Il contributo dell’Azione cattolica alla Resistenza fu significativo sia nella lotta armata sia nelle molteplici forme di assistenza, protezione e solidarietà rivolte a perseguitati politici, ebrei, prigionieri, fuggiaschi, militari e popolazione civile. Durante l’occupazione nazifascista, soci, socie, assistenti ecclesiastici e sacerdoti agirono in formazioni partigiane cattoliche, garibaldine e autonome, oppure sostennero la liberazione attraverso reti clandestine e iniziative di aiuto.
La scelta resistenziale nacque spesso da un confronto drammatico tra fede, coscienza personale e necessità storica. Molti cattolici consideravano problematico l’uso delle armi e la violenza della guerra partigiana, ma maturarono la convinzione che fosse necessario opporsi al nazifascismo per giustizia e per amore, senza trasformare la lotta in vendetta o odio.
L’Azione cattolica negli anni della guerra
Durante la guerra l’AC continua con tenacia la sua vita associativa. Nelle parrocchie si continuava a incontrarsi, nelle riunioni si parlava di coloro che erano al fronte e si organizzavano una miriade di iniziative (come i “Segretariati della carità”) per lenire le sofferenze del momento.
Alla Resistenza molti suoi iscritti parteciparono attivamente, chi imbracciando il fucile chi adoperandosi nella rischiosa opera di protezione e di aiuto ai perseguitati politici. In quest’atmosfera si costituiscono formazioni partigiane di specifica ispirazione cattolica nonché molteplici reti di assistenza a combattenti, carcerati, fuggiaschi.
Quando da un consenso più o meno entusiasta si passò ad un cosciente e convinto distacco dal fascismo, molti giovani cattolici confluiscono nelle formazioni partigiane (Fiamme Verdi, Brigate del Popolo, formazioni autonome). Sono spinti dalla ricerca di una solidarietà autentica o per una sorta di ribellione morale o di una prima abbozzata elaborazione politica.
Spesso vedono come un problema l’uso della violenza o la tattica degli attentati e dei sabotaggi che causano inevitabili rappresaglie sulle popolazioni civili. Anche se tra vari atteggiamenti, ritardi e connivenze, la “Resistenza cattolica” può vantare figure di grande rilievo, come Teresio Olivelli.

La rete associativa e la scelta resistenziale
Gli studi più o meno recenti che hanno posto al centro della loro indagine la partecipazione dei cattolici alla Resistenza concordano nell’affermare che il contributo offerto dal laicato cattolico organizzato al movimento di liberazione fu di assoluto valore.
Visto che, come dimostrano anche cifre e testimonianze raccolte, naturalmente per difetto, nella documentazione archivistica, decisamente considerevole fu il numero di soci, socie e assistenti che si spesero attivamente nella lotta partigiana e che persero la vita nel corso dei mesi di occupazione nazifascista.
Se dopo la ratifica dell’armistizio dell’8 settembre in molti contesti divenne pressoché impossibile per l’Azione cattolica continuare a svolgere ufficialmente le proprie attività e rispettare gli appuntamenti associativi senza cadere nella perniciosa vigilanza nazifascista, i soci si impegnarono per rinsaldare i vincoli associativi e per consolidare i legami assicurati dalla comune adesione agli stessi ambienti e ai medesimi valori culturali e religiosi.
In diversi casi, a dare al loro processo decisionale una spinta verso l’opzione armata contro l’occupante fu proprio questa nuova rete associativa.
Il dato della comune militanza nell’associazione, quindi, fu un elemento che alcuni soci utilizzarono come grimaldello per forzare la propria coscienza e superare i propri indugi ad entrare tra le file delle formazioni partigiane.
I gruppi di giovani legati dalla condivisione di spazi, legami, educazione e riflessioni propri della formazione ricevuta nei circoli dell’Azione cattolica vennero strutturando, in molti contesti, delle vere e proprie collettività ristrette che reagirono in maniera consequenziale all’elaborazione fatta tra la cerchia degli aderenti.
La tela associativa svolgeva dunque una funzione protettiva verso il singolo e forniva un forte e preciso elemento identitario a cui aggrapparsi per iniziare (o continuare) la propria opera nella Resistenza.
«Per giustizia e per amore»: il dilemma dell’uso delle armi
I cattolici che scelsero la lotta armata contro il nazi-fascismo non potevano avvalersi di pronunciamenti ufficiali da parte della Chiesa istituzionale, anzi, se si analizzano gli interventi dei vescovi nel 1943 vi troviamo per lo più indicazioni che andavano nella direzione contraria di chi scelse la Resistenza.
Come potevano i cattolici che avevano deciso di imbracciare un’arma sentirsi sicuri nella loro scelta, quando anche la condanna della violenza continuava a essere il tratto distintivo, tanto più che iniziava una guerra civile?
In effetti, su questo punto, si aprì uno dei casi di coscienza più angoscianti e tormentati per i cattolici, perché chi era convinto della necessità e della giustizia della causa resistenziale rimaneva, tuttavia, perplesso sull’uso della violenza che necessariamente la guerra partigiana implicava.
La Resistenza e l’uso delle armi furono quindi affrontati attraverso un tentativo di umanizzare la guerra partigiana. Le risposte a tali interrogativi e dubbi non furono univoche all’interno del mondo resistenziale.
Per rimanere a esponenti dell’Ac, Giuseppe Dossetti, ad esempio, fin dal settembre del 1943, si dichiarò personalmente contrario all’uso delle armi, senza per questo voler condizionare altri tipi di scelta.
Il riminese Alberto Marvelli, beatificato nel 2004, fu contrario non solo alla violenza ma anche alla partecipazione alla Resistenza, prodigandosi per alleviare le sofferenze materiali e morali della popolazione.
La maggior parte dei cattolici che fece la scelta di militare nelle formazioni partigiane si convinse, comunque, dell’inevitabilità dell’uso delle armi, cercando, per quanto possibile, come avrebbe ricordato Ermanno Gorrieri, di umanizzare gli aspetti più crudi della guerra partigiana.
Le diverse scelte furono condotte in solitudine, andando contro anche alle indicazioni della gerarchia, la quale, come evidenzia una lettera di mons. Giovanni Cazzani, vescovo di Cremona, che si era opposto durante il fascismo al gerarca Roberto Farinacci, al card. Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano, nella quale scrisse che non si assumeva «la responsabilità di consigliare una linea di condotta decisa», preferendo illustrare la situazione: «Dico a loro che si prospettino chiaramente i pericoli dall’una e dall’altra via, e facciano quello che vogliono».
La situazione non andava meglio, se Giulio Andreotti, allora presidente della Fuci, scrisse nell’ottobre del 1943 a mons. Evasio Colli, responsabile della Direzione nazionale dell’associazione, che «difficoltà materiali impedirono all’AC di dire subito, come urgeva, la sua parola e superiori direttive invano si attendevano da chi […] è uso rispondere ad ogni quesito con linguaggio non so se più sibillino o ponziopilatesco».
Di fronte ai dilemmi che si aprivano, spesso i partigiani cattolici maturarono la scelta resistenziale confrontandosi con il proprio assistente di Ac o, comunque, venendo supportati dal gruppo di appartenenza, nella tela associativa che ancora reggeva.
I cristiani che scelsero la lotta armata introdussero, dunque, altri criteri di discernimento nella difficile decisione di ricorrere alla violenza.
Ad aiutare i partigiani cattolici in questa scelta, in molti casi, fu l’esperienza della guerra maturata prima del 1943. Chi aveva già combattuto, come accadde per molti, aveva metabolizzato nella propria coscienza la durezza e la sofferenza che derivava dall’uccidere, anche se la violenza esercitata in una guerra regolare come quella combattuta tra eserciti di nazioni contrapposte era comunque protetta dal diritto, dagli ordini e dalla disciplina militare, ma anche dalla riflessione teologica, a differenza di quella, invece, richiesta nella lotta partigiana, la quale esulava da riferimenti precisi, per cui addirittura ci si poteva trovare a dover uccidere conoscenti ed amici.
La coscienza personale e la ribellione morale
Anche in questo caso fu il confronto faticoso e sofferto tra la coscienza dei singoli e il dato storico concreto a determinare la scelta di campo.
Soltanto a questo livello e non sulla scorta di indicazioni dall’alto o di una prassi consolidata, dunque, potevano maturare scelte difficili come quelle richieste dopo l’armistizio.
Così Teresio Olivelli ebbe a scrivere parole giustamente rimaste famose: «Mai ci sentimmo così liberi come quando ritrovammo nel fondo della nostra coscienza la capacità di ribellarci».
La scelta maturata portò poi a declinarla con modalità differenti. Per fare solo alcuni esempi tra i tanti: Gino Pistoni, il quale aveva consapevolmente scelto di abbandonare l’esercito del rinato fascismo della Repubblica sociale italiana per i valori che incarnava e di unirsi alle formazioni partigiane, durante un combattimento si attardò per soccorrere un milite repubblichino e fu colpito a morte.
Odoardo Focherini, padre di sette figli, nonostante potesse preoccuparsi solo della famiglia, decise di aiutare gli ebrei per salvarli dalla deportazione, con il rischio di fare la loro fine, come prevedeva la nuova legislazione.
Scoperto, iniziò la trafila che lo condusse al lager di Hersbruck, dove morì, assistito da Olivelli - gli incontri tra i soci dell’Ac si verificarono per strade inattese, anzi nei campi di concentramento furono improvvisate anche riunioni inaspettate - a cui lasciò detto che offriva la «vita in olocausto per la mia Diocesi, per l’Azione Cattolica, per il Papa e per il ritorno della pace nel mondo».
Gino Pistoni, «ribelle per amore»
Tra le storie più note, in questo senso, vi fu quella di Luigi Pistoni, detto Gino, nato a Ivrea il 25 febbraio 1924 e cresciuto nel circolo Giac «Contardo Ferrini» interno al collegio «San Giuseppe» di Torino.
Fin dalla giovinezza, distintosi per capacità e dedizione, venne chiamato a collaborare con il Centro diocesano della Gioventù cattolica di Ivrea. Del quale divenne successivamente segretario, avendo la possibilità di lavorare a stretto contatto con il presidente Giovanni Getto, che diverrà il suo primo biografo nel dopoguerra, e l’assistente don Mario Vesco.
Non ancora ventenne, nel gennaio del 1944 venne richiamato per il servizio militare da uno dei bandi di reclutamento emessi dalla Rsi.
Prima di recarsi in caserma per arruolarsi nella Guardia nazionale repubblicana ebbe modo di partecipare ad Asti al ritiro regionale della Giac per i dirigenti piemontesi, dove conobbe Carlo Carretto che lo invitò a prendere parte alle attività della Società operaia, un sodalizio di speciale consacrazione laicale fondato nel corso del 1942 da Luigi Gedda, nella quale entrò il 7 aprile di quello stesso anno, in occasione del Giovedì Santo.
Nella preghiera che compose per l’ingresso, tra l’altro, ebbe a scrivere: «Ti ringrazio per avermi chiamato, due anni fa, a far parte dell’Azione Cattolica, e di aver dato alla mia vita, prima di allora veramente vuota, uno scopo che la rendesse degna di essere vissuta».
Dopo un brevissimo periodo di formazione militare e aver prestato servizio al distretto di Ivrea dal 30 aprile al 26 giugno del 1944, decise di abbandonare il proprio posto tra le fila dell’esercito repubblichino perché contrario ai valori che esso rappresentava e propagandava e di raggiungere le formazioni della Resistenza.
Si unì quindi al battaglione «Caralli» della 76ª brigata della VII divisione Garibaldi, assumendo il nome di battaglia di «Ginas» e operando nella zona del Mombarone.
Il 25 luglio, mentre partecipava a un’azione nella valle di Gressoney, il suo reparto dovette ingaggiare un duro combattimento contro le truppe nazifasciste che ripiegavano dopo aver fatto saltare il ponte di Tour D’Héreraz.
Durante la battaglia, mentre i suoi uomini cominciarono ad arretrare, Pistoni si attardò per aiutare un milite della Rsi ferito.
Nel conflitto a fuoco che ne scaturì, una scheggia di mortaio lo raggiunse e gli recise l’arteria femorale mettendo fine alla sua esistenza dopo pochi minuti di agonia.
Nel brevissimo lasso di tempo che ebbe a disposizione in attesa della morte, Gino volle scrivere sulla tela del suo tascapane un ultimo messaggio con il sangue che perdeva copiosamente: «Offro mia vita per Azione cattolica e per Italia, Viva Cristo Re».
Si trattò, forse, di un caso limite in cui la consapevolezza di dover operare per la salvezza del prossimo spinse al sacrificio personale per dare aiuto al proprio nemico sul campo.
Ma fu, in verità, la rappresentazione di quello che significava per un cattolico scendere in battaglia dimostrandosi pronti persino a morire pur di non derogare al sentimento di pietà verso il prossimo.
La sua testimonianza in punto di morte getta ulteriore luce anche sull’apporto dato dalla più grande associazione laicale presente nel paese in quel periodo, nonché l’unica ufficialmente attiva in Italia fuori dalle organizzazioni fasciste, al processo che portò i suoi aderenti a definire una specifica coscienza resistenziale anche attraverso un costante e determinante richiamo a quanto appreso nei circoli associativi.
Non era raro, infatti, che i soci, anche negli ultimi momenti che precedevano la loro morte in battaglia o nei campi di concentramento, sentissero il bisogno di dover esprimere ai cari la propria riconoscenza per quanto ricevuto negli anni trascorsi nei circoli dell’Azione cattolica o il desiderio di dare un ultimo segnale della propria appartenenza all’associazione.
Del sacrificio di Gino Pistoni venne fatta memoria anche nel dopoguerra. Nella stampa associativa, dove venne ricordato come uno degli assertori più convinti della necessità di combattere senza odiare il nemico, anche fino al sacrificio della propria vita.
Un “ribelle per amore”, dunque, che preferì scegliere l’estremo sacrificio pur di dare testimonianza dei valori e insegnamenti introiettati anche nel percorso formativo e di militanza in Azione cattolica.

La Resistenza cattolica armata e non armata
Il contributo cattolico alla Resistenza è invece stato importantissimo proprio perché si è sviluppato anche al di fuori della Resistenza armata; perché ha creato quel tessuto di solidarietà - grazie all’aiuto alla popolazione e ai partigiani - che tra il 1943 e il ’45 ha svolto un ruolo decisivo, anche se talvolta indiretto.
Questa forma di Resistenza, che è stata prima di tutto morale, è stata una forza di lungo periodo che ha interessato una componente assai vasta della popolazione italiana.
Fino a non molto tempo fa della Resistenza cattolica al nazifascismo non si volle dare troppa importanza. Non fu rimarcata la presenza dei cattolici nelle formazioni partigiane, ma, piuttosto, l’opera di assistenza della Chiesa ai perseguitati e in difesa della popolazione.
In particolare, rievocare con troppa enfasi l’opposizione di alcuni cattolici al regime o la partecipazione di credenti alla Resistenza rischiava di avvicinare eccessivamente la Chiesa al fronte antifascista considerato saldamente guidato dal Partito comunista.
Per questo motivo, i cattolici scelsero spesso di rappresentare la lotta resistenziale attraverso l’atto eroico individuale oppure il martirio del singolo sacerdote o militante dell’Azione cattolica, tralasciando di dare risalto alla dimensione collettiva di quella partecipazione, anche quando questa era stata ben presente.
Soprattutto dopo il 1947, prevalse tra i cattolici una sorta di ‘memoria grigia’ della Resistenza, condizionata dalla situazione politica italiana e dal clima di guerra fredda internazionale.
Solo negli anni Novanta però, anche grazie a una serie di convegni organizzati, questa consapevolezza è uscita dal sommerso; prima gli ambienti cattolici hanno sempre avuto una sorta di timidezza ad affrontare il binomio Resistenza-Costituzione.
Complici alcune testate cattoliche, tra cui il settimanale torinese Il nostro tempo e il quindicinale Adesso, negli anni Sessanta, grazie a un diverso clima politico e sociale e a nuovi materiali d’archivio, è iniziato un processo di approfondimento che ha fatto emergere aspetti valoriali della partecipazione alla lotta di liberazione più in linea con il Vangelo e la dottrina sociale.
Parrocchie, sacerdoti e reti di salvezza
Le vicende di parrocchie di periferia e di quartieri borghesi, di grandi e di piccoli istituti religiosi, di uffici ecclesiastici, si intrecciano a Roma con i drammi della popolazione: tra paure e angosce, tra repressioni e persecuzioni, tra deportazioni ed esecuzioni, tra resistenza armata e concrete forme di solidarietà.
Una periferia, soprattutto, che pagando tributi di sangue combatte dalla Magliana alla Montagnola, a Porta San Paolo, lungo le vie Prenestina e Casilina, ai lembi della “Città aperta”.
In questa storia - che è religiosa e speciale al tempo stesso - emergono le figure dei “parroci della Resistenza”.
Fu lui a partecipare a una delle prime azioni di Resistenza all’occupazione tedesca, subito dopo l’8 settembre del ’43; fu lui a formare il primo gruppo partigiano cristiano (circa un centinaio di componenti).
Il 9 settembre, con un nucleo di democratici e di antifascisti, con i granatieri e altri militari si batté a Porta San Paolo contro l’occupante tedesco (anche per questo, venne poi insignito della medaglia d’argento al valor militare).
E nella parrocchia del Buon Pastore trovarono salvezza perseguitati politici ed ebrei.
Padre Fiorello Piersanti, a Montesacro, aprì le porte della parrocchia per accogliere giovani legati al Partito d’Azione, in contatto con alcuni ebrei.
Mentre don Luigi Manazza, a Valle Aurelia, con i suoi parrocchiani e un gruppo di residenti trasformò alcune fornaci spente della zona in rifugio per antifascisti ed ebrei, indirizzando i perseguitati “per la razza” alla Casa Don Guanella presso Sondrio, un posto dal quale con relativa facilità si poteva riparare in Svizzera.
Don Ferdinando Volpino è stato un esempio di particolare “resistenza”: a Donna Olimpia aprì la canonica a riunioni clandestine, ospitando una settantina di ebrei nello scantinato della chiesa, destinato anche a deposito di armi per le formazioni partigiane.
Tra tanti ricordi e storie, nelle oltre cinquecento pagine complessive dei saggi, raccolti in questo volume, è evidenziato che un aiuto importante che arrivava dalle parrocchie, oltre l’ospitalità o il sostegno economico, stava nella ricerca di espedienti per non applicare le leggi razziali.
Le figure della Resistenza cattolica
Quanti volti, quanti nomi, quante vite spezzate per la nostra libertà. Giovani ispirati dal vangelo che hanno sacrificato la loro esistenza per la libertà delle generazioni future.
Ricordare allora il piemontese Gino Pistoni, uno dei più celebrati martiri cattolici della Resistenza, che fece parte delle formazioni garibaldine in Valle d’Aosta, oppure Aldo Gastaldi ‘Bisagno’, il primo partigiano d’Italia, autorevole capo della banda Cichero (poi inquadrata nelle formazioni garibaldine) in Liguria, e ancora il padovano Luigi Pierobon, comandante della brigata “Stella” all’interno della divisione garibaldina “Ateo Garemi”, fucilato dai fascisti, non è semplice inquadramento storico, ma ricordo di una visione e di una prospettiva di libertà, giustizia e pace.
Senza sentimenti di vendetta e violenza gratuita. Ecco il messaggio dei partigiani bianchi.
Paolo Emilio Taviani, Maria Eletta Martini, Tina Anselmi per fare alcuni nomi noti oppure i tanti cappellani delle divisioni dall’orionino don Giuseppe Pollarolo a don Berto Ferrari sull’ Appennino ligure.
Come non dimenticare i martiri del Martinetto a Torino e il coraggio del comandante Giuseppe Perotti, ma sono davvero tanti gli esempi di eroismo cristiano che qui è impossibile elencarli, tutti esempi di dignità umana e superiore forza.
È una delle più note frasi di “Ribelli per amore”, la preghiera dei partigiani composta da Teresio Olivelli, partigiano cattolico, oggi servo di Dio, morto il 22 gennaio 1945 nel lager nazista di Hersbruck.
In Romagna il beato Alberto Marvelli, illustre esponente del movimento cattolico, fu protagonista degli anni della lotta di liberazione, proclamato beato da Giovanni Paolo II nel 2004.
Furono garibaldini Benigno Zaccagnini e Pietro Pironi, giovane dirigente della Giac nel riminese, poi giustiziato in Germania.
In Umbria Antero Cantarelli, presidente diocesano della Giac di Foligno, comandò la 4a brigata garibaldina, nella quale militavano altri giovani cattolici della zona.
In Veneto è fondamentale il ricordo del martirio dei fratelli Flavio e Gedeone Corrà.
Erano due giovani “normali” della campagna veronese, l’uno esuberante, l’altro timido, innamorati di Cristo e della Chiesa, studenti di Azione Cattolica, frequentatori di canoniche e amici sacerdoti, ma anche di allegre scampagnate con gli amici e compagni d’infanzia e università.
Testimoni e martiri morti nel campo di concentramento di Flossenbürg.
E ancora non si possono dimenticare altri martiri: preti come don Aldo Mei, don Giuseppe Morosini o don Pietro Pappagallo, oppure a donne di straordinarie capacità come Anna Maria Enriques Agnoletti.
Senza dimenticare Odoardo Focherini e padre Placido Cortese e Giovanni Palatucci e l’impegno per la salvezza degli ebrei attraversò le comunità cristiane: basti qui ricordare il nome del pastore Tullio Vinay.

Numeri, perdite e riconoscimenti
Si può così cogliere il contributo dei laici e dei sacerdoti assistenti dell’Azione Cattolica alla Resistenza come un fatto di notevole rilievo morale, ma anche numerico (ben 93 le medaglie d’oro di laici di Ac, decorati per la Resistenza, di cui 85 caduti!).
Molti fucini ed ex fucini, così come i giovani della Giac, sono partigiani combattenti.
Il monopolio da parte del Partito comunista italiano in passato ha reso monca la narrazione della Resistenza, che è ben più complessa e articolata.
Oggi, alla luce di nuovi documenti, si può forse leggere la lotta di liberazione con maggior distacco e obiettività.
Il presidente del Consiglio italiano Alcide De Gasperi, alla Conferenza di pace di Parigi, ne fece un punto di merito.
In quel contesto evidenziò che presero parte attiva alla guerra contro la Germania “la marina da guerra, centinaia di migliaia di militari per i servizi di retrovia, il ‘Corpo Italiano di Liberazione’, trasformatosi poi nelle divisioni combattenti e, «last but not least», i partigiani, autori soprattutto dell’insurrezione del nord.
Le perdite nella resistenza contro i tedeschi, prima e dopo la dichiarazione di guerra - ricordò lo statista -, furono di oltre 100 mila uomini tra morti e dispersi, senza contare i militari e civili vittime dei nazisti nei campi di concentramento ed i 50 mila patrioti caduti nella lotta partigiana”.
Indubbiamente la Resistenza ha un valore unico nella storia repubblicana italiana, sebbene ancora non ci sia una valutazione condivisa e le divisioni rischiano di infiacchirne la portata morale.
Non c’è accordo sui numeri: ancora oggi dobbiamo accontentarci di stime.
Secondo quelle del Comando generale del Corpo volontari della libertà, struttura di coordinamento e unione delle forze partigiane riconosciuta tanto dal Governo italiano quanto dagli Alleati, al 25 aprile 1945, i partigiani erano tra i 250 e i 300 mila, metà dei quali comunisti e l’altra metà azionisti, socialisti, demolaburisti, repubblicani, democristiani, indipendenti, badogliani, liberali.
Solo 100 mila erano impegnati nelle operazioni.
I cattolici avevano una presenza numerica importante, tra i 65 e i 100 mila, a seconda delle fonti.
| Dato | Numero |
|---|---|
| Membri di AC caduti censiti dall’Isacem | 1481 |
| Laici caduti | 1279 |
| Ecclesiastici caduti | 202 |
| Medaglie d’oro al valor militare | 112 |
| Medaglie d’argento al valor militare | 384 |
| Medaglie di bronzo | 358 |
L’Isacem, l’Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia ‘Paolo VI’, ha censito i membri di AC caduti: 1481, di cui 1279 laici e 202 ecclesiastici.
Del loro eroismo parlano le onorificenze conseguite: 112 medaglia d’oro al valor militare, 384 d’argento e 358 di bronzo.
Anche alcuni preti ebbero un ruolo attivo di combattenti, comandanti partigiani o commissari, tanto che, da settembre 1943 a maggio 1945, ne furono uccisi 425.
“57 in combattimento, 191 per mano fascista e 109 dai partigiani”, ha ricordato Gianfranco Noferi, consigliere dell’Associazione nazionale partigiani cattolici in una relazione dal titolo La Resistenza dimenticata e il contributo dei cattolici, tenuta il 16 aprile scorso.
“Tra i cappellani delle brigate partigiane 17 sono stati insigniti con medaglia d’oro al valor militare, 31 con quella d’argento, 46 di bronzo e 56 con croce di guerra”.
Sebbene siano dati parziali, dicono tanto del ruolo dei cattolici nella Resistenza.
Perché il contributo cattolico è stato a lungo sottovalutato
Perché, allora, se n’è parlato poco, consentendo una narrazione quasi a senso unico?
“La vasta partecipazione cattolica alla battaglia ingaggiata dalla Democrazia Cristiana per la conquista del governo e la volontà di schierarsi più chiaramente per l’anticomunismo e per l’antifascismo influirono in maniera rilevante sui contenuti delle diverse commemorazioni”, ha chiarito, nel 2015, Marta Margotti, storica dell’Università di Torino, nel corso di un convegno organizzato dalla Fondazione Mazzolari sul tema ‘A settant’anni dalla Liberazione, 1945-2015. La memoria della Resistenza’.
“Da un lato - aveva spiegato -, non si volevano rammentare in maniera circostanziata le scelte compiute dalle istituzioni ecclesiastiche durante il ventennio fascista, in quanto era necessario passare il più possibile sotto silenzio quella vicinanza con il regime che, nell’Italia repubblicana, risultava evidentemente ingombrante.
Dall’altro, rievocare con troppa enfasi l’opposizione di alcuni cattolici al regime o la partecipazione di credenti alla Resistenza rischiava di avvicinare eccessivamente la Chiesa al fronte antifascista considerato saldamente guidato dal Partito comunista.
Per questo motivo, i cattolici scelsero spesso di rappresentare la lotta resistenziale attraverso l’atto eroico individuale, oppure il martirio del singolo sacerdote o militante dell’Azione cattolica, tralasciando di dare risalto alla dimensione collettiva della partecipazione”.
Insomma la Resistenza cattolica è stata importante e, in parte, diversa da quella dei partigiani comunisti per via di una diversa visione dell’uomo e della società.
Ottant’anni dopo questo comincia a essere chiaro, ma necessita di una maggior divulgazione.
La Resistenza cattolica come eredità ecclesiale e civile
Se l’ex presidente dell’associazione di Carpi è stato riconosciuto beato come martire in odio alla fede, come il compagno fucino di Vigevano, ci sono tanti santi dell’Ac che non sono saliti agli altari, ma che ugualmente hanno speso la vita per una causa giusta.
Traducendo il Vangelo nelle pieghe increspate della storia, come si può appurare in Biografie Resistenti, il portale dell’Isacem-Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia Paolo VI, che riporta molte schede.
Il prezzo pagato segno profondamente la storia della Chiesa e per questo motivo si aprì la strada, culminata in un certo senso nel Concilio Vaticano II, a un differente protagonismo nella stessa missione della comunità ecclesiale.
Senza voler sovraccaricare la portata di processi storici lenti e tutt’altro che lineari, possiamo però avanzare l’ipotesi che attraverso la Resistenza sia passata una svolta nella più ampia storia religiosa, data dal fatto che all’interno della Chiesa si sia affiancato, senza sostituirlo almeno negli anni del dopoguerra, un metodo diverso di confrontarsi con la storia, incentrato non più soltanto su criteri deduttivi che discendevano dai principi immutabili della dottrina cristiana, ma più aperto anche agli interrogativi che la realtà poneva.
Non è senza significato che un gruppo di preti bresciani stese un memoriale per il proprio vescovo, mons. Giacinto Tredici, in cui sottolineavano che i cattolici dovevano «assumere le loro responsabilità civiche», necessariamente distinte da quelle dell’istituzione «docente».
Con senso della laicità padre Luigi Rinaldini, fratello di Emiliano, già delegato diocesano Aspiranti dell’associazione, che sarebbe morto combattendo nelle Fiamme verdi, e gli altri suoi confratelli chiedevano alla gerarchia di ascoltarne la voce: «La Chiesa deve esigere dal laicato cattolico sincerità ed onestà nell’applicazione ai fatti dei principi di diritto naturale, ma deve poi accettare la relazione dei medesimi che esso ne dà».
Anche questa mi sembra che sia una feconda eredità della Resistenza, la quale per fortuna non è stata soltanto cattolica, ma che indubbiamente ha inciso anche nel tessuto ecclesiale.
Resistenza, Costituzione e democrazia
Ogni popolo fonda la propria identità collettiva in avvenimenti rilevanti e in una storia complessiva che consacra nelle proprie Istituzioni laiche.
La nostra pietra fondante è certamente la Costituzione repubblicana, i cui principi maturarono negli anni della Resistenza anche grazie a quei giovani partigiani che capirono che il male agiva indisturbato in Europa e andava fermato.
Come ebbe a scrivere il cardinale Carlo Maria Martini nel 1985, la Resistenza fu infatti una rivolta morale: «La loro ribellione è stata la scelta consapevole dell’umano contro il disumano, […] fu anzitutto un’opera di carità».
Non a caso dopo la Seconda guerra mondiale ampio spazio nel dibattito sulla forma istituzionale dell’Italia fu riservato a come porsi di fronte al fascismo sconfitto.
Da qui, in Assemblea Costituente, la domanda se l’Italia dovesse essere una Repubblica afascista o antifascista.
Alla fine emerse con convinzione la seconda visione.
Noto è il discorso in Assemblea Costituente del 13 marzo 1947 di Aldo Moro in cui rispondendo all’on. Lucifero, segretario del Partito Liberale, argomentava la scelta di marcare così nettamente l’orientamento della nuova realtà istituzionale.
Trascuriamo un elemento fondativo della nostra democrazia e della nostra libertà: la resistenza al nazifascismo fu atto consapevole, sofferto, talvolta attuato (anche dai cattolici) con le armi, talaltra con atti di sostegno alle forze partigiane, mentre in molti altri casi ancora fu azione di resistenza passiva al regime e di aiuto alle vittime delle sue violenze.
Ci si rendeva conto - e occorre sia chiaro ancora oggi - che il fascismo (e il suo alleato nazista) era, e rimane una vergogna che ha segnato la storia italiana e dal quale ci hanno liberato con il loro impegno e sacrificio i nostri genitori e i nostri nonni.
Molti resistenti venivano, fra l’altro, dalle fila associative.
Le sole Azione Cattolica e FUCI contano 1.481 martiri per la libertà, di cui 112 medaglie d’oro, 384 d’argento e 358 di bronzo.
Un tributo di sangue che ci impone di fare memoria, per ricordare chi ha dato la vita per la libertà di questo Paese e dell’Europa.
Come ebbe a dire Giovanni Paolo II, essi «resistettero non per opporre violenza a violenza, odio contro odio, ma per affermare un diritto e una libertà per sé e per gli altri, anche per i figli di chi allora era oppressore. Per questo furono martiri ed eroi. Questa fu la loro resistenza. Ugualmente operarono i popoli che erano stati aggrediti» (Domenica di Pasqua, 7 aprile 1985).
Ecco perché torniamo a parlare di Resistenza e di Liberazione, convinti che il 25 aprile non è solo una festa di commemorazione, ma un richiamo all’impegno civico, al senso della partecipazione attiva alla vita democratica.
La Liberazione richiama alla costante difesa della pace e della democrazia, e occorre vigilare affinché essa non venga annacquata in rivisitazioni storiche maldestre o tentativi strumentali attuati solo per dividere il Paese, come accaduto anche di recente.
Il “valore attuale” della Resistenza risiede nel fatto che tutti gli italiani vi si possano riconoscere e, richiamandosi alla Costituzione, possano agire per il bene del Paese.
Lezione 48. La resistenza italiana. Didattica on line FMST
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