Abbazia di Casamari e padre Ildebrando: storia, architettura e attività esorcistica

L’Abbazia di Casamari è un complesso cistercense sorto nel territorio di Veroli, sulle rovine del municipio romano di Cereatae Marianae, e oggi è conosciuta anche per l’attività di padre Ildebrando Di Fulvio, esorcista che pratica esorcismi dal 2002.

Il monastero unisce il valore storico e artistico di uno dei più importanti esempi di architettura cistercense alla presenza di una comunità monastica contemporanea, mentre l’attività di padre Ildebrando richiama ogni giorno persone che chiedono aiuto per sofferenze interpretate, secondo la prospettiva religiosa, come possessione, ossessione o vessazione.

Dove si trova l’Abbazia di Casamari

L’abbazia di Casamari è un Monumento Nazionale di proprietà dello Stato Italiano, che entrò a far parte del demanio pubblico nel 1874 a seguito della promulgazione delle cosiddette “leggi eversive” post-unitarie.

Indirizzo: Via Maria, 25, 03029, Veroli (Fr), Italia.

Il sito è raggiungibile con bus Cotral, fermata a richiesta Veroli/Abbazia di Casamari.

È presente un’area di parcheggio libero in prossimità.

Abbazia di Casamari esterno

Le origini dell’abbazia e il nome Casamari

La fondazione dell’abbazia di Casamari risale agli albori del II millennio quando alcuni ecclesiastici di Veroli, con l’intento di costruire una comunità monastica benedettina, avviarono la costruzione di un monastero sulle rovine di Cereate, patria del console romano Caio Mario cui si riporta la denominazione di Casamari, Casa di Mario.

Consacrato nel 1217, il complesso cistercense di Casamari sorge sulle rovine del municipio romano di Cereatae Marianae, residenza del console Gaio Mario, da cui il luogo eredita il toponimo di Casamari.

Intorno alla metà del XII secolo, i monaci benedettini furono sostituiti dai cistercensi i quali, in un arco relativamente breve di tempo, edificarono l’attuale monastero, gioiello di architettura cistercense.

Dopo un periodo di splendore, a partire dalla metà del XIV secolo Casamari si avviò ad un lento declino fino a quando nel 1717 vi fu introdotta una colonia di monaci cistercensi riformati, detti Trappisti, provenienti da Buonsollazzo in Toscana, i quali ridiedero impulso alla vitalità spirituale, culturale e materiale del monastero.

In età napoleonica e nel corso dell’800, Casamari subì invasioni, saccheggi, incendi e spargimenti di sangue.

Spogliata dei suoi beni nel 1873 in seguito alle leggi di soppressione, l’abbazia, nell’anno successivo, fu dichiarata monumento nazionale.

Nel 1929 Casamari, insieme ai monasteri da essa fondati, è stata eretta in Congregazione monastica autonoma, aggregata all’Ordine cistercense.

Nell’abbazia di Casamari vive attualmente una comunità di sedici monaci.

L’architettura cistercense di Casamari

Il rigore geometrico e la purezza delle forme sono caratteristiche fondamentali dell’architettura cistercense che, nel rispetto della regola benedettina rinnovata dall’azione riformatrice di Bernardo di Chiaravalle, si prefiggeva di adeguare gli spazi alle necessità della vita monastica e di uniformarli a principi di umiltà e lavoro.

Il complesso di Casamari costituisce un modello esemplare di questo stile architettonico, da interpretarsi come il manifesto della spiritualità cistercense.

L’articolazione degli spazi è concepita sul modulo quadrato e sviluppa una proporzione perfetta tra pianta e alzato.

La facciata e l’ingresso della chiesa

L’ingresso alla chiesa di Casamari è introdotto da un’ampia scalinata che conduce ad un atrio a tre aperture, di cui quella centrale ornata da un portale con profonda strombatura a sette fasce concentriche di archi.

La parte superiore della facciata ha forma rettangolare sormontata da un triangolo al cui centro si apre il rosone affiancato da due monofore.

Facciata della chiesa di Casamari

L’interno della chiesa

L’interno della chiesa è a croce latina, a tre navate, con lo spazio organizzato sul modulo quadrato.

Le campate della navata centrale sono sorrette da robusti pilastri cruciformi.

Originariamente collocato nell’abside, l’altare maggiore è posto all’incrocio col transetto, al di sotto di un baldacchino monumentale in marmo policromo fatto realizzare da Clemente XI (1711).

La posizione del campanile, eretto in corrispondenza dell’ultima campata della navata centrale, è l’unico elemento dell’edificio che diverge dalla regola cistercense, che lo prevedeva all’incrocio col transetto.

Il chiostro e gli ambienti monastici

Il cuore dell’abbazia è rappresentato dal chiostro, luogo deputato alla meditazione e alla vita spirituale dei monaci.

Di impianto quadrato, presenta una galleria dotata per ogni lato di un’apertura al centro e quattro bifore poggianti su sei colonnine di fattura diversa.

Particolare interesse è rivestito dalla bifora centrale sinistra del lato sud, dove due capitelli sono ornati con tre testine tradizionalmente identificate con i volti di Federico II, Pier delle Vigne e l’abate Giovanni.

Attorno al chiostro sono organizzati gli spazi riservati alla vita della comunità: la chiesa, la sala capitolare ed il refettorio.

Chiostro dell’Abbazia di Casamari

Il Museo dell’abbazia

Negli spazi originariamente adibiti a refettorio, nel 2003 è stato inaugurato l’attuale Museo dell’abbazia.

La raccolta archeologica è divisa in diverse sezioni.

La sezione preistorica e i reperti italici

In quella preistorica, grande rilevanza è rappresentata dai resti di zanne di Elephas antiquus, rinvenute nel 1923 nei pressi dell’abbazia.

Numerose sono le testimonianze riferibili ai popoli italici, a cui è dedicata una sezione apposita.

La zona di Casamari insisteva su di un’area confinante tra i territori dei Volsci e degli Ernici e alcuni reperti di vasellame, anfore, tazze e attingitoi d’impasto appartengono a queste popolazioni, con una datazione compresa tra l’VIII e il VII secolo a.C.

La sezione romana

La collezione romana è composta in maggioranza da reperti ritrovati nell’area abbaziale e nelle zone verso il ponte romano dove probabilmente si estendeva il foro di Cereatae Marianae, come sembrano indicare i ritrovamenti di statue in marmo di epoca imperiale conservate nel Museo.

I numerosi elementi architettonici, le lastre iscritte, i frammenti scultorei, le terrecotte di arredo, sono spesso di provenienza sconosciuta, accumulati sia nei numerosi ritrovamenti durante lavori nel corso del Novecento, sia da scavi in zone limitrofe come quella del deposito votivo di Casale Antera di cui si conservano numerosi ex voto fittili che attestano una lunga devozione del sito che arriva fino all’età Cristiana.

La quadreria

Il Museo è dotato di una notevole quadreria costituita da circa 90 pezzi (la gran parte in deposito) appartenenti ad un arco cronologico che va dal XV al XIX secolo, oltre a due affreschi staccati provenienti dalla chiesa di Santa Maria del Reggimento, primo insediamento della comunità di Casamari.

Il nucleo originario della raccolta è costituito dalle opere destinate all’abbellimento della Chiesa e dell’intero complesso abbaziale, come ad esempio le tele già presenti sin dalla metà del Seicento e le tre grandi pale d’altare volute nel 1721 dal cardinale Annibale Albani ed attribuite a Onofrio Avellino, pittore napoletano allievo di Francesco Solimena.

A questo stesso nucleo appartengono i tre grandi dipinti commissionati nel 1769 dall’abate Isidoro Maria Ballandani all’arpinate Paolo Sperduti.

Una prima vera e propria organizzazione espositiva della collezione si deve all’abate Nivardo Maria Buttarazzi, Preside della Congregazione Cistercense di Casamari dal 1941 al 1988.

Nelle sale sono esposti sette grandi dipinti, per lo più di ambito sei-settecentesco, tra cui segnaliamo la grande pala di Giovanni Serodine, artista caravaggesco, raffigurante l’Elemosina di san Lorenzo (realizzato per la chiesa romana di San Lorenzo fuori le mura).

I Martiri di Casamari

La storia dell’abbazia è legata anche al martirio di sei monaci uccisi nel maggio del 1799 dalle truppe francesi in ritirata.

Nella primavera del 1799 i rivoluzionari francesi, che avevano instaurato in Napoli la Repubblica Partenopea, furono costretti dall’esercito borbonico riorganizzato dal cardinale Fabrizio Ruffoe dalla presenza della flotta inglese ancorata nelle isole di Ischia e di Procida, a prendere la via del ritorno, risalendo la penisola per la litoranea, attraverso Gaeta e Terracina.

Un distaccamento dell’esercito, però, calcolato dalle cronache del tempo sulle tredici - quindici mila unità, agli ordini dei generali Vetrin e Olivier, si diresse verso l’interno.

Esso giunse, il 10 maggio, a Cassino quando gli abitanti avevano abbandonato la città e si erano rifugiati sui monti.

Anche i monaci dell’abbazia di Montecassino erano fuggiti a Terelle recando alla sicuro le cose più preziose; i pochi monaci rimasti dovettero assistere con raccapriccio, e non senza pericolo di morte, alla devastazione, al saccheggio ed alla profanazione, perpretati, tra canti osceni e parodia di sacre liturgie, dai 1500 soldati della colonna del generale Olivier che erano saliti all’archicenobio.

L’undici maggio, il passaggio dei soldati in ritirata è documentato in Aquino: “Oggi, 11 di maggio, sono passati qui i francesi inseguiti dalle truppe regie e in questa chiesa non hanno lasciato neanche un candeliere” - e in Roccasecca, dove sei persone “chiusero i loro giorni per l’aggressione francese”.

Dopo essere giunti ad Arce e averla saccheggiata, le truppe, anziché deviare per Ceprano, si diressero per Isola Liri e ne fecero una città martire.

Forzato lo sbarramento e rotta la resistenza i francesi penetrarono nella cittadina seminando violenza lutto e sangue, non risparmiando le molte persone che si erano rifugiate, come ultima speranza, nella chiesa Di San Lorenzo.

Il canonico-vicario Giuseppe Nicolucci ci ha lasciato nei libri dei defunti una agghiacciante testimonianza: “Memorando né mai dimenticabile il giorno che fu di Pentecoste, 12 maggio 1799, che il gallico furore che noi e tutte le nostre case rovinò e travolse nell’ultimo eccidio - Nulla che il nemico ferro non avesse devastato e mietuto - Non gregge non armento sicuro alla campagna, nei presepi e negli ovili - Non uomo che scappasse da morte; non donna, ancorché fanciulla, risparmiata dalla militare licenza brutale. Né altari, né cose sacre le scellerati mani rispettarono - Chi voglia più saperne legga la triste memoria scritta a pagina … (si guardi l’elenco dei morti) di questo libro ed apprenderà perché registri 500 e più nomi di trapassati nel solo e medesimo giorno 12 maggio 1799”.

La notte del 13 maggio 1799

Dopo l’eccidio nella cittadina di Isola, mentre la truppa riprendeva la ritirata verso il Nord, un drappello di venti soldati sbandati, - “venti leopardi”, secondo la descrizione di un teste oculare - il 13 maggio irruppe all’interno dell’abbazia di Casamari, alle otto di sera, quando la comunità si accingeva al canto della “compieta”, prima del grande silenzio che ovatta di notte un monastero benedettino.

Fu una notte di spavento, di dispersione, di sangue, di morte …di martirio.

Mentre gli altri monaci, come uno stormo di miti colombe spaventate, cercavano all’impazzata scampo per ogni dove, sei di essi impavidamente restarono ed eroicamente testimoniarono la loro fede nell’eucarestia, rimanendo uccisi nell’atto di sottrarre le sacre pissiddi o di riparare alla profanazione delle particole consacrate.

Essi sono: il priore P. Simeone Cardon, P. Domenico Zawrel, Fra Maturino Pitri, Fra Albertino Maisonade, Fra Modesto Burgen, Fra Zosimo Brambat.

I sei monaci martiri

Sulla testimonianza di sangue dei martiri, associati alla passione di Cristo, poggia la solidità della Chiesa; essi non saranno mai dimenticati perché “sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavate le loro vesti, rendendole candide col sangue dell’Agnello” (Ap. 7, 14).

Padre Simeone Cardon, priore e cellerario, nato a Cambrai, monaco benedettino a Parigi, durante la Rivoluzione fuggì dalla Francia e raggiunse rocambolescamente Casamari il 5 maggio 1795, dove vestì l'abito cistercense e, poi, emise la professione di stabilità.

Per bontà e per esemplarità di vita fu nominato, prima, economo e, successivamente, priore dell’abbazia.

All'approssimarsi dell'esercito francese in ritirata, dapprima decise di fuggire con i monaci, ma, poi, li esortò a rimanere.

Il 13 maggio egli accolse il drappello degli sbandati e somministrò loro cibo e bevande.

Davanti alla loro furia distruttiva dapprima si nascose nell’orto ma, rientrato in sé, ritornò nella sua cella dove fu assalito dai soldati che reclamavano i tesori del monastero.

Con la sciabola fu ferito alla testa ed alle mani mentre cercava di parare i colpi.

Mori “verso le sette del mattino seguente. Aveva cinque ferite, due colpi di baionetta nel corpo, un colpo di sciabola nella testa, uno sul braccio destro e uno sulla coscia sinistra”.

Padre Domenico Zawrel, maestro dei novizi, nato a Codovio virgola in diocesi di Praga, fu dapprima religioso domenicano della congregazione di Santa Sabina di Praga.

Venne a Casamari nel maggio del 1776, il mese seguente ricevete l’abito di novizio, e l’anno dopo, professò i voti solenni.

Nella tragica notte del 13 maggio raccolse per due volte le sacre specie, prima nella chiesa, poi, nella cappella dell’infermeria, dove rimase in adorazione con due altri confratelli, fra Albertino e fra Dosideo.

Furono sorpresi da tre soldati che sparsero per terra le particole, uccisero con due colpi di sciabola fra Albertino, ferirono gravemente fra Desiderio “e infine lasciarono morto ai loro piedi anche il padre Domenico dopo avergli tirati più colti di spada sul capo ed in altre parti del corpo: subito spirò nella medesima cappella dicendo: Jesus-Maria”.

Fra Albertino Maisonade, corista, francese, di Bourdeaux, dopo lo scoppio della Rivoluzione fuggi e si portò a Casamari, dove fu ricevuto ed ammesso tra i monaci di coro.

Nel novembre del 1792 vesti l’abito di novizio e, nell’anno successivo, emise la professione semplice secondo un privilegio, allora specialissimo, concesso alla comunità di Casamari.

Esemplare negli atti di vita comunitaria, manifestò sempre una devozione profonda per l’adorazione del Sacramento dell’altare.

Il 13 maggio, all’arrivo dei francesi, invece di fuggire si ritirò in adorazione davanti al santissimo Sacramento - che era stato profanato nuovamente - nella cappella dell’infermeria.

Raggiunto dai soldati francesi, fu colpito e finito a colpi di sciabola sul posto con padre Domenico Zawrel.

Fra Maturino Pitri, oblato, di Fontaineblau, figlio di uno dei giardinieri del re di Francia, fu arruolato e, poi, destinato alla campagna in Italia.

Nel gennaio del 1799 fu colpito da una terribile asma di petto e da febbre e fu ricoverato, con altri undici commilitoni, nell’ospedale “La Passione” di Veroli.

Dichiarato prossimo a morte, si confessò al Padre Simeone Cardon che era capitato nell’ospedale, e gli dichiarò di voler vestire, se fosse guarito, l’abito cistercense.

Tre giorni dopo, perfettamente guarito, fu nascosto per una notte nell’appartamento del curato dell’ospedale, Don Giuseppe Viti, e, di buon mattino, fu accompagnato a Casamari.

Il tredici maggio, raggiunto da un colpo di fucile nel corridoio del noviziato, si trascinò e morì nella sua cella.

Fra Zosimo Brambat, converso, milanese, chiese, alla fine del 1792, di essere ricevuto in Casamari.

Trascorse due anni, secondo la consuetudine, coll’abito di oblato, poi, nel novembre del 1794, fu ammesso al noviziato e, nell’anno successivo, emise la professione semplice nelle mani dell’abate Pirelli.

In quel terribile tredici maggio fu dapprima raggiunto da un colpo di archibugio e, poi, da colpi di sciabola mentre, nel disbrigo di un’obbedienza, “passava per la scaletta per andare in refettorio e avanti la scala della farmacia”.

Riuscì, tuttavia, a nascondersi, ma, tre giorni dopo, il sedici maggio, morì poco fuori delle mura del monastero, dopo essersi incamminato alla volta di Boville per ricevere il sacramento dell’unzione degli infermi.

Fra Modesto Burgen, converso, francese di Borgogna, fu dapprima religioso nell’abbazia cistercense di Settefonti.

Durante la Rivoluzione fuggì e si portò a Casamari, dove fu accolto fraternamente.

Nel gennaio del 1796 fu ammesso al noviziato e, nell’anno seguente, emise i voti semplici.

Anch’egli religioso di vita esemplare, in quell’infausto tredici maggio fu inseguito nel corridoio del noviziato, fu raggiunto da un colpo di archibugio, e poi finito a colpi di sciabola.

Memoria dei Martiri di Casamari

Padre Ildebrando Di Fulvio e gli esorcismi

Le decine di persone che ogni giorno si recano all’Abbazia di Casamari, nel frusinate, credono o almeno sospettano non solo che il demonio esista, ma che abbia finito per interessare le loro vite.

Cinquecentomila italiani, ogni anno, chiedono un esorcismo per se stessi o per i propri cari.

Dalla Lombardia alla Sicilia, centinaia di quelli che don Ildebrando Di Fulvio chiama “pazienti” si recano speranzosi ai piedi di questo monastero cistercense implorando la “guarigione” dalle sofferenze.

Don Ildebrando pratica esorcismi dal 2002.

“Ai miei tempi - racconta - si diveniva esorcista per volontà del vescovo, ora c’è una procedura più complessa”.

Il padre cistercense ci accoglie nel suo umile studio.

“La sera sono costretto a strappare alcuni biglietti: le richieste sono troppe e non riesco a rispondere a tutti”.

Come si svolge l’attività di padre Ildebrando

Non facciamo in tempo ad ambientarci che già vediamo arrivare una famiglia al completo: “Cerchiamo padre Ildebrando, nostro figlio non sta bene”.

Il custode dell’Abbazia fa accomodare la famigliola in sala d’attesa.

“Vedete - ci ribadisce don Ildebrando - questo territorio è vessato da decine di riti satanici. Ogni giorno è così”.

Per il padre il maligno può impossessarsi delle persone in migliaia di modi, ma la magia, le messe nere e il satanismo risultano le vie d’accesso più battute da Belezebù.

“Non sono un mago: uso una stola viola, che è il colore della penitenza, il Vangelo, l’acqua santa e un libro ad hoc”.

Il minore accompagnato dai suoi genitori viene esorcizzato.

“Non è emerso niente - ci rivela l’esorcista al termine della seduta - lo rivedrò tra qualche giorno per sicurezza”.

Possessione, ossessione e vessazione

Il diavolo, secondo la Chiesa, conosce tre modalità di intervento: la possessione, l’ossessione e la vessazione.

ModalitàDescrizione
PossessioneLa prima arriva a riguardare anche la sfera fisica.
OssessioneLa seconda la mente e il comportamento.
VessazioneLa terza manipola le credenze della vittima.

La prima arriva a riguardare anche la sfera fisica, la seconda la mente e il comportamento, la terza manipola le credenze della vittima.

Il rapporto con la medicina e la psichiatria

Ci si può credere o no, ma qui don Ildebrando è ricercato tanto quanto un primario di psichiatria.

Per Giovanni Bonelli, professore universitario, neurologo e psichiatra di Siena, si tratterebbe di disagi psichici.

“Qui si va sul taumaturgico - dice a IlGiornale.it - alcune persone hanno bisogno di credere in qualcosa”.

Isterici e tarantolati per la scienza, posseduti, ossessionati o vessati per la Chiesa.

Ma Don Ildebrando è uno di quegli esorcisti che quando si trova dinanzi a un disturbo mentale consiglia al “paziente” di recarsi da un medico.

Il denaro e i cosiddetti “maghi cattivi”

E Don Ildebrando se la prende con quelli che definisce “maghi cattivi”.

“Una persona che ho avuto in cura per anni riusciva a lenire la sofferenza solo scaricando denaro nelle mani di un mago. Alla fine della fiera, questa persona ha pagato una cifra pari a 200mila euro”.

Adesso è guarita, ci dice.

Gli esorcisti, è bene sottolineare, sono gratis.

Il demonio no, presenta sempre un conto salato.

La testimonianza del bibliotecario Luciano

Intervistare un esorcizzato non è cosa semplice.

Le persone, liberate dal maligno tendono a non volerne più sapere.

Luciano è laureato in lettere classiche.

Lo ripete due volte come a ribadire di essere una persona del tutto razionale.

Conosce l’Abbazia di Casamari come le sue tasche: ne è stato uno dei bibliotecari per vent’anni.

“Una mattina don Ildebrando è venuto a chiederci aiuto, ci siamo precipitati in 3 o 4 nella saletta dove era con una ragazza, io sono resistito 10 minuti perché l’ho vista sollevatesi da terra e saltare da un tavolo all’altro, quelli che sono rimasti dentro mi hanno raccontato che quando la giovane li afferrava sentivano le ossa che si stavano spezzando”.

Un’esperienza che Luciano non dimenticherà: “Di fronte a certe cose come fai a darti delle spiegazioni?”.

Sconcertante! Il Diavolo Rivela, Durante un Esorcismo la Verità sulla Santa Casa di Loreto

Padre Ildebrando, papa Francesco e la presenza del maligno

Charles Baudelaire diceva che il peggior inganno del diavolo consiste nel persuaderci di non esistere.

Papa Francesco, nel corso dei suoi 5 anni di pontificato, ha citato il maligno più volte di tutti i suoi predecessori.

“Viene dal sud America - ci dice Ildebrando - sa quanto è importante questo aspetto, poi è un gesuita e ne sa una più del diavolo”.

Gli esorcisti, sotto il pontificato di Bergoglio, sono stati in qualche modo riabilitati.

La presenza del Diavolo, del resto, è certificata dalla prima pagina della Bibbia che termina con la vittoria di Dio sul demonio.

I numeri degli esorcismi

Cinquecentomila italiani, si diceva, si recano annualmente degli esorcisti, che sono solo 250 più 62 ausiliari.

Nel mondo sono 404.

La domanda però cresce di anno in anno.

“Anche per colpa della rete”, secondo il don di Casamari.

“Non ho alcuna conoscenza dei nuovi media - specifica il padre cistercense - ma il demonio opera con ogni mezzo”.

DatoNumero
Italiani che ogni anno chiedono un esorcismo500mila
Esorcisti in Italia250 più 62 ausiliari
Esorcisti nel mondo404
Monaci presenti nell’abbaziasedici
Anno di inizio degli esorcismi praticati da don Ildebrando2002

La vita quotidiana nella comunità monastica

Don Ildebrando scappa in Chiesa: dopo la messa di mezzogiorno i monaci si radunano per una preghiera collettiva.

Poi ci sarà il pranzo, a cui forse l’esorcista non potrà partecipare: c’è già la fila alla porta della sua stanza.

Ancora oggi, ogni tanto, il diavolo usa bussare alla mia porta di notte, due volte, una all’una e una alle tre.

Mi fa sparire le cose, ma ormai ci sono abituato.

E l’inferno, diceva Emil Cioran, “è esatto quanto un verbale”.

Informazioni per la visita

  • Orari di apertura degli ambienti dell’Abbazia: 9:00 - 12:00, 15:00 - 18:00.
  • Il Museo è aperto su richiesta in loco.
  • Ingresso gratuito.
  • È possibile fare foto.
  • Il sito è raggiungibile con bus Cotral, fermata a richiesta Veroli/Abbazia di Casamari.
  • È presente un’area di parcheggio libero in prossimità.

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