Basilica di Aquileia: diocesi e vescovo tra storia, patriarcato e patrimonio cristiano

La Basilica di Santa Maria Assunta di Aquileia appartiene oggi alla diocesi di Gorizia, è inserita nella Regione Ecclesiastica Triveneto e rientra nel Decanato di Aquileia (Fiumicello e Grado); la parrocchia di riferimento è quella dei Santi Ermagora e Fortunato. La basilica si trova in Piazza Capitolo, ad Aquileia.

Storicamente, tuttavia, Aquileia fu sede di un episcopato di straordinaria importanza e, dal VI secolo, di un patriarcato che esercitò funzioni episcopali, metropolitiche e politiche su un’area molto estesa. Il vescovo più direttamente legato all’attuale configurazione monumentale della basilica è Poppone, patriarca dal 1019 al 1042, che la consacrò nel 1031.

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La collocazione ecclesiastica attuale della basilica

La Basilica di Santa Maria appartiene alla Regione Ecclesiastica Triveneto e alla diocesi di Gorizia. Essa è compresa nel Decanato di Aquileia (Fiumicello e Grado) e nella parrocchia dei Santi Ermagora e Fortunato.

La basilica si trova in Piazza Capitolo, nel comune di Aquileia, in provincia di Udine. L’attuale appartenenza alla diocesi di Gorizia riflette la complessa trasformazione delle circoscrizioni ecclesiastiche, molto diversa dall’antica estensione della diocesi e della provincia ecclesiastica aquileiese.

Le origini del cristianesimo ad Aquileia

Le modalità secondo le quali il cristianesimo originò e si diffuse nel territorio attualmente denominato Friuli non sono note sulla base di testimonianze storiche inequivocabili. La tradizione agiografica, tarda e stratificata, vorrebbe che esse risalissero all’opera apostolica dell’evangelista Marco, seguito dal discepolo Ermacora.

Tutti gli studi portano oggi a pensare che la nuova religione, il cristianesimo, attecchì in Aquileia romana con una lenta e probabilmente antichissima penetrazione (I-II sec.), attraverso circoli di tendenze giudaiche o la colonia ebrea della città, e dovette faticare non poco per trovare una sua piena maturazione che la distaccasse da questa matrice.

Tuttavia, di una comunità cristiana organizzata ad Aquileia si può verosimilmente parlare nella seconda metà del III secolo e sicuramente la chiesa aquileiese può vantare alcuni martiri, come i Canziani. Tuttavia quando questa si manifestò con tutta la sua forza, la vita cristiana in Aquileia divenne fervidissima e matura, tenacemente legata all’ortodossia del Credo cristiano.

Tutto coincide nel far pensare che il pieno sviluppo della Chiesa aquileiese si ebbe tra la seconda metà del III sec. ed il pieno IV sec. Nel IV secolo è evidente, anche dal punto di vista archeologico, lo sviluppo dell’episcopato locale, che si giovò pure dell’importante ruolo amministrativo di Aquileia, città principale della X Regio augustea, in seguito denominata Venetia et Histria.

La Venetia et Histria comprendeva grosso modo l’attuale Triveneto e qualche propaggine lombarda e sloveno-carinziana. La posizione amministrativa e geografica della città contribuì a favorire la crescita della sua comunità cristiana e la successiva affermazione dell’autorità episcopale.

I primi vescovi e il vescovo Teodoro

Teodoro, come riporta il catalogo dei vescovi della Chiesa di Aquileia, che inizia con Ermagora, fu vescovo tra il 308 e il 319 e per primo sedette sulla cattedra episcopale di Aquileia dopo l’editto di Costantino del 313, con cui si concedeva libertà di culto al Cristianesimo.

Già a questa data i Cristiani di Aquileia avevano dato prova della loro tenacia nella fede: fonti antiche, riportano i nomi dei martiri della città, che sembra possano essere stati i quattro vescovi che precedettero Teodoro, assieme ai loro diaconi.

A questi si accompagnano altri martiri: ad Aquileia erano conosciuti i nomi e venerate le tombe dei loro martiri, come Ilario e Taziano, Canzio, Canziano e Canzianilla, Proto, Ermagora e Fortunato, Crisogono, Felice e Fortunato, la cui venerazione si diffuse nell’intera Italia settentrionale, raggiungendo anche Milano, Vicenza, Ravenna, Roma.

Fu su queste basi, unite anche al fervore culturale, che si sviluppò nei circoli religiosi ed all’affermazione dell’origine apostolica della propria missione ecclesiastica, che fondò la supremazia della chiesa d’Aquileia con l’assunzione del titolo di “Patriarca“ da parte dei vescovi della città.

La tradizione vuole che il primo vescovo di Aquileia, Ermagora, sia stato scelto direttamente da San Marco, invitato ad andare ad Aquileia da San Pietro per le sua opera di evangelizzazione.

La basilica teodoriana e il primo complesso episcopale

Materialmente ciò si evidenziò con la costruzione, da parte del vescovo Teodoro, della Basilica, centro di culto episcopale, destinata alle celebrazioni liturgiche ed alla formazione dei catecumeni. Le sue origini risalgono al secondo decennio del IV secolo.

Il pavimento musivo della basilica, scoperto tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, rappresenta una delle testimonianze più spettacolari del primitivo impianto di culto, voluto dal vescovo Teodoro all’indomani dell’Editto di Tolleranza del 313 d.C.

Il complesso si articolava in due aule parallele, l’altra è visibile nella cripta degli scavi, un’aula intermedia, un battistero ellittico, oggi non accessibile, e vari ambienti pertinenti forse alla residenza vescovile.

Con i suoi settecentosessanta metri quadrati di estensione, il mosaico dell’aula teodoriana sud costituisce il più grande pavimento musivo dell’Occidente romano. Diviso in quattro campate e dominato dall’iscrizione dedicatoria di Teodoro, esso propone, con le sue allegorie e le sue raffigurazioni non sempre di facile lettura, un percorso ideale verso la salvezza eterna.

In particolare la campata orientale è interamente occupata dagli episodi della storia biblica di Giona. Gli edifici teodoriani furono impostati su case romane.

La crescita dell’episcopato aquileiese nel IV secolo

Dal IV secolo, si moltiplicarono gli episcopati, poi sottoposti all’autorità metropolitica dei vescovi aquileiesi. Tra queste sedi figuravano Concordia, Iulium Carnicum, corrispondente a Zuglio, Aemona, corrispondente a Lubiana, Parentium, corrispondente a Parenzo, e Tergeste.

L’autorità metropolitica aquileiese trovava territorialmente un limite con la medesima autorità impersonata dai vescovi di Milano nel V secolo. La provincia ecclesiastica documentata nel V secolo sembra comprendere la Venetia et Histria.

Le liste episcopali riscontrabili in atti sinodali del VI secolo profilano l’ampliamento del numero delle diocesi suffraganee, 22 o 24, con l’aggregazione di Como, a occidente, e di altre sedi a oriente e settentrione, fino al Norico mediterraneo, alla Pannonia I, alla Retia II.

Aquileia e la controversia ariana

La chiesa di Aquileia venne coinvolta pesantemente ed intervenne con decisione nelle polemiche provocate dall’eresia ariana, condannata nel 325 dal concilio di Nicea. Aquileia vi prese parte come sostenitrice intransigente dell’ortodossia religiosa, anche se dopo una prima fase in cui aveva manifestato una posizione ambigua.

In questo momento, mentre Milano è ancora dominata dagli ariani, Aquileia acquista un ruolo preminente in quasi tutta l’Italia settentrionale, ma anche tra le chiese sorte tra Adriatico e Danubio e fino al Rodano.

Aquileia divenne, così, nel 381, sede di un concilio occidentale, al quale partecipò anche Sant’Ambrogio di Milano, in cui vennero definitivamente combattuti e spenti gli ultimi focolai delle eresie ariane.

Aquileia produsse alcune delle più illustri menti della Chiesa, come Rufino e San Cromazio, i cui nomi sono legati al più ricco corpus di scritti aquileiesi.

Il vescovo Cromazio e il complesso paleocristiano

All’episcopato di Cromazio corrisponde il periodo più felice e produttivo dell’attività ecclesiale sul piano culturale. In quegli anni tutta una serie di edifici religiosi sorse in città.

Tra questi vi furono la nuova Basilica cattedrale, che si sviluppò sopra l’aula meridionale di Teodoro; il battistero ottagonale davanti alla sua facciata; la basilica di Monastero; la basilica della Beligna, dedicata al culto delle reliquie degli apostoli; la Basilica di San Felice; la Basilica di San Giovanni in Piazza.

Il battistero voluto dal vescovo Cromazio nel IV secolo presenta una vasca esagonale e una struttura muraria ottagonale. Il complesso basilicale comprende anche la Südhalle, l’aula meridionale del battistero paleocristiano recentemente musealizzata.

Nella Südhalle si possono ammirare oltre trecento metri quadrati di pavimenti musivi, databili tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, e lo splendido mosaico “del Pavone”, proveniente dal nartece basilicale.

Pavimento musivo aula teodoriana Aquileia

Dalla basilica paleocristiana alla basilica attuale

Circa ottant’anni dopo l’epoca del vescovo Cromazio, l’edificio basilicale aveva assunto dimensioni analoghe all’attuale, tranne che per il transetto e l’abside con cripta sottostante.

Una fase costruttiva significativa si data all’inizio del IX secolo, al tempo del Patriarca Massenzio, che aggiunse il portico, originariamente a due piani, di collegamento con la chiesa dei Pagani, le due strutture aggettanti del transetto e l’abside.

La cripta che si trova sotto l’altare maggiore della basilica risale all’epoca del patriarca Massenzio, IX secolo, e venne realizzata per custodire le reliquie dei martiri aquileiesi Ermagora e Fortunato.

Sulle pareti si possono ammirare scene di affreschi risalenti al XII secolo che illustrano la leggenda dell’evangelista Marco.

Il patriarca Poppone e la consacrazione del 1031

La Basilica di Aquileia rappresenta un complesso architettonico straordinario. Nelle sue linee essenziali, essa ripropone l’assetto architettonico voluto dal vescovo, patriarca Poppone, 1019-1042, che la consacrò nel 1031.

La ristrutturazione di Poppone nell’XI secolo comprese il rifacimento della facciata, con la bifora centrale, e dell’abside, con lo stupendo ciclo di affreschi.

I colonnati interni di dieci colonne ciascuno furono dotati di nuovi capitelli e venne edificato il campanile alto settantatré metri. Il complesso basilicale comprende anche il campanile edificato dal patriarca Poppone nell’XI secolo, prototipo per successive costruzioni friulane e istriane.

Patriarchi illuminati, piano piano, ridiedero prestigio al Patriarcato di Aquileia, che ebbe una nuova rinascita sotto la conduzione del Patriarca Poppone. Egli tentò di ridare vita alla città, di riaprire il porto per favorire la ripresa dei commerci, innalzò una nuova ampia cinta muraria, restaurò ed abbellì la Basilica.

Nel 1909 il pavimento della fase popponiana fu rimosso fino all’altezza del presbiterio, allo scopo di mettere in luce il sottostante pavimento musivo del complesso costantiniano, situato circa un metro più in basso.

Le cripte e le principali testimonianze archeologiche

La cripta degli affreschi

La cripta degli affreschi si trova sotto l’altare maggiore della basilica. La sua funzione originaria era legata alla custodia delle reliquie dei martiri aquileiesi Ermagora e Fortunato.

Le scene affrescate risalgono al XII secolo e illustrano la leggenda dell’evangelista Marco, rafforzando il legame tra la memoria apostolica della chiesa aquileiese e la tradizione delle sue origini cristiane.

La cripta degli scavi

Al suo interno sono visibili le fondamenta del campanile popponiano che poggiano sui mosaici teodoriani dell’originaria aula nord, inizi del IV secolo.

La cripta degli scavi permette quindi di osservare la sovrapposizione delle diverse fasi costruttive della basilica: il complesso cristiano di età costantiniana, gli interventi medievali e la grande riorganizzazione promossa da Poppone.

Il mosaico teodoriano

Il mosaico dell’aula teodoriana sud costituisce una delle testimonianze più importanti della presenza cristiana nell’Aquileia del IV secolo. La sua estensione, la complessità delle raffigurazioni e l’iscrizione dedicata al vescovo Teodoro ne fanno un documento essenziale per comprendere la formazione del centro episcopale.

Il pavimento propone un itinerario simbolico verso la salvezza eterna e comprende, nella campata orientale, gli episodi della storia biblica di Giona.

Dalla crisi tardoantica al trasferimento verso Grado

La situazione divenne, però, irreparabile sotto tutti i punti di vista quando nel 452 Aquileia fu sottoposta a sacco dagli Unni di Attila cui seguirono il passaggio di Teodorico e la battaglia con Odoacre, 489, l’occupazione bizantina, 552, l’invasione longobarda, 568, quella franca, 774.

Ancora, nel IX e X sec. le rovinose incursioni degli Ungari. In questa fase si cercò di attrezzare rifugi: venne rinforzato nella vicina isola di Grado un castrum ed ivi cominciarono a sorgere edifici di culto ed iniziò lo spostamento, quando ve ne era necessità, della popolazione residua.

Grado, perciò, finì col sostituire Aquileia a tutti gli effetti, essendo ormai la città insicura, indifesa, senza porto, che si stava interrando; l’ultimo imperatore che vi soggiornò fu Valentiniano III nel 425.

Nel 568, all’arrivo dei Longobardi, Grado offre sicuro rifugio al vescovo Paolino, che vi trasporta il tesoro della Chiesa di Aquileia. Pochi anni dopo vi viene consacrata la nuova Cattedrale, dedicata a Sant’Eufemia.

La nascita del patriarcato e lo scisma aquileiese

La qualifica di patriarca, però, fu usata solo a partire dagli anni attorno alla metà del VI secolo, e fu un titolo auto-assunto, presumibilmente nel contesto dello scisma dei tre capitoli, che separò Aquileia, e altre chiese dell’Italia annonaria, dalla comunione con Roma, 557-698 ca.

La frattura dottrinale trovò da lì a poco linfa anche nella rottura politica determinata dalla migrazione dei popoli coordinati dai Longobardi, 568, che separò il retroterra longobardo imperniato sul ducato forogiuliese, Forum Iulii, Cividale, dalla fascia costiera bizantina.

Attorno al 606, conseguenza anche dei gravi sconvolgimenti politici, il Patriarcato si spezzò: un patriarca, sostenuto dai Bizantini, rimase a Grado ed un altro ridiede ad Aquileia il ruolo di sede principale, con giurisdizione sui territori compresi nell’ambito longobardo.

Tale assetto politico militare portò anche un’ulteriore complicazione, all’inizio del VII secolo: lo sdoppiamento della sede aquileiese. Infatti, il patriarca minacciato dai Longobardi aveva trovato, non si sa se stabilmente, rifugio a Grado, dove nel 606 si insediò un “nuovo” presule tendenzialmente in comunità con Roma, mentre rimase viva anche la successione dell’altro vescovo scismatico, rientrato nella zona d’influenza longobarda.

Bisogna notare che entrambi i vescovi continuarono a dirsi patriarchi ed entrambi rivendicavano la titolarità di Aquileia. Per quanto sia difficile seguirne le dinamiche, durante i secoli altomedievali si sviluppò tra di loro una lunga polemica, punteggiata anche da violenze e confronti militari.

Lo “scisma aquileiese“ terminò nel 699, ma l’unità regionale religiosa non si ebbe più. I patriarchi rimasero due, con Grado che si proiettava verso il Mediterraneo, ed il cui ruolo sarà più tardi assunto da Venezia, ed Aquileia che, con Cividale, avrà influenza sui territori continentali rivolti a nord, fino a Como, a Trento, a Pola.

La storia della nascita e fine del Patriarcato di Aquileia e quella dell'ultimo Patriarca

La diocesi di Aquileia e la sua estensione

Se si considerano infatti i patriarchi come vescovi, si deve pensare a una diocesi molto estesa, che comprendeva grosso modo il Friuli a oriente del Tagliamento, la Carnia, il Cadore, la porzione meridionale della Carinzia, la Carniola, la Stiria meridionale slovena.

Nonostante tutto, la diocesi di Aquileia rimase, per tutto il medioevo e oltre, la più vasta d’Europa. Questa dimensione diocesana deve essere distinta dalla provincia ecclesiastica, nella quale il patriarca esercitava funzioni metropolitiche su numerose diocesi suffraganee.

Ma i patriarchi erano anche metropoliti e le loro competenze mutarono spesso nel corso dei secoli. In questa vasta area, i presuli aquileiesi continuarono a esercitare le loro funzioni di coordinamento e di vigilanza sugli episcopati suffraganei.

Le diocesi suffraganee nel XII secolo

L’avvento dei Longobardi segnò una rideterminazione a meridione, con la perdita di Grado e di alcune sedi istriane. Un’altra limitazione fu imposta dalla fondazione della metropoli di Salisburgo, 798.

Nel XII secolo si stabilizzò il numero di 17 suffraganee:

  • Como;
  • Mantova;
  • Trento;
  • Verona;
  • Padova;
  • Vicenza;
  • Treviso;
  • Concordia;
  • Ceneda;
  • Feltre-Belluno;
  • Pola;
  • Parenzo;
  • Trieste;
  • Pedena;
  • Giustinopoli, Capodistria;
  • Emona, Cittanova d’Istria.

La lista riportata nel materiale comprende sedici denominazioni, mentre il numero indicato per il XII secolo è 17; l’elenco rimase tale sino al XV secolo.

Il potere politico dei patriarchi

La terza dimensione spaziale che spetta ai patriarchi è quella del potere politico. Essa è quella che ha lasciato le più consistenti tracce documentarie e ha anche riscosso le maggiori fortune storiografiche e si riconnette innanzi tutto all’elaborazione del concetto “regionale” di Friuli.

Questo concetto è riconducibile empiricamente all’estensione del ducato longobardo di Cividale, Forum Iulii, compreso circa tra il Timavo e il Livenza, con a settentrione il crinale alpino e a meridione il mare.

Su questo territorio, nei secoli tra il IX e l’XI si estesero le prerogative signorili dei patriarchi, giungendo nel 1077 con Sicardo/Sigeardo, 1068-1077, ad acquisire da Enrico IV, senza mediazione feudale, le prerogative pubbliche più alte: il comitato e il ducato.

I patriarchi ebbero anche altre competenze signorili a decorrere dal secolo XI: il marchesato d’Istria e la marca di Carniola. Il secondo fu un possesso effimero, a differenza del primo, ma in nessun caso l’intensità del potere patriarcale fu paragonabile a quella che i prelati riuscirono ad esprimere sul Friuli.

Il diploma del 1077 e lo Stato patriarcale

Nel 1077 l’imperatore Enrico IV concesse al Patriarca Sigeardo l’investitura feudale, con prerogative su tutta la contea del Friuli. Ciò corrispose alla nascita di un vero e proprio Stato Patriarcale.

Il processo che condusse al diploma regio del 1077, che, per inciso, è solo presuntivamente datato al 3 aprile, di solito ma impropriamente concepito come l’atto di nascita dello “stato” patriarcale, fu lungo e fu agevolato da alcune condizioni peculiari.

Come detto, i prodromi si possono cogliere nell’epoca carolingia, se non prima, con la costituzione di un’estesa base patrimoniale fondiaria. Una precondizione, certamente non esclusiva, fu il rapporto simbiotico che si stabilì tra potere politico regio e l’istituzione ecclesiastica-episcopale.

La specifica importanza della chiesa aquileiese, però, accrebbe la benevolenza di re e imperatori verso i suoi ordinari. Il vincolo tra i patriarchi e il potere pubblico non si interruppe nei secoli IX e X.

Le debolezze del potere regio si tradussero in altrettante occasioni di irrobustimento dei patriarchi, favoriti pure da un labile radicamento delle famiglie comitali, o comunque insignite di funzioni pubbliche, e dalla sostanziale assenza in Friuli di centri urbani di grandi dimensioni.

La formazione del potere signorile

Un discorso ulteriore concerne il lento sviluppo di prerogative signorili e territoriali da parte dei patriarchi aquileiesi. Fin dal secolo VIII, infatti, si possono cogliere gli indizi di concessioni patrimoniali e di diritti pubblici che condussero allo sviluppo di un potere signorile.

Questo potere era fondato sia su estese proprietà o possessi immobiliari, sia sulla disponibilità di diritti pubblici, come la potestà giudiziaria o fiscale, oppure il controllo di corsi d’acqua o porti o di diritti di pascolo, pesca, caccia.

A motivo dell’estensione e dell’intensità, un tale accumulo costituì la principale peculiarità del patriarcato. Già Carlo Magno iniziò a concedere al patriarca Paolino, 787-802, alcuni privilegi immunitari.

I sovrani carolingi o italici successivi continuarono a elargire donazioni o esenzioni, fino al secolo XI, che vide il più largo dispiegarsi del potere signorile patriarcale.

Il patrimonio patriarcale tra IX e XI secolo

Il secolo X vide così il costante accumulo di beni patrimoniali e di diritti pubblici da parte dei patriarchi, quasi sempre usciti dai ranghi di famiglie aristocratiche di origine germanica e capaci di tessere larghe reti di solidarietà e di interessi.

Il legame rimase stabile, e anzi più efficace, dopo che la casa di Sassonia ricostituì una salda potestà imperiale. In questo lungo periodo, spiccano l’incameramento della diocesi di Concordia, 928, di una serie di monasteri, tra i quali Santa Maria di Sesto, 967, e altri anche in ambiti extradiocesani.

Tra gli enti acquisiti figuravano Santa Maria in Organo, a Verona, e Santa Maria di Pero nel Trevigiano, oltre a un numero crescente di castelli e di villaggi, con le rispettive territorialità.

Fra questi vi erano anche quelli di Udine, Buja, Fagagna e Gruagno, 983. Nel 1001 il patriarca, per concessione imperiale, condivise il possesso di Gorizia e di una buona parte del Friuli con la famiglia comitale forogiuliese.

La sequela degli accrescimenti quantitativi e qualitativi delle attribuzioni signorili aquileiesi accelerò con i vescovi del primo secolo XI, in particolare con Poppone, 1019-1042.

Il patriarca come vescovo, metropolita e signore

In questo periodo si delinearono complesse realtà territoriali, che, sotto l’unico nome di Aquileia, riconducono a diverse concezioni dello spazio e delle fisionomie del potere su di esso esercitato dagli ordinari.

Il patriarca era anzitutto vescovo di una diocesi molto estesa; era inoltre metropolita di una provincia ecclesiastica e, progressivamente, divenne titolare di prerogative signorili e politiche su una parte significativa del Friuli e su altri territori.

I patriarchi divennero così, per la loro intrinseca potenza, tra i più importanti interlocutori politici e militari dei re di Germania e il diploma del 1077 costituì piuttosto il riconoscimento di un dato di fatto, che una novità assoluta.

In ogni caso, tra i secoli XI e XII, il potere politico, economico e militare dei patriarchi d’Aquileia, sommato a quello derivante dalle peculiari funzioni episcopali e metropolitiche, assunse un rilievo tale da surclassare ogni rivale interno e da misurarsi con efficacia con potenze signorili esterne, sia laiche, sia ecclesiastiche, sia cittadine.

Aquileia tra Impero, papato e poteri locali

I presuli del secolo XII, inoltre, superate le fasi più critiche del conflitto tra impero e papato, che si svolse nel cinquantennio di transito tra i secoli XI e XII, seppero diventare le ideali controparti di entrambi i poteri universali.

Essi giocarono abilmente ruoli di mediazione o di partecipazione a dinamiche conflittuali, che fruttarono riconoscimenti o estensioni delle prerogative detenute.

Solo a partire dalla metà del XII secolo, iniziarono a profilarsi competitori interni, come i conti di Gorizia, ed esterni, come Venezia e le città comunali venete, in particolare Treviso, capaci di mettere in difficoltà la potenza patriarcale, specialmente nei momenti di indebolimento dell’autorità imperiale.

È una situazione che si riprodurrà, estendendosi e complicandosi, nei secoli bassomedievali.

La lunga durata della memoria patriarcale

La storia della chiesa e della città di Aquileia è ormai assorbita dalla storia della regione. Lo Stato Patriarcale ha il suo termine con l’occupazione del Friuli da parte di Venezia nel 1420.

Già dal XII sec. il Patriarca di Grado risiedeva a Venezia ed il Patriarcato venne soppresso nel 1451, anno in cui la titolarità passò definitivamente a Venezia.

La basilica, le cripte, i mosaici, il battistero e il campanile conservano tuttavia la memoria delle diverse funzioni esercitate dalla sede aquileiese: centro episcopale della tarda antichità, sede di una potente autorità metropolitica, luogo patriarcale e fulcro religioso e politico del Friuli medievale.

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