Atti degli Apostoli 2,1: significato e spiegazione della Pentecoste

Atti 2,1 presenta l’inizio della Pentecoste: mentre il giorno della festa sta per compiersi, i discepoli si trovano tutti insieme nello stesso luogo e attendono la promessa dello Spirito Santo. Il versetto significa che Dio porta a compimento una promessa già annunciata da Gesù e inaugura il tempo della Chiesa, chiamata a testimoniare il Vangelo fino agli estremi confini della terra.

Il punto centrale di Atti 2,1 è dunque l’unità orante della comunità: lo Spirito Santo viene donato a una Chiesa riunita, concorde e disponibile alla missione. La Pentecoste non è soltanto un’esperienza individuale, ma l’evento nel quale Dio forma una comunità nuova, capace di parlare a tutti i popoli e di annunciare le grandi opere di Dio.

Il testo di Atti 2,1-13

1Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. 2Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. 3Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, 4e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.

5Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. 6A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. 7Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? 8E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?

9Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, 10della Frigia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, 11Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio». 12Tutti erano stupefatti e perplessi, e si chiedevano l’un l’altro: «Che cosa significa questo?». 13Altri invece li deridevano e dicevano: «Si sono ubriacati di vino dolce».

Il contesto di Atti 2,1

Il brano scelto per questa ultima Lectio è il racconto lucano della Pentecoste (At 2,1-13). Dopo il prologo del libro (1,1-5), l’autore apre la narrazione riprendendo il racconto dell’ascensione (in collegamento con Lc 24,50-53). La comunità cristiana «attende» fiduciosa la promessa dello Spirito.

Nei precedenti racconti (ascensione ed elezione di Mattia) gli apostoli vengono a «trovarsi insieme» (v.6: synelthontes) a Gerusalemme. Il racconto dell’Ascensione (At 1,6-11) aveva preannunciato che la comunità avrebbe ricevuto la «forza dallo Spirito Santo» (dynamin epelthontons tou agiou pneumatos) e sarebbe stata “testimone” fino agli estremi confini della terra.

Gli apostoli non sono soli: mentre Gesù sale al cielo, essi si preparano a una missione senza precedenti. Alla comunità apostolica si associano alcune donne, discepole del Signore (di cui non si fa il nome). L’intera comunità è unita intorno alla «madre» di Gesù, Maria e ai suoi familiari (denominati «adelphous»).

Maria diventa «icona» della Chiesa missionaria, «madre della comunità del Signore, in attesa del dono dello Spirito nella Pentecoste.

«Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste»

La narrazione di At 2,1-13 si apre con una connotazione temporale carica di un forte significato teologico: il «giorno di Pentecoste stava per compiersi». Esso coincideva con la solennità giudaica detta «festa delle settimane» (cf. Lv 23,15-16) o anche «festa della mietitura» (cf. Es 23,16; 34,22; Dt 16,10) perché concludeva il tempo del raccolto a cinquanta giorni dalla Pasqua (cf. Tb 2,1).

Nel corso del tempo questa festa era diventata il giorno del ricordo del dono della Legge di Dio a Mosè sul Sinai. Tutti questi motivi fanno da prospettiva al racconto lucano, soprattutto nel considerare il tema del «dono» della nuova legge, che non sarà più scritta su tavole di pietra, ma è lo stesso Spirito Santo (cf. Rm 8,1-2).

Si tratta di un «compiersi» (sympleroō); Luca intende così sottolineare che c’è una promessa di Dio che sta per avverarsi: il dono dello Spirito consolatore promesso dal Cristo nei discorsi di addio ai suoi discepoli (cf. Gv 14-16).

Il verbo sumplēroō (συμπληρόω) compare nel Nuovo Testamento solo sotto la penna di Luca e significa “riempire interamente, compiere”. La stessa formula è usata in Lc 9,51, al momento cruciale della salita di Gesù a Gerusalemme: questo particolare indica che l’intento del narratore, con questo termine, è porre un segno di cesura, la fine di un’attesa e l’inizio di un nuovo periodo.

Luca inizia il racconto della Pentecoste con un riferimento temporale "Mentre si sta compiendo il giorno della Pentecoste": Ma questa frase, nel linguaggio dell'evangelista, è il segnale che sta iniziando un momento nuovo.

Là il racconto incomincia il lungo cammino di Gesù verso la città santa dove concluderà la sua vita con la sua morte e resurrezione, qui Luca racconta l'inizio della nuova Chiesa e quindi del nuovo popolo.

Il significato di «Pentecoste»

La festa di Pentecoste veniva 50 giorni dopo la Pasqua e inaugurava l'inizio della mietitura. E infatti, simboleggiava l'inizio della mietitura dei credenti che Dio avrebbe salvato e aggiunto alla Chiesa.

Quello che Dio aveva indicato circa 1500 anni prima, quando aveva stabilito queste feste, ora si stava adempiendo. Questo ci ricorda che Dio porta tutto a compimento, come ha dichiarato.

Ma essendo la Pentecoste una festa giudaica, la memoria di questa promessa corre lungo la storia di Israele e ricorda le profezie contenute sul dono dello Spirito nell’Antico Testamento: Mosè (Nm 11,29), Gioele (Gio 3,1-4), Geremia (Gr 31,31-34) ed Ezechiele (Ez 36,24-27).

L’effusione dello Spirito sulla Chiesa è quindi il compimento della promessa di Dio: tutti saranno profeti tra il popolo!

«Si trovavano tutti insieme nello stesso luogo»

Luca sottolinea l’unità della comunità apostolica: «tutti» si trovavano insieme nello stesso luogo (forse vi può essere un riferimento alla situazione di Nm 11, dove due delegati da Mosè, Eldad e Medad, non erano nella tenda del convegno, ma nell’accampamento).

La comunità cristiana che attende lo Spirito è caratterizzata dall’unità: sono tutti riuniti nello stesso luogo. Il dono dello Spirito, che come vedremo crea l’unità, in qualche modo anche la presuppone.

La concordia nella preghiera è il presupposto del dono dello Spirito (cf. At 1,14: perseveranti e concordi nella preghiera). Il primato della preghiera sul fare.

Il popolo riunito nello stesso luogo rimanda al popolo riunito alle pendici del Sinai.

La costruzione epì tò autò (ἐπὶ τὸ αὐτό), che letteralmente significa “sulla stessa cosa”, ha un sapore biblico: nella Settanta traduce infatti l’ebraico yahad (insieme), utilizzato nei Salmi come avverbio della vita comunitaria.

Il gruppo di credenti è riunito intorno ai dodici apostoli che, fra il tempo di Gesù e il tempo della Chiesa, sono i garanti della continuità.

Questi credenti si trovano a Gerusalemme, come Gesù aveva comandato loro, in attesa dell'arrivo dello Spirito Santo. Questi erano i 120 credenti che abbiamo visto nel capitolo 1.

Questi credenti stavano dove Gesù aveva comandato loro di essere, e erano di una sola mente. Essendo così, erano pronti perchè Dio operasse tramite loro.

Quanto è importante essere uniti con una sola mente per essere usati da Dio. Dio opera nel suo popolo quando esso è unito in una sola mente, non quando ognuno cerca la propria gloria o il proprio vantaggio, ma quando ognuno cerca la gloria di Dio.

Il fragore, il vento e il fuoco

Lo Spirito di unità scende sulla Chiesa riunita nel Cenacolo, con un rombo da cielo (ek tou ouranou echos: ricorda il battesimo di Gesù: Lc 3,22), riempiendo tutta la casa con la forza di un vento impetuoso (pnoēs biaias).

La descrizione è improntata alla teofania del Sinai (cf. Es 19,16).

Luca descrive l’esperienza dello Spirito utilizzando i simboli classici dell’azione potente e sovrana di Dio: il vento e poi il fuoco. Lo Spirito viene dal cielo, è un dono di Dio, sfugge al controllo e alle manipolazioni umane (cf. Nicodemo).

Il vento è una forza che irrompe, scuote e dona la vita. L’esigenza di respirare l’aria pulita dello Spirito, sottraendosi all’aria inquinata del mondo.

Notare il verbo “riempire”. Il vento riempie la casa, come lo Spirito riempirà il cuore degli Apostoli. L’agire di Dio riempie l’uomo, solo quell’agire colma le attese dell’umanità.

Ogni altra realtà è incapace di soddisfare la capacità e la ricerca dell’uomo. C’è una pienezza che riguarda la persona in sé, ma c’è anche una pienezza che riguarda la persona in ordine alla predicazione: solo una parola che trabocca da una pienezza è la Parola di Dio.

Il primo segno è un rumore come un vento impetuoso che soffia. In Giovanni 3:8, Gesù aveva parlato con Nicodemo, descrivendo lo Spirito Santo come un vento.

Non vediamo mai più questo suono nella Bibbia, e non è più una realtà oggi. Come faceva spesso, Dio stava mostrando in modo unico che questa era un'opera nuova e potente.

Non solo c'era questo suono fortissimo, ma c'era una manifestazione visibile dell'arrivo dello Spirito Santo.

Non era letteralmente fuoco, ma era come fuoco. Nell'Antico Testamento, il fuoco spesso rappresenta la presenza di Dio, soprattutto la sua santità, e la sua purezza, che consuma tutto quello che è impuro.

Questi credenti, tutti Giudei che conoscevano le Scritture, capivano da ciò che era come fuoco che Dio era realmente presente con loro.

Il simbolo del fuoco richiama le apparizioni di Dio nell’Antico Testamento, sottolineando la sua misteriosa santità (cf. Es 19,18; 21,17).

Spirito Santo vento e fuoco Pentecoste

Le lingue come di fuoco

Al v. 3 si descrive il prodigio: apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano (diamerizomenai) e si posavano (ekathisen) su ciascuno di loro.

L’immagine delle lingue di fuoco proviene probabilmente dalla tradizione giudaica circa il dono della legge al Sinai. Secondo questa tradizione la voce di Dio si divise in più lingue, addirittura in 70 lingue perché tutte le nazioni potessero comprendere (70 si riferisce alle 70 nazioni del mondo elencate in Genesi 10).

Luca vuole sottolineare l’universalità che caratterizza il tempo dello Spirito e l’abilitazione profetica del nuovo popolo: tutti possono proclamare “le grandi opere di Dio” (At 2,11).

Il tempo sognato dai profeti (cf. Gr 31,31-34; Ez £6,25-28) è divenuto realtà: lo Spirito scende a trasformare il cuore dell’uomo, la legge di Dio è scritta nel cuore.

Le lingue di dividono (il verbo è usato nella Bibbia per descrivere l’episodio della torre di Babele; Gn 11,8-9; cf. Dt 32,8) e si «posano» su ciascuno degli apostoli (verso usato per lo Spirito che si stabilisce sull’uomo).

Con queste immagini Luca vuole sottolineare la «presenza divina» dello Spirito Santo come fuoco purificatore che avvolge la comunità formata da ciascuno dei presenti e rinnova il cuore impaurito degli apostoli, trasformandolo con la sua forza interiore.

“Chi presso di me è presso il fuoco” (Origene, Omelia su Geremia). Il fuoco che brucia e trasforma la vita. Il coraggio di lasciarsi bruciare.

“Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! (Lc 12,49). E’ il fuoco dell’amore di Dio.

Il dono dello Spirito Santo

Al v. 4 si descrive l’effetto del prodigio: «tutti ripieni di Spirito Santo» (eplsēsthēsan pantes pneumatos agiou), cominciarono a parlare in altre lingue (ērxanto lalein eterais glōssais) con lo stesso potere dato dallo Spirito.

Gesù aveva promesso loro qualcosa di nuovo, qualcosa che non era mai avvenuto. Qua, quello che Gesù aveva promesso viene adempiuto.

La venuta dello Spirito Santo serviva per dare potenza ai credenti, con lo scopo di testimoniare di Gesù Cristo in tutto il mondo, iniziando da Gerusalemme.

La venuta dello Spirito Santo serviva per dare potenza ai credenti, con lo scopo di testimoniare di Gesù Cristo in tutto il mondo, iniziando da Gerusalemme.

Lo scopo della venuta dello Spirito Santo era dare la potenza necessaria per proclamare Gesù Cristo agli altri.

La pienezza dello Spirito Santo produce frutto spirituale che dà gloria a Dio.

L’azione interiore e trasformante dello Spirito diviene esternamente una nuova capacità di comunicazione.

L’avvenimento è in ordine alla Parola. Lo Spirito Santo nella sua missione non compie altro che la concezione del Verbo.

E’ per opera dello Spirito che ora la Parola di Dio, che è Cristo, si fa presente nel mondo.

Come all’annunciazione lo Spirito aveva reso possibile il concepimento di Gesù nel grembo di Maria, così ora lo Spirito rende possibile in concepimento di Gesù nella vita della Chiesa.

La storia della Chiesa non è altro che l’incarnazione che si prolunga nel tempo.

Che cosa significa parlare in altre lingue?

Come comprendere questo fenomeno straordinario? Il testo esprime bene un dato: gli apostoli si esprimono in lingue diverse e tutti i presenti a questo prodigio, provenienti da svariate regioni, comprendono la Parola proclamata.

Si tratta di un linguaggio universale, comprensibile ed intelligibile da tutti, di cui però non si menziona il contenuto (che sarà riassunto dal successivo discorso di Pietro).

La nostra traduzione dice: ‘si misero a parlare in altre lingue’. Di per sé non è esatto. II testo greco dice che lo Spirito li fa parlare “in lingue”.

Il testo greco dice che lo Spirito li fa parlare “in lingue”. Cosa vuol dire “parlare in lingue”? Vuol dire che l’interessato farfuglia, dice parole strane che lui stesso non capisce.

Infatti nel “parlare in lingue”, chi parla non sa cosa dice e tra gli astanti, capisce quello che lui dice solo chi è in sintonia con il messaggio che viene comunicato e ha quindi ricevuto il carisma di ‘interpretare le lingue’.

Il giorno di Pentecoste si manifesta soprattutto un linguaggio che raggiunge ogni persona nella propria lingua e nella propria cultura. Gli apostoli parlano, ma l’ascoltatore comprende.

Viene qui descritto un duplice fenomeno: quello della glossolalia e quello della comprensione che tutti hanno di quanto si dice.

La glossolalia indica il parlare ispirato e commosso che è dono dello Spirito del Signore, conseguente a una grande esperienza di Dio.

La comprensione che tutti hanno di quanto viene detto si riferisce a un linguaggio che è universale nel suo contenuto, perché si addice alla grandi attese del cuore umano.

In entrambi i casi sono “le grandi opere di Dio” a essere annunciate, il disegno di amore del Signore, la salvezza in Cristo.

Il discorso successivo di Pietro andrà proprio in questa direzione.

Il parlare in lingue come servizio alla comunità

Che scopo ha questo dono del ‘parlare in lingue’ che c’era nella Chiesa primitiva ed è stato ricuperato oggi da parte di alcuni gruppi, specie le comunità carismatiche?

Ha lo scopo di ricordarci che quello che viene comunicato non è opera dell’uomo, é dono di Dio.

E può essere utile per verificare se nella comunità c’è davvero qualcuno che è in sintonia con lo Spirito.

Perché se uno parla in lingue ma nessuno capisce quello che ha detto, vuol dire che lì c’è qualcosa che non funziona; la comunità fa acqua e questo spiega il contrasto dei versetti che seguono.

Il dono di parlare in lingue non è una dimostrazione di superiorità personale. È un dono che Dio dà a qualcuno, se glielo dà, per gli altri, come servizio agli altri, non per far crescere la persona.

È specificamente un dono per gli altri, per la comunità.

Infatti Paolo dirà: “È un dono molto meno importante dell’altro dono, quello di “capire” le lingue”.

Perché se c’è chi parla in lingue ma nessuno capisce è segno che la comunità ‘è fuori’ e il dono diventa un dono inutile.

Quello che è stato offerto dal Signore è dono dello stesso Spirito che ha distribuito come ha voluto, Non ci sono maggiori e minori valori tra i "carismi" o, per lo meno, non vanno valutati così i doni ricevuti.

Quello che serve è la verifica di come ciascuno sta offrendo un proprio contributo, gratuito, nella Comunità cristiana perché essa stessa si riconosca come luogo di Dio.

Infatti "a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune" (v 7) e tutti hanno qualche cosa di nuovo e di bello da portare.

Ma esiste un carisma più alto che arricchisce ogni realtà in armonia e a cui bisogna ambire con fiducia: esso è la carità (12,31).

Le reazioni della folla

Nei vv. 5-13 si descrive la reazione di stupore di meraviglia degli astanti, estendendo lo sguardo dalla «casa» a Gerusalemme e, in qualche modo, a tutte le nazioni che sono sotto il cielo.

La moltitudine si raduna sbigottita e confusa: sentono parlare gli apostoli ciascuno nella propria lingua nativa (v. 8). È lo Spirito che rende capaci i discepoli di comunicare a tutti i popoli.

Erano stupiti e fuori di sé per lo stupore dicevano: «Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei?

E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?

Il “come”, pōs (πῶς), non riguarda la modalità, ma l’origine di questa sorprendente capacità di comprendersi, che trascende i limiti e raggiunge ognuno nella sua cultura nativa.

Nei vv. 9-11 si passa in rassegna l’elenco dei popoli rappresentati, nell’intento di trasmettere ai lettori la dimensione universale del prodigio della Pentecoste.

L’elenco indica la «nuova umanità» che nascerà dalla forza dello Spirito mediante la predicazione della Parola.

Tutti potevano comprendere le «grandi opere di Dio» (ta megaleia tou theou).

La prima cosa da notare è quello che stavano dicendo. Troviamo la risposta nel v.11, in cui leggiamo che parlavano delle grandi cose di Dio.

I popoli presenti a Gerusalemme

Area o popoloIndicazione nel testo
OrienteParti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia
Giudea e Asia MinoreGiudea, Cappadocia, Ponto, Asia, Frigia, Panfìlia
Africa settentrionaleEgitto, parti della Libia vicino a Cirene
OccidenteRomani qui residenti
Altri popoliGiudei, prosèliti, Cretesi e Arabi

La linea direzionale descritta dall’elenco geografico-etnico indica il percorso da Est ad Ovest e da Nord a Sud, partendo dai lontani ed antichi popoli della Mesopotamia, attraverso l’Asia minore, l’Egitto fino a Roma, centro dell’impero e punto di arrivo della missione cristiana.

La menzione della Giudea dopo la Mesopotamia interrompe questa linea ideale, come anche le ultime due popolazioni (cretesi e arabi) risultano fuori dello schema indicato.

L’ordine si ricompone se in questo duplice appellativo universalistico si vede una nota riassuntiva di carattere universalistico che si potrebbe vedere nella prospettiva di «popoli della terra fera» (arabi) e delle isole (cretesi), cioè i popoli di ogni parte del mondo abitato (cf. At 2,5).

Pentecoste e universalità della missione

La comunità cristiana riceve un mandato «universale» ed è chiamata ad una missione «senza confini né particolarismi».

La terra promessa non è più un luogo circoscritto, ma tutta l’umanità che si apre al Vangelo di Cristo.

Ricordiamo l’espressione di Paolo: «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.» (Gal 3,28).

Questa progressione a partire da Gerusalemme ha una straordinaria valenza progettuale per comprendere l’intero libro di Luca: Gerusalemme è il luogo storico della testimonianza del Cristo morto e risorto; la Giudea e la Samaria sono le regioni limitrofe così diverse, chiamate entrambe ad accogliere il Vangelo; gli estremi confini della terra indicano l’universalità della missione della comunità.

Nei vv. 9-11 si passa in rassegna l’elenco dei popoli rappresentati, nell’intento di trasmettere ai lettori la dimensione universale del prodigio della Pentecoste.

La Chiesa è cattolica, universale fin dalla sua origine; questa è la sua natura. L’unità è il biglietto da visita della Chiesa.

La dimensione della comunità particolare nella Chiesa universale; la dimensione dell’unità fraterna.

Nel giorno della Pentecoste gli apostoli «escono dal Cenacolo» annunciando in ogni lingua le «meraviglie di Dio».

L’azione missionaria dell’evangelizzazione rappresenta la dinamica che la comunità è chiamata a vivere d’ora in poi.

Ciascuna comunità illuminata e confortata dall’azione dello Spirito Santo non può che essere una «comunità carismatica e missionaria».

Pentecoste e torre di Babele

Appare chiaro come il racconto della «unificazione delle lingue» sia in correlazione con la «dispersione dei popoli» a seguito della confusione delle lingue nell’episodio della torre di Babele (cf. Gen 11,1-9).

Il verbo sugcheō (συγχέω), “gettare nella confusione”, è lo stesso verbo usato, nella traduzione di Gen 11,9 da parte della Settanta, per indicare la confusione delle lingue provocata da Dio nell’episodio della torre di Babele.

Il giorno di Pentecoste si rivela come la risposta di Dio a Babele.

Ricordate Babele? In nome dell’orgoglio, della presunzione umana, si vuol costruire una società che arrivi al cielo: “Vogliamo essere come Dio”.

È la descrizione, di che cosa? Di una società fondamentalmente fondata sulla prevaricazione, sull’orgoglio, sulla prepotenza, sull’oppressione.

E cosa provoca, questo? La disgregazione: “Non si capiscono più”.

L’umanità dispersa e divisa dopo il tentativo di costruire un imperialismo religioso-politico viene riunita dalla forza dello Spirito Santo che è il vincolo dell’unità tra popoli diversi (convivialità delle differenze!).

L’umanità dispersa dopo il grande peccato ora è riunita per la forza dello Spirito.

Là, gente che parlava la stessa lingua, a un certo punto si di sperde perchè incapace di capirsi. Qui, gente che non si capisce, si trova riunita in un linguaggio che accomuna.

È la realizzazione della promessa fatta da Dio ad Abramo: “In te saranno benedette tutte le genti”.

Verrà detto il bene su tutte le genti. E il bene cos’è? È l’opposto del male.

Se il male ha provocato la disgregazione, il bene provoca la ri-congregazione.

Il che vuol dire che, come comunità cristiana, quando non siamo capaci di superare le nostre diversità, quindi di sentirci uniti insieme nonostante esse, noi in quel momento rifiutiamo lo Spirito.

Invece, quando noi troviamo la forza, non solo di accettare le diversità, ma di sentirci comunità ‘nonostante’ le diversità, in quel momento accogliamo lo Spirito, viviamo il dono dello Spirito.

Nella parrocchia, nella famiglia, nelle associazioni, nei gruppi… Lo Spirito fa, di persone diverse, una realtà sola. Le fa diventare ‘Chiesa’.

Torre di Babele e Pentecoste confronto

La domanda: «Che cosa significa questo?»

Con la domanda sul «senso» dell’avvenimento dello Spirito si conclude il racconto a cui segue il discorso di Pietro (2,14-36).

Tutti erano stupiti e perplessi, e si chiedevano l’un l’altro: «Che cosa significa questo?».

La parola che Pietro pronuncerà subito dopo smaschera i falsi alibi di chi ha paura del nuovo e fa maturare la comanda di chi si apre al mistero di Dio.

Di fronte a questo prodigio, c’è chi crede con stupore e meraviglia (2,7.8,12) e chi resta nel suo scetticismo, criticando superficialmente l’evento («sono ubriachi di mosto!»).

Luca ci presenta i due possibili atteggiamenti di fronte ai «segni dello Spirito».

La reazione di stupore e la incomprensione. La Parola del Signore donata dallo Spirito continua a dividere come la spada evangelica.

La vicenda della Chiesa degli inizi è la vicenda della Chiesa di sempre, perché il dono dello Spirito è permanente.

Permanente è , dunque, tutto quanto la pagina degli Atti ci riferisce in merito alla prima Pentecoste.

La Pentecoste come compimento della Pasqua

L’evento della Pentecoste segna il compimento del progetto di Dio, secondo quanto Gesù aveva preannunciato (cf. Lc 24; Gv 16).

Fissiamo la nostra attenzione sul mistero dello Spirito Santo, potenza di Dio che opera nella nostra storia.

Il prodigio della Pentecoste porta a compimento il Mistero Pasquale di Cristo: dopo la sua morte e risurrezione, Gesù ascende al Cielo e invia lo Spirito di Santità e di amore affinché la Chiesa possa proseguire la sua missione.

Dio compie le sue promesse e non ci abbandona nella vita: bisogna imparare ad aspettare e a vivere nel suo amore, in attesa che sia Lui il protagonista di ogni nostro progetto.

A partire dal dono dello Spirito Santo alla Chiesa, inizia un nuovo tempo che caratterizza l’ultima fase della «storia della salvezza», prima della venuta finale del Signore.

La comunità cristiana è investita di un mandato che non può tradire: annunciare il Vangelo della salvezza fino agli estremi confini della terra.

In continuità con le promesse dell’Antico Testamento e la pienezza della rivelazione in Cristo crocifisso e risorto, la Chiesa esercita ora il suo mandato universale mediante l’azione dello Spirito vivificante.

Il significato ecclesiale di Atti 2,1

La lettura del brano degli Atti degli Apostoli ci descrive la primitiva comunità cristiana, quella nata dalla Pentecoste e dall’annunzio degli Apostoli di Gesù Signore.

La Chiesa è Comunità perché deve essere il segno, il riflesso della Trinità; è una comunità d’amore.

Vogliamo parlare della comunità cristiana, non in astratto, ma come ci viene presentata negli Atti degli Apostoli: una comunità di persone convertite.

Questa è la comunità di coloro che al sentire proclamare da Pietro l’annuncio di Gesù Signore si sentirono trafiggere il cuore dal pentimento; è nata dall’insieme di coloro che hanno avuto il cuore trafitto dal pentimento, dalla conversione.

Oltre questo momento di cambiamento profondo, si spalanca una porta di grande gioia, perché pochi brani della Sacra Scrittura traspirano gioia, pace e speranza, novità di vita come queste poche righe che ci descrivono la primitiva comunità cristiana.

Il movimento centripeto

Questa comunità è contraddistinta da un movimento centripeto, cioè di coesione tra i credenti e dunque anche di distacco dal mondo; è un gruppo di persone che sono tirate via dal mondo e messe insieme con una solidarietà nuova, che si chiama Amore, la condivisione fraterna, il mettere insieme, il gioire insieme.

Sono uomini tratti dal mondo, e questo momento intimo della comunità cristiana è costituito da alcuni fattori precisi: sono insieme perché li tiene insieme una realtà fortissima, la più forte del mondo, che si chiama Spirito Santo, che agisce attraverso l’insegnamento degli Apostoli, perché quando gli Apostoli parlano è lo Spirito che fa eco nella loro parola, nel cuore di chi ascolta, e dunque questa parola è fortissima, è diversa da tutte le altre.

Sono uniti da un’unione fraterna, cioè dalla carità, che è anch’essa frutto dello Spirito; sono uniti nella frazione del pane, cioè intorno all’Eucarestia e nella preghiera.

Questa unione si manifesta anche all’esterno, con segni visibili, perché condividono anche i beni: quelli che hanno dei beni li vendono per poter fare comunità, condivisione, sicché non c’è nessuno povero tra di loro.

La comunità cristiana è fondamentalmente una comunità di preghiera, di vita interiore, di comunione fraterna che sprigiona gioia, letizia.

Letizia: è la prima volta che questa parola compare nella storia della Chiesa; prima c’era tristezza: tristezza perché Gesù partiva, tristezza perché era asceso al cielo.

Adesso, per la prima volta, si comincia a parlare di letizia: “…prendevano i pasti in letizia” e in questo brano ogni singola parola deve essere da noi presa per quello che vale, cioè la sintesi di tutto un atteggiamento di vita.

C’è gioia, gioia, gioia profonda tra questi fratelli, e la loro gioia costituisce il motivo di maggiore attrazione per gli altri che li guardano “con simpatia”, e “ogni giorno si aggiungevano alla comunità numerosi altri che erano chiamati”, chiamati dal Signore, ma attraverso i segni che vedevano di questa gente nuova, di questi uomini nuovi.

Il movimento centrifugo

Il secondo elemento che costituisce questa comunità nuova, la Chiesa, è un movimento, contrario al primo, centrifugo: dal cenacolo, dove stanno insieme, li porta fuori, verso le strade, ed è il primo movimento che abbiamo notato appena ricevuta la Pentecoste: gli Apostoli escono in strada a proclamare con forza inaudita che Gesù crocifisso è risorto.

È dunque una comunità che è presa dal mondo ma costituita per il mondo, è una comunità sacerdotale, perché questo è stato detto nel Nuovo Testamento dal sacerdote: l’epistola agli Ebrei dice che “Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio…” (Eb 5,1).

Così questa comunità cristiana nell’insieme è il nuovo popolo sacerdotale, il popolo dell’Alleanza che è tirato fuori dal mondo, è diviso, separato dal mondo, non per essere isolato, a sé stante come un’élite, ma per essere mandato allo sbaraglio per il mondo.

Infatti gli Apostoli non vanno per il mondo a sentire lusinghe: vanno per essere fustigati, giudicati subito dal Sinedrio.

Ma in mezzo a queste difficoltà portano la fiamma, perché è una fiamma che si è accesa a Pentecoste: Gesù Cristo è il Signore; e con questa fiaccola hanno incendiato il mondo.

Non tutti devono fare contemporaneamente queste due cose; la Chiesa, nel suo insieme è formata da tanti carismi, ci sono gli Apostoli che vanno in piazza a gridare e ci sono i diaconi che dividono il pane per le vedove, cioè curano i bisogni concreti degli uomini.

Non tutti dunque fanno le stesse cose, ma tutti insieme partecipano di tutto perché anche quelli che restano a casa partecipano di questa missione della Chiesa.

Maria è il prototipo di coloro che non scendono mai in piazza, che non fanno udire in piazza la loro voce, perché rimane nel cenacolo, rimane in preghiera.

E senza la preghiera di Maria e delle donne nel cenacolo, noi non sappiamo se la voce di Pietro avrebbe avuto quel timbro irresistibile che fece crollare il cuore di tremila persone.

Così è l’esperienza della Chiesa: ci dimostra che la forza dell’annuncio cristiano nasce dalla profondità della preghiera, della contemplazione.

Atti 2,1 e la Chiesa come comunità carismatica

La comunità è una «famiglia carismatica», che non deve «spegnere lo Spirito»; al contrario, deve accoglierlo e lasciarsi guidare dall’azione dello Spirito.

In particolare il dono ricevuto tocca la dimensione profetica della comunità cristiana: «cominciarono a parlare in altre lingue» in piena libertà e «parresia» (franchezza profetica).

In tal modo si porta a compimento la promessa auspicata da Mosè (cf. Nm 11,29) ed annunciata da Gioele (Gio 3,1-5): un giorno tutto il popolo diventerà profeta e lo Spirito di Dio scenderà in ciascun credente.

Tutti siamo chiamati a vivere nella forza attrattiva dello Spirito Santo, ciascuno secondo il dono ricevuto, al fine di edificare la Chiesa, tempio dello Spirito.

Dall’evento della Pentecoste si può comprendere come Dio abbia operato mediante il suo spirito nella vita dei grandi protagonisti biblici: da Abramo agli apostoli.

Lo Spirito ha guidato Gesù nel suo donarsi per la salvezza del mondo, ha sostenuto la Vergine Maria, ha ricolmato di forza i testimoni mandati da Dio (Giovanni Battista ecc.) e prosegue la sua opera nella comunità cristiana.

La Pentecoste ha questo frutto: creare la Comunità, queste Comunità.

Se dunque nella Chiesa ci deve essere una nuova Pentecoste, nella Chiesa devono nascere Comunità come quella che leggiamo descritta negli Atti degli Apostoli.

Questa è una logica ferrea. La nuova Pentecoste si disperderà in pochi anni come una fiammata se da essa non nascono in seno alla Chiesa queste comunità cristiane così fatte: assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli, nell’unione fraterna, nella frazione del pane, nella preghiera, nella gioia, nella condivisione fraterna.

Questo è un annuncio per noi! Non è una rievocazione nostalgica di quella Chiesa meravigliosa di pochi anni di Gerusalemme; quella Chiesa di Gerusalemme resta il prototipo, lo stimolo, il modello per tutti i secoli: così devono essere le comunità cristiane.

La presenza di Maria e l’attesa dello Spirito

Gli apostoli non sono soli: mentre Gesù sale al cielo, essi si preparano a una missione senza precedenti.

Alla comunità apostolica si associano alcune donne, discepole del Signore (di cui non si fa il nome).

L’intera comunità è unita intorno alla «madre» di Gesù, Maria e ai suoi familiari (denominati «adelphous»).

Maria diventa «icona» della Chiesa missionaria, «madre della comunità del Signore, in attesa del dono dello Spirito nella Pentecoste.

Si tratta dell’ultimo riferimento biblico alla figura di Maria, della quale il Nuovo Testamento non ci dirà più nulla.

Maria è il prototipo di coloro che non scendono mai in piazza, che non fanno udire in piazza la loro voce, perché rimane nel cenacolo, rimane in preghiera.

Una lettura spirituale di Atti 2,1

L’effusione dello Spirito ricalca il modello delle teofanie dell’Antico Testamento: un segno prodigioso dal Cielo, il vento, il fuoco, lo stupore: Dio dona liberamente lo Spirito a chi vuole per un progetto di vita.

L’azione dello Spirito pervade il cosmo, luogo e tempo, interiorità ed esteriorità del creato e dell’uomo (cf. Pr 1,7): non possiamo sottrarci all’azione di Dio e alla sua forza trasformante.

La novità che bramiamo non proviene dal nostro buon impegno, ma dall’iniziativa di Dio stesso che «fa nuove tutte le cose» (Ap 21,5).

Dio compie le sue promesse e non ci abbandona nella vita: bisogna imparare ad aspettare e a vivere nel suo amore, in attesa che sia Lui il protagonista di ogni nostro progetto.

Il punto importante da capire qua è che spesso, per venire incontro alla debolezza della fede dell'uomo, Dio inizia facendo qualcosa in modo più visibile, cosa che dopo non serve, perché ha già fatto capire che è egli all'opera.

Solitamente, l'opera dello Spirito Santo è invisibile. Dio realizzò questa prima venuta dello Spirito Santo sui credenti in modo visibile.

Lo Spirito non ci consegna l'infallibilità nelle nostre relazioni di un cammino ancora esistente, non ci dà soluzioni, ma ci aiuta a penetrare più profondamente nel tempo il valore delle persone e delle cose, non ci fa padroni né vincitori ma ci rende umili servi della presenza nuova che vuole rigenerare ognuno di noi e il mondo entro cui viviamo.

Le parole chiave per pregare il testo

  • stava compiendosi
  • Pentecoste
  • un vento
  • riempì tutta la casa
  • lingue come di fuoco
  • furono colmati di Spirito Santo
  • cominciarono a parlare
  • il potere di esprimersi
  • Gerusalemme
  • ogni nazione che è sotto il cielo
  • la folla
  • rimase turbata
  • fuori di sé per la meraviglia
  • parlare nella propria lingua nativa
  • grandi opere di Dio
  • «Che cosa significa questo?»

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