L’agonia di Santa Rita da Cascia: dolore, perdono e speranza

L’agonia di Santa Rita da Cascia non fu soltanto il momento della sua morte, ma il culmine di una vita segnata da prove profonde: un matrimonio difficile, l’assassinio del marito, la perdita dei figli, la solitudine, la malattia e la ferita della spina sulla fronte. Rita attraversò il dolore senza trasformarlo in odio e fece del perdono una scelta di fede, coraggio e libertà interiore.

Santa Rita morì nella notte tra il 21 e il 22 maggio, secondo una tradizione nel 1457, mentre altre fonti indicano il 1447. La sua memoria liturgica si celebra il 22 maggio, giorno in cui milioni di fedeli la ricordano come la “Santa degli impossibili”, avvocata dei casi disperati e figura universale di pace, riconciliazione e speranza.

Perché l’agonia di Santa Rita è così importante

Santa Rita è invocata nei casi disperati ed è una delle sante più popolari in Italia e nel mondo; della sua vita fece un capolavoro, partendo da un’intuizione fondamentale: unire la propria sofferenza a quella di Gesù per ricavarne frutti straordinari. Se dovessimo riassumere in due tratti il segreto della sua santità, potremmo dire: accettazione della croce e capacità di perdonare, nonostante tutto e tutti.

Rita fu una donna a tutto tondo e visse come sposa, madre, vedova e infine monaca, conoscendo da vicino il dolore, toccando con mano le conseguenze dell’odio e della guerra. A tutto rispose abbracciando Cristo e la sua croce. La sua esperienza diventa ancora oggi un esempio per chi si trova davanti al dolore e alla difficoltà del perdono.

“Santa Rita continua a parlare al mondo perché ha vissuto fino in fondo il dolore umano senza lasciare che diventasse odio”, afferma suor Maria Grazia Cossu, Madre Badessa del Monastero di Santa Rita da Cascia. “Oggi più che mai sentiamo il bisogno della sua testimonianza. In un mondo ferito da guerre, divisioni e violenza, Rita ci ricorda che il perdono non è debolezza, ma una forza capace di cambiare la storia delle persone e delle comunità”.

Santa Rita con rosa e spina

La vita di Rita tra Roccaporena e Cascia

Santa Rita, al secolo Margherita Lotti, nacque a Roccaporena tra il 1371 e il 1381, in un’epoca segnata da tensioni politiche e rivalità familiari. É la piccola borgata di Roccaporena, in Umbria, a dare i natali, molto probabilmente nel 1371, a Margherita Lotti, chiamata col diminutivo “Rita”.

I genitori, Antonio e Amata, erano conosciuti come “pacieri” del territorio. I genitori, modesti contadini e pacieri, provvedono a farle avere una buona educazione scolastica e religiosa nella vicina Cascia, dove l’istruzione è curata dai frati agostiniani.

Rita cresce in questo clima, osservando i genitori impegnati a ricomporre conflitti e a ricucire rapporti difficili e spesso spezzati. È un apprendistato silenzioso che segna profondamente la sua visione del mondo: la pace, per lei, non sarà mai un concetto astratto, ma un lavoro quotidiano.

Matura in tale contesto la devozione verso Sant’Agostino, San Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, che Rita sceglie come suoi santi protettori. È una donna determinata, una donna di preghiera, profondamente devota a Sant’Agostino e a San Nicola da Tolentino, allora beato.

Il matrimonio e la sofferenza familiare

Intorno al 1385 sposa Paolo di Ferdinando di Mancino. Secondo altre ricostruzioni, Rita, nata a Roccaporena, frazione di Cascia, all’età di diciotto anni andò sposa ad un giovane locale di nome Ferdinando Mancini, dal quale ebbe due figli.

Rita non ne fu entusiasta, perché altre erano le sue aspirazioni, ma in quell’epoca il matrimonio non era tanto stabilito dalla scelta dei fidanzati, quando dagli interessi delle famiglie, pertanto ella dovette cedere alle insistenze dei genitori e andò sposa a quel giovane ufficiale che comandava la guarnigione di Collegiacone, del quale “fu vittima e moglie”, come fu poi detto.

Il matrimonio fu una lunga via crucis: subì umiliazioni e violenze senza mai allontanarsi dall’amore di Cristo. Da lui sopportò con pazienza ogni maltrattamento, senza mai lamentarsi, chiedendogli con ubbidienza perfino il permesso di andare in chiesa.

Con la nascita di due gemelli e la sua perseveranza di rispondere con la dolcezza alla violenza, riuscì a trasformare con il tempo il carattere del marito e renderlo più docile; fu un cambiamento che fece gioire tutta Roccaporena, che per anni ne aveva dovuto subire le angherie.

La loro vita familiare è fatta di fatiche e tenerezze, di differenze e compromessi, nel tentativo di tenere insieme casa e relazioni e di trasformare la quotidianità in un luogo di crescita. Con l’amore, la comprensione e la pazienza, quella di Rita e Paolo diviene così un’unione feconda, allietata dall’arrivo di due figli maschi: Giangiacomo e Paolo Maria.

L’assassinio di Paolo e la spirale della vendetta

Il dramma arriva all’improvviso: Paolo viene assassinato nei pressi del “Mulinaccio”, vittima di una vendetta legata alle tensioni tra fazioni. Rita accorre, ma può solo raccogliere il suo ultimo respiro.

Lui morì di morte violenta: gli venne teso un agguato vicino al mulino di loro proprietà presso il castello di Collegiacone, a metà strada tra Cascia e Roccaporena. Si trattò di un assassinio forse dovuto alle lotte politiche del tempo, ma molto più probabilmente per ritorsione verso di lui, perché convinto dalla moglie a tirarsi fuori da qualche clan cui aveva aderito.

Questo lo si vede bene nella vicenda che coinvolse suo marito, Paolo di Ferdinando di Mancino: fu ucciso da una banda rivale, come ce n’erano molte nella Cascia del tempo: un «paese pieno di parzialità e di vendette»: guelfi contro ghibellini, sopraffazioni di nobili e borghesi contro plebei, liti e vendette tra famiglie, rivolte popolari, conflitti tra città e campagne, risse tra fazioni, delitti politici.

Ogni violenza s’ingrandiva a macchia d’olio e a catena: l’odio covava per generazioni e si estendeva a vicini e congiunti. Anche dopo decenni poteva arrivare la vendetta.

In tempi segnati dalla violenza, e sola senza l’appoggio della famiglia del marito, ella scelse la via più difficile: la riconciliazione tra le famiglie. Per comprendere almeno in parte l’effetto dirompente e innovativo della decisione di questa donna, è utile ricordare come, all’epoca, le vendette familiari generassero lunghe e crudeli faide.

Alcuni testi del tempo raccomandavano addirittura agli assassini di eliminare anche i figli maschi dell’ucciso, per cancellarne definitivamente il nome dalla memoria. Questa orrenda scia di sangue alimentava faide interminabili e violente.

Il perdono degli uccisori del marito

In un gesto che rivela tutta la sua lucidità, nasconde la camicia insanguinata per impedire ai figli di alimentare la spirale dell’odio. È un atto di coraggio civile, prima ancora che spirituale: interrompere la catena della violenza, anche quando il dolore è personale e bruciante.

Rita era perfettamente consapevole del gravissimo pericolo che incombeva sui suoi due figli: non solo il rischio di perdere la vita, ma soprattutto quello di entrare nella catena dell’odio e della vendetta. Lucidamente, questa donna saggia e concreta vedeva davanti a sé due possibili esiti: che i figli si macchiassero di omicidio oppure che ne diventassero vittime.

La famiglia di Mancino non si rassegna, fa pressioni; ne scaturiscono rancori ed ostilità. Rita non smette di pregare perché non si sparga altro sangue e fa della preghiera la sua arma e consolazione.

Secondo gli statuti di Cascia del 1387, Rita testimoniò pubblicamente il suo perdono: alla presenza di testimoni baciò gli assassini del marito, concedendo loro il perdono. Nella vita di Rita il perdono degli assassini del marito risplende come azione di coraggio, di responsabilità e di libertà interiore al massimo grado.

Quella di Rita fu una scelta radicale. Una madre che non solo rifiuta la vendetta, ma spezza con coraggio la spirale della violenza, che la società del tempo considerava quasi un dovere d’onore.

Il perdono come scelta cristiana

Certamente nel suo cuore risuonavano le ultime parole di Paolo, il marito ferito a morte dalle pugnalate, che prima di morire aveva perdonato i suoi avversari. Rita ricordava questo gesto ai figli insieme all’esempio supremo di Cristo sulla croce, che perdona i suoi crocifissori.

Probabilmente li invitava a pregare il Padre Nostro, ricordando loro che Dio rimette i nostri debiti nella misura in cui anche noi li rimettiamo ai nostri debitori. Il modello di questo perdono è lo stesso indicato dal Vangelo.

Gesù, morente sulla croce, prega il Padre di perdonare coloro che lo hanno crocifisso. Questo miracolo del perdono diventa la via indicata al cristiano quando un rapporto si spezza e sembra impossibile ricominciare.

Proprio guardando a Gesù crocifisso, Rita comprese che il perdono è la via per ricominciare un rapporto spezzato. È una scelta difficile, ma capace di riportare vita là dove sembrano regnare soltanto la violenza e il lutto.

Grazie alla sua fede cristiana, Rita capì che il perdono aiuta a vivere l’amore tra di noi anche quando può essere soltanto donato gratuitamente. Pregando Gesù crocifisso, lo donò come aveva fatto Cristo: per aiutare a ricominciare a respirare vita nella sua famiglia, lasciando cadere i semi di morte che portano soltanto lutto.

La sua preghiera fu accolta e i suoi figli morirono probabilmente per cause naturali, senza macchiare le loro anime del sangue della vendetta. Una malattia provoca la morte di Giangiacomo e Paolo Maria: l’unico conforto è pensare le loro anime salve, non più nel pericolo della dannazione nel clima di ritorsioni suscitato dall’assassinio del coniuge.

La morte dei figli e la scelta del monastero

La morte dei due figli, avvenuta poco dopo, la lascia sola. È un vuoto che potrebbe schiacciarla, ma che per Rita diventa un varco.

Rimasta sola, Rita comincia una vita di più intensa preghiera, per i suoi cari defunti, ma anche per i “di Mancino”, perché perdonino e trovino la pace. Decide di entrare nel monastero di Santa Maria Maddalena a Cascia, un desiderio che coltivava da tempo.

All’età di 36 anni chiede di essere accolta tra le monache agostiniane del Monastero Santa Maria Maddalena di Cascia, ma la sua richiesta viene respinta: le religiose, forse, temono con l’ingresso di Rita, vedova di un uomo assassinato, di mettere a repentaglio la sicurezza della loro comunità.

Non fu facile assecondare il suo desiderio perché molto probabilmente dentro il monastero vi erano monache congiunte degli assassini del marito e non venne accettata. Rita tuttavia bussò ancora alla porta del monastero e, di fronte alle sue reiterate insistenze, le venne chiesto, come condizione per entrarvi, di prima riappacificare la sua famiglia con quelle degli assassini del marito.

Le preghiere di Rita e le intercessioni dei suoi santi protettori portano invece alla pacificazione tra le famiglie coinvolte nell’uccisione di Paolo di Mancino e dopo tanti ostacoli avviene l’ingresso in monastero.

La “paciera di Cristo” e l’ingresso miracoloso

Da quel momento iniziò per lei un nuovo cammino di comprensione della strada della croce del Signore. Lei dovette avvicinare gli assassini del marito, cercarli e incontrarli per un reciproco perdonarsi.

Era la strada della pace che, aprendosi, chiudeva quella dell’assassinio e Rita la imboccò, divenendo nella storia delle famiglie una donna simbolo, capace di pace, disposta anche a pagarne il prezzo.

La capacità di paciera l’aveva imparata certamente dalla sua famiglia Lotti-Mancini. Suo padre era infatti paciere, il nostro giudice di pace. La sua casa era visitata continuamente, e spesso di notte, da gente che chiedeva giustizia ma anche pace familiare e di vicinato, evitando di spargere sangue.

L’ansia della pace segnò per sempre la vita della giovane Rita. L’iconografia l’ha immortalata in tanti miracoli di pace grazie alla sua intercessione, in particolare negli ex voto.

Il primo miracolo riguardò lei stessa: entrò a porte chiuse nella chiesa del monastero delle monache agostiniane di Santa Maria Maddalena, aiutata, racconta l’iconografia, dai suoi tre santi protettori, sant’Agostino, san Giovanni Battista e san Nicola da Tolentino.

Quando al mattino presto le monache, come di solito, si recarono in coro per l’ufficiatura divina, trovarono Rita in preghiera dentro la chiesa. Davanti a quel miracolo le monache che più si opponevano si arresero.

La vita religiosa e l’agonia interiore

In monastero vive un’esistenza di intensa interiorità. È una presenza discreta ma incisiva: si dedica alla preghiera, al servizio e alla cura delle sorelle.

Rita scelse il monastero agostiniano di Santa Maria Maddalena, a causa dell’appartenenza politica della sua famiglia, la sua domanda fu rifiutata più volte, attraverso le sue preghiere fu comunque accolta nella comunità sorella molti mesi dopo, e vi restò per 40 anni.

Rita ha fatto i tre voti di povertà, purezza e obbedienza. Negli anni Rita si distingue come religiosa umile, zelante nella preghiera e nei lavori affidatile, capace di frequenti digiuni e penitenze.

Le sue virtù divengono note anche fuori dalle mura del monastero, pure a motivo delle opere di carità cui Rita si dedica insieme alle consorelle, che alla vita di preghiera affiancano le visite agli anziani, la cura degli ammalati, l’assistenza ai poveri.

Nonostante le sofferenze, manteneva sempre un cuore aperto agli altri, accogliendo con dolcezza e saggezza i visitatori che venivano a confidarle i loro dolori.

La spina sulla fronte

È qui che riceve il segno della spina sulla fronte, una ferita che la accompagnerà per anni e che diventerà simbolo della sua partecipazione alla Passione di Cristo.

Sempre più immersa nella contemplazione di Cristo, Rita chiede di poter partecipare alla sua Passione e nel 1432, assorta in preghiera, si ritrova sulla fronte la ferita di una spina della corona del Crocifisso che persiste fino alla morte, per 15 anni.

Nel monastero, il suo animo si aprì alla partecipazione del vissuto di Cristo Salvatore, del suo dolore, sino a riceverne una spina che portò per quindici anni, da ciò è nata la devozione dei quindici giovedì di Santa Rita.

Una spina della corona di Cristo le trapassò la fronte. Ha portato questa dolorosa ferita aperta per 15 anni fino alla sua morte.

Questo stigma, che portò negli ultimi quindici anni della sua vita, era doloroso ma fonte di immensa gioia spirituale. La immergeva in una continua meditazione sulla Passione di Cristo.

Appunto questo segno della spina, al di là della sofferenza fisica che le procurava, fu come il sigillo delle sue pene interiori, ma fu soprattutto la prova della sua diretta partecipazione alla Passione del Cristo, centrata, per così dire, in uno dei momenti più drammatici, quale fu quello della coronazione di spine nel pretorio di Pilato.

In realtà, quel che furono le stigmate per il Poverello, fu la spina per Rita: cioè un segno, quelle e questa, di diretta associazione alla Passione redentiva di Cristo Signore, coronato di pungenti spine dopo la cruenta flagellazione e, successivamente, trafitto dai chiodi e colpito dalla lancia sul Calvario.

Tale associazione si stabilì in entrambi i santi sulla comune base di quell’amore, che ha un’intrinseca forza unitiva, ed appunto per quella spina dolorosa la Santa delle rose divenne simbolo vivente di amorosa compartecipazione alle sofferenze del Salvatore.

Ché la rosa dell’amore allora è fresca e olezzante, quando è associata alla spina del dolore! Così fu in Cristo, modello supremo; così fu in Francesco; così fu in Rita.

Spina sulla fronte di Santa Rita

L’agonia fisica e gli ultimi mesi

Negli ultimi mesi di vita, ormai gravemente malata, Rita chiede un segno: sapere se le sue preghiere per la pace nella sua famiglia siano state ascoltate.

Rita, malata e costretta a letto, chiede a una cugina, venuta in visita da Roccaporena, di portarle due fichi e una rosa dall’orto della casa paterna. È il mese di gennaio, la donna l’asseconda, pensandola nel delirio della malattia.

Rientrata, trova, stupefatta, la rosa e i fichi e li porta a Cascia. Per Rita sono segno della bontà di Dio che ha accolto in cielo i suoi due figli e il marito.

Secondo un’altra tradizione, una parente, recatasi a Roccaporena in pieno inverno, trova una rosa sbocciata e gliela porta. Quel fiore fuori stagione diventa un’icona universale: la rosa di Rita, simbolo di speranza contro ogni logica, promessa che la grazia può fiorire anche nei momenti più duri.

Si racconta anche che, durante il periodo del noviziato, la Madre Badessa, per provare la sua umiltà, le abbia comandato di piantare e innaffiare un arido legno. Lei obbedisce e il Signore la premia facendo fiorire una vite rigogliosa.

È per questo che la vite è il simbolo della pazienza, dell’umiltà e dell’amore di Rita verso le sue consorelle e, più in generale, verso l’altro. Ancora oggi, la testimonianza di questo prodigio è, per tutti i fedeli, la vite di Santa Rita.

Quella che si vede oggi nel chiostro del monastero non è la stessa della tradizione: risale a più di duecento anni fa. Nonostante ciò, continua a rappresentarne il forte valore simbolico.

La morte di Santa Rita

Rita muore nel 1457. Da allora, numerosi miracoli avvenuti per sua intercessione vengono raccolti nel Codex miraculorum.

Rita spira nella notte tra il 21 e il 22 maggio dell’anno 1447. Altre fonti riportano invece la morte nel 1457, data sostenuta da numerosi studiosi.

Alcuni studiosi tentano di spostarne la data dieci anni prima, vale a dire nel 1447, perché così si ha nella vita di santa Rita scritta dall’agostiniano Agostino Cavallucci da Foligno, pubblicata a Siena nel 1610.

Egli dice infatti che Rita morì il 22 maggio del 1447 nel giorno di sabato, anche se quell’anno il 22 maggio ricorreva di lunedi. Dal punto di vista delle fonti letterarie non si possiede una biografia della santa prima di quella del Cavallucci, anche se abbiamo notizie di una precedente, scritta da Giovanni Giorgio Amici nel 1552.

Di fatto la biografia del Cavallucci costituì la base delle susseguenti biografie ritiane. Per il grande culto fiorito immediatamente dopo, il suo corpo non è mai stato sepolto. Oggi lo custodisce un’urna in vetro.

La rosa e la spina come simboli dell’agonia

La figura di Santa Rita da Cascia è molto nota ma difficoltosa quando se ne vuole delineare un profilo che soddisfi lo storico e il devoto, perché le testimonianze letterarie sono più tardive rispetto a quelle iconografiche.

A ciò bisogna aggiungere che la sua devozione ha provocato attorno a sé molta simbologia riguardante la vita umana, in particolare i simboli della spina sulla fronte e della rosa.

L’una e l’altra insieme assommano simbolicamente il vissuto esistenziale di tante persone, costellato da ferite a guisa di spine che l’accompagnano, ma anche dalla speranza di poterle risanare rappresentata dal petalo della rosa fiorita.

Rita ha saputo fiorire nonostante le spine che la vita le ha riservato, donando il buon profumo di Cristo e sciogliendo il gelido inverno di tanti cuori. Per tale ragione, e a ricordo del prodigio di Roccaporena, il simbolo ritiano per eccellenza è la rosa.

La rosa è il simbolo più conosciuto di Santa Rita. Si racconta che una rosa miracolosa sbocciò nel pieno inverno nel suo giardino, risposta divina alla sua preghiera.

Per questo, il 22 maggio, anniversario della sua morte, vengono portate agli ammalati delle rose dedicate a Rita. Le rose benedette simboleggiano le grazie ottenute per sua intercessione.

Il significato spirituale dell’agonia

La lezione della Santa si concentra su questi elementi tipici di spiritualità: l’offerta del perdono e l’accettazione della sofferenza, non già per una forma di passiva rassegnazione o come frutto di femminile debolezza, ma per la forza di quell’amore verso Cristo.

Invero, anche Ella ha sofferto ed amato: ha amato Dio ed ha amato gli uomini; ha sofferto per amore di Dio ed ha sofferto a causa degli uomini.

È noto a tutti come l’itinerario terreno della santa di Cascia si articoli in diversi stati di vita, cronologicamente successivi e, quel che più conta, disposti in un ordine ascendente, che segna le diverse fasi di sviluppo della sua vita d’unione con Dio.

Perché Rita è santa? Non tanto per la fama dei prodigi che la devozione popolare attribuisce all’efficacia della sua intercessione presso Dio onnipotente, quanto per la stupefacente “normalità” dell’esistenza quotidiana, da lei vissuta prima come sposa e madre, poi come vedova ed infine come monaca agostiniana.

La sua santità emerge nella maniera in cui affrontò le circostanze concrete della vita. Vita tranquilla ed umbratile era la sua, senza il rilievo di avvenimenti esterni, allorché, contro le personali sue preferenze, abbracciò lo stato matrimoniale.

Così divenne sposa, rivelandosi subito come vero angelo del focolare e svolgendo un’azione risolutiva nel trasformare il costume del coniuge. E fu anche madre, allietata dalla nascita di due figlioli, per i quali, dopo la proditoria uccisione del marito, tanto trepidò e sofferse, nel timore che nelle loro anime insorgesse fin l’ombra di un desiderio di vendetta contro gli assassini del padre.

Da parte sua, li aveva generosamente perdonati, determinando anche la pacificazione delle famiglie. Già vedova, rimase poco dopo priva dei figli, sicché, essendo libera da ogni vincolo terreno, decise di darsi tutta a Dio.

Santa Rita e la pace familiare

Se la storia circa la conversione e l’uccisione del marito, come la morte dei figli, nasconde certamente un frammento delle violenze politiche e sociali del suo tempo, la sua azione di riappacificazione tra la sua famiglia e le altre che vi erano coinvolte, ha fatto di Rita da Cascia la santa dell’implorazione della pace familiare e di quella sociale.

Ad essa infatti ricorre gente afflitta da molti problemi, soprattutto familiari. Una figura che continua a esercitare un fascino particolare perché parla a un mondo che, pur cambiato, resta ferito da molti conflitti.

Rita parla di pace e perdono in un tempo che esalta l’individualismo e in un mondo che teme il dolore. Insegna che anche le ferite possono diventare luoghi di luce.

La rivoluzione dell’amore e del perdono che Rita ha vissuto non appartiene solo al passato. È un messaggio ancora attuale: scegliere la pace quando tutto spingerebbe alla vendetta e credere che il perdono possa davvero cambiare la storia delle persone, delle famiglie e delle comunità.

All’inizio del terzo millennio si è maturi al passaggio dalla devozione popolare alla santa di Cascia, spesso limitata alla gentile suggestione del rito della benedizione delle rose, alla devozione a Cristo Salvatore, fonte della riconciliazione con Dio e tra gli uomini, nella scia del vissuto di fede di Rita da Cascia.

La devozione e la festa del 22 maggio

Sono milioni nel mondo i fedeli di Santa Rita da Cascia che, con grande intensità, festeggiano, in tutto il mondo, la sua festa il 22 maggio. E migliaia sono quelli che da ogni parte d’Italia si muoveranno per raggiungere la città umbra, pregare e rendere omaggio a santa Rita.

Il suo santuario a Cascia, in Umbria, è meta ogni anno di migliaia di pellegrini. Moltissimi i miracoli che l’hanno vista protagonista.

La memoria liturgica di Santa Rita si celebra il 22 maggio. La benedizione delle rose è una tradizione particolarmente legata a questa giornata.

Santa Rita è invocata nei casi disperati perché ha vissuto molte sofferenze e ha ottenuto grazie miracolose. La sua intercessione è particolarmente richiesta per i conflitti familiari, le malattie gravi e tutte le situazioni che sembrano senza via d’uscita.

Il santuario e il corpo della santa

I resti della santa sono conservati a Cascia, in provincia di Perugia, all’interno della basilica di Santa Rita, facente parte dell’omonimo santuario e meta ogni anno di migliaia di pellegrini.

Il corpo è rivestito dall’abito agostiniano cucito dalle monache del monastero, come voluto dalla badessa Maria Teresa Fasce, e posto in una teca all’interno della cappella in stile neobizantino.

Ricognizioni mediche effettuate nel 1972 e nel 1997 hanno confermato la presenza, sulla zona frontale sinistra, di tracce di una lesione ossea aperta, forse osteomielite, mentre il piede destro mostra segni di una malattia sofferta negli ultimi anni di vita, forse associata ad una sciatalgia.

Era alta 1 metro e 57 cm. Il viso, le mani e i piedi sono mummificati, il resto del corpo, coperto dall’abito agostiniano, è in forma di semplice scheletro.

Beatificazione e canonizzazione

EventoDataProtagonista
Beatificazione19 ottobre 1626Papa Urbano VIII
Canonizzazione24 maggio 1900Papa Leone XIII
Memoria liturgica22 maggioSanta Rita da Cascia

Nel 1626 arriva la beatificazione e nel 1900 la canonizzazione, anche se il suo culto era già ampiamente diffuso e lei era ormai conosciuta come la “santa degli impossibili”.

Rita, beatificata da Urbano VII nel 1627, canonizzata da Leone XIII il 20 maggio 1900, nell’anno 2000 è entrata a far parte del calendario universale dei santi della Chiesa cattolica.

La devozione a Santa Rita fu diffusa soprattutto dagli agostiniani, tra i quali va ricordata la priora Maria Teresa Fasce, vissuta dal 1881 al 1947.

Il messaggio di Santa Rita per il mondo di oggi

Proprio perché è capace, con la sua stessa vita, di insegnarci il perdono, Rita ha tanto da dire anche al mondo di oggi, che spesso crede che la guerra e l’odio vincano, dimenticando che, al contrario, è sempre l’amore ad avere l’ultima parola.

La storia di questa santa continua infatti a interpellare il mondo. Santa Rita, al secolo Margherita Lotti, nacque a Roccaporena tra il 1371 e il 1381, in un’epoca segnata da tensioni politiche e rivalità familiari.

La sua rosa, sbocciata contro ogni previsione, continua a raccontare che nulla è davvero impossibile per chi sceglie l’amore. La sua ferita, invece, ricorda che la speranza cristiana non cancella il dolore, ma può trasformarlo in una forma di partecipazione, preghiera e servizio.

“Avrebbe potuto essere una mediocre o anche una pessima cristiana, inasprita dalla sofferenza e provocata alla ribellione. Fu invece una Santa”. Seguendo i suoi passi, anche noi possiamo scoprire la forza limpida del perdono!

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