Sacerdote di Monte Claro e bambina di 5 anni: arresto, interrogatorio e custodia cautelare

Nel corso dell’udienza di convalida dell’arresto, il sacerdote ha risposto a tutte le domande del giudice e del pm e, da quanto appreso, avrebbe ammesso di essersi appartato con la bambina e che non era la prima volta che accadeva. Durante l'interrogatorio del 24 luglio, don Paolo Glaentzer ha affermato: "Ignoravo l'età della piccola. Pensavo che avesse qualche anno in più, tipo 14 o 15 anni".

Il prete ha confessato anche di aver avuto incontri analoghi con la bimba "almeno in altre tre occasioni", specificando poi che era sempre stata la piccola a prendere l'iniziativa. "Dal momento dell'arresto ad oggi ho pensato a quanto accaduto e mi rendo conto di aver sbagliato", ha affermato ancora don Paolo.

Le valutazioni del giudice

Per il giudice, l'anziano avrebbe circuito la piccola approfittando dal suo ruolo di sacerdote e della conoscenza con la famiglia, iniziata diversi anni fa. Secondo il gip, il sacerdote avrebbe potuto ancora abusare di lei, se non fosse stato sorpreso da due vicini di casa e poi bloccato dai carabinieri.

Lo si legge nell'ordinanza che dispone la custodia cautelare ai domiciliari: per il giudice, i fatti dimostrano "un pervicace radicamento dell'indagato in siffatte devianti e illecite modalità di condotta".

La vicenda di Monte Claro

A distanza di alcuni giorni dalla morte del bambino di quindici mesi investito e ucciso sulle strisce pedonali in via Cadello, domenica 6 febbraio alle 9:30, proprio davanti all'ingresso del Parco di Monte Claro, diverse associazioni si ritroveranno per chiedere maggiore sicurezza nelle strade cittadine per gli utenti deboli della strada.

Tutti i partecipanti indosseranno indumenti di colore bianco, "nella memoria e nel ricordo di tutte le vittime innocenti della strada". "La tragedia di via Cadello rappresenta solo l'ultimo di una lunga serie di episodi drammatici a danno di pedoni sulle strisce pedonali, accaduti a Cagliari nel corso degli ultimi anni", fanno sapere gli organizzatori.

La manifestazione per la sicurezza stradale

Gli organizzatori erano Amici della Bicicletta Cagliari, Associazione Familiari e Vittime della Strada Onlus, Ciclofficina Sella del Diavolo, Donne in Bici e Micromobilità, Facendo cose a Cagliari, Fiab, Green Peace, Legambiente, Mesa Noa Coop food e Utenti Trasporto Pubblico Sardegna.

"Quanto accaduto martedì 1 febbraio ci invita a prendere una posizione netta rispetto a due problematiche annose che caratterizzano molte strade della nostra città: quello dell'eccesso di velocità da parte di troppi automobilisti incauti e quello della presenza di strade urbane che sono strutturalmente insicure e pericolose per tutti gli utenti deboli della strada (pedoni, ciclisti, persone in monopattino, portatori di handicap, famiglie con carrozzine)".

"Il sindaco di Cagliari ha sempre dichiarato che la sicurezza stradale è priorità della sua amministrazione ma in quasi tre anni nulla è stato fatto per ridurre il traffico automobilistico e poco si è fatto per la messa in sicurezza delle strade più pericolose della città - osservano -. Servono provvedimenti urgenti per interrompere questa vera e propria strage di innocenti sulle nostre strade."

"Non solo quanto scritto sopra ma anche incentivando l'utilizzo di mezzi di trasporto più sostenibili come il trasporto pubblico e la bicicletta; con infrastrutture apposite".

Parco di Monte Claro a Cagliari

Il funerale del bambino investito in via Cadello

Sono stati celebrati oggi pomeriggio a Cagliari i funerali del piccolo Daniele Ulver, il bimbo di 15 mesi travolto e ucciso sul passeggino da uno scooter che lo ha preso in pieno mentre la mamma attraversava la strada sulle strisce pedonali, in via Cadello, vicino al parco di Monte Claro.

Come voluto espressamente dalla famiglia le esequie, con rito cattolico e rito ortodosso (il papà della piccola vittima è russo), si sono svolte in forma riservata. Erano presenti solo i familiari e un gruppo di vigili del fuoco, compagni di corso del padre del piccolo Daniele.

Domenica prossima dieci associazioni ricorderanno il piccolo Daniele con un sit-in davanti all'ingresso del Parco di Monte Claro.

Altri procedimenti per accuse di abusi da parte di sacerdoti

Davanti ai giudici del Tribunale di Cagliari è cominciato il processo all'ex parroco di un paese sardo, R. M., di 70 anni, accusato di violenza sessuale nei confronti di una bimba di 10 anni. Davanti al collegio della seconda sezione penale dei Tribunale la vittima delle presunta violenza ha rinnovato le accuse nei confronti del prelato messo in pensione dalla Curia dopo lo scoppio del caso.

Sentita a porte chiuse, la bimba che ora ha 12 anni, ha risposto alle domande del pubblico ministero Guido Pani e del difensore del sacerdote, Sebastiano Cheri. Secondo l'accusa, due anni fa il parroco avrebbe palpeggiato la bambina di 10 anni nei pressi della canonica, cercando anche di baciarla senza riuscirci.

L'ex parroco non era presente in aula. Dopo la deposizione della presunta vittima, il presidente Massimo Poddighe ha aggiornato l'udienza al 23 febbraio prossimo.

Il caso di Serina e la lettera a Papa Francesco

La vittima denuncia il prete pedofilo che l’ha molestata quando era bambina. Ma nel paese parte una raccolta di firme a sostegno del sacerdote, benché condannato in via definitiva a sei anni di carcere.

È ciò che è avvenuto a Serina, un paese di 2mila abitanti in provincia di Bergamo. La vittima ha, però, deciso di uscire allo scoperto e scrivere una lettera a Papa Francesco.

Valentina Cavagna, oggi 23enne, ha preso carta e penna e si è rivolta direttamente a Bergoglio dopo che mille abitanti del suo paese, ovvero la metà, hanno sottoscritto la lettera in favore del prete che si è sempre dichiarato innocente.

Chiudendo recentemente il summit sulla pedofilia in Vaticano, il Papa ha assicurato che “se nella Chiesa si rilevasse anche un solo caso di abuso - che rappresenta già di per sé una mostruosità - tale caso sarà affrontato con la massima serietà”.

Parole che hanno spinto la ragazza a raccontare la sua storia. “Caro Papa Francesco, - inizia la lettera - sono Valentina e vorrei raccontare la mia storia. Quando ero bambina, un prete del mio paese, don Marco Ghilardi, ha abusato di me.

Era anche il mio maestro di religione alle elementari. Purtroppo, ho aspettato molti anni per denunciare, perché avevo paura di non essere creduta, anche perché questo prete era molto attaccato alla mia famiglia.

Infatti, veniva anche a mangiare da noi. In cuor mio, però, mi sono sempre detta che, compiuti i 18 anni, l’avrei denunciato. Così ho fatto, il primo luglio 2013.

Il paese non era dalla mia parte. Al primo processo lui è stato assolto, mentre negli altri due i giudici mi hanno creduto.

A ogni udienza c’era sempre qualcuno per lui, anche l’ex sindaco. Sono comunque fiera di me stessa, perché non ho mai mollato.

Sono sempre stata una contro tutti e, finalmente, a gennaio di quest’anno si è concluso tutto. O, almeno, così pensavo”.

La raccolta di firme e le conseguenze per la vittima

La storia, infatti, non finisce qui. “Il 28 febbraio - racconta ancora la ragazza - è uscito l’articolo in cui si scriveva che il sacerdote era in carcere.

Il primo marzo mi sono trovata nella bacheca sotto casa un foglio con la raccolta delle firme per mandargli una lettera. Quando l’ho visto mi sono arrabbiata molto.

Ognuno può avere il pensiero che vuole, non pretendo che, nemmeno dopo la sentenza, il paese sia dalla mia parte. Vorrei, però, che chi vuole sostenere il sacerdote lo facesse privatamente, non diffondendo quel foglio ovunque.

Sono anche io una persona di Serina e continuo a viverci. Una persona, sotto casa, mi ha detto che dovrei abbassare la testa per quello che ho fatto.

Anche la mia famiglia si ritrova spesso a dover rispondere di questa storia. A discuterne. Chi mi incontra mi saluta a fatica.

Non chiedo che vengano ad abbracciarmi. Ma nessuno, mai, mi ha chiesto una volta come sto. Ho momenti in cui esplodo e piango.

Si ripete sempre di denunciare, ma se poi una ragazza si trova in questa situazione come può avere il coraggio di farlo?”.

Valentina sottolinea, inoltre, che “il processo è finito, i giudici hanno deciso. Ma quella sotto processo sono io e non vedo una via d’uscita.

Per questo motivo le scrivo. Lo faccio attraverso il giornale perché si è diffusa la notizia della raccolta firme. Non ho mai cercato pubblicità, anzi.

Vorrei incontrarla per sentirmi compresa da lei. Per me sarebbe un modo per andare avanti. Per me e per la mia famiglia.

Penso che anche a Serina cambierebbe qualcosa. Mi creda, non sono felice perché un prete è in carcere, anche se penso che sia giusto, dopo anni da quello che è successo.

Non mi consola nemmeno, tanto la ferita mi rimarrà. Però se avesse ammesso, qualcosa sarebbe cambiato. Almeno l’atteggiamento della gente”.

Le reazioni della Chiesa e delle istituzioni

Parole alle quali finora non c’è stata nessuna risposta né della Santa Sede, né della Conferenza episcopale italiana. Proprio quest’ultima ha recentemente approvato il regolamento del Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nella Chiesa.

Così come nessuna risposta è arrivata, al momento, dal vescovo di Bergamo, monsignor Francesco Beschi, diocesi della quale fa parte il paese della vittima.

Il trauma e la risposta della comunità

“Quello di Serina - spiega a ilfattoquotidiano.it Francesco Zanardi, presidente della Rete L’abuso, l’associazione dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero - purtroppo non è un caso isolato.

Ricordiamo la vicenda analoga di don Luciano Massaferro, di Alassio, in provincia di Savona, dove organizzarono addirittura una fiaccolata in sostegno del sacerdote che passò sotto casa della vittima, piuttosto che il caso di Giada Vitale, di Termoli.

Purtroppo questi episodi spesso derivano principalmente dalla cultura. Il nostro Paese fino a non molti anni fa aveva come prima figura di riferimento il sacerdote, poi veniva il medico, il maresciallo e infine il primo cittadino.

A fare nascere poi i giudizi nei confronti delle vittime è il fatto che troppo spesso non si conosce la materia”.

Proprio alla vigilia dell’apertura del summit sulla pedofilia tenutosi in Vaticano, Zanardi è stato ricevuto dai membri del comitato organizzatore e ha potuto portare la sua esperienza insieme a quella di altre 11 vittime presenti.

“Ancora oggi - precisa il presidente della Rete L’abuso - molti pensano che la pedofilia o l’abuso sessuale porti a un danno ‘fisico’, qualcosa di visibile nell’immediato e spesso non ci si rende conto che invece il trauma è psicologico.

Quando poi, come in questo caso il soggetto è una donna si innestano anche una serie di altri pregiudizi e si finisce col produrre valutazioni o reazioni come questa, reazioni che difficilmente vediamo quando la vittima è un uomo.

A mio avviso, quando si verificano cose del genere, credo che intanto dovrebbe essere la stessa Chiesa a dover cercare di dissuadere dal mettere in atto queste iniziative.

Se nel nostro Paese ci fossero più informazione e maggiori campagne di consapevolezza, probabilmente le persone rifletterebbero di più prima di avviare certe iniziative”.

Eppure a Serina il paese è spaccato letteralmente in due. Nella lettera i cittadini confessano lo “sgomento” dopo la sentenza di condanna di don Marco Ghilardi.

“Avendo vissuto a contatto con te più anni - scrivono i fedeli - e condiviso più iniziative a favore della comunità di Serina vogliamo esprimere un atto di sostegno della tua persona.

Sappiamo che tanti ti sono vicino in forma epistolare e qualcuno viene a trovarti”.

I cittadini vogliono “dare ancora più forza al sentimento di impotenza e ingiustizia che proviamo. Sappiamo che anche in questa esperienza saprai vedere il bene e fare del bene, anche se è davvero un calice amaro.

La sofferenza lascerà sicuramente un solco, ma vogliamo condividerla per alleggerire il tuo peso”.

Al processo, l’ex sindaco Giovanni Fattori è sempre stato presente: “Ho firmato anche io. Questa iniziativa rispecchia il dolore nel cuore della gente di Serina.

Si crede nella giustizia, ci mancherebbe, ma la verità processuale non collima con la convinzione di chi ha firmato”.

Parole dalle quali si smarca decisamente l’attuale primo cittadino, Giorgio Cavagna: “Se nella lettera, che ancora non ho visto, si esprime solidarietà umana è un conto.

Se una persona ha sbagliato, cosa che io non so ma c’è una sentenza, e soffre, avrà la mia comprensione umana.

Ma diverso sarebbe prendere una posizione a fronte di una sentenza. Qui ci sono due persone che soffrono. La mia solidarietà va anche alla ragazza”.

Ma intanto le gerarchie ecclesiastiche tacciono.

Il caso di don Ciro Panigara

Don Ciro Panigara è stato condannato a 5 anni di reclusione, in primo grado e con rito abbreviato: l'ex parroco di San Paolo, il paese dove si è scatenato il caso e da cui il prete era stato prontamente allontanato, è finito a processo con l'accusa di violenza sessuale aggravata su minori.

Sarebbero almeno 7 gli episodi contestati al religioso, nell'ambito delle indagini condotte dai carabinieri e coordinate dalla pm Ines Bellesi della Procura di Brescia.

Panigara venne sospeso dall'incarico ai primi di gennaio dello scorso anno, poi arrestato poco più tardi. Le indagini vennero avviate a seguito della segnalazione di un'educatrice della parrocchia, a sua volta allertata dal racconto di un giovanissimo che frequentava l'oratorio, e che avrebbe appunto riferito delle particolari "attenzioni" che gli avrebbe rivolto il sacerdote.

Il caso di San Paolo, come detto, non l'unico che viene contestato al sacerdote: dalle indagini sarebbero infatti emersi almeno altri 6 episodi, all'epoca mai denunciati, nei quali sarebbero stati coinvolti ragazzi minorenni, di età compresa tra gli 11 e i 14 anni, nel periodo tra il 2011 e il 2013, quando Panigara era ancora curato di Adro e Torbiato.

La sentenza del Tribunale di Brescia

Brescia, 1 luglio 2026 - Cinque anni di reclusione per don Ciro Panigara, sacerdote bresciano accusato di abusi sessuali nei confronti di alcuni ragazzi che frequentavano le parrocchie in cui prestava servizio.

Si tratta della decisione del giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Brescia al termine del processo celebrato con rito abbreviato. L'imputato, 49 anni, era accusato di episodi avvenuti tra il 2011 e il 2014 ai danni di sette minori, all'epoca di età compresa tra gli 11 e i 13 anni, nelle parrocchie di Adro e di San Paolo, in provincia di Brescia.

La Procura aveva chiesto una condanna a sei anni e otto mesi. Secondo l'accusa, il sacerdote avrebbe compiuto e fatto compiere ai ragazzi atti di natura sessuale approfittando del rapporto di fiducia instaurato nell'ambito delle attività parrocchiali.

Le presunte vittime, pur non avendo presentato denuncia, hanno confermato i fatti durante le indagini. Nel corso delle indagini, la Procura ha acquisito anche il contenuto dei dispositivi elettronici in uso al sacerdote e raccolto, tra gli altri elementi, la testimonianza dell'allora vescovo della diocesi, che aveva rimosso il religioso dall'incarico dopo le prime segnalazioni.

Il giudice ha pronunciato una sentenza di condanna per parte delle contestazioni, mentre per altri cinque episodi ha dichiarato il non luogo a procedere.

Sulla determinazione della pena potrebbero aver inciso la prescrizione di alcuni fatti risalenti al 2011 e all'inizio del 2012 e la diversa qualificazione giuridica di alcune condotte.

Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni. Il sacerdote si trova agli arresti domiciliari dall'aprile 2025. La difesa ha annunciato ricorso in appello dopo il deposito delle motivazioni della sentenza.

La posizione della Diocesi di Brescia

"La Diocesi di Brescia prende atto, con rammarico, della condanna in primo grado di don Ciro Panigara - si legge in una nota diffusa dalla curia a poche ore dalla sentenza -.

Esprime vicinanza e solidarietà a tutte le persone coinvolte in questa dolorosa vicenda, che ha provocato e provoca dolore e tristezza nell’intera comunità.

Nel ribadire la piena disponibilità a collaborare con l’autorità civile per la ricerca della verità e il ristabilimento della giustizia, rinnova l’impegno, attraverso il Servizio diocesano per la tutela dei minori, ad ascoltare e a prendere in carico le vittime, oltre che a promuovere una cultura della protezione dei minori e degli adulti vulnerabili".

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