendario della festa
Il 6 agosto si celebra la festa della Trasfigurazione di Gesù, che rischia di passare inosservata a chi non partecipa quotidianamente alla santa Messa o non prega la liturgia delle ore.
Eppure essa ha un significato importante e ha da dire molto alla nostra vita spirituale.
Inizio col “collocarla nel calendario”: essa è stata fissata il 6 agosto in quanto si celebra 40 giorni prima dell’Esaltazione della Croce (14 settembre).
Inizialmente valorizzata solo in Oriente, è inserita nel calendario romano nel IX secolo da papa Callisto III (nel 1457). Occasione storica: in riconoscenza della vittoria ottenuta l’anno prima contro i Turchi che minacciavano seriamente l’Occidente.
Le tende e la festa delle Capanne
Il contesto dell’evento è la festa ebraica delle Capanne (o delle Tende) che commemora i 40 anni di Israele nel deserto: per sette giorni si viveva in capanne.
Probabilmente è legato a questo la proposta di Pietro di fare 3 tende e rimanere con Gesù, Mosè ed Elia sul monte.
Pietro vorrebbe trasformare la consolazione in una dimora permanente, ma il Vangelo conduce i discepoli oltre il desiderio di fermarsi. La nube, la voce del Padre e la presenza di “Gesù solo” riportano il centro dell’esperienza alla sequela.
Le gioie seminate da Dio
“Maestro, è bello per noi essere qui” (Lc 9,33): la frase di Pietro esprime il desiderio umano di trattenere la luce e di rendere stabile la consolazione.
Ma la Trasfigurazione ci ricorda che le gioie seminate da Dio nella vita non sono punti di arrivo, ma sono luci che Egli ci dona nel pellegrinaggio terreno, perché “Gesù solo” sia la nostra Legge e la sua Parola sia il criterio che guida la nostra esistenza.
Le consolazioni spirituali non eliminano il cammino, non cancellano la croce e non sostituiscono la responsabilità quotidiana. Esse sostengono la fedeltà, illuminano la direzione e rendono possibile affrontare le prove senza perdere la speranza.
La luce del Tabor non è possesso da custodire lontano dagli altri, ma dono da portare nella valle. La preghiera conduce all’ascolto, l’ascolto all’obbedienza e l’obbedienza a una vita capace di servire.
Ascoltare nella vita quotidiana
Nella nostra preghiera impariamo ad ascoltare il Signore, che parla al nostro cuore attraverso la sua Parola, attraverso gli avvenimenti, attraverso i rapporti con gli altri.
“L’ascolto è fatto di obbedienza e speranza. Richiede intelligenza per comprendere ma anche coraggio per decidersi, perché la Parola ti coinvolge e ti strappa a te stesso”.
In questo tempo di riposo e di ferie non perdiamo l’occasione di dare più tempo alla nostra anima, per imparare ad ascoltare, a pregare con calma e serenità, a coltivare il nostro rapporto con Dio e a curare i rapporti familiari e di amicizia, rigenerando non solo il corpo ma anche lo spirito.
La voce del Padre - “Ascoltatelo” - non rimane limitata alla scena del monte. Essa orienta ogni scelta, invita a riconoscere Cristo nella Scrittura, negli eventi della vita e nei fratelli, specialmente nei piccoli e nei poveri.
Ascoltare Cristo significa lasciarsi trasformare dalla sua presenza e permettere che la luce ricevuta diventi una forma concreta di amore, di fortezza e di speranza.
Angelus con Benedetto XVI
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