La beatificazione di don Isidoro Meschi: il percorso della Chiesa ambrosiana

Don Isidoro Meschi, detto affettuosamente “don Lolo”, è stato un sacerdote della diocesi di Milano, nato a Merate il 7 giugno 1945 e ucciso a Busto Arsizio il 14 febbraio 1991. La sua fama di santità, legata alla radicalità della vita sacerdotale, alla vicinanza ai giovani e all’impegno per le persone fragili, ha portato all’avvio di una fase di studio in vista dell’eventuale causa di beatificazione.

Alla fine del 2013 il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, ha dato il proprio benestare all’inizio della fase preparatoria, destinata alla raccolta di documenti e testimonianze. L’incarico a un postulatore permette di approfondire il percorso, ma non significa che la causa di beatificazione sia già stata formalmente aperta: l’eventuale causa di canonizzazione verrà avviata qualora ne vengano riscontrati i presupposti.

Don Isidoro Meschi ritratto sacerdotale

Chi era don Isidoro Meschi

Isidoro Meschi nasce a Merate il 7 giugno del 1945, cittadina del lecchese. È il primo dei tre figli di Guido Meschi e Irene Bonsaglia; viene battezzato il 10 giugno nella chiesa parrocchiale di Sant’Ambrogio a Merate.

Il padre Guido è molto stimato tra i suoi concittadini per l’impegno come contabile dell’ospedale e della parrocchia, attività che presta gratuitamente, e come militante della Democrazia Cristiana. Quando Isidoro ha due anni, la famiglia si trasferisce da Lecco, dove abitava, a Merate, paese d’origine dei genitori.

Isidoro, che preferiva essere chiamato Lolo, era intelligente, attivo, curioso, ma anche disposto a compiere piccoli sacrifici. A sei anni, affascinato dai racconti ascoltati a scuola su Gesù e san Francesco d’Assisi, iniziò a pensare di poter diventare sacerdote.

A sei anni Gesù si manifesta al bambino durante una lezione di catechismo della maestra di scuola: Isidoro se ne innamora, tanto da maturare presto, “con un fulgore da non lasciare dubbio alcuno”, il desiderio di servirlo come sacerdote. La messa del mattino prima di scuola e la recita del rosario diventano abitudini quotidiane per il piccolo Lolo.

La vocazione e gli anni in seminario

I genitori gli impongono di aspettare la conclusione delle scuole medie per iniziare gli studi in quella direzione. Il 1° ottobre 1959 Isidoro entra nel Seminario Arcivescovile di Milano, cominciando a frequentare il ginnasio nella sede di Seveso.

Prosegue gli studi liceali, filosofici e teologici nella sede di Venegono Inferiore. In III Teologia è prefetto della seconda Liceo e consegue anche la Licenza in Teologia, titolo equivalente a una laurea universitaria.

Poco dopo il suo ingresso in seminario, il padre Guido si ammala gravemente e nel giro di pochi mesi muore a soli 46 anni. La madre vorrebbe riportare Isidoro a casa con sé e con i due fratelli più piccoli, ma il ragazzo la convince a lasciarlo continuare gli studi.

È la morte improvvisa del padre a dare il primo scossone alla sua vocazione, perché la madre lo vorrebbe nuovamente a casa; solo la sua caparbietà gli permette di rimanere in seminario malgrado tutto.

L’ordinazione sacerdotale e i primi incarichi

Isidoro Meschi viene ordinato sacerdote a Milano il 28 giugno 1969 da monsignor Giovanni Colombo. Il suo primo incarico è nel seminario di Venegono Inferiore come vicerettore responsabile della prima Liceo.

Per altri tre anni rimane in seminario in qualità di vicerettore accanto a monsignor Claudio Livetti. Nel non facile clima di contestazione seguito al Sessantotto, con i ragazzi dimostra una rigorosa coerenza unita a una straordinaria capacità di comprensione e accoglienza.

Nel 1972, quando i suoi studenti conseguono il diploma di maturità, ottiene, come sempre sperava, un incarico in parrocchia. Viene quindi assegnato alla parrocchia di San Giovanni a Busto Arsizio, in provincia di Varese, come assistente dell’oratorio maschile San Luigi.

Dopo il primo incarico come vicerettore del Seminario di Venegono Inferiore, viene inviato come vicario presso la basilica di San Giovanni a Busto Arsizio. È nominato coadiutore di San Giovanni Battista a Busto Arsizio il 1° luglio 1972 e Canonico Teologo della Basilica di San Giovanni, retta in quegli anni da monsignor Marino Colombo.

Il ministero pastorale a Busto Arsizio

La sua vita pastorale è piena di impegni: educatore in oratorio nei primi anni, insegnante di religione nelle scuole cittadine e nel liceo classico «Daniele Crespi», membro del Consiglio Presbiterale diocesano, direttore del settimanale diocesano “Luce” nell’edizione dell’Alto milanese.

È membro del Consiglio Presbiteriale Diocesano dal 1978 al 1991 e docente in varie scuole cittadine e presso il Liceo Classico “Daniele Crespi” dal 1978 al 1991. È assistente spirituale della Caritas decanale dal 1980 e consulente ecclesiale per l’U.C.I.I.M. dal 1983 al 1991.

Nel 1978 viene chiamato a far parte del Consiglio Presbiterale diocesano e a essere vicedirettore di Caritas Ambrosiana, incarico che lascia dopo un anno. Nello stesso periodo inizia la sua esperienza come direttore dell’edizione dell’Alto Milanese del “Luce”, settimanale diocesano che all’epoca aveva una redazione anche a Legnano.

Isidoro è molto apprezzato per le sue fini qualità intellettuali, ma è soprattutto sull’altare e nel confessionale che esprime il suo valore: è una guida spirituale instancabile e illuminata, le sue omelie lasciano il segno e il suo rapimento durante la celebrazione eucaristica ne rivela la fede granitica e feconda.

Un sacerdote vicino ai giovani e alle persone fragili

Subito si delineano i tratti essenziali del suo ministero, in cui la sua capacità di comprensione e di accoglienza lo fanno diventare prete dei giovani. In pieno clima sessantottino, caratterizzato da ribellioni e contestazioni, la sua straordinaria coerenza di vita imprime credibilità alle sue prediche, che per questo lasciano il segno.

Nonostante i suoi molteplici impegni, Lolo è sempre pronto a visitare gli ammalati e le persone sole e a prendersi a cuore gli sbandati. Si rivela soprattutto uomo di frontiera o, per usare un termine oggi di moda, attento alle periferie esistenziali del suo tempo.

In ogni destinazione in cui era stato collocato dall’obbedienza, che a differenza di altri confratelli non aveva mai discusso, era sempre riuscito a trovare spazi per ascoltare gli altri e per offrire loro non ricette preconfezionate, ma consigli adatti a ciascuno.

Il suo ministero non si riduceva all’attività parrocchiale o all’insegnamento. La preghiera, la direzione spirituale, la predicazione, la visita agli ammalati e l’attenzione ai poveri formavano un’unica esperienza sacerdotale, fondata sulla responsabilità educativa e sull’accoglienza personale.

Lo stile di vita evangelico

Don Isidoro è astemio, mangia lo stretto indispensabile, ha un abbigliamento pulito e decoroso ma sobrio e riciclato, difficilmente accetta regali e non gradisce neanche i caffè.

Il suo abbigliamento è decoroso ma usurato dal tempo; all’auto preferisce la bicicletta, che usa anche per tenersi in forma. Tiene per sé solo il necessario e regala ai poveri tutto ciò di cui dispone: denaro, cibo, maglioni, persino il pigiama.

Quando proprio non può rifiutare, siano maglioni o denaro e persino il pigiama, tutto finisce nelle mani dei barboni o di chiunque non se la passa tanto bene. Lo constatano il giorno in cui deve essere ricoverato in ospedale per un incidente e gli devono comprare un pigiama che non ha.

Lo si constata anche il giorno in cui devono comporre il suo corpo nella bara e non possono mettergli addosso che vestiti rattoppati. La sobrietà personale non è per lui una semplice abitudine, ma una scelta coerente con il modo in cui intende vivere il Vangelo.

L’impegno contro la tossicodipendenza

Già dalla fine degli anni Settanta don Isidoro inizia a interessarsi ai problemi dei tossicodipendenti e delle loro famiglie. Il 4 ottobre 1978 è un’esperienza che ricorda tra le date fondamentali della sua vita, anche se non è possibile stabilire con certezza quali siano stati i contorni di quell’intima rivelazione.

È plausibile che quella data corrisponda alla sua scelta definitiva d’impegno nei riguardi delle persone colpite dalla tossicodipendenza. L’11 novembre 1983 firma il suo ultimo editoriale per il “Luce”, pronto a dedicarsi alla nascita di un’associazione intitolata a Marco Riva, un giovane eroinomane morto suicida.

Negli anni Ottanta il dilagare dell’eroina tra i giovani non lo lascia indifferente. Per loro apre un punto di ascolto e poi, confidando solo sulle proprie forze e sull’opera di alcuni volontari, ristruttura una vecchia cascina per farne il centro di recupero “Marco Riva”.

Comunità di recupero per tossicodipendenti

Ad inizio anni Ottanta don Lolo, confidando solo nelle sue forze, nel suo stipendio di insegnante di religione e nell’opera di alcuni volontari, ristruttura una vecchia cascina di Busto Arsizio, facendola diventare il centro di recupero “Marco Riva”.

Nel 1987 viene avviata la Comunità Marco Riva, una delle prime strutture terapeutiche, riservata ai soli uomini, per quanti volevano liberarsi dalla tossicodipendenza. La comunità è tuttora viva e operante sul territorio.

Qui trascorre tutto il suo tempo libero come terapeuta, coordinatore e sostenitore degli sforzi di chi, come lui, crede che ai giovani entrati nel tunnel della droga occorra offrire una seconda possibilità.

Rubando tempo al sonno, rinunciando alle ferie «perché c’è sempre qualcuno che ha bisogno d’aiuto», studia psicologia ed elabora un proprio metodo di riabilitazione e di recupero dalle dipendenze, condensandolo nel volume «Dallo sballo all’empatia».

Per gli educatori realizza un manuale con gli elementi del progetto educativo che vuole assegnare a loro e agli ospiti, pubblicato postumo. Il metodo di riabilitazione viene condensato nel volume “Dallo sballo all’empatia”, ancora oggi alla base del lavoro della comunità.

Il metodo educativo di don Lolo

«Davanti a qualsiasi fratello, abbiate il coraggio di non chiudere né mente, né cuore», insegna ai suoi giovani attingendo al suo vissuto di prete degli sbandati e dei disagiati.

La sua azione educativa non nasce dal desiderio di imporre soluzioni uguali per tutti. In ogni persona cerca una storia concreta, una sofferenza specifica e una possibilità di riscatto.

La preoccupazione per l’educazione è il collegamento tra tutte le esperienze che affronta nei quasi ventuno anni di ministero, di cui quella fra gli ex tossicodipendenti è solo una parte.

La sua attenzione si rivolge alla persona intera: giovani, studenti, parrocchiani, ammalati, poveri, persone sole, tossicodipendenti e persone con problemi psichici. Non lascia mai indietro nessuno.

Il rapporto con Maurizio Debiaggi

Tra le persone seguite da don Isidoro c’è Maurizio Debiaggi, un giovane con gravi problemi psichici che il sacerdote cerca in tutti i modi di riabilitare. Don Isidoro gli procura occasioni di lavoro, tenta di favorire percorsi di cura e investe molto del proprio carisma e dell’ascendente che ha su di lui.

Nonostante alcuni atteggiamenti violenti da parte sua, continua a dargli fiducia con piccoli lavori al giornale e non solo. In precedenza lo aveva conosciuto all’oratorio San Luigi e aveva cercato di coinvolgerlo anche nella redazione del “Luce”.

Da tempo Maurizio lo segue in modo ossessivo. Sentendosi trascurato dal sacerdote, che non può dedicarsi solo a lui, decide di compiere un ultimo gesto eclatante.

Nel 1990 don Isidoro viene nominato vicario della parrocchia di San Giuseppe, aiutando concretamente l’anziano parroco. Anche questo nuovo incarico accresce il numero delle persone a cui deve dedicare tempo e attenzione.

La morte del 14 febbraio 1991

La notte del 14 febbraio 1991, alle 22 di un giovedì sera di San Valentino, Maurizio va a cercare don Lolo alla Comunità Marco Riva armato di coltello. La madre del giovane mette in guardia il sacerdote, che sa quindi che Maurizio sta venendo da lui ed è armato.

Mentre don Isidoro è impegnato in una riunione alla Comunità Marco Riva, il giovane viene a cercarlo. Dato che continua a inveire contro di lui, il sacerdote esce per raggiungerlo.

Don Lolo, per evitare che Maurizio compia qualche sciocchezza ai danni dei giovani del Centro, lo accompagna fuori, al buio, cercando di calmarlo. Secondo un’altra ricostruzione, lo affronta comunque da solo per non mettere in pericolo gli altri.

Fatti pochi metri in direzione della campagna, viene trafitto al cuore, poi più lievemente a una spalla, con un coltello appuntito da cucina. Una pugnalata al cuore gli è fatale: don Lolo muore immediatamente per un’emorragia interna.

Il suo aggressore, invece, rimane soffocato da un boccone di carne mentre si trova in carcere in attesa di giudizio, poche settimane dopo l’aggressione. Don Isidoro muore a 46 anni, la stessa età alla quale era morto suo padre.

In Lombardia la sua morte passa alle cronache come «il delitto di San Valentino», perché avviene nella gelida sera del 14 febbraio 1991. E nella cronaca nera sarebbe rimasta, come tanti altri analoghi fatti di sangue, se non ci si fosse resi conto del significato evangelico di quella morte.

Il testamento spirituale

Nel testamento di pochi mesi prima don Isidoro aveva scritto di essere un «prete felice», estremamente grato al Signore di avergli permesso di «raggiungere almeno un traguardo: quello di rimanere nell’insipienza del rancore, proprio verso nessuno».

Il testamento spirituale viene scritto nella casa di Esercizi Spirituali a Somasca di Vercurago, durante l’annuale periodo che don Isidoro si concede a ridosso dell’anniversario dell’ordinazione sacerdotale.

Il documento si conclude con un invito a riconoscere la presenza di Cristo e a non chiudere il cuore davanti alla sofferenza degli altri:

Sorelle e fratelli che mi avete conosciuto, accorgetevi che Gesù, Emmanuele, Cristo Signore è davvero in sovrabbondante, gioiosa pienezza Via, Verità, Vita. In Lui, con Lui, per Lui, scoprite quanto è bella la vita, in tutte le sue espressioni autentiche.

Essa può, forse, sembrare breve, deludente, anche crudele; è invece l’appuntamento e il cammino con l’immolarsi di Gesù per noi, perché noi possiamo credere, sperare, amare, fino alla Risurrezione, fino alla vita eterna.

Davanti a qualsiasi fratello abbiate il coraggio di non chiudere né mente né cuore; Gesù ce ne rende capaci e ci fa avere il “Suo Centuplo”.

Ricordatevi che, credendo in Cristo, abbiamo la incommensurabile ricchezza di poter pregare; non rinunciate mai a mettervi sempre quali discepoli che vogliono imparare a pregare.

Adesso, sapendo che ogni giorno è reso dallo Spirito Santo Pentecoste, uniti a Maria che ci è Madre e Maestra nel permettere alla parola di Dio di illuminare e glorificare l’uomo, ricordando un poco pure me, elevate insieme la preghiera che il Vangelo di Gesù ci insegna: Padre Nostro…

I funerali e le parole del cardinale Martini

Il testamento viene letto durante la cerimonia funebre, celebrata da 150 sacerdoti e due vescovi, alla quale partecipa una folla immensa, stimata dalle cronache giornalistiche intorno alle 20mila persone.

Alla messa di suffragio che precede le esequie, il cardinale Carlo Maria Martini, allora arcivescovo della diocesi di Milano, afferma che quella morte «non è una semplice disgrazia, non è una semplice perdita di un prete giovane, non è un semplice vuoto ma un grande segno evangelico».

«Sono certo che questa morte sarà un grande segno evangelico. Non è una morte come le altre, non è una semplice disgrazia, non è una semplice perdita di un prete giovane da cui speravamo molto, non è un semplice vuoto ma un grande segno evangelico e voi tutti che siete venuti, che lo avete conosciuto, lo sentite profondamente come un grande segno evangelico per un mondo distrutto dall’odio».

Il cardinale Martini aggiunge: «E io oso affermare che questo segno non sarà solo per questa comunità, non sarà solo per la città di Busto Arsizio, sarà per tutta la diocesi, per tutto il clero. Chissà che un giorno non possa essere un segno per tutta la Chiesa e fare parte della santità della Chiesa».

La memoria di don Isidoro

Il 20 maggio 1991 don Isidoro viene proclamato all’unanimità Cittadino Benemerito dal Consiglio Comunale della città e gli viene intitolata una via.

Il suo ricordo viene custodito dall’Associazione “Amici di don Isidoro”, sorta nel 2007 a Busto Arsizio. L’associazione è attiva negli stessi campi che il sacerdote aveva particolarmente a cuore, oltre che nel conservarne il ricordo e la testimonianza.

La sensazione che don Isidoro fosse un autentico uomo di Dio era diffusa e sentita, ma con la sua morte questa consapevolezza si fa ancora più profonda e si carica dell’esigenza di essere trasmessa ad altri.

A Busto Arsizio si percepisce ancora oggi un sentimento popolare di ammirazione e di riconoscenza fra chi è entrato in contatto con don Lolo: gli ex studenti, i colleghi insegnanti, i parrocchiani, i ragazzi e i collaboratori della Comunità Marco Riva.

«Il suo ricordo è ancora vivo e forte tra quanti l’hanno conosciuto, come lo è l’eco del bene da lui compiuto attraverso la Comunità, tramite la sua testimonianza da presbitero vicino alla gente nelle parrocchie di San Giovanni e San Giuseppe, nella vicinanza ai giovani attraverso l’insegnamento e la vita d’oratorio, nell’ascolto, nell’accoglienza data a tanti, nella lucida e profonda dimensione culturale e teologica espressa come giornalista e come profondo predicatore».

Le testimonianze di grazie e di intercessione

Nel tempo sono state raccolte numerose testimonianze di persone che ricordano il sacerdote come una presenza decisiva nella propria vita. Il perdono, la vicinanza ai sofferenti e la fiducia nella preghiera ricorrono nei racconti di chi lo ha conosciuto.

Una testimonianza racconta: «Teneramente accompagnasti la mia nipotina appena nata quando, Tu lassù da poco, si ammalò ed io te l’affidai. Ora è una bimba, anzi una ragazzina felice di vivere».

La stessa persona aggiunge: «Adesso a Te ho donato questi ultimi mesi di sofferenza, a Te ho affidato le mani del chirurgo. Oggi, dopo le lacrime, gioisco ai miei primi passi verso una nuova vita, e con la tranquillità di un cuore sereno e fedele dico: Grazie don Isidoro».

Un’altra testimonianza ricorda: «Non mi è semplice ricordare don Isidoro, un amico che muore a 46 anni, perché aveva tanto amore da donare. D’altra parte ho desiderio di parlarne perché la sua memoria, sono certo, dona quotidianamente luce e conforto alle scelte di tutte le persone che gli hanno voluto bene e hanno ricevuto molto da lui».

È stata inoltre consegnata all’associazione una lettera di due sorelle di Busto Arsizio, che raccontano di avere pregato don Isidoro durante un episodio in cui l’anziana zia era caduta a terra ed era in pericolo di vita.

Le due donne hanno riferito: «Ho pregato tanto don Isidoro, è stato lui a chiamarvi». Per loro non ci sono dubbi: «Fu un miracolo».

L’Associazione “Amici di don Isidoro” mantiene prudenza nell’utilizzare la parola «miracolo». Considera tuttavia l’episodio un evento straordinario, capace di testimoniare la fiducia speciale che alcune persone continuano a riporre nel sacerdote.

La testimonianza è stata messa per iscritto e consegnata al gruppo devoto a don Lolo. Potrà costituire un elemento da esaminare nel percorso di studio, senza anticipare il giudizio che spetta alla Chiesa.

La fase preparatoria della causa di beatificazione

A fronte della perdurante fama di santità, alla fine del 2013 il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, invia una lettera all’associazione tramite il suo delegato monsignor Ennio Apeciti.

La lettera dà il benestare all’inizio di una fase preparatoria, dedicata alla raccolta di documenti e testimonianze, per valutare l’opportunità che il sacerdote sia ritenuto idoneo all’inizio del processo di beatificazione.

Nel 2014 arriva la conferma della volontà di procedere con la causa di beatificazione. Vengono anche stampate le immaginette con l’imprimatur, destinate alla devozione privata.

L’imprimatur della preghiera dedicata al sacerdote viene apposto il 5 dicembre 2013 in Curia dell’Arcidiocesi di Milano da monsignor Angelo Mascheroni. La preghiera chiede che don Isidoro sia presto annoverato tra i beati e i santi della Chiesa.

PassaggioData o periodoSignificato
Nascita di Isidoro Meschi7 giugno 1945Nasce a Merate
Ingresso in seminario1 ottobre 1959Entra nel Seminario Arcivescovile di Milano
Ordinazione sacerdotale28 giugno 1969Viene ordinato sacerdote a Milano
Incarico a Busto Arsizio1 luglio 1972È nominato coadiutore di San Giovanni Battista
Comunità Marco Riva1987Viene avviata la struttura terapeutica per uomini tossicodipendenti
Nomina a San Giuseppe1 febbraio 1990È nominato coadiutore della parrocchia di San Giuseppe
Morte14 febbraio 1991Viene ucciso a Busto Arsizio
Associazione “Amici di don Isidoro”2007Nasce per conservarne il ricordo e la testimonianza
Fase preparatoriaFine 2013Il cardinale Angelo Scola dà il proprio benestare alla raccolta di documenti e testimonianze

Il ruolo del postulatore

Gli “Amici di don Isidoro” hanno incaricato un postulatore, l’avvocato Enrico Solinas, giudice laico del Tribunale ecclesiastico.

La presenza del postulatore non implica che sia già iniziata la causa di beatificazione di don Isidoro. Permette di delineare meglio il percorso di studio e di approfondimento che si spera possa condurre in futuro a intraprendere quel cammino di beatificazione tanto sperato da molti.

Il postulatore dovrà riesaminare il materiale raccolto nel tempo e contribuire alla valutazione ordinata della documentazione, delle testimonianze e della fama di santità.

Spetta all’autorità ecclesiastica competente decidere se e quando dare il via all’indagine vera e propria, seguendo tutti i passaggi richiesti dalla prassi. La pazienza è un elemento fondamentale, utile per capire se quel «profumo di santità» percepito da tanti abbia resistito al passare del tempo.

Come chiarisce l’associazione, l’incarico al postulatore consente di preparare il lavoro necessario, ma non costituisce ancora l’apertura ufficiale della causa.

La fama di santità e la prudenza ecclesiale

La fama di santità di don Isidoro è legata alla memoria del suo ministero, alla coerenza della sua vita, alla carità verso gli ultimi e alla disponibilità con cui affronta situazioni umanamente difficili.

La fama popolare, tuttavia, non equivale automaticamente a una dichiarazione ufficiale della Chiesa. La beatificazione richiede un esame formale della vita, delle virtù, degli scritti e delle testimonianze, secondo l’iter previsto per le cause dei santi.

Per questo è stata sottolineata l’importanza di basarsi su quanto la Chiesa deciderà e non soltanto sulle anticipazioni giornalistiche. Il percorso di studio deve distinguere la devozione privata dal riconoscimento pubblico e ufficiale.

La scelta di non definire don Isidoro “martire”, neanche con il complemento di limitazione “della carità”, nasce dalla prudenza nei confronti di una figura sulla quale la Chiesa non ha ancora espresso il proprio giudizio ufficiale.

La sua morte è stata interpretata da molti come un grande segno evangelico, ma il significato ecclesiale definitivo della sua testimonianza resta affidato al discernimento dell’autorità competente.

Le celebrazioni e la continuità della memoria

Le celebrazioni annuali per ricordare don Isidoro si intrecciano con il percorso verso la beatificazione. Il 14 febbraio, anniversario della morte, la Basilica di San Giovanni di Busto Arsizio ospita la Messa di suffragio.

In occasione del trentesimo anniversario, nella basilica prepositurale di San Giovanni Battista a Busto Arsizio viene presieduta una celebrazione alla quale concelebrano diversi sacerdoti accanto al prevosto monsignor Severino Pagani.

Nel corso delle celebrazioni viene ricordata la testimonianza offerta da don Meschi, considerata un invito alla città perché nessuno si dimentichi dei poveri.

Le iniziative comprendono anche il “Concerto di San Valentino” del coro Polymnia degli alunni del Liceo Crespi e spettacoli teatrali il cui incasso viene devoluto alla Comunità Marco Riva.

Il ricordo di don Isidoro continua a essere trasmesso attraverso gli scritti, le biografie, le testimonianze di chi lo ha incontrato e le attività svolte nel territorio.

Il messaggio della speranza

Nel trentesimo anniversario della morte, don Isidoro viene ricordato come un «prete felice», un «uomo della speranza nel paese del disincanto» e una persona capace di «guardare oltre».

La sua figura viene accostata alla gente della speranza, cioè a coloro che si dedicano a seminare senza cercare applausi e fotografie, con più interesse per i volti e le storie che per le statistiche e i bilanci.

La gente della speranza sperimenta l’incanto di ogni sorriso restituito e la gratitudine di ogni vita che rinasce. È una prospettiva che richiama direttamente l’opera svolta da don Meschi con i giovani segnati dalla droga, con gli emarginati e con quanti chiedevano ascolto.

La sua testimonianza viene descritta come un invito a conformarsi ai sentimenti di Gesù, a imitazione della sua bontà verso tutti e della sua sollecitudine verso i piccoli, i poveri e gli scartati dalla società.

«Noi rendiamo grazie a don Isidoro per la sua testimonianza. Nel paese del disincanto ha continuato a dimorare nello stupore, pensoso come un intellettuale e incantato come un bambino, nella consuetudine dell’indifferenza ha praticato la compassione, nei fallimenti educativi e nell’incomprensibile violenza ha testimoniato una attesa più grande e una fiducia più invincibile».

La sua memoria continua così a essere proposta come un incoraggiamento a percorrere la strada della speranza, della compassione e dell’accoglienza.

La preghiera per la beatificazione

Padre onnipotente, Tu hai donato a don Isidoro di vivere il suo ministero sacerdotale e di testimoniare con gioia e con fermezza la sua fede in Te Via, Verità, Vita.

Signore Gesù, Tu ne hai alimentato la speranza, che lo ha sorretto nella sfida coraggiosa a farsi carico del male altrui, per trasformarlo in opportunità di riscatto, alla luce del Tuo amore.

Spirito dell’Amore, Tu hai infiammato la sua carità rendendolo desideroso di farsi vicino a chi era solo, ammalato, povero, fragile, per testimoniargli la vera libertà e pienezza di vita, che Tu solo doni.

Trinità d’amore, fa’ che anche noi, sull’esempio di don Isidoro, liberati da ogni egoismo e paura, impariamo ad amarTi, riconoscendo in ogni fratello piegato dal dolore, il Tuo santo volto ferito e umiliato per amore.

Per sua intercessione, concedici, Ti preghiamo la Grazia che tanto desideriamo, perché sia presto annoverato tra i beati e i santi della Chiesa. Amen.

Pater, Ave, Gloria.

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