Il culmine dell’insegnamento di Gesù è racchiuso nel comandamento: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi» (Giovanni 15:12). Nell’adorazione eucaristica, queste parole diventano una chiamata a rimanere nell’amore di Cristo e a lasciarsi trasformare dal suo dono.
Il comandamento non indica un sentimento romantico o una semplice disposizione benevola, ma l’amore del Vangelo: un amore potente, incondizionato, sacrificale, che affonda le sue radici nella croce di Cristo. «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».
Il comandamento consegnato nell’ultima Cena
La formula del tema che ci è stato proposto per la meditazione di questa mattina è desunta dal quarto Vangelo: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13, 34). La formula ritorna ancora poco dopo: «Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri» (Gv 15, 17).
Il contesto della lunga riflessione giovannea in cui queste formule sono inserite è l’ultima Cena dopo la lavanda dei piedi. Proprio dalla tenerezza di Gesù, scaturisce un dono: «Vi do un comandamento nuovo: come io ho amato voi così amatevi anche voi gli uni gli altri».
Si tratta dell’unico comandamento di Gesù a noi suoi discepoli, un comandamento che scaturisce dall’amore e chiede amore. Il testamento di Gesù è il comandamento dell’amore vicendevole.
Il perno di tutto il messaggio sta nell’espressione come io vi ho amato. Essa definisce anche l’aspetto nuovo del comandamento evangelico. La legge dell’amore, infatti, è antica quanto la specie umana, ma essa ha avuto nel tempo uno sviluppo notevole.
La novità non è dunque nel verbo ma nell’avverbio: come io ho amato voi. Il verbo utilizzato non è un futuro: Gesù non parla della croce che pure già si staglia sul suo cammino, parla di fatti appena vissuti.
Parla del suo inginocchiarsi davanti ad ogni discepolo per lavare i loro piedi; parla dell’offerta del suo corpo e del suo sangue a tutti, persino a Giuda che dopo essersene cibato è uscito, sprofondando nella notte.
Il Vangelo dell’amore reciproco
«Amatevi gli uni gli altri» compare in molte forme nel Nuovo Testamento, con comandamenti di trattarsi a vicenda con pazienza, incoraggiamento e generosità. La lettera agli Efesini usa la parola “insieme”, sottolineando il grande comandamento di Cristo di amare in comunità.
I discepoli non avevano problemi con questo comandamento; anzi, probabilmente pensavano di essere già piuttosto bravi a metterlo in pratica. Avevano appena trascorso tre anni al servizio a tempo pieno del loro Maestro, imparando a mettere in pratica i suoi insegnamenti.
Ma in questa scena, Gesù parla d’amore in un contesto molto diverso. Lo si capisce chiaramente dalla frase successiva: «Nessuno ha amore più grande che quello di dare la sua vita per i suoi amici» (Giovanni 15:13).
Questo sì che è un amore serio. Immagino i discepoli che si guardano l’un l’altro e si chiedono: “Morirei per questo qui accanto? A volte mi irrita davvero”. Forse non si amavano così tanto come credevano.
Il punto è che quando Gesù ci comanda di amare come ama lui, non è una cosa da prendere alla leggera. Non è un’idea romantica basata su sentimenti o ideali.
Ciò che ci comanda è l’amore del Vangelo: un amore potente, incondizionato, sacrificale, che affonda le sue radici nella croce di Cristo. Gesù stava per dimostrare ai suoi seguaci l’atto d’amore più potente che chiunque potesse mai sperimentare, andando sulla croce per i nostri peccati.
Così facendo, avrebbe dimostrato che questo amore si estende anche ai nostri nemici, perché ha dato la vita anche per loro. «Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito».
Il testo evangelico per l’adorazione
«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.
Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi.
Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando.
Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda.
Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

Un tempo di silenzio davanti all’Eucaristia
Iniziamo raccogliendoci per un breve momento in silenzio di fronte a Dio. Chiediamoci quali stati d’animo ci attraversano e quali attitudini caratterizzano ora la nostra interiorità.
Possiamo anche interrogarci sulle resistenze che abbiamo incontrato nei primi approcci con gli altri. Siamo riuniti insieme, ma sicuramente fra noi non sono in atto relazioni corrispondenti a quell’amore con cui «lui ci ha amati».
Quali ostacoli ci impediscono di farlo? Per entrare in clima di preghiera apriamoci a sentimenti di pentimento e di conversione.
L’intento della meditazione è alimentare la nostra vita spirituale per creare un clima che possa favorire i lavori di questi giorni.
Questa mattina dovremmo quindi partire dalla consapevolezza dell’impossibilità di sintonizzarci compiutamente con l’esperienza vissuta da Gesù. Qualcosa, forse l’aspetto più importante e più specifico della sua esperienza, ci sfuggirà.
Questa consapevolezza dovrebbe stimolare la nostra attesa, la tensione verso un traguardo: la conoscenza dell’amore e della fedeltà di Gesù; il segreto della sua vita di Figlio.
A quale forma di amore egli è pervenuto? Quale dedizione ha esercitato? Con questa attesa interiore, consapevoli di dover restare sempre e molto al di sotto della sua esperienza e di poter ogni giorno scoprire qualcosa di più del suo segreto, cerchiamo di analizzare il tipo di amore espresso da Gesù, come ci è narrato dai testimoni.
«Come il Padre ha amato me»
Qui vengono anche indicati il criterio e la fonte dell’amore richiesto: «Come il Padre ha amato me, così ho amato voi» (Gv 15, 9). Per Gesù e i suoi discepoli la fonte dell’agàpe non è l’uomo ma Dio.
Come credenti siamo sollecitati a scoprire che non siamo noi ad amare Dio, ma egli in noi esprime il suo amore. L’amore di Dio è fontale, è gratuito, è creatore.
È fontale perché è origine di tutto, è creatore perché non suppone nulla, ma tutto offre, è gratuito perché non attende nulla in contraccambio se non di essere accolto.
Con il termine agàpe quindi diciamo primariamente la trascendenza dell’amore di Dio nei confronti del nostro amore, e insieme la dipendenza del nostro amore dal suo.
Gesù viveva nella consapevolezza di una forza che lo attraversava e lo costituiva, di una Parola che in lui prendeva carne, diventava, cioè, pensiero, sensibilità, decisione e azione.
Per questo egli poteva dire: «Non faccio nulla da me stesso» (Gv 8, 28); «Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è in me compie le sue opere» (Gv 14, 10); «La Parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato» (Gv 14, 24).
Anche nei Sinottici appare tale consapevolezza, come quando al notabile o giovane che lo interrogava chiamandolo «buono», Gesù sorprese tutti dicendo: «Perché mi dici buono? Nessuno è buono se non uno solo, Dio» (Lc 18, 19).
Come dire: io non sono buono. Se vedi bontà in me, essa è un riflesso dell’azione divina. Il mio amore non è mio, ma è dono del Padre.
Questo dato, essenziale per vivere l’agape, è presente in modo continuo nella vita di Gesù. I discepoli possono amare solamente perché Lui li ha amati, perché pone nei lori cuori il suo stesso Spirito, lo Spirito di santità, amore che guarisce e trasforma.
«Rimanete nel mio amore»
“Dio è amore” La nostra vita è il risultato di questo amore di Dio. Un amore che ha preceduto ogni nostro merito.
In questo sta l’amore: NON siamo stati NOI ad amare DIO, MA è LUI che ha amato noi ed ha mandato Suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.
Per gratuità e Sua iniziativa è la nostra elezione e salvezza. «Non voi avete scelto me, ma IO ho scelto voi».
Egli ci ha scelto così come siamo, con le nostre debolezze e peccati. «Rimanete nel Mio Amore». Lasciamoci amare da Dio.
Ricerchiamo e conosciamo i Suoi gesti i doni i sentimenti i Suoi comandamenti. «Se osservate i miei comandamenti, rimarrete nel mio Amore».
Osservare i comandamenti di Gesù significa caricarsi della sua stessa passione per gli uomini, anzi del Suo stesso amore gratuito per noi.
Questo tipo d’amore si chiama: CARITA’ o AGAPE. L’amore è così un atto profondo di libertà che si dona per dare all’altro vita e gioia.
Questo è il COME di Dio e di Cristo nell’amare. senza interessi. esclusivamente per la felicità dell’altro.
L’amore di Gesù non è un sentimento
L’amore di Gesù non è un sentimento: è la decisione di abbracciare l’altro, di vedere in lei o lui l’immagine e somiglianza di Dio che è chiamato a diventare.
In Simone il pescatore entusiasta ma fragile vede la roccia; nella prostituta condannata a morte vede un futuro di conversione e di pace; nei discepoli spaventati vede missionari coraggiosi del vangelo.
È l’amore che trasforma la vita perché guarda con occhi diversi; è l’amore che proietta nel futuro perché dona sempre una possibilità nuova.
Si tratta di un amore gratuito e fattivo, che incontra Gesù nell’altro e si esprime in gesti concreti di liberazione: pane per gli affamati, acqua per gli assetati, vestiti per gli ignudi, visita ai carcerati e agli ammalati.
I comandamenti di Gesù sono belli finché ci piacciono. Ahhh com’è bello il Gesù. tutto occhi dolci zucchero.
Ahhh com’è MENO bello il Gesù che ti chiede di PERDONARE GLI ALTRI… che ti chiede di PORGERE L’ALTRA GUANCIA … che ti chiede di ESSERE COSTRUTTORE DI PACE, che ti invita all’ONESTA’ fino alla morte.
Che ti chiede di AMARE I TUOI NEMICI, che ti chiede di NON rispondere al MALE CON IL MALE, ma con il BENE. che ti chiede di amare anche chi SPARLA DI TE.
Che ti chiede di accettare le sofferenze che derivano dalla verità e dall’essere suo discepolo.
Amare sino alla fine
Raccogliendo le diverse indicazioni del Nuovo Testamento potremmo riassumere le caratteristiche dell’amore di Gesù in tre formule.
- «è rimasto nell’amore del Padre» (cf Gv 15, 10), ha sviluppato, cioè, un amore teologale;
- «ha amato sino alla fine» (cf Gv 13, 1), non solo dal punto di vista temporale, ma anche di contenuto e di intensità;
- ha amato in modo salvifico, in modo cioè da «portare il peccato del mondo» (cf Gv 1, 29).
Credo che queste tre caratteristiche spieghino perché l’amore di Gesù sia stato il momento più elevato della rivelazione di Dio nella storia umana e offrano i criteri per capire quale tipo di amore egli chieda ai suoi discepoli.
Amò sino alla fine (Gv 13, 1: éis telos egàpesen autoùs). Questa espressione non indica solamente la continuità nell’amore di Gesù nel tempo (sino alla fine dei suoi giorni), bensì anche la qualità e la ricchezza alla quale pervenne nella sua morte (sino all’estremo).
Gesù ha cercato di evitare la morte ingiusta e insensata, però sapeva che il profeta, fedele alla sua missione, deve anche sapere morire per realizzarla.
Egli dopo tutti i tentativi compiuti si rese conto che l’inizio nuovo auspicato, la venuta del regno di Dio che egli annunciava, passava attraverso la sua fedeltà.
Questa intuizione, alimentata nella preghiera, ha condotto Gesù ad affrontare il rischio della morte e a continuare sino alla fine la sua missione, per amore degli uomini.
Diverse alternative si sono certamente presentate al suo spirito: tornare indietro? Aspettare tempi migliori? Tentare un compromesso con le autorità?
Gesù intensificò la preghiera e la riflessione e alla fine decise di andare fino in fondo, assumendo un atteggiamento molto chiaro.
Luca richiama la connessione tra questa decisione di Gesù e la sua morte: «Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, decise risolutamente di salire a Gerusalemme» (Lc 9, 51).
La presa di posizione nei confronti della morte ha conferito un senso nuovo alla sua missione. La fedeltà all’annuncio del regno prevalse sulla paura.
La preghiera costituì il segreto della sua forza e la fedeltà all’annuncio del regno prevalse sulla paura. La forma che ha acquistato l’amore portato all’estremo è stato in Gesù il perdono degli uccisori, la disponibilità a morire per la salvezza del mondo.
La morte di Gesù è la morte di un derelitto, di un condannato ingiustamente come delinquente, di un abbandonato da tutti, che pone fiducia in Dio e mostra a quale grado di amore tale fiducia può condurre.
L’amore che porta il peccato del mondo
Amò in modo da portare il peccato del mondo. Giovanni Battista, indicando Gesù ad alcuni suoi discepoli, lo qualificò quale «l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo» (cf Gv 1, 29).
Secondo Giovanni, la glorificazione di Gesù avviene già durante la sua passione e non solo con la sua resurrezione. Questo perché la gloria del Signore, il suo amore, già risplende in Gesù quando accetta la morte per mostrare proprio il suo amore per tutti, anche e soprattutto per coloro che lo tradiscono e lo abbandonano.
Egli fa vivere coloro che lo perseguitano, invece di farli morire, offrendo così a loro un ulteriore tempo per la conversione, vedendo il suo amore per loro.
Gesù è il primo che lo ha vissuto fino in fondo, fino a dare la sua vita per gli amici: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando.
Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,13-15).
Anche Paolo è consapevole, lui che ha perseguitato il Cristo nei suoi discepoli, che Gesù è morto per lui e per tutti: «Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita» (Rm 5,6-10).
Gesù ha fatto esperienza di quello che comanda, sa che l’amore rende liberi e crea vita nuova, diventando così credibile non solo perché è vero secondo l’intelligenza, ma perché è esperienza vera di vita che coinvolge uomini e donne in una relazione di amore, chiamandoli a realizzare a loro volta l’amore nella loro vita.
Il tradimento, la croce e la vittoria dell’amore
Quando Giuda fu uscito dal cenacolo, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito».
Giuda consegna Gesù alle autorità, perché non ha fiducia in Gesù, non crede che il suo regno possa avere un reale impatto sulla società per renderla più aderente al progetto di fraternità che Dio ha per gli uomini.
Gesù invece è consapevole della sua missione di annunciatore del regno di Dio e non rispondendo con la violenza alla violenza di Giuda, attesta come la fedeltà di Dio alle sue promesse di vita è capace di vincere il male e la morte.
Gesù sa che deve affrontare fino in fondo le conseguenze del tradimento di Giuda. La crisi va vissuta fino in fondo, perché è nella crisi che si compie la salvezza di Dio.
Il grido di vittoria nasce lì. Esprime il fatto che il male non ha soffocato l’amore, che il dolore e la delusione per il tradimento dell’amico non hanno impedito l’amore.
L’amore vince il male; l’amore vince la morte di cui Giuda si fa portatore e ministro; Gesù gioisce perché la cattiveria e l’insipienza altrui non lo hanno contagiato, ma egli resta nell’amore.
Continuare ad amare, anche l’amico fattosi nemico, il discepolo divenuto traditore. Ecco la gloria di Dio, il manifestarsi di Dio, il suo farsi presente nella carne e nella storia umana.
Questa vittoria dell’amore sul male è anticipazione, agli occhi di Gesù, della vittoria della resurrezione che di lì a poco attraverserà la sua vita e vivificherà la sua morte.
L’Eucaristia e il dono di sé
Nell’Eucaristia contempliamo il dono di Gesù che si consegna per la vita del mondo. L’amore di Cristo non rimane un’idea, ma diventa presenza, corpo offerto e sangue versato.
Il verbo amare, purtroppo, è una dei termini più abusati: chiamiamo amore forme patologiche di dipendenza dall’altro per paura dell’abbandono e della solitudine; chiamiamo amore la manipolazione dell’altro.
La cronaca ci ricorda continuamente che esistono “amori” disperati e violenti, “amori” distruttivi che portano all’annientamento dell’altro. Che cosa vuol dire allora amare?
Gesù lo suggerisce con un’aggiunta: amatevi come io ho amato voi. L’amore di Gesù non è un sentimento: è la decisione di abbracciare l’altro.
Il comandamento nuovo nasce quindi dalla contemplazione del Cristo eucaristico, che non trattiene la propria vita, ma la offre. L’adorazione conduce a riconoscere nell’altro una persona amata da Dio e chiamata alla vita.
«Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». L’Eucaristia rende presente questa misura dell’amore e invita a lasciarsi coinvolgere nella sua logica di gratuità, perdono e servizio.
La comunità cristiana come luogo dell’amore
I discepoli possono amare perché Cristo ama attraverso di loro, perché la loro vita e la loro comunione è il luogo dove incontrarlo, è il prolungamento nei secoli della sua umanità.
Amando come Gesù, la comunità dei discepoli costruisce pietra dopo pietra la nuova Gerusalemme, la dimora di Dio tra gli uomini dove «non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,5).
Vivere l’amore come Gesù l’ha vissuto significa partecipare alle energie del Risorto, passare dalla morte alla vita, significa confessare nelle relazioni quotidiane la fede pasquale.
Il testo evangelico odierno, con il comando di Gesù sull’amore reciproco, sull’amare come lui ha amato, non ci fornisce forse l’indicazione basilare di ciò che deve caratterizzare quella eutopia che è la comunità cristiana?
Le comunità cristiane sono luoghi al cui centro vi sono valori relazionali controcorrente rispetto alla mondanità: il servizio, il perdono, la cura dei più deboli e poveri, l’accoglienza, l’inclusione, la condivisione, la solidarietà.
Concretamente indica che si tratta di un amore gratuito e fattivo, che incontra Gesù nell’altro e si esprime in gesti concreti di liberazione: pane per gli affamati, acqua per gli assetati, vestiti per gli ignudi, visita ai carcerati e agli ammalati.
Il comandamento dell’amore diventa così il criterio visibile dell’autenticità della comunità. «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».
Domande per l’adorazione
- Come siamo consapevoli dell’amore di Cristo per noi?
- Quali ostacoli ci impediscono di amare gli altri come Gesù ci ha amati?
- Come esprimiamo l’amore di Cristo in gesti concreti e quotidiani?
- Sappiamo rimanere nell’amore di Gesù anche quando incontriamo incomprensione, tradimento o rifiuto?
- Quali forme di perdono, accoglienza, condivisione e solidarietà siamo chiamati a vivere?
- La nostra vita e la nostra comunione sono un luogo nel quale gli altri possono incontrare Cristo?
Lascia loro il comandamento nuovo: “Amatevi gli uni gli altri” (13,34). Solo così essi (e noi con loro) potranno essere là dove è anche il loro Signore.
Solo così il Signore risusciterà in mezzo a loro. Scrive Gerolamo: “Se questo fosse anche l’unico comando del Signore, basterebbe”.
È il comando che egli dona prima di morire, prima di intraprendere il viaggio finale. Cosa vuole Gesù che resti di lui? L’amore dei discepoli.
Vuole che restino dei discepoli capaci di amarsi, dunque di assumere l’ascesi, il rigore, la disciplina e anche la follia e l’eccesso dell’amore.
Dove disciplina e rigore, così come follia ed eccesso, rinviano a quel: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”.
Trovate in me, nella mia vita, il fondamento e la misura dell’amore da assumere nelle vostre vite. In verità ciò che Gesù lascia è la sua vita e il suo esempio, la sua pratica di umanità che ci insegna a vivere insegnandoci ad amare.
Sì, Cristo risuscita nell’amore che i discepoli vivono nella storia.
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