Audio omelia sulla XXXIII domenica del Tempo Ordinario, anno A: la parabola dei talenti

La XXXIII domenica del Tempo Ordinario, penultima dell’anno liturgico, presenta la parabola dei talenti come un invito a vivere con responsabilità i doni ricevuti da Dio, senza lasciarsi paralizzare dalla paura. Il Signore affida a ciascuno beni, capacità, occasioni e responsabilità secondo le proprie possibilità e chiede che vengano accolti, coltivati e messi a servizio del bene.

Le letture della domenica collegano operosità, vigilanza e fedeltà: la donna forte del libro dei Proverbi lavora con le proprie mani e apre le palme al povero; san Paolo esorta i credenti a vivere come figli della luce; il Vangelo di Matteo mostra nei due servi fedeli l’immagine di chi fa fruttificare ciò che ha ricevuto e nel servo impaurito il rischio di seppellire il dono affidato.

Audio omelia sulla parabola dei talenti

La liturgia della XXXIII domenica del Tempo Ordinario

Questa domenica, la penultima dell’anno liturgico, le letture che la liturgia ci propone ci aiutano a comprendere che il Signore ci vuole responsabili dei “beni della creazione e della grazia affidati dal Padre alle mani dell’uomo”.

Nella prima lettura, tratta dal Libro dei Proverbi, elogia i meriti della donna di casa e la gioia di cui essa sa colmare il suo focolare. La qualità della donna perfetta sono la laboriosità, l’interesse per i poveri, il parlare con saggezza e bontà, il timore di Dio e la donazione totale al marito e ai figli che possono solo lodarla.

Nella seconda lettura, nella sua lettera ai Tessalonicesi, Paolo paragona la venuta del giorno del Signore a quella di un ladro, che non si sa quando viene, ed afferma che se saremo vigilanti e vivremo nella speranza, quali figli della luce e del giorno, non avremo nulla da temere.

Nel Vangelo di Matteo, possiamo meditare sulla famosa parabola dei talenti, che un padrone consegna ai propri servi a seconda di quanto pensa possa oguno farli fruttare. Come i servi che hanno avuto in dotazione i vari talenti, anche noi siamo chiamati a non considerare mai i doni di Dio come fredde pietre preziose, ma come semi da piantare e coltivare perchè portino a suo tempo frutto.

Prima lettura: la donna forte e operosa

Dal libro dei Proverbi

Una donna forte chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto. Gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita.

Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani. Stende la sua mano alla conocchia e le sue dita tengono il fuso. Apre le sue palme al misero, stende la mano al povero.

Illusorio è il fascino e fugace la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare. Siatele riconoscenti per il frutto delle sue mani e le sue opere la lodino alle porte della città.

Pr 31,10-13,19-20,30-1

Il significato del Libro dei Proverbi

Il Libro dei Proverbi è un testo contenuto sia nella Bibbia ebraica che cristiana. È stato scritto in ebraico, intorno al V secolo a.C., raccogliendo testi scritti da autori ignoti lungo i secoli precedenti fino al periodo monarchico (XI-X secolo a.C.).

È composto da 31 capitoli contenenti vari proverbi e detti sapienziali. Se è attribuito tutto al re Salomone, che ha regnato dal 970 al 931 a.C. , ciò è dovuto al fatto che questo re è considerato il “Saggio di Israele” , però solo la seconda e la quinta, le più antiche, delle raccolte possono rivendicare il suo intervento.

Le altre sono più recenti soprattutto la prima e l’ultima potrebbero risalire al V secolo. La sapienza che proviene dai Proverbi non rimane tesa ad una virtù puramente umana, conquista della ragione.

Nell’insieme del Libro essa assume un senso religioso e morale assai profondo: poiché questa condotta di vita è intesa come esigenza di fedeltà verso Dio, come “timore di Dio”. Ancora di più:il comportamento umano che si predica vuole essere come un riflesso del pensiero e dello stile di Dio, ossia della Sapienza divina, che, eterna, presiede alla creazione e all’ordine del mondo.

La donna forte come modello di vita

In questo brano, tratto dall’ultimo capitolo del Libro, viene “dipinta”a parole una donna, personaggio di gran fortuna nella vita e tradizione ebraica, più che in quella cristiana. Tale personaggio è un autentico modello di vita per le donne ebree lungo i secoli.

Vediamo a mano a mano formarsi il quadro di una donna oculata, pronta ad ogni evenienza, capace di destreggiarsi in qualunque circostanza. In poche parole, l’incarnazione di quella Signora Sapienza che sa passare dalla morale laica quotidiana, al senso degli affari, a più alti insegnamenti morali.

C’è anche un richiamo al tema della bellezza di scarsa durata:” Illusorio è il fascino e fugace la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare. E’ evidente che non si tratta di una donna bigotta, ma di una donna d’azione che ha sempre presente il progetto di Dio e l’acquisizione della sapienza che nasce dalla venerazione di Lui.

Il brano termina con un ammonimento: : “Datele del frutto delle sue mani e le sue stesse opere la lodino alla porta della città” . E’ un invito diretto a noi, che ci esorta a lodarla, come già facevano i membri della sua famiglia.

Una ragione di più per pensare alla “donna forte” come alla signora Sapienza che è madre di tutti noi.

Donna forte del Libro dei Proverbi al lavoro

Il Salmo 128: il timore del Signore e la fecondità della vita

Salmo 128 (127)

Beato chi teme il Signore.

Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie. Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene.

La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa; i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa. Ecco com’è benedetto l’uomo che teme il Signore.

Ti benedica il Signore da Sion. Possa tu vedere il bene di Gerusalemme Tutti i giorni della tua vita!

Il timore di Dio come sapienza

Il salmo presenta l'intima gioia famigliare concessa da Dio all'uomo che lo teme e cammina nelle sue vie. “Teme il Signore”; non è qui il timor servile, cioè il timore di incorrere nella punizione che ha il servo di fronte al padrone, ma è il timore che un figlio deve avere verso un Padre buono.

Il timore di Dio è principio di sapienza (Pr 1,7; 9,10; 15,23; Gb 28,28; Sir 1,14.16.18.20), cioè di conoscenza della parola di Dio nell'impegno di tradurla in viva esistenza, camminando così “nelle sue vie”.

"Della fatica delle tue mani ti nutrirai" cioè il tuo lavoro avrà buon esito. “Nell'intimità della casa”, avrà gioia dalla sposa, presentata nella bella immagine di una vite feconda; feconda di gioia, di vivacità, di operosità e di affetto.

A ciò si aggiunge la gioia data dai figli presentati come virgulto d'ulivo attorno alla mensa.

La benedizione che viene da Sion

Il salmo presenta un'invocazione di benedizione sull'uomo giusto: “Ti benedica il Signore da Sion. ”, dove Sion è il monte simbolo della stabilità delle promesse di Dio.

Veramente è giunta a noi la benedizione di Dio da Sion nel sacrifico redentore del Figlio. Tale benedizione è per tutti i popoli, e ha costituito la Chiesa, chiamata ad estendersi su tutta la terra per l'avvento globale della civiltà dell'amore, che è la Gerusalemme messianica (Ap 21,9s), la Gerusalemme senza le mura (Zc 2,8) .

“Pace su Israele”, invoca il salmo. E noi diciamo pace sulla Chiesa, l'Israele di Dio (Gal 6,16); come pace - quella che sgorga dall'accoglienza di Cristo - invochiamo su l'Israele etnico, cioè secondo la carne (1Cor 10,18), e su tutti i popoli.

Seconda lettura: vivere come figli della luce

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi

Riguardo ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte.

E quando la gente dirà: «C’è pace e sicurezza!», allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire.

Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro. Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre.

Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri.

1Ts 5,1-6

Il tempo dell’attesa

Paolo, continuando la sua lettera ai Tessalonicesi, dopo aver trattato il tema del ritorno imminente del Signore (che abbiamo approfondito la scorsa domenica ), in questo brano si ricollega a questo insegnamento per dare direttive pratiche circa l’atteggiamento da assumere nel periodo dell’attesa.

Riferendosi forse al desiderio di coloro che volevano conoscere il momento preciso della fine, dichiara che a questo proposito non ha nulla da aggiungere a quello che ha già spiegato oruna. Paolo si limita perciò a ripetere brevemente il suo insegnamento che coincide con quello della chiesa a primitiva: “sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte.

E quando la gente dirà: «C’è pace e sicurezza!», allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire”. Quelli perciò che si poggiano solo sulle proprie sicurezze, essi non sfuggiranno al giorno del Signore.

Proprio perché non erano in atteggiamento di vigilanza questo giorno sarà per loro una rovina e non potranno sfuggirvi.

Figli della luce e del giorno

Il profeta Amos (VIII a.C,) descriveva il giorno del Signore, al quale è impossibile sfuggire, dandocene una visione impressionante: “Che sarà per voi il giorno del Signore?Sarà tenebre e non luce.

Come quando uno fugge davanti al leone e s’imbatte in un orso; entra in casa, appoggia la mano sul muro e un serpente lo morde.(V.5,18-19)

Ma per rincuorare i destinatari del suo messaggio, Paolo afferma : “Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro”.

Emerge ancora la contrapposizione tra i credenti e i non-credenti. La vocazione cristiana ha sottratto i credenti al mondo tenebroso dell'ignoranza e della chiusura di fronte al futuro, per collocarli nella nuova situazione luminosa di apertura positiva alla salvezza di Dio.

Paolo sfrutta il motivo del dualismo luce-tenebre, cioè bene-male, salvezza-perdizione, conosciuto nell'ambiente giudaico di Qumran, variandolo con l'antitesi di giorno e notte “Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre”

Paolo ribadisce il concetto: i tessalonicesi sono figli della luce. Questo non è in virtù di una predestinazione come lo era per i membri di Qumran.

Piuttosto i tessalonicesi sono ammessi alla salvezza per il semplice fatto di aver aderito al Vangelo. Allo stesso modo coloro che sono esclusi dalla salvezza, i figli delle tenebre, lo sono poiché hanno rifiutato di credere al Vangelo e a Paolo che lo aveva loro annunciato.

Vigilanza, sobrietà e preghiera

Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri. Paola ritorna qui all'esortazione a distinguersi dagli altri, a non lasciarsi andare al torpore e alle ubriachezze, ma ad impegnarsi ad essere sempre vigili e pronti ad ogni evento.

In questo contesto ha molta importanza la preghiera, vista come un efficace mezzo con cui il credente ricupera ogni giorno il senso della sua vita e il rapporto con Dio e con gli altri.

Il Vangelo: la parabola dei talenti

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni.

A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.

Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due.

Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.

Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.

Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”.

“Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.

Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”.

“Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.

Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso.

Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.

Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse.

Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti.

Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha.

E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Mt 25,14-30

La struttura della parabola

Questo brano riporta l’ultima settimana trascorsa da Gesù a Gerusalemme prima della passione. Fa parte del discorso escatologico che Gesù aveva iniziato e questa parabola dei talenti è collegata all'insegnamento della parabola precedente delle dieci vergini, con la quale ha in comune il tema del regno di Dio.

Il racconto inizia riportando l’antefatto della parabola. Prima di partire per un viaggio un uomo chiama i suoi servi e consegna loro i suoi beni: a uno dà cinque talenti, ad un altro due, ad un altro ancora uno, ciascuno secondo la sua capacità.

Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due.

Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.

La resa dei conti ha luogo al ritorno del padrone, che avviene “dopo molto tempo” e questo potrebbe essere un’allusione alla parusia e al ritardo con cui essa si attua.

Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presenta altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”.

Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”, e negli stessi termini si svolge il dialogo con il servo che aveva ricevuto due talenti e che ne riporta altri due.

Viene infine il turno del terzo servo che si giustifica dicendo: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso.

Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. ». Ma il signore gli risponde: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. “ e conclude Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti.

Che cosa sono i talenti

“A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno” (Mt 25,15). Gesù ci racconta in questa domenica una parabola usando l’immagine del talento, un’unità di valore che era in circolazione al suo tempo in Grecia e in Palestina.

Si tratta di una “moneta” di grandissimo valore: circa 6000 denari e un denaro equivaleva allo stipendio di un giorno di lavoro!

In realtà il talento non era una moneta ma un’unità di misura della massa usata nel commercio e riferita in particolare ai metalli preziosi.

Per intenderci un talento era circa 58,9 kg di oro o di argento puro al tempo di Gesù, che anche oggi costituisce una somma di grandissima entità.

Noi, nel linguaggio comune, chiamiamo “talenti” le doti umane, le capacità personali, ad esempio l’intelligenza, ossia l’inclinazione naturale di una persona a far bene una certa attività.

Per Gesù, tuttavia, il riferimento è un altro. Nella parabola i talenti sono le occasioni che la provvidenza di Dio ci offre, le responsabilità che la vita ci chiede, i compiti che ci vengono affidati, le chiamate che la Parola ci rivolge.

Di talenti come questi ne riceviamo molti e quotidianamente, come singole persone e come comunità credente: sono davvero tante le chiamate che la vita ci rivolge e alcune hanno un valore enorme.

Elemento della parabolaSignificato
I talentiLe capacità, i doni, i carismi, il Vangelo, la rivelazione, la salvezza e le occasioni offerte dalla provvidenza di Dio.
La diversa quantitàIl dono affidato secondo le capacità di ciascuno.
L’investimentoL’impegno a far fruttificare ciò che è stato ricevuto.
La sepoltura del talentoLa paura e la rinuncia ad assumersi responsabilità.
Il ritorno del padroneIl momento del rendiconto e del giudizio.
La gioia del padroneLa partecipazione alla gioia del Regno.

Il talento non va confrontato, ma fatto fruttificare

La parabola racchiude un insegnamento fondamentale: Dio non misurerà né conterà i nostri acquisti, le nostre realizzazioni.

Non ci chiederà se abbiamo compiuto delle prodezze ammirate dal mondo, perché ciò non dipende da noi, ma è in parte condizionato dai talenti che abbiamo ricevuto.

Vengono tenute in conto soltanto la fedeltà, l’assiduità e la carità con le quali noi avremo fatto fronte ai nostri doveri, anche se i più umili e i più ordinari.

I due servi che ricevono cinque e due talenti ricevono la stessa lode, perché entrambi hanno agito con fedeltà e hanno raddoppiato ciò che era stato loro affidato. La parabola non invita quindi a confrontare quantità e risultati, ma a vivere responsabilmente il dono ricevuto.

La paura che seppellisce il dono

Ciò che innervosisce il padrone probablmente non è tanto il fatto che il servo non abbia fatto fruttificare il talento ricevuto, ma il motivo che adduce: egli non aveva una buon concetto del padrone, lo considerava duro e avido, e quindi non ha avuto il coraggio di rischiare per non incorrere in una punizione.

La risposta del padrone è chiaramente condizionata da questa falsa motivazione: se il servo pensava che egli fosse così rigido ed esoso, a maggior ragione avrebbe dovuto darsi da fare per far fruttificare il talento che gli era stato affidato.

La severità del padrone è quindi determinata non tanto dalla mancanza di profitto, ma piuttosto dal giudizio negativo che il servo si era fatto di lui.

Il terzo servitore, “malvagio e infingardo” ha una falsa immagine del padrone (di Dio). Il peggio è che non lo ama.

La paura nei confronti del padrone l’ha paralizzato ed ha agito in modo maldestro, senza assumersi nessun rischio. Così ha sotterrato il suo talento.

“A un certo punto è necessario vivere davvero, liberare il cuore dall’angoscia, ma soprattutto rispondere a Dio che ci chiama a vivere in pienezza e per sempre.

Fra tutte, però, ve n’è una che lo Spirito ci incoraggia ad affrontare con decisione ed è la paura di Dio: “Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra” dice uno dei protagonisti della parabola di Gesù (Mt 25,25).

Servo che nasconde il talento sotto terra

Dio affida i suoi beni e chiede responsabilità

La parabola dei talenti è fondamentale per capire in che modo ciascuno di noi può e deve edificare il Regno di Dio in mezzo agli uomini.

Essa dice, con estrema chiarezza, che la fannulloneria è deleteria e non è mai benedetta da Dio.

I motivi per imitare il servo infingardo possono essere tanti, ma rimane il fatto che non ci si dà da fare per mettere a frutto i doni ricevuti, e pertanto si è rei di morte eterna.

Sì, proprio così. Chi non lavora con zelo nella Vigna del Signore non potrà gustare la gioia del Paradiso perché nulla ha fatto per portare altri in Paradiso.

I patti sono chiari nel Vangelo e noi non possiamo pensare di non rispettarli o di cambiarli a nostro piacimento. Anche questa è grande saggezza da acquisire giorno per giorno.

Quando ritornerà, egli esigerà di sapere da noi come abbiamo usato il nostro tempo, cosa abbiamo fatto della nostra vita e dei talenti che abbiamo ricevuto, cioè delle nostre capacità.

Il premio per il buon uso sarà la partecipazione alla gioia del Signore, cioè al banchetto eterno.

Talenti, carismi ed evangelizzazione

Il giudizio dunque è sulle opere della fede (parabola delle dieci vergini) e anche sul nostro impegno a sviluppare i carismi ricevuti per metterli a servizio dell’evangelizzazione dei popoli.

Si comprende facilmente che questa parabola ci invita a sentirci responsabili gli uni degli altri.

Se io non metto a frutto il mio carisma, molti che avrebbero potuto conoscere e amare Gesù per mezzo mio, rimarranno nell’ignoranza di lui, non potranno essere attratti dalla multiforme sapienza dello Spirito Santo.

Non è poco, se ci pensiamo. I nostri talenti sono fondamentali per la missione salvifica della Chiesa.

Essi sono la ricchezza e la vitalità dell’evangelizzazione, e sotterrarli significa impoverire gli altri e impoverire se stessi.

I talenti possono significare le capacità naturali, i doni e i carismi ricevuti dallo Spirito Santo, ma anche il Vangelo, la rivelazione, e la salvezza che Cristo ha trasmesso alla Chiesa.

Tutti i credenti hanno il dovere di ritrasmettere questi doni, a parole e a fatti.

La vocazione personale e il servizio al Regno

I talenti sono la nostra ricchezza, della Chiesa e dell’umanità intera. Sono altresì la via obbligata per la nostra santificazione e al tempo stesso la via personale attraverso cui ciascuno di noi deve collaborare per l’edificazione del Regno di Dio.

Dico “deve” e non “può” perché in effetti è proprio dei nostri carismi che il Signore ha bisogno nel particolare contesto in cui viviamo per sua volontà.

In altre parole i carismi non sono da pensarsi come una via parallela, oppure opzionale, che possiamo liberamente scegliere di percorrere. Essi sono la via che lo Spirito Santo ha tracciato per noi.

Cogliere questo particolare è molto importante per non incorrere in una concezione alquanto vaga della vita cristiana che risulterebbe in fin dei conti sganciabile dalla sapienza divina.

Tutti dovremmo insomma chiederci: perché il Signore mi ha dato questo carisma e non un altro? Cosa vuole fare di particolare attraverso di me qui ed ora, in questo particolare tempo della storia della salvezza?

Dalla risposta a queste domande si deve partire se si vuole servire il Signore ed edificare il Regno di Dio in mezzo agli uomini.

Nello sviluppo del proprio carisma - e non in quello che altri possiedono - ci si deve specializzare. Se il Signore ha voluto questa via per noi, è inutile cercarne altre.

Questa è la via per dare il nostro prezioso contributo per la salvezza dell’umanità. Fare altro sarebbe semplicemente una perdita di tempo, uno sciupio di forze, un atto di grande superbia, un voler fare ciò che Dio non ha pensato per noi.

Una comunità che non soffoca i talenti

La nostra vita, quella di tutte e di tutti noi, non è altro se non contenitore capace di contenere il dono dei doni: la potenza di Dio, la vita di Dio -; contenere però per investire in dono.

Siamo chiamati a essere come anfore ricche, colme, traboccanti di dono, perché altri ricevano, perché altri prendano.

Eppure abbiamo impostato la nostra risposta a Dio più nella logica di quel servo condannato che non di quelli premiati.

In nome dell’umiltà, o per tenere a bada la superbia, abbiamo preferito costruire stili pastorali, comunitari, congregazionali chiedendo alle persone di vivere esattamente come quel servo che ha seppellito il suo talento…

E abbiamo chiesto (e chiediamo) a innumerevoli persone di tacere, di attendere, di custodire, di non manifestare.

Abbiamo (e forse ancora lo facciamo) accusato di superbia persone ricche di talenti, idee, creatività, esperienze.

Abbiamo (e forse ancora lo facciamo) non ascoltato, chiuso cuore e orecchie a chi aveva e ha idee non allineate, disturbanti, fuori dal coro.

E così facendo abbiamo impoverito Chiese, famiglie, istituti, comunità, carismi, associazioni, movimenti…

Ma ogni talento non è forse dono di Dio? Ogni talento non è forse dato perché il Regno cresca? Ogni talento non è forse il seme di ciò che ancora non c’è?

Ogni talento non è forse la fedeltà di Dio alle sue promesse? Ogni talento non è forse il rischio di un futuro che deve ancora sorgere?

E ogni talento non è forse una persona? In carne e ossa, con le sue parole, le sue ferite, la sua bontà, i suoi errori?

Possiamo davvero continuare a preferire le logiche di quel servo che il Vangelo stesso ha condannato?

Vivere il tempo dell’attesa

La prossima domenica sarà l’ultima dell’anno liturgico… e il clima in cui le letture di questo tempo ci inseriscono è tipico degli “ultimi tempi”, quelli escatologici, quelli che hanno a che fare non con la fine, ma con un nuovo inizio.

Tutti gli anni ci ritorniamo, e dovremmo - come in una sorta di ascesa a spirale - trovarci non allo stesso punto, ma sempre un po’ più in su, un po’ più vicini a Dio, un po’ più parte viva del Regno.

La parabola dei talenti parla della venuta di Gesù per il giudizio universale.

Dio si aspetta da noi una risposta gioiosa, un impegno che proviene dall’amore e dalla nostra prontezza ad assumere rischi e ad affrontare difficoltà.

Per vivere e non vivacchiare, come diceva il beato Pier Giorgio Frassati, prima o poi ciascuno è chiamato a fare i conti con le proprie paure e ad affrontarle: la paura di sbagliare, la paura di non farcela, la paura del giudizio degli altri, la paura di soffrire e di “morire”.

Di talenti come questi ne riceviamo molti e quotidianamente, come singole persone e come comunità credente: sono davvero tante le chiamate che la vita ci rivolge e alcune hanno un valore enorme.

Le sappiamo accogliere come occasioni oppure scaviamo una buca e ve le nascondiamo? Accettiamo di vivere allo scoperto oppure ci nascondiamo, pensando in questo modo di preservarci, di salvare noi stessi e il nostro futuro?

Lo Spirito grida in noi, dal giorno del Battesimo, la parola “Padre (Rm 8,15): ecco chi è Dio e colui che ci consegna i talenti perché li facciamo fruttificare; ecco chi ci consegna le occasioni per amare e per spendere noi stessi.

Lasciamo che il Vangelo entri nel nostro cuore, nei nostri pensieri, nella nostra memoria e vi porti luce e verità: lasciamoci evangelizzare nel profondo.

Solo allora vivremo allo scoperto e saremo servi che investono i propri talenti, persone che vivono, comunità che si impegnano per il Regno di Dio.

Entriamo in un rapporto di fiducia e di amore con Dio, come figli, e allora si sprigionerà dentro di noi un’energia nuova, il desiderio di amare, l’impegno per il bene, lo slancio al dono gratuito e generoso.

La preghiera come sostegno

Ogni tuo dono è un dono

Signore, Dio ricco di bontà e traboccante di fedeltà, donaci la forza interiore di aprirci al tuo dono, la libertà interiore di accogliere quanto ci offri e la determinazione di non lasciarci bloccare dalla paura di sbagliare.

Ogni tuo dono è un rischio, perché apre la nostra vita a una novità. Ogni tuo dono è un atto d’amore, perché dona alla nostra vita un oltre immeritato.

Ogni tuo dono è un sentiero, che chiede alla nostra vita di non ripiegarsi.

Signore Dio, Padre della vita nuova, possa ogni tuo dono diventare per noi un nuovo sì da pronunciare verso il mondo. Amen.

Preghiera dei fedeli

A Dio, nostro Padre, che ha fatto di noi, in Cristo e nello Spirito, il suo popolo santo, rivolgiamo con fiducia la nostra preghiera.

Preghiamo insieme e diciamo: Padre benevolo, ascoltaci.

  1. Per la grande famiglia dei battezzati: i doni e i talenti elargiti con larghezza dallo Spirito possano portare frutto a vantaggio di tutti. Preghiamo.
  2. Per i pastori, i teologi, i catechisti, le guide spirituali: il loro servizio sia attento ai segni dei tempi, all’evoluzione dei linguaggi, alla sensibilità e alle attitudini delle persone loro affidate. Preghiamo.
  3. Per coloro che nella società esercitano il potere: siano preservati da ogni tentazione di sopraffazione, e vivano con responsabilità il loro ruolo, sempre disposti a rendere conto del proprio operato. Preghiamo.
  4. Per coloro che per età, condizione sociale, malattia vivono in situazioni di disagio: possano ricevere particolare attenzione dalle istituzioni e premurosa cura da parte di chi si ispira al Vangelo. Preghiamo.
  5. Per noi che partecipiamo a questa Eucaristia e per i nostri fratelli e sorelle assenti: ci animi il desiderio di crescere nella comunione fraterna così da essere ovunque segno luminoso di vita. Preghiamo.

O Padre, tu accompagni e sostieni sempre la tua Chiesa in cammino nel mondo. Con la luce e la forza del tuo Spirito ridesta in noi una speranza viva, perché impariamo a riconoscere i segni della tua presenza negli avvenimenti della storia. Per Cristo nostro Signore.

Altre preghiere della celebrazione

Il tuo aiuto, Signore Dio nostro, ci renda sempre lieti nel tuo servizio, perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene, possiamo avere felicità piena e duratura. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

O Padre, che affidi alle nostre mani le meraviglie della creazione e i doni della grazia, rendici servi operosi e vigilanti, perché facciamo fruttare i nostri talenti per entrare nella gioia del tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

L'offerta che ti presentiamo, o Signore, ci ottenga la grazia di servirti fedelmente e ci prepari il frutto di un'eternità beata. Per Cristo nostro Signore.

Il mio bene è stare vicino a Dio; nel Signore ho posto il mio rifugio. (Sal 72,28)

«In verità io vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato», dice il Signore. (Cf. Mc 11,23.24)

Bene, servo buono e fedele: sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. (Mt 25, 21)

Nutriti da questo sacramento, ti preghiamo umilmente, o Padre: la celebrazione che il tuo Figlio ha comandato di fare in sua memoria, ci faccia crescere nell'amore. Per Cristo nostro Signore.

Il messaggio centrale dell’omelia

I tempi ultimi possono essere vissuti in molti modi. A noi è chiesto di viverli da figli della luce, che sanno correre il rischio della risposta, come quei servi la cui fedeltà al padrone sta proprio nel rischiare di moltiplicare il dono ricevuto, come quella donna forte che sa cercare, procurare, moltiplicare, donare.

La fedeltà non consiste nel conservare intatto il talento per paura di perderlo, ma nel riconoscere che ogni dono ricevuto è destinato alla vita, alla relazione, al servizio e alla crescita del Regno.

Che la Vergine Maria ci dia il coraggio di non nascondere i nostri carismi e di specializzarci in essi perché la missione della Chiesa sia per mezzo nostro efficace e feconda.

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