L’altare di San Giovanni Buono si trova nel transetto meridionale del Duomo di Milano, all’interno della cappella dedicata al vescovo che riportò a Milano la sede della Diocesi ambrosiana. La cappella conserva le reliquie del Santo e presenta tre grandi vetrate ottocentesche, realizzate tra il 1839 e il 1842 da Giovanni Battista Bertini, che illustrano la vita, l’attività pastorale e la gloria di San Giovanni Buono.
Nel 1582 fu l'Arcivescovo di Milano Carlo Borromeo a voler traslare le spoglie del Santo in Duomo. Al tempo il transetto meridionale era ancora aperto al passaggio, fu quindi chiuso e destinato ad ospitare la Cappella e le reliquie.

San Giovanni Buono, vescovo di Milano
San Giovanni Bono fu Vescovo di Milano dal 641 al 651 d.C., un tempo difficile, segnato da una storia fatta di lontananza. Le vetrate ad ornamento della Cappella celebrano la sua figura intraprendente e pacificatrice.
ll merito principale del Santo fu quello di porre fine all’esilio e riportare la sede vescovile a Milano, adoperandosi per la sua ricostruzione e stabilizzazione. Divenne così oggetto di vera e propria venerazione, e fu soprannominato “il Buono”.
Nato a Camogli, forse da nobile famiglia di Recco, egli visse negli anni in cui la sede della Diocesi ambrosiana era stata spostata a Genova a causa dell'invasione Longobarda. Venerato dai milanesi per aver riportato in città la residenza dei Vescovi, fu soprannominato "il Buono", in virtù dell'esempio che seppe dare al suo gregge.
Si distinse per la fede, l'impegno, fu vero esempio di lungimirante visione, nonchè di forza e rettitudine. La memoria liturgica del Santo ricorre il 5 gennaio.
La cappella e il transetto meridionale
La vita di San Giovanni "il Buono" è narrata nelle tre vetrate del capocroce meridionale del Duomo che furono realizzate tra il 1839 e il 1842 da Gian Battista Bertini. Le vetrate ornamento della Cappella di San Giovanni Bono si caratterizzano per un ampio uso degli smalti, mediante la tecnica del vetro dipinto.
Il programma figurativo collega direttamente l’altare alle vicende del Santo: le scene raccontano la consacrazione episcopale, il ritorno della sede diocesana a Milano, la cura della diocesi, il contrasto con gli ariani, il viaggio a Roma, la partecipazione al concilio, la morte e la celebrazione della gloria.
Le tre vetrate di Giovanni Battista Bertini
La vetrata centrale V12: la Gloria del Santo
La vetrata centrale V12 raffigura la Gloria del Santo, circondato da cherubini e nubi. La composizione occupa il punto centrale del gruppo di vetrate e presenta San Giovanni Buono nella dimensione della venerazione celeste.

La vetrata V13: consacrazione, ritorno a Milano e concilio
La vetrata a sinistra dell'altare, la numero V13, raffigura invece gli episodi della Consacrazione a Vescovo. L'Ingresso a Milano, che immortala il momento in cui il Santo riportò la sede della Diocesi a Milano da Genova.
Nella stessa vetrata sono rappresentate la Fondazione della chiesa di Desio e l’episodio in cui San Giovanni Buono partecipa al Concilio di Roma. La sequenza riunisce quindi alcuni dei momenti principali della sua missione episcopale.
La vetrata V11: la cura della diocesi e i funerali
Nella vetrata V11 - quella collocata alla destra dell'altare - incontriamo le raffigurazioni degli episodi: La cura della diocesi, La cacciata degli ariani, Il viaggio a Roma, I funerali del Santo.
La successione delle scene mostra l’impegno del vescovo nella guida della comunità, la sua azione in un periodo di conflitti religiosi, il rapporto con Roma e il momento conclusivo della sua vita terrena.

Il significato delle immagini
Le tre vetrate celebrano la figura intraprendente e pacificatrice del Santo. La loro disposizione intorno all’altare costruisce un racconto visivo che accompagna lo sguardo dalla vita episcopale alla gloria finale.
L'Ingresso a Milano ricorda il merito principale attribuito a San Giovanni Buono: aver posto fine all’esilio della Diocesi Ambrosiana e aver riportato la residenza dei vescovi nella città. Le scene della cura della diocesi e della cacciata degli ariani evidenziano invece la sua attività di guida e di stabilizzazione della comunità.
La tecnica delle vetrate
Esemplificative dell'arte vetraria ottocentesca, le vetrate ornamento della Cappella di San Giovanni Bono si caratterizzano per un ampio uso degli smalti, mediante la tecnica del vetro dipinto.
La tecnica consente di inserire sulle superfici trasparenti una narrazione ricca di figure, gesti e ambientazioni. Il colore filtrato dalla luce naturale rende le scene leggibili dall’interno della cappella e rafforza il carattere celebrativo dell’altare e delle reliquie.
La memoria di San Giovanni Buono
Venerato dai milanesi per aver riportato in città la residenza dei Vescovi, fu soprannominato "il Buono", in virtù dell'esempio che seppe dare al suo gregge. La memoria liturgica del Santo ricorre il 5 gennaio.
Ogni anno, orgogliosa d'aver dato i natali al Santo, la città di Recco invia in Duomo gli ulivi e le palme per l'omonima processione, a ricordo del legame profondo tra la città e il Vescovo detto "Il Buono".
Un sentito omaggio in ricordo di colui che seppe porre fine all'esilio della Diocesi Ambrosiana.
Il legame con la chiesa di San Giovanni Bono a Milano
La dedicazione è concepita in onore del Santo Giovanni il Buono, vescovo di Milano durante l’Alto Medioevo, il cui corpo è conservato in una teca all’interno del duomo meneghino.
La chiesa è costruita nel 1968 nel quartiere periferico di Sant’Ambrogio a Sud di Milano. Arrigo Arrighetti completa il piano urbanistico con un edificio simbolico dalla copertura che risale fino alla facciata triangolare.
Il riferimento al Santo collega quindi il luogo di culto contemporaneo alla memoria conservata nel Duomo, dove l’altare, la cappella, le reliquie e le vetrate di Bertini formano un unico insieme dedicato alla sua figura.
Contesto urbanistico della chiesa di San Giovanni Bono
La chiesa viene concepita all’interno del quartiere di Sant’Ambrogio, progettato da Arrighetti nella periferia a Sud di Milano come centro urbano dotato di numerosi servizi e caratterizzato da una forte autonomia formale.
Esso è formato da una serie di edifici, della stessa altezza e ad andamento curvilineo, che racchiudono un grande spazio pubblico dove sono costruiti la chiesa, il centro civico e di quartiere, la scuola materna ed elementare e diversi negozi.
Questa enorme piazza viene isolata dal traffico veicolare e permette un rapporto differente tra gli edifici presenti. La chiesa viene disposta in prossimità delle aperture più grandi in modo da poter essere vista dall’esterno: essa contrappone la sua forma compatta e acuta allo sviluppo curvilineo delle case.
Architettura e facciata
La chiesa presenta una facciata verticale in cemento armato dal forte andamento ascensionale, accentuato dalla vela in rame che si rialza da dietro. La parete cuspidata è traforata da diverse finestre colorate di forma rettangolare e incorniciata dalla copertura sporgente che cela, sulla sommità, le campane per richiamare i fedeli.
Arrighetti concepisce un progetto dalla grande forza simbolica e suggestiva: infatti se da una parte le aperture richiamano la tradizione gotica, dall’altra l’intera copertura si presenta come una tenda piantata in mezzo al nuovo quartiere.
Davanti all’edificio è presente una piazza con una vasca a rombo allungato dove l’immagine della chiesa possa specchiarsi; da qui il fedele attraversa un piccolo sagrato, rialzato e delimitato a sinistra da una croce, per entrare nell’unico ingresso, costituito da un volume sporgente posizionato nella parte centrale.
Organizzazione dello spazio interno
La pianta è composta da due navate convergenti che partono dall’ingresso per poi dividersi. La navata centrale si estende per tutta la lunghezza dell’edificio fino all’altare, mentre quella di destra si sviluppa brevemente ed ospita la cappella feriale.
Sul lato sinistro è presente un’ulteriore navata che termina con il battistero, separato dal presbiterio tramite un unico pilastro. L’intero spazio interno è dominato da due coperture a doppia falda che corrono lungo le due navate e che si raccordano in sommità della facciata principale.
Il risultato è un manto che discende bruscamente in prossimità dell’abside e della cappella a destra, mentre la navata di sinistra presenta un solaio ribassato che lascia l’ambiente in forte penombra.
L’illuminazione viene affidata alle due fasce multicolore che corrono sul colmo delle due coperture; tale soluzione è stata adottata a partire dal 1981 a causa di un incendio che ha distrutto gran parte della copertura e, con essa, le originarie aperture, puntuali e circolari, ivi disposte.
Luce, altare e spazio liturgico
La chiesa così concepita offre un ambiente dai caratteri innovativi che valorizzano la zona dedicata all’altare: la forte pendenza della copertura unita al leggera inclinazione del pavimento verso il presbiterio convergono a valorizzare il luogo della celebrazione secondo un chiaro cannocchiale prospettico.
Molto suggestivo è invece l’uso della luce filtrata attraverso le aperture puntuali della facciata e quelle continue delle fasce che corrono lungo la vela: il risultato è un ambiente dominato da una luce fioca per accogliere i fedeli e coinvolgerli, attraverso soluzioni scenografiche, nell’incontro con il Divino.
Il concetto viene bene esemplificato dalla cascata di luce che investe il battistero collocato in luogo fortemente oscurato. Il battistero esagonale è illuminato da un lucernario cuspidato e visibile dall’esterno, mentre la pavimentazione è ricoperta da pietra artificiale colore rosso granato.

Struttura e copertura
La struttura è composta da muri in cemento armato con travi in acciaio che sorreggono una copertura in lamiera di alluminio porcellanato.
In particolare la precedente copertura era costituita da un sistema di capriate in acciaio e diversi pannelli di materiale plastico pre-stampato in cui erano inseriti piccoli lucernari di forma circolare.
Opere d’arte e arredi
La zona dell’abside è dominata da un grande Crocifisso ligneo e si presenta molto spoglia: la mole dell’altare appoggia su tre capitelli rinascimentali provenienti dall’antico monastero di Sant’Ambrogio, così come la lastra di pietra scolpita presente nella cappella feriale.
Il battistero, la sede del celebrante e il leggio sono in pietra chiara di Botticino per risaltare nell’ambiente scuro in cui si trovano. Gli arredi sacri e le panche sono state realizzate su disegno dello stesso Arrigo Arrighetti.
Nella navata di sinistra sono da ricordare la pala policroma proveniente dal vecchio mulino di Sant’Ambrogio, da cui deriva il nome del quartiere, e, dislocata in tutta la chiesa, la Via Crucis in tavole di legno dipinto.
Significativi sono inoltre la statua lignea di San Giovanni Bono e il tabernacolo ad opera di padre Costantino Ruggeri; quest’ultimo è autore anche delle vetrate.
Arrigo Arrighetti e il progetto della chiesa
L’attività di Arrigo Arrighetti abbraccia il dibattito architettonico che caratterizza il secondo dopoguerra e gli anni successivi. Dal 1956 al 1961 è dirigente dell’Ufficio Tecnico del Comune di Milano, mentre dal 1961 al 1970 è direttore dell’Ufficio Urbanistico prima di dedicarsi a tempo pieno alla professione.
I suoi progetti si confrontano con la domanda pubblica di spazi e di servizi, unita alla sperimentazione tipologica che investe le periferie nel periodo della ricostruzione.
Alcuni progetti interessanti sono la biblioteca civica a Palazzo Sormani (1949), la scuola elementare al quartiere QT8 (1951), l’istituto Cesare Correnti (1956) e la piscina coperta al parco Solari (1963). Tutti gli edifici si trovano a Milano.
In qualità di tecnico comunale ha modo di partecipare alla progettazione di alcuni quartieri periferici di cui i più famosi rimangono “Sant’Ambrogio I” (1964-65) e Sant’Ambrogio II” (1968-71).