L’abbazia di Chiaravalle di Fiastra è un complesso cistercense della bassa valle del Chienti, vicino al fiume Fiastra e all’antica città romana di Urbs Salvia, caratterizzato da una chiesa romanico-cistercense in mattoni, tre navate, transetto sporgente, cappelle laterali, rosoni, chiostro e numerosi dettagli architettonici adatti a essere osservati e riprodotti in un disegno da colorare.
Per realizzare una pagina da colorare dell’abbazia si possono rappresentare soprattutto la facciata con il portale e il rosone, la chiesa a tre navate, il chiostro con il pozzo ottagonale, il refettorio dei conversi, il palazzo Bandini e alcuni particolari decorativi come archetti, capitelli, colonnine, crochets e motivi geometrici.

Come disegnare l’abbazia di Chiaravalle di Fiastra
La facciata è stata attribuita alla fase gesuitica dell’abbazia sull’impronta di un revival medievistico, che l’accentuata cromia del portale e del rosone rivela, unitamente ad una certa approssimazione d’intaglio. Ai primi anni del ’200 è stato attribuito il portale, che si struttura a ghiera multipla poggiante su un’unica mensola decorata con crochets e retta a sua volta da tre colonnine per parte, alternate a riseghe.
Infine, la facciata, è coronata da un tetto a capanna originario in cui venne inserito un timpano triangolare molto ribassato. Il punto di attacco del tetto, è accompagnato da una serie di archetti intrecciati in laterizio, che delimitano la porzione di muratura entro cui si apre il rosone.
La chiesa presenta straordinariamente due rosoni: quello sulla facciata principale è formato da dodici colonnine disposte a raggiera mentre l’altro, che si trova sul retro in corrispondenza dell’abside, ne presenta soltanto otto. L’interno a tre navate e con pianta a croce latina si presenta costruito a mattoncini rossi, come la casa madre a Milano.
Elementi principali da inserire nella pagina
- la facciata con il tetto a capanna;
- il portale ad arco con ghiera multipla;
- il rosone centrale con dodici colonnine;
- gli archetti intrecciati in laterizio;
- le tre navate della chiesa;
- il transetto sporgente;
- l’abside a pianta quadrata;
- il chiostro in mattoni;
- il pozzo ottagonale;
- il palazzo Bandini sul lato sud.
La storia dell’abbazia da rappresentare
Chiaravalle di Fiastra sorge nella bassa valle del Chienti in prossimità dell’omonimo fiume, dove già nel 971 è menzionata una chiesetta. Secondo alcuni studiosi, l’abbazia, sarebbe sorta sul medesimo luogo inglobando a sé il preesistente edificio benedettino.
Nel 1142 (sebbene vi siano innumerevoli controversie sull’esattezza di questa data) fu fondata l’abbazia per volere del duca di Spoleto e marchese di Ancona Guarnerio II; il quale, dietro esplicita richiesta all’abate Bruno, invitò ad insediarsi nelle Marche dodici monaci cistercensi, provenienti da Chiaravalle di Milano.
Secondo la tradizione più comune, la chiesa venne fondata nell’anno 1142 da alcuni monaci Cistercensi provenienti dall’abbazia di Chiaravalle di Milano, su volere del duca di Spoleto e marchese di Ancona Guarnerio II. Questi monaci, inviati dall’abate Bruno in numero di 12, come gli Apostoli, giunsero in prossimità del fiume, nella bassa valle del Chienti, e rimasti incantati dalla bellezza di tali luoghi, decisero di costruire qui il primitivo nucleo.
Dalla sua fondazione alla metà del XIII secolo, oltre al consenso spirituale sempre crescente dei fedeli, il monastero acquisisce e consolida notevoli ricchezze e potere: grazie all’espansione nel territorio, infatti, incrementa la consistenza della proprietà fondiaria ed allarga sempre più le maglie della propria giurisdizione.
Intorno al 1200 circa l’abbazia giunge all’apice del successo, particolarmente economico: è infatti grazie all’abilità organizzativa, agricola e artigianale dei monaci e dei fratelli conversi, che le grange diventano veri e propri centri economici fiorenti ed autonomi.
I cistercensi di Fiastra fanno la loro comparsa sui mercati locali, oltre a primeggiare in altre attività come quella marittima, mercantile, creditizia e culturale, legata quest’ultima alla vita dello scriptorium.
Dal XIII al XV secolo il monastero si avvia, a poco a poco, verso un lento ma irreversibile declino. A ciò si accostano eventi disastrosi quali il saccheggio della Società di S. Giorgio di John Hawkood del 1381, ed il successivo e ben più devastante del 1422 per mano di Braccio da Montone e delle sue truppe.
Come tante altre abbazie cistercensi, il suo declino cominciò dopo il XIII sec., ricevendo il colpo di grazia nel 1422, quando venne saccheggiata da Braccio da Montone, capitano di ventura e signore di Perugia.
Nel 1456 l’abbazia viene sottoposta al regime commendatario di Rodrigo Borgia (futuro Alessandro VI), per giungere al collasso definitivo sotto la guida sconsiderata dell’ultimo abate commendatario cardinale Sforza.
Nel 1581, il papa, cede il monastero e tutti i suoi possedimenti al Collegio Romano della Compagnia di Gesù. Nel 1613 Fiastra entra a far parte della Congregazione Cistercense Romana e, dietro disposizione di Urbano VIII, furono invitati a Roma i pochi cistercensi rimasti nell’abbazia.
Nel 1773 la Compagnia di Gesù venne soppressa ed il monastero con tutti i suoi beni, fu ceduto in enfiteusi perpetua al marchese Bandini. Nei primi anni del XIX secolo, Sigismondo Giustiniani Bandini, fa costruire sul lato sud del chiostro la sua residenza in stile neoclassico.
Dopo la sua morte, nel 1963, l’abbazia e tutto ciò che le appartiene passa in eredità alla Fondazione Giustiniani Bandini, cui tutt’oggi fa capo e che attualmente ha sede in detta residenza.
Dal 1985 il monastero è stabilmente abitato da una piccola comunità cistercense, proveniente da Chiaravalle di Milano.
Architettura cistercense da colorare
Chiaravalle di Fiastra fa parte del gruppo padano delle abbazie cistercensi. Infatti la struttura architettonica aderisce allo stile padano, di cui i cistercensi sono importatori nelle Marche.
Anche l’uso dei mattoni nel paramento murario è una innovazione padana. La pianta dell’abbazia, invece, è di derivazione borgognona e si caratterizza per la chiesa a tre navate, otto campate, il transetto sporgente, quattro cappelle laterali quadrangolari, l’abside “bernardino” a pianta quadrata.
Secondo la consuetudine dei monaci di San Bernardo, la chiesa è intitolata alla Vergine Maria, ed è costruita nel tipico stile sobrio ed essenziale dell’architettura romanico-cistercense.
L’alzato rivela una evoluzione stilistica data l’evidente stratigrafia muraria dell’edificio: si scorgono, infatti, cambiamenti di materiale del sistema di coperture come dei sostegni.
È evidente l’uso di materiale di recupero (facilmente reperibile dalle rovine della vicina città romana di Urbs Salvia) e la presenza della volta a botte, leggermente acuta, nelle due cappelline laterali.
| Elemento | Caratteristica da riprodurre |
|---|---|
| Chiesa | Tre navate, otto campate e pianta a croce latina |
| Transetto | Transetto sporgente |
| Abside | Abside “bernardino” a pianta quadrata |
| Rosone principale | Dodici colonnine disposte a raggiera |
| Rosone posteriore | Otto colonnine |
| Chiostro | Cortile in mattoni con pozzo ottagonale |
| Refettorio dei conversi | Fila centrale di sette colonne diverse |
Pilastri, archi e capitelli
Il complesso dei sostegni è caratterizzato da un nucleo quadrato, a cui si alternano semicolonne in numero variabile, per conferire robustezza al pilastro a seconda della sua funzione strutturale.
I massicci pilastri che preludono al coro e gli ultimi due della navata centrale, sono a sezione quadrata senza piedritti addossati. I sostegni, si oppongono alla spinta delle navate laterali ed hanno una sezione quadrangolare di minori dimensioni.
Ad essi poggia una semicolonna che da terra si interrompe all’altezza di una sottile cornice, che corre lungo la sommità degli archi che separano le navate.
I culots delle semicolonne pensili sono in pietra bianca, lisci o scolpiti a bassorilievo; mentre i capitelli, sempre in pietra, presentano i classici crochets cistercensi (terminazioni vegetali aggettanti e uncinate) e rari elementi figurativi.
Sugli abachi dei capitelli della terza coppia di pilastri da ovest, si leggono quattro iscrizioni delle quali tre, potrebbero ritenersi nomi di alcuni dei muratori che lavorarono al cantiere fiastrense: IHX- XPS- Berardus- Beous- Befuas.
Il cleristorio è costituito da monofore sganciate a tutto sesto, con profilature multiple all’esterno. Vi era inoltre una torre nolare oggi scomparsa.

La facciata e i portali
Al portale esterno corrisponde quello che accede direttamente alla chiesa, in marmo rosso, verde e bianco, ad incorniciatura multipla a tutto sesto, dove alle quattro colonnine e due pilastrini ottagonali della strombatura, corrispondono due ghiere tondeggianti ed una terza a sezione ottagona.
L’archivolto poggia su due mensole continue, di cui l’una (sinistra) è scolpita con foglie e l’altra con accentuati crochets. Anche questo è da attribuire alla creazione gesuitica di forme pseudo-cistercensi.
Il fianco nord della chiesa si accosta al portico decorato da un fregio di archetti ciechi, simile a quello di facciata.
Per una pagina semplice si può disegnare la facciata frontalmente, lasciando ampie superfici bianche nel portale, nel rosone e nel tetto. Per una pagina più dettagliata si possono aggiungere le colonnine, le ghiere concentriche, gli archetti ciechi e le decorazioni vegetali.
Il chiostro, il refettorio e gli ambienti del monastero
Il lato sud affaccia sul cortile in mattoni (totalmente rifatto nel XV secolo), che presenta archi ribassati poggianti su tozzi pilastri ottagonali, ampliando il perimetro originario del chiostro.
Sulla porzione meridionale si innesta il palazzo Bandini, costruito agli inizi del XIX secolo sugli ambienti del noviziato, del calefactorium, del refettorio dei monaci e della cucina.
Gli unici ambienti rimasti intatti oltre la chiesa, sono il refettorio dei conversi e l’aula capitolare. Intorno alla fine del XII secolo si collocano il corridoio dei conversi e il dispensario.
Nel lato dei monaci, al piano superiore, tra il 1980 e il 1990 sono state riaperte le monofore dell’antico dormitorio.
Prima di entrare nel chiostro, posto sul lato sud dell’edificio, si apre un’ampia sala rettangolare, sostenuta al centro da una fila di colonne tutte diverse l’una dall’altra, proveniente dai resti della vicina città romana di Urbs Salvia.
Ci troviamo nel Refettorio dei Conversi, ossia di quei religiosi laici che facevano parte della comunità abbaziale ma che erano dediti ai lavori manuali di gestione pratica del monastero, piuttosto che alla partecipazione liturgica.
Più avanti si accede al chiostro, originario del XIII sec., che tuttavia conserva poco e niente dell’originario, in quanto, come si è detto, venne completamente ricostruito alla fine del ’400 dai cardinali commendatari che presero in gestione l’abbazia.
Il muretto che circonda lo spiazzo centrale, in cui domina un pozzo di forma ottagonale, presenta una copertura a mattoncini rossi.

Intorno al chiostro si aprono altri locali, tutti interessanti da visitare. Procedendo invece all’ispezione dei locali del chiostro, incontriamo gli ambienti del Cellarium, dove i monaci stipavano beni e derrate, la Sala delle Oliere, dove veniva conservato l’olio all’interno di enormi giare infisse nel pavimento, attualmente adibito a museo di reperti archeologici provenienti dalla vicina Urbs Salvia, le Cantine, realizzate dai Gesuiti nel XVII sec., ed infine le Grotte.
La Sala del Capitolo, in particolare, conserva un’antica epigrafe che ricorda l’importanza del silenzio, e che recita così: &quit;Parla poco, odi assai et guarda il fine di ciò che fai".
Le grotte sotterranee
Queste ultime, in particolare, sono costituite da una serie di corridoi che s’intersecano sotto la chiesa, dipanandosi lungo due direttrici opposte, e raggiungendo una profondità massima di 5,73 metri.
Lungo le gallerie di questi ambienti sotterranei si aprono delle nicchie con volte semicircolari, destinate ad ospitare le botti di vino o altre derrate che si dovevano conservare al fresco.
È curioso osservare che nel corridoio che si apre alla sinistra dell’ingresso vi sono esattamente sette nicchie la cui parete di fondo non è mattonata come le altre, ma è lasciata aperta sulla nuda roccia nella quale le gallerie sono state scavate.
Affreschi e opere d’arte da colorare
Le poche decorazioni pittoriche presenti nell’abbazia di Fiastra, risalgono al XV secolo e si devono alla cura e all’interessamento del cardinale commendatario Latino Orsini.
Infatti, in base alle indicazioni che gli affreschi del presbiterio ed alcune pianelle del tetto ci forniscono, l’anno di esecuzione dei lavori è da individuarsi nel 1473.
Sotto il rosone del presbiterio domina una “Crocifissione”, mentre ai lati, in due nicchie originariamente monofore, “S. Benedetto” e “S. Bernardo” con il cardinale Latino Orsini inginocchiato.
L’affresco è attribuito a Giovanni Boccati e reca la data 1473.
Sulla parete destra troviamo il dipinto seicentesco che raffigura “S. Girolamo” penitente nel deserto. L’affresco situato nella navata laterale destra risale al 1539 e raffigura una “Madonna con Bambino”, tra S. Nicola di Bari e S. Sebastiano.
Nel terzo pilastro a sinistra della navata centrale, sempre del 1539, è raffigurato “S. Amico”; mentre nell’ultimo pilastro a sinistra troviamo un’altra “Madonna con Bambino”, in stile gotico internazionale, attribuito alla Scuola marchigiana dei fratelli Salimbeni da San Severino, della fine del XIV secolo.

Le cappelle laterali
La prima cappella laterale di sinistra è dedicata a S. Rita, dove è conservato il sarcofago in pietra grigia del principe Sigismondo Giustiniani Bandini.
La seconda cappella, pure a sinistra, è dedicata a S. Benedetto e vi è rappresentata “l’Annunciazione”; alla sua sinistra è raffigurato “S. Pietro” con la croce, il libro e il pesce.
A destra è rappresentata “S. Caterina di Alessandria” con la ruota dentata, attribuita a Girolamo di Giovanni della Scuola Camerinese.
La prima cappella a destra è dedicata alla Madonna di Loreto: nella volta a botte è raffigurata la “Traslazione della S. Casa da Nazareth a Loreto”. Il dipinto è attribuito alla Scuola bolognese del XVII secolo.
La seconda cappella, anch’essa a destra, è dedicata a S. Bernardo ed è artisticamente la più interessante: vi sono raffigurate scene della vita di “S. Paolo e S. Antonio” eremiti.
In fondo a sinistra c’è l’apostolo “S. Giacomo” (di attribuzione incerta), mentre a destra, maestosa, l’immagine di “S: Antonio Abate”.
Nel primo riquadro della parete destra è raffigurato l’incontro tra “S. Antonio e S. Paolo”; nel secondo riquadro invece, sono rappresentati i due santi in preghiera, mentre nel terzo S. Antonio che seppellisce S. Paolo.
Vi sono inoltre due dipinti su tela collocati nelle pareti del transetto, che affacciano verso le cappelle: l’una rappresenta “l’Annunciazione” (di cui è ignoto l’autore) e fungeva da pala d’altare nel presbiterio; l’altra raffigura “S. Ignazio di Lojola” (attribuita forse ad Alessandro Ricci da Fermo), fondatore dei Gesuiti, ed era addossata alla porta del dormitorio dei monaci.
Simboli e dettagli decorativi
Terminata la contemplazione degli elementi, per così dire, più "macroscopici", quelli, cioè, che bene o male sono sotto gli occhi di tutti, l’indagine del sito può proseguire con un secondo giro, più accurato, nel quale far saltare fuori quei dettagli, segni simbolici più nascosti, che sappiamo essere immancabili, specialmente nel contesto delle chiese cistercensi.
Le sorprese non si fanno attendere: scrutando soprattutto tra i capitelli, infatti, cominciano a spuntare fuori diverse simbologie, tutte interessanti.
Sul primo pilastro a sinistra, per cominciare, troviamo un pesce, ben delineato. È un simbolo cristico tra i più antichi, con il quale i primi cristiani dissimulavano la figura di Gesù adorandolo senza destare sospetti: la parola greca che indica il pesce, infatti, cioè ("ichthys"), non è altro che l’acrostico della frase "Iesous Christos Theos Yios Soter", "Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore".
Nel quarto capitello della navata destra, sul lato che prospetta su quella centrale, troviamo un drago che divora un serpente: è lo stemma del duca Guarnerio II, che fece edificare l’abbazia.
Dall’altro lato, in corrispondenza, troviamo invece l’emblema di una cicogna, che è lo stemma dell’abbazia madre di Milano.
La navata sinistra riserva maggiori sorprese, perché di solito è sul lato sinistro che sono collocate le chiavi simboliche di più difficile lettura.
Tornando verso l’ingresso, troviamo innanzi tutto un Fiore della Vita, quindi una serie di intrecci, o nodi, di stile longobardo, per arrivare, infine, ad un notevole esemplare di Nodo di Salomone scolpito in uno degli ultimi capitelli in fondo, vicino all’ingresso.
Motivi consigliati per un disegno in bianco e nero
- il pesce scolpito nel capitello;
- il drago che divora un serpente;
- la cicogna dell’abbazia madre di Milano;
- il Fiore della Vita;
- gli intrecci di stile longobardo;
- il Nodo di Salomone;
- i crochets vegetali dei capitelli;
- le colonnine del rosone;
- gli archetti ciechi del portico;
- il pozzo ottagonale del chiostro.
Il numero sette nel complesso abbaziale
Terminata con profitto la nostra ricognizione, usciamo nel pronao esterno, attraversando l’imponente portale marmoreo. Volgendo lo sguardo alla nostra sinistra, notiamo sulla parete di fondo una serie di nicchie vuote, sormontate da archetti, che si estendono su tutta la larghezza della parete.
L’occhio ne registra automaticamente il numero, sette, e la loro conformazione ricorda qualcosa di già visto altrove. Proseguendo il giro, noteremo che il numero sette ricorrerà in altri ambienti dell’abbazia, da far sorgere il sospetto che non sia del tutto casuale.
Prima di entrare nel chiostro, posto sul lato sud dell’edificio, si apre un’ampia sala rettangolare, sostenuta al centro da una fila di colonne tutte diverse l’una dall’altra, proveniente dai resti della vicina città romana di Urbs Salvia. Le contiamo, sono sette.
Ancora una volta, dunque, incontriamo il numero sette negli ambienti di questa abbazia.
I sette archetti nel pronao dell’abbazia ricordano anche nello stile le "Sette Porte" raffigurate in uno dei più famosi mitrei ostiensi, le sette nicchie delle grotte sono simili a quelle che troviamo nel mitreo di Vulci, ed anche i sette pilastri del refettorio sembrano fare riferimento alla scala dei gradi del culto di Mitra.
Anche le figure del serpente nella chiesa potrebbe essere un celato indizio, e d’altronde la vicinanza di una città romana come Urbs Salvia ci ricorda la possibilità di un tale evento.
Queste interpretazioni possono essere trasformate in una tavola ricca di particolari, ma per un disegno destinato ai bambini è preferibile rappresentare soltanto le nicchie, le colonne e gli archetti, lasciando i significati simbolici come spunti di osservazione.
Abbazia di Chiaravalle di Fiastra - Urbisaglia (MC)
I Cistercensi e lo stile dell’abbazia
Ordine monastico le cui origini sono legate alla fondazione del novum monasterium sorto a Cîteaux (v.) in Borgogna nel 1098 per iniziativa di Roberto di Molesme, insieme ad Alberico e Stefano Harding, nell’ordine i primi tre abati.
La nascente comunità si proponeva di trovare un nuovo punto di equilibrio tra gli elementi della vita monastica: liturgia, lectio divina (lettura spirituale, meditazione, preghiera individuale) e lavoro.
Essa doveva servire ad assicurare i rapporti tra i monasteri: vi si ordina che siano indipendenti, ciascuno sui iuris, e autosufficienti anche economicamente, secondo un criterio di tipo federalistico; nello stesso tempo si richiede di rispettare la Regola di s. Benedetto e di assicurare l’unità della liturgia e degli usi.
Essenziale è la nuova interpretazione della figura del converso, di importanza primaria nel grande successo dell’Ordine in campo agricolo e, in generale, economico; già previsti in altre famiglie religiose, i conversi assunsero presso i C. un’importanza nuova, tanto da fruire di normative giuridiche specifiche negli Usus conversorum.
La legge fondamentale dei C. è la Regola di s. Benedetto, accolta ponendo l’accento sulla puritas Regulae e applicando tre principi: nihil contra Regulam, omnia iuxta Regulam, quaedam praeter Regulam.
Un fattore innovativo era costituito dall’istituto della filiazione, che conferiva a ogni abbazia parità giuridica nei confronti di tutte le altre, compresa l’abbazia madre, e dall’istituto del Capitolo generale, che affidava la guida dell’Ordine all’assemblea degli abati.
Bernardo di Chiaravalle (v.), dal 1115 abate di Clairvaux, terza filia di Cîteaux, rappresenta nella storia dell’Ordine una figura-chiave che, anche al di là della sua opera teologica, ne promosse in gran parte l’affermazione sul piano internazionale.
L’espansione cistercense divenne rapidissima, diramandosi la rete delle fondazioni in tutta Europa, dalla Svezia al Portogallo e dall’Irlanda all’Ungheria, per non arrestarsi che alla metà del Trecento.
In fatto d’arte, sull’origine e in genere sull’età medievale dei C. grava storicamente un’immagine - ’missionari del Gotico’ - deformante, a un tempo, per eccesso e per difetto.
In esplicita reazione all’esempio di Cluny, i fondatori di Cîteaux realizzarono una povera edilizia da contadini - ai quali di fatto intendevano assimilarsi - come un gesto di rifiuto, non tanto genericamente pauperistico, quanto specificamente rivolto contro la tesi cluniacense dello splendore, ricchezza e sontuosità della ’bella materia preziosa’ non solo legittima nell’edilizia sacra ma addirittura, se non unica, privilegiata via di comunicazione tra Dio e uomo.
L’estrema purificazione per l’estrema utilizzazione dell’essenza vitale.
Destinati a realizzare e soprattutto insegnare a realizzare il ’progetto’ in qualunque situazione e servendosi di qualunque tipo di materiale e manovalanza locale, i cantieri-scuola cistercensi fecero in breve del ’progetto’ bernardino - che univa tra l’altro un massimo di facilità esecutiva e di rapidità a un minimo di costo - il nuovissimo strumento operativo comune a tutta la più avanzata tecnologia europea del momento.
Idee per attività da colorare
- Colorare la facciata usando tonalità diverse per il portale, il rosone, il tetto e gli archetti in laterizio.
- Disegnare il chiostro con il pozzo ottagonale al centro e gli archi ribassati lungo il cortile.
- Riprodurre un capitello con il pesce, il drago, il serpente o la cicogna.
- Completare una scena con la Crocifissione sotto il rosone del presbiterio.
- Colorare le cappelle laterali distinguendo l’Annunciazione, la Madonna di Loreto e le scene della vita di S. Paolo e S. Antonio.
- Creare una scheda osservativa con sette archetti, sette colonne e sette nicchie.
- Realizzare una pianta semplificata della chiesa con tre navate, transetto, abside e quattro cappelle laterali.
Una composizione completa può riunire la facciata dell’abbazia, il chiostro e alcuni dettagli dei capitelli, così da trasformare la pagina da colorare in un percorso tra storia, architettura, arte e simboli del complesso cistercense.